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Posts Tagged ‘umiltà’

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Nel racconto di Pentecoste (At 2, 1-11), Luca sottolinea fortemente il tema delle lingue. Anzitutto nel fenomeno visivo che segue al rumore di vento: “Apparvero loro lingue (glôssai) come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”. A questa visione fa seguito un prodigio: “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue (glôssais)”, al punto che i membri “di ogni nazione che è sotto li cielo” li udivano parlare “ciascuno nella propria lingua nativa”.

Perché Luca dà tanto risalto al fenomeno delle lingue nel racconto di Pentecoste? La risposta costante della Tradizione, mantenuta anche oggi dalla maggioranza degli esegeti, è che l’evangelista abbia voluto creare un tacito contrasto tra ciò che accadde nella costruzione della torre di Babele (Gen 11, 1) e ciò che si verifica ora nella Pentecoste[i].

Il racconto di Babele può essere letto come un approfondimento del tema del peccato originale. Dio aveva creato l’umanità per l’armonia e l’unità: “Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole”; ma gli uomini hanno ceduto all’arroganza di “toccare il cielo” e alla superbia di “farsi un nome”. Il racconto biblico prosegue dicendo che Dio scese e confuse la loro lingua, in modo che non si comprendessero più l’uno con l’altro. È il modo consueto in cui si esprimono i testi dell’Oriente antico; in realtà non dobbiamo vedere qui un intervento punitivo o peggio vendicativo di Dio; non è necessario un suo intervento diretto: la conseguenza della incomprensione, della divisione e della separazione è un effetto inevitabile della superbia e dell’arroganza che muovono il progetto. Gli uomini che si mettono al posto di Dio, gli uomini che cerca di fare un nome a se stessi anziché a Dio, finiscono inevitabilmente nell’incomprensione e nell’incomunicabilità.

La parola è una realtà specificamente umana, perché non si limita ad esprimere ciò che fa piacere o provoca dolore (questo sono capaci di farlo anche gli animali coi loro versi): la parola è fatta per esprimere ciò che è utile e ciò che è nocivo, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male. Ma questo è il punto: che percezione abbiamo del bene e del male? Se pretendiamo di “mangiare il frutto dell’albero”, ossia di essere noi, con la nostra volontà superba ed arrogante, a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, la parola si perverte perché non esprime più la verità (che è una) ma le menzogne degli uomini (che sono tante), le lingue si confondono, le persone non si capiscono, la divisione trionfa.

La cosa paradossale è che Babele era, in origine, un progetto di unità: “Facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra” (Gen 11, 4). Ma l’insegnamento che scaturisce dall’accostamento di Babele e Pentecoste è che vi sono due tipi di unità possibili: un’unità secondo la carne e un’unità secondo lo Spirito. L’unità di Babele è quella che si persegue anche oggi, anche tra noi, quando ognuno vuole “farsi un nome”, quando ognuno si pone al centro del mondo. Siccome noi siamo tanti e siamo diversi, da questa strada non potrà derivare che “confusione”; le parole, in questo caso, non fanno che dividere e si fa, anche concretamente, l’esperienza degli uomini di Babele che non si compresero più e si separarono.

Perché questo? In genere è perché noi vogliamo, sì, che si faccia l’unità ma… intorno al nostro punto di vista. Ciascuno di noi si illude di stare su una torre la cui cima tocca il cielo, ossia ciascuno pensa di guardare le cose dal miglior punto di vista possibile; il guaio è che anche l’altro la pensa così. Ognuno vuole che si faccia unità attorno a sé e, siccome siamo molti, l’unità si allontana sempre più. Ogni tentativo di unità secondo la carne è destinato al fallimento babelico.

Al contrario, l’unità secondo lo Spirito nesce quando si vuole, o meglio si accetta, che al centro vi sia Dio. Solo quanto tutti tendono a questo “Uno”, si avvicinano e si incontrano tra loro. Avviene come dei raggi di un cerchio, i quali a mano a mano che procedono verso il centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a congiungersi e a formare un unico punto. Passare da Babele a Pentecoste significa decentrarci da noi stessi e ricentrarci su Dio.

Gli apostoli sono la migliore dimostrazione di quanto siamo venuti dicendo. Prima della Pentecoste, quanto erano alla ricerca ognuno di una sua affermazione o supremazia personale e a ogni occasione discutevano “chi tra loro fosse il più grande” non regnavano tra di essi se non malumori e contese (cfr. Mc 9, 34; 10, 41). Dopo la Pentecoste, quando la venuta dello Spirito ha spostato completamente l’asse dei loro pensieri da se stessi a Dio, ecco che li vediamo formare tra loro e con gli altri discepoli un cuore solo e un’anima sola(At 4, 32). Il linguaggio nuovo che essi hanno imparato e che tutti capiscono è il linguaggio dell’umiltà cristiana. È questa unità che fa esclamare con il salmo:Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme(Sal 133, 1).

 

[i]Cf. R. Cantalamessa, I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 451-ss.

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Con questa quarta domenica, l’Avvento giunge al suo culmine. Fino ad oggi è stato un tempo di preparazione, di attesa. Ora comincia a mostrarsi nel suo compimento.

Ci viene annunziato un grande mistero: “Il mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Rm 16,25). Ci viene indicato l’atteggiamento da assumere davanti al mistero: silenzio, umiltà, fiducia.

  • Silenzio come condizione per accogliere la Parola di Dio che si fa carne nella nostra vita.
  • Umiltà come coscienza della nostra piccolezza, che consente a Dio di chinarsi su di noi.
  • Fiducia nella promessa del Signore che “è fedele per sempre”

Come spesso accade nella liturgia, questi atteggiamenti ci sono presentati attraverso due figure contrastanti: Davide (2 Sam 7) e Maria (Lc 1, 26-38).

Davide somiglia un po’ a noi, alle persone religiose, in buona fede, piene di gratitudine verso Dio, ma un po’ chiacchierone (non silenziose), presuntuose (non umili), fiduciose nelle proprie capacità (non nell’azione di Dio).

Davide riconosce che il suo successo viene da Dio, e pretende in qualche modo di sdebitarsi con lui: ora ti costruirò una bella casa, un bel tempio! L’iniziativa parte da me. Sono io che parlo per primo. Sono io che organizzo.

Non la pensiamo così anche noi quando crediamo di poterci sdebitare con Dio, magari facendo del volontariato, o con qualche preghiera, con qualche offerta, con un sacrificio, un voto…?

Ma Dio ribalta i termini del discorso: “Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?” Tu, caro il mio Davide, ti trovi ad essere re, ma solo perché io l’ho voluto: eri un povero ragazzino che andava dietro alle pecore, prima che io ti chiamassi. È solo per il mio amore che sei ciò che sei, è per l’amore che ho verso il tuo popolo. Sarò io a costruire una casa per te. Sarò io a dare una casa al mio popolo: “Gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici”. Vuoi sapere come? Attraverso la tua discendenza: tra i figli dei tuoi figli nascerà il mio Figlio.

Certo Davide sarà rimasto interdetto: la promessa di Dio è misteriosa… è “il mistero avvolto nel silenzioi”. Questo mistero viene rivelato dall’angelo a Maria.

Maria, al contrario di Davide, si mostra anzitutto in un atteggiamento di essenziale riservatezza. L’angelo la saluta con parole simili a quelle che il profeta Natan ha avuto per Davide: “il Signore è con te”, ma “Maria si domandava che senso avesse un tale saluto”: appare qui l’atteggiamento riflessivo e contemplativo di Maria. Maria si domanda prima in se stessa, silenziosamente, quale sia il senso di quel sorprendente saluto.

Maria, al contrario di Davide, si mostra profondamente umile: si meraviglia di essere stata chiamata “piena di grazia”, non le sembra una cosa scontata: la grazia di Dio non è mai “dovuta”, è sempre segno della condiscendenza di Dio, di un amore gratuito, nascosto nel cuore del Padre.

Maria, molto più di Davide, si mostra piena di fiducia in Dio. Una fiducia sottolineata dalle parole dell’angelo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”.

E questa grazia, veramente inaudita, è il compimento del “mistero taciuto per i secoli eterni”, è il concepimento da parte di Maria di un figlio cui avrebbe dato il nome di Gesù: un figlio che sarebbe stato grande e chiamato Figlio dell’Altissimo e che avrebbe ricevuto da Dio il trono di Davide suo padre e un regno senza fine.

La nascita avvera la profezia di Natan a Davide. Tutto si compie, ma in una forma e misura che la profezia antica solo intravedeva e presentiva: Gesù è figlio di Davide ed è realmente “Figlio dell’Altissimo”, l’unigenito Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre.

Il Natale è alle porte. Il “mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni” sta per compiersi sotto i nostri occhi. Impariamo ad accoglierlo non in mezzo a chiasso, luci, spreco di cibo, di dolci, di vini, di liquori. Non in mezzo a sciocchi esibizionismi. Non fra rivalità, inimicizie, chiusure.

Impariamo da Maria la dimensione del silenzio, dell’umiltà e della fiducia. Allora il nostro sarà davvero un Buon Natale, un Santo Natale.

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