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GiovanniBattista

Perché la Chiesa vuole che noi celebriamo con tanta solennità la figura e l’opera di Giovanni il Battista, al punto da consacrargli ben due giorni dell’anno liturgico, quello della sua nascita (24 giugno) e quello del suo martirio  (29 agosto), al punto che la celebrazione della nascita di san Giovanni ha la prevalenza persino sulla liturgia domenicale? Chi è Giovanni il Battista?

Per testimonianza di Gesù, Giovanni è un profeta senza pari; anzi, più che un profeta. È il messaggero che precede il Signore, secondo la profezia di Mal 3, 1: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, per prepararti la via”. È il testimone, che ha visto la verità di Cristo e la attesta.

Giovanni inaugura il vangelo. Sant’Agostino dice che Giovanni sembra posto come un confine fra l’Antico e il Nuovo testamento. “Fino a lui furono la legge e i profeti – dichiara Gesù in persona – da allora il Regno di Dio è annunziato” (Lc 16, 16).

Giovanni ci viene mostrato dall’ultimo versetto del Vangelo di oggi come un uomo vissuto nel deserto, fino al giorno della sua manifestazione.

Quando questo giorno arriva, Giovanni appare come un maestro circondato da discepoli, cui insegna a digiunare ed a pregare. La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un’immersione rituale nell’acqua, accompagnata dalla confessione dei peccati, ma che esige uno sforzo di rinnovamento della vita: praticare la giustizia.

Per il suo zelo, Giovanni appare come il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia. Ma gli scribi, i farisei e i capi del popolo non vogliono riconoscerlo. Il suo zelo lo porta a denunciare l’adulterio di Erode e si attira così la prigione e quindi la morte: il suo martirio annuncia e prefigura la passione di Gesù.

Bene; e tutto questo che rilevanza ha per noi, che veniamo dopo Gesù? Qual è per noi l’insegnamento di uno che è venuto prima? L’angelo Gabriele, annunciando la nascita del Battista a suo padre Zaccaria, disse – misteriosamente – che il compito di Giovanni sarebbe stato quello di “Ricondurre il cuore dei padri verso i figli”. È vero che noi “veniamo dopo” Gesù, ma in realtà veniamo anche prima: anche noi siamo messaggeri che il Signore manda davanti a sé per preparargli la via nel cuore degli altri, soprattutto dei “figli”, cioè delle nuove generazioni. Come dobbiamo svolgere questo compito? Seguiamo l’esempio di Giovanni:

La testimonianza di Giovanni con­siste innanzi tutto nel vivere in modo alternativo, eccentrico. Se un padre (o una madre), naturale o spirituale che sia, non è alternativo, non genera, lascia che sia il mondo a fare da padre!

Poi la testimonianza di Giovanni consiste nel proclamarsi semplice precursore. Di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia; ad una in­chiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui». Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito e nel fuoco, è Gesù. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli alla vita solo se si pone come semplice precursore, e non come salvatore!

Poi ancora nell’essere aperto all’imprevedibilità di Cristo: proclamandolo “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui. Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la fi­gura, il battesimo della sua passione; in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia, non ster­minando i peccatori (come, nella mentalità di Giovanni sarebbe stato logico), ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati. Ancor prima della pas­sione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le pro­fezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi. Un padre (o una madre) deve essere capace di cogliere l’imprevedibilità di Cristo nella vita dei suoi figli e di assecondarla, disponibile a rimuovere i propri schemi e la propria ideologia!

Infine, vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si è eclis­sato dinanzi a lui e, con le sue pa­role, ha invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli se sa eclissarsi, se al momento opportuno li sa lasciare soli con Gesù e gioisce perché Lui è il vero sposo, Lui deve crescere e noi diminuire.

 

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Caravaggio Tommaso

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù (At 4, 33).

Tutta l’azione della Chiesa nel mondo si può ridurre a questo: dare testimonianza della risurrezione del Signore Gesù. È questa testimonianza che suscita la fede, perché la fede cristiana consiste nel credere che Gesù è risorto.

il Vangelo non è stato scritto per insegnarci come ci dobbiamo comportare, ma per suscitare la nostra fede, come dichiara Giovanni: Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 31).

Apparendo nel Cenacolo, Gesù fa tre cose:

  1. Dona la pace: “Pace a voi!”
  2. Manda gli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
  3. Dona lo Spirito Santo per la remissione dei peccati: Soffiò se disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Il dono della pace è dono della vita piena. Gli apostoli sono mandati, come Gesù, perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

Per entrare in questa vita – o per far entrare questa vita in noi – c’è una porta e c’è qualcosa che sbarra la porta, com’erano sbarrate le porte del cenacolo la sera di quel giorno, il primo della settimana. La porta è la fede. La sbarra è il peccato. Per questo agli apostoli, che con la loro testimonianza devono suscitare la fede, viene dato lo Spirito Santo che rimuove la sbarra del peccato. La fede è il contrario del peccato; il peccato, fondamentalmente, è l’incredulità.

Quando Gesù parla dell’azione dello Spirito Santo, il Paraclito, dice che egli Convincerà il mondo quanto al peccato e il peccato è: “non credono in me” (Gv 16, 8-9): “il peccato” per eccellenza è non credere. Certo, poi questa incredulità si declina nella disobbedienza ai comandamenti (cf. 1 Gv 5, 2 s) e in tutti i vizi di cui è pieno il mondo.

Si traccia chiaramente una linea che distingue l’umanità in due parti: quelli che credono e quelli che non credono che Gesù è il Figlio di Dio. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato; chi crede ha la vita, che non crede non vedrà la vita (cfr. Gv 3, 18.36). La fede in lui resterà sempre il grande spartiacque in seno all’umanità: da una parte ci saranno quelli che pur non avendo visto crederanno (cfr. Gv 20, 29), dall’altra ci sarà il mondo che rifiuterà di credere.

Ma chiunque crede che Gesù è il cristo è stato generato da Dio… chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5, 1.4).

“Vincere il mondo” significa vincere l’ostilità, l’incredulità, l’odio e la persecuzione del mondo. E non solo questo: “vincere il mondo” ha anche un significato non polemico, esistenziale; vincere il mondo significa vincere il tempo, la corruzione, la caducità di tutte le cose, ed entrare nella sfera dell’infinito, dell’eternità appunto.

Il frutto della fede, infatti, è la vita eterna: chiunque crede in lui ha la vita eterna (Gv 3, 5; 5, 24; 6, 40.47). Per Giovanni, la vita eterna non è solo la vita che comincia dopo la morte, ma la vita nuova, di figli di Dio, che si dischiude già ora a colui che crede: chi crede in lui è già “passato dalla morte alla vita” (Gv 5, 24). La fede permette alla vita eterna – a Gesù che dona lo Spirito – di fare già irruzione in questo nostro mondo. Credere, perciò, significa ben altro che credere in un “aldilà”, in una vita dopo la morte; è fare già esperienza della vita e della gloria di Dio. Chi crede, vede già, fin d’ora, la gloria di Dio (cfr. Gv 11, 40).

Questo frutto della fede che è la vita, è messo in risalto con tante immagini evangeliche. Chi crede nel nome di Cristo “nasce da Dio” (cfr. Gv 1, 12-13); passa dalle tenebre alla luce (cfr. Gv 12, 46), compirà le opere che Gesù stesso ha compiuto (Gv 14, 12). Ma, soprattutto: chi crede riceve lo Spirito Santo, che è colui che concretamente porta in noi la vita eterna: “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7, 38-39). I credenti in lui! La fede stabilisce un contatto fra Cristo e il credente, apre una via di comunicazione, attraverso la quale passa lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è dato a chi crede in Cristo. Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è verità (1 Gv 5, 6).

In Gv 20, 19-31 leggiamo la vicenda di Tommaso, che non è presente alla prima apparizione del Signore risorto, rifiuta di credere, e, dopo averlo visto l’ottavo giorno, lo riconosce finalmente. Questo episodio sta lì come un invito sottinteso, rivolto da Giovanni al lettore del suo vangelo: giunto alla fine della lettura, egli è invitato a chiudere il libro, a piegare le ginocchia e ad esclamare a sua volta: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28). Il Vangelo è scritto per questo.

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guarigione

Diamo prima di tutto uno sguardo alle tre letture di questa V domenica del Tempo ordinario, anno B[1].

La prima lettura ci ha fatto ascoltare un brano del lamento di Giobbe: quest’uomo pieno di dolori, di lutti, di malattie… Il suo lamento si potrebbe intitolare: la miseria della condizione umana.

La vita dell’uomo – dice – è un duro lavoro, i suoi giorni trascorrono con la velocità di una spola che tesse la tela; la vita è un soffio. “Un soffio”… è qualcosa che appena emesso si disperde senza lasciare traccia… Breve, inconsistente.

Nel vangelo ritroviamo tutto un campionario delle cose che fanno soffrire l’uomo e rendono la sua vita – come diceva Giobbe – simile a quella di uno schiavo.

Si parla della febbre, di ogni sorta di malattie e di quel male oscuro, più terribile di tutti, che è, per il Vangelo, la possessione diabolica.

Ma il brano del vangelo di oggi è il racconto di una giornata come tante di Gesù all’inizio della sua vita pubblica: ogni giorno Gesù curava i malati, pregava e predicava il Regno, annunziava il Vangelo.

La seconda lettura si inserisce a questo punto, come un appello forte all’annunzio del vangelo: “Guai a me se non evangelizzo!” dice san Paolo.

Il punto da cui dobbiamo partire è proprio quello dell’esperien­za della sofferenza, ricordata da Giobbe: la vita dell’uomo sulla terra è un duro lavoro; è una battaglia:

All’esterno, nel nostro corpo, troviamo malattie, dolori, fame, morte. Dentro, nella nostra anima, troviamo lo scoraggiamento, che porta un sofferente come Giobbe a dire perfino: “Maledetto il giorno in cui sono nato!”.

Questa situazione non è voluta da Dio. Dio ha creato l’uomo perché fosse felice: dice un Salmo che l’ha fatto poco inferiore agli angeli, lo ha coronato di gloria e gli ha sottomesso ogni cosa: le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare.

Perché allora questo abisso tra quello che Dio voleva per noi quando ci ha creati e la nostra miseria? La Scrittura risponde: per il peccato!

Certamente, noi cristiani e tutti gli uomini dobbiamo darci da fare perché la condizione dell’uomo su questa terra migliori: dobbiamo dare da mangiare e da bere ai bisognosi, vestire chi non ha da coprirsi, alloggiare i senzatetto, curare gli ammalati, visitare i carcerati… E dobbiamo darci da fare perché la società sia più giusta.

Ma questo non basta! Perché il peccato che è nell’uomo, se non viene sconfitto, porterà sempre nuove ingiustizie e nuove sofferenze!

Certo, Gesù compie anche guarigioni fisiche: l’abbiamo visto nel Vangelo. Come in altre occasioni dà perfino da mangiare alla folla moltiplicando i pani e i pesci.

Ma non è questa la cosa più importante: quando Gesù moltiplicò i pani la gente voleva prenderlo per farlo re, ma lui se ne scappò via. Nel Vangelo di oggi la gente lo cerca come guaritore: avrebbe potuto aprire una specie di ospedale nella casa di Pietro, se la guarigione fisica fosse stato lo scopo principale.

E invece Gesù se ne va a pregare in un luogo deserto la mattina presto: è il Padre l’unica ragione del suo operare.

E quando Pietro lo trova e gli dice: “Tutti ti cercano”, lui se ne va in giro a predicare per tutta la Galilea. E predica “il Vangelo”, ossia la buona notizia che Dio dà la vita agli uomini, che la vita ha un senso in Cristo che salva e ci riempie di gioia.

Se la nostra vita è triste, perché piena di sofferenze, dobbiamo chiedere a Cristo di guarirci con il suo Vangelo. Ma se abbiamo accolto il Vangelo dentro di noi, dobbiamo metterci a servizio del Regno di Dio annunciando il Vangelo a tutti, nello spirito di san Paolo:

“Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Si fa servo di tutti per conquistare qualcuno. Che vantaggio spera di ottenere? Nessun vantaggio: chi ha conosciuto la gioia di Cristo non può tenersela per sé.

 

[1] Riprendo in forma abbreviata alcune riflessioni di R. Cantalamessa.

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Pescatori

Quando il mondo parla del Vangelo, in genere ritiene che questo sia una sorta di codice morale, un certo modo di vedere le cose, dell’insegnamento che Gesù ci ha dato mettendo al centro l’amore di Dio e del prossimo… Ma è veramente questo il Vangelo?

Il Vangelo, il messaggio di Gesù è l’annuncio di un fatto. Qualcosa che è appena iniziato ed è in pieno svolgimento. Il messaggio di Gesù, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il Regno di Dio!

Perciò si usa questa parola “vangelo”, che significa lieto messaggio, buona notizia.

Per questo Papa Francesco ha dato alla Chiesa un’esortazione apostoliche che si intitola Evangelii gauidium:  la gioia del Vangelo!

La gioia è un’aspirazione radicata profondamente nella natura dell’uomo. Il peccato toglie la gioia, ma Cristo salvatore la fa rinascere. Più precisamente – dice il Papa – il peccato si manifesta nella “tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata” (n. 2). La chiusura individualistica nei propri interessi, il rifiuto degli altri, dei poveri, di Dio, conduce alla perdita della gioia, dell’amore di Dio e dell’entusiasmo nel bene. È dunque l’incontro salvifico con Cristo che riapre la strada alla gioia (nn. 1-7).

Ma precisamente qui si fonda il dovere di rendere partecipe il prossimo di una tale salvezza e di coinvolgerlo nell’esperienza di gioia (n. 9). Gesù chiama Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni… Ma ancora oggi chiama mediante la sua Chiesa, a portare quest’annuncio in tutto il mondo

“Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale” (n. 10).

Il dovere di comunicare il bene è dunque, a sua volta, motivo di realizzazione umana. Potremmo dire che il primo dovere morale è l’annuncio del Vangelo, non l’annuncio di una morale, ma di un incontro.

Questa semplice frase che abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco riassume tutta la predicazione di Gesù: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo.

Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive. Questa è la speranza che lo sostiene.

Dio viene per regnare in modo nuovo e definitivo. Viene per aprire un cammino nuovo per gli uomini.

Gesù non ha bisogno di spiegare a lungo in cosa consista il Regno di Dio che va annunciando: tutti lo aspettavano. E sapevano che si trattava di un’alleanza nuova tra Dio e gli uomini. Di un patto d’amore in cui gli uomini e Dio sono legati insieme e trionfano la giustizia e la pace.

Il popolo di Israele aspettava da secoli e secoli questo avvenimento, ed ora, quando Gesù comincia a parlare, il suo annuncio è che il Regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi, in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose. Vuole attuare una pace perfetta che abbraccia tutto e tutti.

Ma perché questo si realizzi in noi è necessario anzitutto credere all’amore di Dio e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali.

Il vangelo è l’annuncio di un avvenimento che viene a mutare la situazione degli uomini e costringe a prendere decisioni. Non si può restare spettatori, estranei a i fatti. O ci si mette in movimento, o si resta fuori dal Regno!

Lo vediamo espresso con chiarezza nelle figure di questi quattro discepoli. Non stanno facendo niente di male: lavorano, sono pescatori. Ma Gesù interviene con una parola misteriosa nella loro vita: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.

Cosa avranno capito in quel momento i quattro poveri pescatori del lago? Forse poco o niente. Eppure davanti alla parola di Gesù lasciano le reti, lasciano il padre sulla barca coi garzoni, e seguono Gesù.

Dovremmo trarre le conclusioni per noi da questa pagina del Vangelo. Noi ascoltiamo la parola di Gesù, siamo in un certo senso “spettatori” del suo mistero. Bene: Gesù non si accontenta di averci “spettatori”. Non si accontenta di averci qui davanti: vuole che ci mettiamo in movimento, che lo seguiamo. Che siamo pronti a lasciare le cose per andare dietro a lui.

Ovviamente, le prime cose che dobbiamo lasciare sono i nostri peccati e tutto ciò che costituisce “occasione prossima di peccato”. E questa è la prima conversione.

Ma non basta: per amore di Gesù dobbiamo essere pronti a lasciare anche le cose buone (la rete, la barca, il padre…) perché Gesù è più importante di ogni cosa, di ogni persona. Questa è la seconda conversione, forse più difficile, più lenta… Ma se, con l’aiuto di Dio, la compiamo, allora tutta la nostra vita si trasforma in un “Vangelo” vivo, in un lieto annunzio, in un messaggio di gioia.

Concludo pregando con le parole del canto al Vangelo: “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ci conceda lo spirito di sapienza, perché possiamo conoscere qual è la speranza della nostra chiamata”. Amen.

 

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cristo-re

La Solennità di Cristo Re costituisce la sintesi di tutto l’Anno liturgico e di tutto il Vangelo, giacché il Vangelo non è altro che la buona notizia, l’annuncio del Regno di Dio in Cristo.

Basileia, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona novella – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). E ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

L’annuncio del prossimo avvento del Regno è normalmente seguito da un appello che invita gli uditori a prepararsi: “Convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1, 15). Le raccomandazioni sono molto varie: accanto alla penitenza e alla fede, c’è l’obbedienza alla volontà di Dio, l’osservanza dei suoi comandamenti, la necessità di mostrarsi fedeli e vigilanti, di praticare la carità e di rinunciare ai beni della terra. Tutto ciò per essere pronti al momento in cui il Regno arriverà, per trovarsi nella condizione di potervi entrare e non esserne gettati fuori, per riceverlo in eredità ed essere un grande in questo Regno. La prospettiva generale è quella di una futura presa di possesso. Le beatitudini del discorso della montagna, nel loro insieme, esprimono lo stesso punto di vista: “saranno consolati”, “saranno saziati”, “erediteranno la terra”, “otterranno misericordia”, “vedranno Dio”. La prima beatitudine, invece, non promette che il Regno “sarà” del poveri; essa dice che esso “è” già loro. E Mt 5, 10 ripete la stessa affermazione per coloro che sono perseguitati per la giustizia.

Il Regno di Dio esiste; fin dal momento in cui Gesù comincia a predicare esso “è” di coloro a cui è destinato; esso è donato ed appartiene a essi di pieno diritto. Preparato per essi (Mt 25, 34), il Regno costituisce la loro eredità, sebbene essi debbano attendere ancora un po’ prima di prenderne possesso. Per questo la prima beatitudine li proclama beati fin dal presente. La loro felicità precorre la presa di possesso. Sono beati perché il Regno è sul punto di venire.

Proclamare che i poveri sono beati è semplicemente un’altra maniera per dire che il Regno di Dio è vicino. Rivolto ai peccatori, l’annuncio della imminente venuta del Regno diventa un invito pressante a fare penitenza; rinvolto ai poveri, prende la forma di un invito alla gioia, perché questo Regno, che è sul punto di venire, appartiene ad essi.

La proclamazione delle beatitudini suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia giunto il giorno in cui Dio esercita il suo Regno a favore dei poveri.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. I poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

E se noi ci accorgiamo di non essere poveri, di essere anzi sazi, gaudenti come il ricco epulone… Ci è forse chiusa la porta del Regno? Andremo col ricco tra i tormenti? Come potremmo passare, noi che siamo cammelli, attraverso la cruna di un ago? La strada c’è, ed è Gesù! Egli stesso ci dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, forestiero e mi avete ospitato, ero malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Cristo non si limita ad evangelizzare i poveri, si identifica con loro e ci dice: “Ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”; “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!” (cf. Mt 25, 31-46).

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Gaudete!

Magnificat Jouvenet.jpg

Gioia! Quante parole abbiamo per descrivere questo ideale! Proviamo a contarle: felicità, allegria, contentezza, gratificazione, entusiasmo, consolazione, appagamento, soddisfazione, benessere, realizzazione… Sono tutti termini che hanno a che fare con la nostra facoltà di desiderare. Se ci pensiamo bene, tutto quel che facciamo è motivato dal desiderio.

Ci può accadere di trascinare i nostri giorni in una piatta e banale monotonia, senza nulla che ci coinvolga, senza trovare niente per cui “valga la pena” di impegnarci, semplicemente “lasciandoci vivere”. Trascinando la vita in tal modo, è facile che la nostra volontà sia mossa, di volta in volta, dall’attrattiva del momento, dal piacere immediato. Di fatto c’è chi si contenta solo di soddisfare il più immediatamente possibile ogni impulso. Eppure, alla lunga, questi modi di vivere risultano… insoddisfacenti! I can get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones. Si fa strada il pensiero del futuro, ci si chiede: quanto durerà questo mio modo di esistere? Cosa mi aspetta quando sarò vecchio? Perché vivere? Comincia la ricerca di uno scopo, si affacciano alla nostra mente tante speranze.

Dietro a tanti e diversi desideri, al fondo di essi, ce n’è uno che li motiva tutti, che dà senso alla nostra facoltà stessa di “aspirare”: il desiderio di essere felici. Ma il concetto di felicità è uno dei più vaghi ed indeterminati che si affacciano all’orizzonte della nostra mente. Cosa significa essere felici? Per qualcuno significa semplicemente “godere”, andare alla ricerca del “piacere” ovunque si trovi. In questa prospettiva la vita buona sarebbe semplicemente la vita “piacevole”, la “dolce vita”. Søren Kierkegaard ha descritto una vita di questo genere attraverso l’immagine teatrale del Don Giovanni, il seduttore che riesce sempre nelle sue imprese libertine, e che tuttavia è costretto a compierne sempre di nuove, sempre di diverse, perché appena afferra l’oggetto del suo desiderio, esso gli muore tra le mani lasciandogli un vuoto ancora maggiore da riempire. In effetti, il piacere è quanto di più sfuggente ci sia e, quando è ricercato per se stesso, inevitabilmente scompare, lasciandoci un senso profondo di frustrazione che conduce al “male di vivere” e alla malattia mentale – come dimostra anche la psicologia clinica.

Il fatto è che l’oggetto del nostro desiderio non è il piacere, bensì ciò che procura piacere! Certamente vogliamo godere, ma di qualcosa. O meglio, vogliamo “qualcosa”, e – con esso – accogliamo il piacere che ciò comporta. Questo “qualcosa” che viene desiderato possiamo definirlo un “bene”. Ciò che si spera è qualcosa di desiderabile. Ma anche qualcosa di scarsamente desiderabile in sé, può essere considerato attraente in vista di un fine ulteriore. Ad esempio un lungo viaggio in treno può essere noioso in sé, ma può risultare assai desiderabile se mi conduce a riabbracciare una persona a cui voglio bene. Posso affrontare un’esperienza anche spiacevole (cavarmi un dente) o faticosa (alzarmi presto al mattino per studiare) o noiosa (ascoltare certi predicatori…), a patto che rientrino nel fine globale del mio vivere.

In effetti c’è qualcosa che non posso fare a meno di desiderare e di sperare, qualcosa che rappresenta il senso di ogni mio desiderio: voglio essere felice, cioè voglio realizzare in pieno la mia esistenza, sviluppare la mia personalità. E tutto ciò che desidero, tutto ciò che spero, lo desidero e lo spero perché penso (so o immagino) che possa contribuire alla mia vera felicità. E notate bene: anche chi trascina la sua vita “alla giornata” si comporta così perché pensa che quello è il modo di ottenere la felicità: ritiene di realizzare così la propria personalità. Agisce in modo misero, perché ha un misero concetto di sé!

I pensatori di tutti i tempi si sono interrogati su questo tema: la felicità è  qualcosa di possibile, di reale, o è una farfalla variopinta che vola via non appena ci sembra di toccarla? Se è possibile, lo è su questa terra o è riservata a una vita ultraterrena? E, in ogni caso, in cosa consiste?

Nel parlare comune, nella chiacchiera, felicità e gioia vengono a significare uno stato generico di euforia, generalmente connesso ad una soddisfazione psico-fisica, un entusiasmo passeggero destinato ad essere distrutto, prima o poi, dai problemi, dal malessere, dalla noia. Evidentemente la beatitudine evangelica non è questo. La felicità a cui si riferisce è la gioia dell’ev-angelo, dell’annuncio festoso: quella a cui l’angelo Gabriele invita la Vergine: “Gioisci, piena di grazia: il Signore è con te!”; quella che esplode nel canto del Magnificat, che scaturisce costantemente dalle parole e dai gesti di Gesù, quella che Gesù stesso promette “piena” ai suoi discepoli nel cenacolo e che caratterizza in toto la diffusione del vangelo. Come ha notato magnificamente un grande biblista del secolo scorso: “Il cristianesimo è stato un’esplosione di gioia, ed è ancora oggi per ogni anima entusiasmo di vivere… Chi non trasalisce fino in fondo al suo essere, scosso da questa novità, non è cristiano” (L. Cerfaux). Qual è la ragione di questa gioia? La comunione con Dio in Gesù Cristo.

Perché tanta insistenza sul tema della beatitudine, della felicità, della gioia? Perché noi cristiani di vecchia data siamo spesso vittime della tentazione di ridurre la nostra fede all’accettazione dell’autorità di Gesù maestro-legislatore-giudice e all’esigenza di mettere in pratica i suoi “comandamenti”; il tutto in un clima piuttosto imbronciato e talvolta decisamente triste e deprimente. Un terribile filosofo miscredente della fine dell’Ottocento scrisse un giorno:

“Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede” (F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

Tante volte, noi cattolici ci preoccupiamo di studiare tante strategie per portare il Vangelo nel mondo di oggi… Una grande strategia è quella che indica s. Paolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-s). Solo se gli uomini ci vedranno felici, si apriranno al nostro annuncio.

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5. domenica di Pasqua – C
Il “comandamento nuovo” datoci da Gesù è una sintesi di tutto il suo vangelo. Ma va capito bene, nella sua interezza. Non dice semplicemente: “Amatevi gli uni gli altri”, ma aggiunge: “come io vi ho amati”. Guai se lasciassimo cadere la seconda espressione! Il “come io vi ho amati” è decisivo per capire cosa è l’amorecristiano: Gesù non ci comanda di amare genericamente gli altri, ma di amarli come lui ha amato noi. Dobbiamo allora chiederci come Gesù ci ha amati. Mi pare si possano indicare sette caratteristiche.
1. Gesù ci ha amati per primo (cf 1 Gv 4, 19)
La prevenienza è il primo carattere della carità di Gesù. Per venirci incontro, per dare la sua vita per noi non ha aspettato il nostro grido, la nostra invocazione di aiuto: si è mosso lui per primo, prevenendo le nostre necessità e le nostre attese, guardandoci con sguardo reso acuto e partecipe dall’amore che lo ispirava.
Sarà dunque propriamente cristiano quell’amore che avrà il carattere della prevenienza, che farà il primo passo, che non avrà bisogno di essere sollecitato dal clamore e dall’imponenza del bisogno; quell’amore che, con sguardo reso acuto dalla fede e dalla speranza, scopre i bisogni altrui e si muove incontro.
2. Gesù ci ha amati gratuitamente (cf Rm 5, 6-8)
Gesù ci ha amati non perché noi fossimo in qualche modo “amabili”, ossia perché potessimo vantare dei titoli che sollecitassero la sua benevolenza. Gesù ci ha amati gratuitamente, perché la logica dell’amore è amare. Ci ha amati “mentre eravamo ancora peccatori”: quando eravamo in opposizione a lui, quando tutto il mondo mostrava il rifiuto e la contraddizione dell’amore di Dio, allora l’amore di Dio si è manifestato in forma suprema.
Allora sarà propriamente cristiano quell’amore che si rivolge agli altri non perché questi presentano qualche ragione che stimola e rende forse bella la nostra attenzione verso di loro. Sarà cristiano quell’amore che si rifiuta di discriminare tra le persone ed ama comunque.
3. Gesù ha amato tutti, anche i nemici (cf Mt 5, 43-8)
Anche i pagani sanno amare coloro che li amano, mentre la spinta dell’amore cristiano si estende universalmente, fino ai nemici.
Questa caratteristica saliente dell’amore cristiano spinge in primo piano il valore del perdono. Quanto è difficile capire questo valore! Ci sono cristiani pronti a farsi in quattro per il volontariato e non hanno perdonato un parente con cui hanno litigato per una questione di eredità: quel volontariato a che vale? Se non sappiamo rompere le barriere dell’inimicizia, a cominciare dalle terribili inimicizie legate alla parentela, ai soldi e alle “offese”, come potrà essere vero il nostro amore?
4. Gesù ci ha amati fino alla fine (cf Gv 13, 1)
Gesù ci ha amati fino all’ultimo istante, all’ultimo respiro, senza mai tirarsi indietro, nel segno di una totale fedeltà. Una volta data la parola del suo amore, Gesù non l’ha mai più ritirata. Non ha mai detto: “Fin qui potevate chiedermelo, ma adesso basta, dopo tutto ho anch’io i miei diritti, ho anch’io la mia dignità, ho le mie cose da salvaguardare, ho fatto abbastanza”. Se Gesù avesse ragionato così noi non saremmo stati redenti dalla sua croce.
Sarà allora cristiano quell’amore che resta nel segno della fedeltà; quell’amore che fa dire: “Non gioco con te, con le tue necessità; decido di mettermi dalla tua parte, di esserti amico, di essere solidale, e lo decido una volta per sempre. Quante volte, invece, i nostri impeti di carità, che sembrano così generosi e belli, si consumano lungo la strada, perché non sanno diventare carità fedele?
5. Gesù ci ha amati fino al segno supremo (cf Gv 13, 1)
La stessa espressione di Giovanni, può essere tradotta non soltanto: “fino alla fine”, ma anche: “fino al compimento”, “fino alla perfezione”, fino a quel segno oltre il quale non ne può essere dato un altro. Qual è questo segno, lo aveva detto Gesù stesso: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita” (Gv 15, 13).
Sarà amore propriamente cristiano quello che accetta di rimetterci in qualche modo. E se non a tutti sarà chiesto di morire nel testimoniare l’amore, a tutti sarà chiesto di accettare di consumarsi per rendere vero il servizio dell’amore. L’amore deve costare, l’amore chiede di pagare di persona: non è un vago sentimento fatto di buone parole, è una dedicazione agli altri che costa qualcosa e che ci fa partecipare a quel segno supremo che è la croce di Gesù.
6. Gesù ci ha amati aiutandoci a ritrovare la nostra dignità
Gesù ci ha amato con uno stile particolarissimo: non si è mai limitato al soccorso puramente materiale, ma ha sempre puntato a riscattare e a liberare il cuore delle persone, rivelando ad ogni uomo la libertà e la dignità dei figli di Dio. Se leggiamo il Vangelo e osserviamo come Gesù è venuto incontro alle sofferenze che ha incontrato in Palestina, vediamo che ogni volta la sua preoccupazione non è solo quella di dare il pane per chi ha fame o di guarire i malati, ma è quella di riscattare, di far ritrovare la dignità umana, di riportare questa gente che era esclusa ed emarginata, cittadina di “serie B”, alla pienezza dei rapporti umani e alla possibilità di incontrarsi con Dio ritrovando la propria dignità fondamentale.
Sarà cristiano allora quell’amore che non si accontenta di un soccorso fatto di cose ma si mette accanto all’altro accompagnandolo nel cammino della vita, aiutandolo a ritrovare la propria dignità. Pensiamo cosa vuol dire questo sul piano concreto! Pensiamo cosa vuol dire vivere l’amore nei confronti dei malati di mente per esempio, o dei vecchi non autosufficienti…! Cosa vuol dire amare queste persone? Vuol dire non soltanto fare delle cose, ma farle in modo che essi trovino la verità del loro essere, la gioia di vivere, il gusto di essere qualcuno.
7. Gesù ci ha amati con amore umano e divino insieme
Gesù ci ha amati non con un amore soltanto umano, ma con un amore che è insieme umano e divino, perché Gesù è il Verbo incarnato. Certo il suo amore ha coinvolto fino in fondo la sua umanità concreta: di qui la bellezza della devozione al Sacro Cuore di Gesù come segno umanissimo del suo amore incarnato. Ma la sua persona è divina, dunque amava con l’amore stesso di Dio.
Allora sarà amore veramente cristiano quell’amore che sarà insieme divino e umano. Solo se ci amiamo con l’amore stesso di Gesù adempiremo il comandamento nuovo; se no, dice Paolo, “Se anche dessi il mio corpo per essere bruciato alle fiamme e distribuissi tutti i beni ai poveri…, a nulla gioverebbe” (1 Cor 13, 3).
E questo è importante da ricordare. Se io sono in peccato mortale, se non ho dentro di me l’amicizia con Dio, vuol dire che il suo amore non è presente in me ed io non posso amare come ama lui. Il peccato non può stare insieme alla carità, solo se ho la grazia di Dio nel mio cuore sono in comunicazione vitale con Lui e posso amare come Lui ama. Certo Gesù è così buono che poi sa far servire il mio gesto di carità, anche se sono un peccatore, come cammino di conversione; ma il mio ideale come cristiano è di amare essendo in amicizia con Gesù, per poter amare come lui ama, con un amore che non è solo umano ma che è innanzitutto un amore divino.
Solo se ci mettiamo davanti a Gesù crocifisso e alle caratteristiche del suo amore, che sono tutte riassunte nella sua croce, possiamo capire che cosa vuol dire amare davvero.

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