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Vi sono due timori, perché vi sono due amori.

Gesù rivolge ai suoi parole dolcissime: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. I discepoli sono il “piccolo gregge”, di cui Gesù è il “pastore grande” (Ebr 13, 20; cf. Gv 10, 11.14; 1 Pt 2, 25; 5, 4; Ap 7, 17). Un piccolo gregge è sempre esposto ai pericoli, ma giacché il pastore lo custodisce, non ha da temere. La ragione ultima di questa sicurezza è che Dio è Padre, e se a Lui “è piaciuto” donare il regno al piccolo gregge, questo dono non gli sarà mai tolto.

Ciò che questa pagina di vangelo ci trasmette, è anzitutto il dono dell’amore di Dio, che – come dice san Giovanni – “scaccia il timore”: “Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio (…). Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4, 17.18).

Eppure, in questa stessa pagina, non mancano immagini paurose. C’è un ladro minaccioso, che viene ad un’ora sconosciuta della notte per scassinare la casa. C’è un padrone di casa che arriva inaspettato dal servo malvagio e lo punisce severamente, infliggendogli la sorte che meritano gli infedeli, che dà molte percosse a colui che, conoscendo la sua volontà, non ha disposto o agito secondo quella volontà.

Come vanno insieme queste cose che, a prima vista, sembrano opposte? La chiave di tutto è proprio l’amore. E vediamo come.

Anzitutto Gesù dice: Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. La paura è sempre timore di perdere ciò a cui il nostro cuore si è attaccato, di perdere l’amore nostro. Per questo nell’antichità la sede del timore è il cuore, ed il contrario della paura è chiamato “coraggio”, dal latino medievale coraticum, che significa appunto “cuore”).

Dunque, se hai paura è perché ami il tuo tesoro ed hai paura di perderlo. Se ami il tuo denaro, hai paura dei ladri. Ma se il tuo tesoro è in cielo non hai nulla da temere!

Se il tuo tesoro è il Regno e sai che il Padre te l’ha dato, il tuo cuore è al sicuro insieme al tuo tesoro. Certo, questo grande tesoro, non ce l’abbiamo ancora a disposizione, non lo vediamo. Lo possediamo, sì, ma nella fede. La fede è il fondamento di ciò che si spera e la prova di ciò che non si vede (Ebr 11, 1). Il Regno ci è stato già dato! È un tesoro che già possediamo. Ma lo possediamo al buio: non lo vediamo! Lo possediamo nella notte: è un bene presente, ma in germe e continuamente minacciato. Siamo nell’ultima notte, quella che prelude al ritorno del Signore. È una notte che è cominciata il mattino di Pentecoste e durerà fino al ritorno di Cristo.

Ma è proprio qui che gli animi si dividono, perché il nostro cuore è diviso tra due amori, come dice sant’Agostino: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé e l’amore di sé fino al disprezzo di Dio. (De civ. Dei, XIV, 28).

Quelli che amano Dio fino al disprezzo di sé non hanno paura di niente. Temono una sola cosa: di perdere Dio, ma non ne hanno paura, perché credono alla parola di Gesù e sanno con certezza che a Dio è piaciuto di dar loro il regno. Dunque il loro timore, il santo timore di Dio, li porta ad essere vigilanti, a stare come gli Israeliti nella notte di Pasqua: con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, svegli, pronti per andare incontro al Signore che viene per entrare al banchetto con lui. E siccome egli ci promette che si stringerà – lui stesso! – le vesti ai fianchi e passerà a servirli, vivranno l’attesa servendo i fratelli, sull’esempio del loro Signore.

Quelli che invece non amano Dio fino a questo punto, fatalmente amano se stessi fino al punto di disprezzare Dio; sono come quel servo che perde di vista il ritorno del padrone e spera, in cuor suo, che non tornerà affatto; quindi, invece di servire il prossimo, comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi. Ma il Signore ritornerà. Il Vangelo ci insegna che la vita cristiana e la vita ecclesiale sono inconcepibili senza una resa dei conti: quante parabole alludono a questo!

Si dice: “Ma Dio ci ama!”. Certo, ma è proprio il suo amore che richiede la resa dei conti ed, anzi, ne raddoppia l’esigenza, proprio nel senso che l’amore suo ci nobilita, ci affida grandi beni, ci conferisce una dignità immensa – e non tollera di essere deluso: A chi fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Dunque: dobbiamo temere o non dobbiamo temere? Risposta: dobbiamo amare, perché siamo amati da Dio; non dobbiamo temere alcun male, perché Dio è nostro Padre; c’è una sola cosa di cui dobbiamo temere: il nostro egoismo, il rifiuto dell’amore.

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