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“Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”, cantava Franco Battiato. E sembra davvero di essere giunti al rapido imbrunire di una fredda giornata di fine autunno.

Guardo questa nostra Europa vecchia e stanca, presa d’assalto da genti giovani e battagliere, e mi viene in mente il titolo di un famoso libro del secolo scorso: Il tramonto dell’occidente (Oswald Spengler). L’Occidente è il luogo in cui il sole occidit, cade. In tedesco quel titolo è ancora più impressionante, perché in quella lingua “occidente” si dice Abendland, “terra della sera”. E sembra davvero che per la nostra civiltà occidentale sia giunta ormai la sera. Non facciamo più figli, non produciamo più arte, non abbiamo più un pensiero filosofico o politico… Siamo fatalmente attratti dalla morte: Eagles of Death Metal si chiama il gruppo che si esibiva al Bataclan di Parigi assaltato dai terroristi del Daesh; il giorno dopo è stato annullato un concerto dei Five Fingers Death Punch… E i nostri politici non hanno nulla di meglio da opporre al terrorismo che “continuare a vivere secondo i nostri valori”: ma quali valori? Siamo nell’era del nichilismo compiuto, non c’è più nulla che valga la pena, non diamo importanza a nulla, galleggiamo nel vuoto. Ma galleggeremo ancora per poco. Anzi, stiamo già affondando. “Il giorno ormai scompare, presto la luce muore, presto la notte scenderà”.

È possibile trovare l’alba dentro a questo imbrunire? Solo un profeta potrebbe riuscirci, solo un profeta può guardare la storia e annunciare il disegno divino di salvezza che si sta compiendo proprio mentre tutto volge alla catastrofe. La profezia non è utopia: è la capacità di vedere la storia con lo sguardo di Dio.

Ce ne dà un chiaro esempio il profeta Baruch (5, 1-9) che ha sotto gli occhi una Gerusalemme ammantata nella veste del lutto e dell’afflizione, privata dei suoi figli ridotti in schiavitù. Il loro ritorno sembra impossibile, eppure Dio lo realizzerà, eliminando ogni ostacolo, abbassando le colline e colmando le valli. Il profeta sa che Dio si occupa della storia!

Il grande intellettuale “romano” Don Giuseppe De Luca (1898-1962) invitava a considerare con quale precisione l’evangelista Luca si preoccupa di darci la cronologia comparata degli inizi del vangelo (Lc 3, 1-2). Gesù è venuto nel tempo, fa parte della storia e si possono indicare le sue date. Con Gesù accade il fatto unico, singolarissimo, immenso, che Dio entra, real­mente e visibilmente, come un personaggio, nella nostra storia d’uomini. Giovanni il Battista è vis­suto fra noi come vive un uomo fra gli uomini, reale quanto siamo reali noi. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: Ba­date bene, non si tratta di cose per aria; no, no; ma il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

Proprio qui sta la profezia! Per molti, la vita di fede resta nel campo dei pii desideri e delle belle idee, e non viene mai sul terreno delle azioni e del fatto quotidiano. Invece allora soltanto è vita  di fede, quando diventa sguardo concreto sulla storia e azione nella storia, quando è vissuta quotidianamente come si vive il resto della vita. La nostra fede deve diventare storia, deve essere una realtà controllabile e databile, e non con­tentarsi di platoniche aspirazioni e di lodevoli sen­timenti.

Per indicare come la missione di Gio­vanni Battista fosse tipicamente pro­fetica, Luca adopera la locuzione specifica nella Sacra Scrittura: La parola di Dio venne su Giovanni. La predicazione particolare affidatagli era quella di annunziare la vicinanza del Regno; di più: l’imminenza del nuovo Regno. Poter mo­strare a dito il Messia, poter dire: «Eccolo, è quello lì». Questo significa mostrare l’alba dentro un imbrunire: mostrare Gesù presente nella notte del mondo.

Ma la preparazione com­piuta da Giovanni non consistette semplicemente nel «parlare». Il parlare era il primo e necessario cómpito della sua missione, ma non era il solo. Così, e non altrimenti, oggi: l’apostolato incomincia con la predicazione, perché la fede viene dall’ascolto, ma non basta il predicare, bisogna fare. Le parole, non seguite dai fatti, sono promesse non mantenute, e quasi menzo­gne.

Giovanni Battista, oggi, è la Chiesa: siamo noi. Noi dobbiamo mantenere accesa la lampada nella notte dell’Occidente, noi dobbiamo essere le sentinelle che annunciano il mattino. Per fare questo dobbiamo certamente parlare di Gesù agli uomini del nostro tempo, ma bisogna anche che essi si accorgano che in noi vive realmente Gesù. La nostra profezia deve diventare storia, nei fatti.

Si tratta, in altri termini, di ricostruire la strada del Signore in mezzo ad un mondo in cui tutti i ponti sono crollati. Sono necessarie tante fatiche, a partire dal nostro cuore: si tratta di abbattere i monti dell’orgoglio e colmare le valli delle mancanze. Non è facile far la via al Signore. Ciò nonostante è necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, egli stesso – come ci ha detto il profeta Baruch – la preparerà con noi. Al lavoro: è l’alba!

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Seminatore

Perché Dio non interviene nella storia? Perché i giusti sono oppressi e gli empi trionfano? Dov’è la regalità di Dio, in questo mondo? Fino a quando il Signore lascerà che le cose vadano come vanno senza intervenire?

Queste sono le domande che più frequentemente emergono nel cuore delle persone religiose, già dall’AT, dai Salmi, da Giobbe… E sono domande che si pongono anche nella comunità cristiana, sia al tempo degli evangelisti, sia oggi. Per rispondere ad esse, Gesù racconta la prima parabola che abbiamo ascoltato.

Vuoi sapere perché Dio sembra inattivo, sembra “dormire” di fronte ai problemi della storia. Bene. Tu sai come si coltiva il grano, vero?

C’è un’attività umana, la semina: dura poco tempo.

C’è poi una inattività prolungata che dura mesi. Durante questi mesi, “all’insaputa” del seminatore, del tutto indipendentemente da ciò che egli fa o non fa, si compie un processo vitale, descritto con sei fasi: germoglia, comincia a spuntare, produce lo stelo, la spiga, il grano e matura.

Infine c’è l’attività decisiva: la mietitura.

Tutti sanno che è così! Allora, perché il contadino è stato tanto tempo inattivo? È ovvio! Quel che si doveva fare era stato già fatto; quel che si sarebbe dovuto fare ancora, non era ancora tempo di farlo. È forse un contadino pigro o incurante? Tutt’altro! Solo che, nella fase intermedia, il lavoro lo compie “spontaneamente” (automáte) la terra seminata.

O.K., abbiamo capito la parabola. Ma cos’è che Dio deve attendere? Il suo “non intervento” non può essere senza ragione. Dunque, cosa attende? In tutti i testi apocalittici – e sono questi a costituire la base della parabola che abbiamo ascoltato – si invita a pazientare nell’attesa che “sia colma la misura”.

Nell’AT si tratta a volte del numero degli eletti, altre volte dell’entità dell’umiliazione e della conversione, altre ancora della misura dell’iniquità. Nel NT si fa anche riferimento all’evangelizzazione e alla conversione di Giudei e Gentili.

Quel che conta è che la fede degli ascoltatori di Gesù sia confortata, perché l’intervento di Dio (il Giorno del Signore, dies irae, ma anche dies salutis), ci sarà, e ci sono buoni motivi per pazientare e per darsi da fare, assecondando noi, terra seminata da lui, l’“automatismo” del Regno.

*

Il problema del rapporto tra storia ed eternità, tra crescita della Chiesa e Regno di Dio, viene posto in maniera ancora più acuta nella seconda parabola di oggi.

Il Regno di Dio evoca attese grandiose, il Messia – nell’immaginario giudaico – avrebbe dovuto istaurare una realtà di pace cosmica. E invece? Il ministero di Gesù, i risultati conseguito, la stessa comunità dei credenti… sono ben piccola cosa! Così anche noi, di fronte alle situazioni di oscurità, di debolezza della Chiesa, ci potremmo sfiduciare. Ed ecco la parabola di Gesù che è contemporaneamente promessa e conforto!

Il seme di senapa è proverbialmente piccolo. Eppure diventa un arbusto che è il più alto di tutte le piante dell’orto (raggiunge i 3-4 metri). Orbene, l’arbusto e il seme sono in relazione di continuità (perché è il seme che “si trasforma” in arbusto) e parimenti di discontinuità (perché l’arbusto è grande, ramificato, ombroso, mentre il seme è piccolo e insignificante).

Capita la parabola? Il Regno di Dio “viene fuori” dal ministero di Gesù – proseguito dalla Chiesa – un po’ come l’arbusto ombroso ed ospitale nasce dal più piccolo di tutti i semi. Il movimento avviato da Gesù, crescendo man mano, finisce a un certo punto per coincidere con il Regno di Dio.

Sì, ma in che modo? La parabola ci dice “che” è così, ma non ci spiega “come”. Il passaggio implica certo una qualche continuità e una qualche rottura, ma non viene precisato di che tipo.

Certo l’immagine vt dell’albero (cfr. Ez) suggerisce che il passaggio è opera di Dio: è lui che esalta gli umili. Dunque si tratta di una “continuità” dall’alto, avvolta nel mistero di Dio, che non esclude il passaggio attraverso la discontinuità e la rottura – come nella parabola di Gv 12, 26, in cui il seme rappresenta Gesù morto e risorto.

La lezione per noi è quella di accettare i tempi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo imparare la pazienza! E i modi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo accettare la piccolezza! Rinnoviamo dunque la professione della nostra speranza e andiamo avanti nella gioia!

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