Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘trasfigurazione’

trasfigurazione

Ricordiamo il contesto in cui il Vangelo di Marco (9,2-10) inserisce l’episodio della trasfigurazione. In 8, 27-ss ci viene narrata la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (“Tu sei il Cristo”). La confessione di Pietro e il racconto della trasfigurazione sono legati da un’indicazione temporale: “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo…”. Perché questa indicazione di tempo? Questa richiama l’attenzione su due grandi feste giudaiche che si celebrano in autunno: prima vi è lo Yom Kippur, la grande festa dell’espiazione; sei giorni dopo viene celebrata la festa delle Capanne.

Se consideriamo questo elemento, comprendiamo che la confessione di Pietro a Cesare di Filippo (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”) ha avuto luogo durante il grande giorno dell’espiazione, l’unica occasione dell’anno in cui il sommo sacerdote pronuncia solennemente il nome di Dio nel Santo dei Santi. In questo contesto la confessione di Pietro assume una dimensione di profondità enorme!

La confessione di Pietro è seguita dal primo annuncio della passione, dalle proteste di Pietro e dalla reazione di Gesù che invita ad andare dietro di lui, a rinnegare se stessi, a perdere con lui la vita per ritrovarla. Il discorso si conclude con alcune parole misteriose: “Vi sono alcuni qui presenti che non moriranno, prima di aver visto giungere il regno di Dio con la sua potenza” (9, 1). Quindi siamo giunti all’episodio della trasfigurazione.

Anzitutto il nostro testo dice che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò su un monte alto, loro soli. Ritroveremo questi tre discepoli sul monte degli Ulivi nell’estrema angoscia di Gesù come immagine di contrasto con la trasfigurazione, sebbene i due episodi siano inscindibilmente legati tra loro. Qui non si può non vedere il riferimento a Esodo 24, dove Mosè porta con sé nella sua salita Aronne, Nadab e Abiu – ma anche settanta anziani d’Israele.

Il monte è luogo della particolare vicinanza di Dio; dobbiamo pensare ai vari monti della vita di Gesù come a un tutt’uno: il monte della tentazione, il monte della sua grande predicazione, il monte della preghiera, il monte della trasfigurazione, il monte dell’angoscia, il monte della croce e infine il monte dell’ a­scensione; su di esso il Signore – in contrasto con l’of­ferta del dominio sul mondo in virtù del potere del de­monio – dichiara: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18). Sullo sfondo si stagliano però anche il Sinai, l’Oreb, il Moria – i monti della rivela­zione dell’ Antico Testamento, che sono tutti al tempo stesso monti della passione e monti della rivelazione e, dal canto loro, rimandano anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa liturgia.

Nella ricerca di un’interpretazione, senza dubbio si profila dapprima sullo sfondo il simbolismo generale del monte: il monte come luogo della salita – non solo della salita esteriore, ma anche dell’ ascesa interiore; il monte come un liberarsi dal peso della vita quotidia­na, come un respirare nell’ aria pura della creazione; il monte che offre il panorama dell’ampiezza della creazione e della sua bellezza; il monte che mi dà elevatezza interiore e mi permette di intuire il Creatore. La storia aggiunge a queste considerazioni l’esperienza del Dio che parla e l’esperienza della passione, culmina nel sacrificio di Isacco, nel sacrificio dell’ a­gnello, prefigurazione dell’Agnello definitivo, sacrifi­cato sul monte Calvario. Mosè ed Elia avevano potuto ricevere la rivelazione di Dio sul monte; ora sono a colloquio con Colui che è la rivelazione di Dio in persona.

Si trasfigurò davanti a loro dice semplicemente Marco e, con un po’ di goffaggine, quasi balbettando dinanzi al mistero aggiunge: Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. (9,2s). Diventa visibile ciò che acca­de nel dialogo di Gesù con il Padre: l’intima compe­netrazione del suo essere con Dio, che diventa pura luce. Nel suo essere uno con il Padre, Gesù stesso è Luce da Luce. Ciò che Egli è nel suo intimo si rende percepibile in questo momento anche ai sensi: l’essere di Gesù nella luce di Dio, il suo proprio esse­re luce come Figlio.

Qui diventano visibili il riferimento alla figura di Mosè e la differenza: «Quando Mosè scese dal monte Sinai […] non sapeva che la pelle del suo viso era di­ventata raggiante, poiché aveva conversato con il Si­gnore» (Es 34,29). Attraverso la conversazione con Dio, la luce di Dio si irradia su di lui e lo rende a sua volta raggiante. Tuttavia, si tratta, per così dire, di un raggio che lo raggiunge dall’esterno, e ora fa risplen­dere anche lui. Gesù, invece, risplende dall’interno, non riceve solo luce, ma è Egli stesso Luce da Luce.

Ora appaiono Mosè ed Elia e parlano con Gesù. La Legge e i Profe­ti parlano con Gesù, parlano di Gesù.

I tre discepoli sono sconvolti dalla grandezza dell’ apparizio­ne: il «timore di Dio» li pervade, come abbiamo visto in altri momenti in cui avvertono la vicinanza di Dio in Ge­sù, intuiscono la propria miseria e sono quasi paralizzati dalla paura. Erano stati presi dallo spavento. E tuttavia Pietro prende la parola, anche se nel suo stordimento, non sapeva che cosa dire (9,6): Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia!

Ricordiamoci che siamo sei giorni dopo la festa dell’Espiazione, cioè alla vigilia della festa delle Capanne (cfr. Lv 23,43)! Per una settimana i pii Israeliti lasciavano le case per abitare in tende e capanne improvvisate all’aperto. Esse erano non solo il ricordo della protezione divina nel deserto, ma – ciò che è importante – anche come una prefigurazione delle tende divine in cui i giusti avrebbero abitato nel mondo rinnovato.

Dunque quando Pietro dice: Signore, è bello per noi esser qui! Facciamo tre capanne, è perché interpreta la trasfigurazione di Gesù come il segno che i tempi messianici sono arrivati. E uno dei caratteri dei tempi messianici era il soggiorno dei giusti nelle tende di cui quelle della festa delle Capanne erano figura.

Poi si formò una nube che li avvolse nell’ ombra e uscì una voce dalla nube: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!. La nube sacra è il segno della presenza di Dio stesso, la Shekinah. La nube sopra la tenda della rive­lazione indicava la presenza di Dio. Gesù è la tenda sa­cra sopra la quale si trova la nube della presenza di Dio e dalla quale essa avvolge nell’ ombra ora anche gli altri. Si ripete la scena del battesimo di Gesù, quan­do il Padre stesso dalla nube aveva indicato Gesù co­me Figlio: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi so­no compiaciuto» (Mc 1,11).

A questa solenne proclamazione della dignità filiale si aggiunge però ora l’imperativo: Ascoltatelo! Qui torna visibile la relazione con la salita di Mosè sul Si­nai, che all’inizio avevamo visto come sfondo della sto­ria della trasfigurazione. Sul monte, Mosè aveva rice­vuto la Torah, la parola d’insegnamento di Dio. Ora, con riferimento a Gesù, ci viene detto: Ascoltatelo! «Gesù è diventato la stessa Parola divina della rivelazione. I Vangeli non possono presen­tarlo in modo più chiaro e più possente: Gesù è la stes­sa Torah» (Gese). L’apparizione è così terminata, il suo significato più profondo è riassunto in quest’unica pa­rola. I discepoli devono ridiscendere con Gesù e im­parare sempre di nuovo: Ascoltatelo!

Certo, caro Pietro, hai ragione! I tempi sono venuti, il Messia è qui. Ora lo vedi nell’aspetto che avrà nella risurrezione, con il suo volto brillante come il sole e le vesti bianche come la luce, come saranno bianche le vesti dell’angelo la mattina di Pasqua. Con lui vedi Mosè ed Elia, due profeti di cui il giudaismo affermava che erano stati assunti fisicamente in cielo al momento della morte.

Ma devi discendere dal monte, devi imparare ancora in modo nuovo a comprendere quello che il Signore ti sta dicendo da una settimana e che tu non vuoi accettare: l’epoca messianica è innanzitutto l’epoca della croce. Come scrive Benedetto XVI, “La trasfigurazione – il diventare luce in virtù del Signore e con lui – comporta il nostro essere arsi dalla luce della passione”.

Ad alcuni – che sono poi i tre accompagnatori di Gesù nella salita sul monte – viene promesso che, prima di morire, faranno l’esperienza della venuta del regno di Dio. Sul monte, i tre discepoli vedono la potenza del regno che viene in Cristo. Tuttavia proprio nello spaventoso incontro con la gloria di Dio in Gesù ricevono il comando di tacere fino a che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Questa parole getta ancora una volta luce sulla natura dell’esperienza del monte: essa è una sorta di anticipazione della gloria pasquale; perciò potrà essere capita e annunciata solo nella prospettiva di Pasqua. Pasqua include il cammino verso la passione. Soltanto quando il Figlio di Dio, nel suo abbassamento, avrà percorso in quanto figlio dell’uomo il cammino della passione, solo allora sarà vero e giusto che il figlio dell’uomo è, nella gloria che apparve chiaramente sul monte, Figlio di Dio.

Ascoltare il vangelo della Trasfigurazione in questa seconda domenica di quaresima, per noi, significa partecipare a questo mistero. Dobbiamo identificarci coi discepoli, salire insieme con loro sul monte e insieme con loro ridiscendere. Dobbiamo sentire rivolte a noi le parole con cui sant’Agostino concludeva una sua predica sul vangelo odierno:

“Scendi giù, Pietro! Annuncia la parola! Continua a farlo, a tempo e fuori tempo! Convinci, ammonisci, lavora, suda sette camicie, sopporta le torture! Scendi già per lavorare sulla terra, per servire sulla terra, per essere disprezzato, per essere crocifisso sulla terra. La vita scende, per essere uccisa; il pane scende, per essere consumato; la via scende, perché ci si stanchi lungo la strada; la sorgente scende, per esaurirsi. E tu rifiuti di lavorare? Non cercare il tuo! Abbi amore! Proclama la verità! Allora arriverai all’eternità, dove troverai certezza” (Serm. 78, 6).

Read Full Post »

2. domenica di quaresima – A

Celebrare la Quaresima è ripercorrere un cammino di preparazione al Battesimo, un cammino di catecumena­to, in modo che, la notte di Pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra Pasqua.

Le letture di domenica scorsa ci hanno fatto fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della Pasqua e del Battesimo, il peccato.

Ma forse la parola “peccato” non ci provoca più. Pensiamo che “peccato” significhi qualche cose di molto interessante e piacevole, che la chiesa però proibisce non si sa bene perché. E allora proviamo ad usare un’altra parola. Anziché peccato, diciamo “fallimento” o “rovina”. Tu vuoi garantirti una vita comoda e divertente (dì che le pietre che diventino pane!), oppure un successo strepitoso (buttati dal pinnacolo del tempio usando gli angeli come paracadute!), oppure il potere e la ricchezza (tutte queste cose ti darò se prostratoti mi adorerai!). Dietro questo c’è l’inganno, dentro questo c’è la tua rovina e la rovina delle persone con cui costruisci la tua storia.

Nel deserto, Gesù ha cominciato a creare la possibilità di vincere il peccato. Ma la vittoria di Gesù sarà piena nella Pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purificazione, perché il desiderio di una vita comoda e divertente, il desiderio del successo, il desiderio del potere e della ricchezza sono anche in noi, e ci conducono alla rovina se non ce ne purifichiamo.

Abbiamo questo coraggio? Vogliamo incamminarci con Gesù? Oggi il Signore lo chiede a me e a voi. Ci fa ascoltare ancora una volta la sua chiamata, questa vocazione santa di cui parla S. Paolo nella 2. lett.

La parola “vocazione” ci fa subito pensare a preti, suo­re e frati… No! La prima cosa che ci deve venire in mente è la salvezza! Dio ci salva dai nostri fallimenti, dalla nostra rovina, cioè dal peccato.

Dio non ci chiama perché, in qualche modo, ce lo meritiamo. Dice s. Paolo: Ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il proposito della sua grazia. Cioè: non ci chiama perché noi siamo buoni, ma perché Lui è buono e ci vuol far diventare buoni.

Da parte nostra cosa si richiede? La disponibilità a metterci in cammino.

Guardate ad Abramo. Dio gli dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre.

Lui stava così bene tra i suoi! Era felicemente sposato con Sara, non desiderava forse che avere tanti figli, numeroso bestiame e di invecchiare a lungo circondato dai figli e dai figli dei figli. La voce misteriosa del Signore invece gli dice: Alzati e va’! Ma aggiunge una promessa. E Abramo dice di sì, dice il suo “eccomi”, fidandosi di Dio. Esce dalla vita comoda e divertente, rinuncia al successo, perde ogni ricchezza e potere e si fida di Dio.

Questo “eccomi” della fede anche noi avremmo dovuto pronunciarlo nel Battesimo, quando avremmo dovuto dire “rinuncio a Satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni; credo in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo”.

E la Quaresima è l’occasione per eccellenza per riportare alla luce questo impegno sepolto nella nostra infanzia, tante volte dimenticato nei ritmi della vita quo­tidiana. Chiamandoci alla conversione, la Chiesa ci chiama, in realtà, a ripetere e fare nostra l’esperienza di Abramo. Uscire dalla routine della vita, dalla nostra terra in cui siamo confortevol­mente installati, con la mente piena di progetti e di desideri terreni. Andare verso il paese che il Signore ci indicherà, cioè verso il futuro della fede, aprendoci alle promesse che Dio fa e alle opere che ci chiede.

Ma la nostra condizione è più facile di quella di Abramo. Lui non sapeva dove andava, noi sì. Gesù ce lo ha rivelato. La trasfigurazione di cui abbiamo ascoltato il racconto nel Vangelo è proprio questo.

Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte.

Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce. Perché devi strapparti dal desiderio della vita comoda e divertente, dal desiderio del successo, dal desiderio del potere e della ricchezza. E ciò significa croce.

Non crediate però che la croce sia una caratteristica dei cristiani. Essa si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la solitudine, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. La vita comoda e divertente prima o poi verrà meno; il successo non sarà più tale, il potere e la ricchezza ti deluderanno, sia che tu creda, sia che tu non creda. Solo che chi non crede si ferma al fallimento e alla rovina, ossia al peccato. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione: viene salvato!

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo (Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo), lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare con la croce la sua vittoria e la nostra salvezza, confidando nella potenza della risurrezione.

Read Full Post »

2. domenica di Quaresima – B

La prima cosa che dovremmo chiederci è come mai in questa 2. dom. di quaresima la liturgia ci fa ascoltare il vangelo della trasfigurazione. Cerchiamo di capire perché.

La quaresima è il tempo della nostra conversione: è il tempo di cambiare vita per seguire Gesù. E domenica scorsa abbiamo visto che la condizione prima della nostra conversione è la Fede: “Convertitevi e credete al vangelo”, ossia “Convertitevi credendo al vangelo”.

Ma com’è difficile mantenere la fede nell’ora della nostra croce – il lutto, la malattia, il dolore! Com’è difficile riconoscere il volto del Figlio di Dio sfigurato dal dolore, sangue, contratto nella morte… Com’è difficile entrare nella logica del sacrificio… Spontaneamente ci ribelliamo!

Gesù lo sa e per questo prepara i suoi discepoli all’ora della croce: li conduce su un alto monte, in disparte, loro soli. Proprio Pietro, Giacomo e Giovanni che saranno i testimoni della sua agonia nell’orto degli Ulivi.

Sul monte l’umanità di Gesù diventa trasparente, e i discepoli possono intravvedere la sua natura divina: è la prefigurazione della gloria della risurrezione. Due uomini appaiono: Mosè ed Elia, la legge e i profeti. Ai discepoli si svela il senso delle scritture: tutto l’AT converge in Cristo e nella sua Pasqua (“dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risuscitato dai morti”).

I tre discepoli rimangono abbagliati, frastornati, vorrebbero fermare, immobilizzare quell’attimo di grazia: “facciamo tre tende…”. Ma questo significa non aver capito il senso della trasfigurazione: è una preparazione alla passione, non un bello spettacolo fine a se stesso. Infatti la scena luminosa si copre con una nube, e la voce del Padre viene a svelare il senso di quell’avvenimento: Gesù è il Figlio suo, l’amato. Dobbiamo ascoltarlo.

Ecco: l’ascolto. Dobbiamo convertirci, e il primo passo della conversione consiste nella Fede. Ma il primo passo della Fede consiste nell’ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo”. Chi ascolta e crede, segue le vie del Padre, resiste nell’ora della croce e viene trasfigurato come il Figlio.

La 1. lett. ci ha presentato la fede di Abramo: la sua fede arriva fino all’obbedienza più radicale, fino alla disponibilità da offrire in olocausto ciò che di più prezioso ha al mondo: suo figlio. Da questa fede scaturisce una benedizione cosmica: “Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Ma c’è qualcosa di più: Abramo, il perfetto credente, proprio grazie alla fede è diventato simile a Dio. Abramo non ha rifiutato di sacrificare il suo unico figlio, e da questo sacrificio è scaturita la benedizione per il mondo. Dio – ci ha detto san Paolo nella 2. lett. – “non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi”, e così ci donerà ogni cosa insieme con lui.

L’episodio della trasfigurazione sta ad indicarci chi è che morrà sulla croce, il Venerdì santo, chi è “l’agnello per l’olocausto” nel quale si compie la nuova ed eterna alleanza.

Stiamo celebrando il sacrificio eucaristico: su questo altare tra poco il Figlio di Dio sarà offerto in olocausto, ci donerà il calice del suo sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Cosa ci viene richiesto per rispondere a questa offerta?

Innanzitutto la fede: il riconoscere Cristo, l’abbandono fiducioso al suo amore, anche quando – come dice il salmo – “siamo troppo infelici”: Dio salva, Cristo è morto e risorto, intercede per noi presso Dio, Dio giustifica e ci darà ogni cosa insieme con lui.

Poi ci viene richiesta la disponibilità al sacrificio: nessuno può risorgere se non muore a se stesso. A noi Dio non chiede di sacrificare Isacco, chiede di mettere a morte i nostri peccati, chiede di osservare la legge dell’amore, di offrire in olocausto il nostro orgoglio, la nostra superficialità, il nostro desiderio di piaceri. Dio ha dato il suo Figlio amatissimo. Noi avremo il barbaro coraggio di rifiutargli l’amore?

 

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: