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Al tempo di Gesù, la Palestina era occupata dai Romani, che avevano Erode come rappresentante. Tra gli ebrei c’erano due partiti: quelli che volevano ribellarsi a Roma (i Farisei) e quelli che appoggiavano il governo (gli Erodiani).

I farisei hanno mandato a Gesù, per comprometterlo, una missio­ne-trabocchetto formata dai rappresentanti di tutti e due i partiti.

Questi dapprima gli fanno un elogio capzioso (come sempre fanno gli ipocriti e i falsi): “Mae­stro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”.

E poi tendono il laccio: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?

Se risponde “sì”, i Farisei potranno accusarlo di essere servo dei Romani, e lo squalificheranno davanti alla gente. Se risponde “no” gli Erodiani lo accuse­ranno di essere un sovversivo e lo potranno mettere in prigione o uccidere.

Ma Gesù manda all’aria il piano con una risposta che spiazza completamente gli avversari: parte dall’immagine che c’è sulla moneta. Di chi è? Di Cesare. Allora “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Che significa questa risposta? Qualcuno vorrebbe interpretarla come se Gesù dicesse: “Non mi seccate con queste storie, io penso alle cose di Dio e non a quelle di Cesare”. Ma è un’inter­pretazione falsa.

Gesù dà due comandi: “Date a Cesare – che cosa? – quello che è di Cesare, perché porta l’immagine di Cesare. Date a Dio – che cosa? – quello che è di Dio perché porta l’immagine di Dio”.

Date a Cesare”: abbiamo il dovere di riconoscere lo Stato e di dare il nostro contributo per il mantenimento e il miglioramento del bene comune della società. Abbiamo questo dovere a titolo di giustizia e di amore.

A titolo di giustizia, perché usiamo i servizi dello Stato: le strade, la scuola, l’ospedale, la polizia, l’esercito… Usiamo “le monete di Cesare”, anche noi: quindi è giusto, è doveroso contribuire al bene dello Stato.

A titolo di amore, perché la carità ci spinge a fare il bene nella misura più ampia possibile: quindi dobbiamo contribuire, ciascuno secondo i suoi mezzi, al bene comune che ritorna a vantaggio di ciascuno.

Date a Dio quel che è di Dio”: questa è la parte più importante della risposta di Gesù. Dobbiamo dare a Dio noi stessi, la nostra vita! Cesare imprime la sua immagine sulle monete, e questo significa che le monete gli appartengono. Dio ha impresso la sua immagine in ogni uomo, e questo significa che ogni uomo appartiene a Dio, anche lo stesso Cesare.

Abbiamo quindi due doveri: dare a Cesare e dare a Dio. Ma questi due doveri non stanno sullo stesso piano, perché pure Cesare, cioè chi detiene il potere nello Stato, deve dare a Dio quel che è di Dio, e deve rendere conto del suo comportamento, perché a chi è stato affidato di più sarà richiesto molto di più.

Certo, se guardiamo al modo concreto in cui, nel nostro Paese, lo Stato fornisce testimonianza di sé, siamo presi dal disgusto: lo spreco di denaro pubblico, la corruzione di tanti politici ed amministratori, le angherie a danno degli onesti e la tutela dei disonesti… Questo Stato non è fatto certo per incoraggiarci a “pagare il tributo”! Di questo Stato non ci fidiamo e non sarebbe saggio fidarci…

Come notava qualche anno fa Giorgio Torelli, tutti preferiremmo un Cesare saggio, premuroso, forte nell’esercizio del bene comune, sicuro nel guidare la crescita di una società complessa e mutevole come la nostra. Ma proprio qui si capisce che pagare il “tributo a Cesare” non significa solo pagare le tasse; il Vangelo ci chiede di più.

Facciamo un esempio: se Cesare sbaglia, il tributo che devo dargli sarà di correggerlo. Se Cesare alza ingiustamente la voce, io gli dovrò replicare sulla base delle ragioni del bene e dell’autorità come servizio. Io devo guardare criticamente a Cesare, ma con l’occhio della fraternità responsabile: chiunque operi nello Stato, anche se pensa diversamente da me, perfino quando mi contraddice, deve poter contare sul contributo delle mie idee, di quanto io credo che sia nell’interesse suo e del bene comune. Non ci si può fermare alla critica sterile o al rifiuto. Con Cesare si deve discutere e può perfino diventare giusto – tributo anche questo – combatterlo secondo giustizia perché ritrovi i suoi passi.

D’altra parte, in qualche modo, lo Stato siamo noi, e dunque risultiamo parte di Cesare. Essendoci la sovranità popolare, possiamo perfino considerarci Cesare in persona. E allora, nel nostro piccolo, abbiamo il dovere di portare il nostro contributo di bene per riparare costantemente la Patria in cui la Provvidenza ci ha collocati. E farlo guidati dall’amore, perché mentre dai a Cesare, tu renda anche a Dio quel che gli è dovuto.

E questo in modo molto semplice e concreto: si tratta di fare le cose – nel lavoro, nella vita familiare, ecc. – non soltanto o non principalmente per noi stessi, ma sempre anche nell’interesse comune, “perché i giorni di tutti siano più abitabili e contengano la luce della nuova speranza”.

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