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Posts Tagged ‘Spirito Santo’

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Nel racconto di Pentecoste (At 2, 1-11), Luca sottolinea fortemente il tema delle lingue. Anzitutto nel fenomeno visivo che segue al rumore di vento: “Apparvero loro lingue (glôssai) come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”. A questa visione fa seguito un prodigio: “Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue (glôssais)”, al punto che i membri “di ogni nazione che è sotto li cielo” li udivano parlare “ciascuno nella propria lingua nativa”.

Perché Luca dà tanto risalto al fenomeno delle lingue nel racconto di Pentecoste? La risposta costante della Tradizione, mantenuta anche oggi dalla maggioranza degli esegeti, è che l’evangelista abbia voluto creare un tacito contrasto tra ciò che accadde nella costruzione della torre di Babele (Gen 11, 1) e ciò che si verifica ora nella Pentecoste[i].

Il racconto di Babele può essere letto come un approfondimento del tema del peccato originale. Dio aveva creato l’umanità per l’armonia e l’unità: “Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole”; ma gli uomini hanno ceduto all’arroganza di “toccare il cielo” e alla superbia di “farsi un nome”. Il racconto biblico prosegue dicendo che Dio scese e confuse la loro lingua, in modo che non si comprendessero più l’uno con l’altro. È il modo consueto in cui si esprimono i testi dell’Oriente antico; in realtà non dobbiamo vedere qui un intervento punitivo o peggio vendicativo di Dio; non è necessario un suo intervento diretto: la conseguenza della incomprensione, della divisione e della separazione è un effetto inevitabile della superbia e dell’arroganza che muovono il progetto. Gli uomini che si mettono al posto di Dio, gli uomini che cerca di fare un nome a se stessi anziché a Dio, finiscono inevitabilmente nell’incomprensione e nell’incomunicabilità.

La parola è una realtà specificamente umana, perché non si limita ad esprimere ciò che fa piacere o provoca dolore (questo sono capaci di farlo anche gli animali coi loro versi): la parola è fatta per esprimere ciò che è utile e ciò che è nocivo, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male. Ma questo è il punto: che percezione abbiamo del bene e del male? Se pretendiamo di “mangiare il frutto dell’albero”, ossia di essere noi, con la nostra volontà superba ed arrogante, a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, la parola si perverte perché non esprime più la verità (che è una) ma le menzogne degli uomini (che sono tante), le lingue si confondono, le persone non si capiscono, la divisione trionfa.

La cosa paradossale è che Babele era, in origine, un progetto di unità: “Facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra” (Gen 11, 4). Ma l’insegnamento che scaturisce dall’accostamento di Babele e Pentecoste è che vi sono due tipi di unità possibili: un’unità secondo la carne e un’unità secondo lo Spirito. L’unità di Babele è quella che si persegue anche oggi, anche tra noi, quando ognuno vuole “farsi un nome”, quando ognuno si pone al centro del mondo. Siccome noi siamo tanti e siamo diversi, da questa strada non potrà derivare che “confusione”; le parole, in questo caso, non fanno che dividere e si fa, anche concretamente, l’esperienza degli uomini di Babele che non si compresero più e si separarono.

Perché questo? In genere è perché noi vogliamo, sì, che si faccia l’unità ma… intorno al nostro punto di vista. Ciascuno di noi si illude di stare su una torre la cui cima tocca il cielo, ossia ciascuno pensa di guardare le cose dal miglior punto di vista possibile; il guaio è che anche l’altro la pensa così. Ognuno vuole che si faccia unità attorno a sé e, siccome siamo molti, l’unità si allontana sempre più. Ogni tentativo di unità secondo la carne è destinato al fallimento babelico.

Al contrario, l’unità secondo lo Spirito nesce quando si vuole, o meglio si accetta, che al centro vi sia Dio. Solo quanto tutti tendono a questo “Uno”, si avvicinano e si incontrano tra loro. Avviene come dei raggi di un cerchio, i quali a mano a mano che procedono verso il centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a congiungersi e a formare un unico punto. Passare da Babele a Pentecoste significa decentrarci da noi stessi e ricentrarci su Dio.

Gli apostoli sono la migliore dimostrazione di quanto siamo venuti dicendo. Prima della Pentecoste, quanto erano alla ricerca ognuno di una sua affermazione o supremazia personale e a ogni occasione discutevano “chi tra loro fosse il più grande” non regnavano tra di essi se non malumori e contese (cfr. Mc 9, 34; 10, 41). Dopo la Pentecoste, quando la venuta dello Spirito ha spostato completamente l’asse dei loro pensieri da se stessi a Dio, ecco che li vediamo formare tra loro e con gli altri discepoli un cuore solo e un’anima sola(At 4, 32). Il linguaggio nuovo che essi hanno imparato e che tutti capiscono è il linguaggio dell’umiltà cristiana. È questa unità che fa esclamare con il salmo:Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme(Sal 133, 1).

 

[i]Cf. R. Cantalamessa, I misteri di Cristo nella vita della Chiesa, Milano 1991, pp. 451-ss.

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Ascensione

Quando ero bambino la festa dell’Ascensione mi lasciava piuttosto perplesso: mi metteva addosso una sorta di tristezza che non riuscivo a superare. Certo, la liturgia era piena di canti di gioia, di alleluia, di luce, di fiori… Ma l’evento celebrato mi sembrava molto triste: “Gesù ascende al cielo”. Tradotto nel linguaggio di un bambino: Gesù va in cielo. Il che significa – pensavo da bambino – che non sta più con noi: se ne va!

Capite bene: per me era una tragedia molto più grande di quella del Venerdì Santo: lì Gesù moriva sulla croce, ma io sapevo che dopo tre giorni sarebbe risuscitato, sarebbe tornato presto alla vita. All’Ascensione, invece, il distacco sembrava definitivo. Mi sembrava questa la vera morte di Gesù. Quando muore una persona, cosa si dice ai bambini: “Il nonno è morto, sta in cielo”. Così mi pareva che Gesù, quando “va in cielo”, muore davvero!

Se chiedevo spiegazioni, mi rispondevano: Gesù tornerà. Sì, alla fine dei tempi, alla fine del mondo. Ma ora? Ora dobbiamo vivere senza Gesù? E allora, quando tornerà? Quando finalmente sarà di nuovo con noi? Quando?

Grazie a Dio, crescendo ho capito qualche altra cosa. Anzitutto ho capito che “il cielo” a cui Gesù “ascende” non è un luogo fisico, non è lo spazio sopra le nostre teste. Il cielo, nella Bibbia, indica semplicemente la dimora di Dio. Dio è in cielo, ma è in terra ed è in ogni luogo. Così Gesù, ascendendo alla destra del Padre, è anche lui in cielo, in terra e in ogni luogo!

Dunque il cielo al quale Cristo Gesù oggi ascende, evidentemente, non è un luogo fisico, così come non è un luogo fisico l’inferno.

L’inferno non è una parte del cosmo, è una dimensione dell’esistenza umana, è l’abisso di odio nel quale l’uomo può cadere definitivamente quando si chiude nel perseguimento dei propri interessi egoistici e rifiuta la comunione con Dio e con gli altri. Soltanto l’uomo può infliggere l’inferno a se stesso e, purtroppo, lo infligge, e ne facciamo esperienza ogni volta che assecondiamo l’egoismo e l’odio nella nostra vita.

Il cielo è l’opposto: è la comunione con tutti gli altri uomini in forza dell’amore di Dio, è la condivisione della vita di Dio. E questo soltanto Dio può donarlo, l’uomo non può darselo da sé: “Il cielo, in quanto amore perfetto, può essere sempre e solo accordato come un dono all’uomo” (J. Ratzinger).

Il cielo al quale Gesù ascende è quindi la comunione piena tra Dio e l’uomo, è l’incontro d’amore tra il Creatore e la creatura che si attua definitivamente in Cristo. Il cielo è il futuro di salvezza che rimane chiuso per l’uomo centrato su se stesso, ma si apre quando appare l’Uomo Nuovo, il cui centro è Dio e attraverso il quale Dio è entrato nella natura umana.

La vita e la passione di Gesù sono l’affermazione dell’amore perfetto, dell’amore “fino alla fine”, dell’amore più forte della morte, che risorgendo supera il confine della morte. Con la risurrezione di Cristo è già cominciata l’era nuova e definitiva dell’umanità, è già iniziato il nostro futuro, è già cominciata l’eternità.

Con la sua ascensione al cielo, Gesù ha inaugurato un nuovo modo di essere presente. Dal momento della sua incarnazione, fino alla sua morte e alla sua risurrezione, e per i quaranta giorni in cui si mostra vivo e risorto ai suoi discepoli fino all’ascensione, Gesù è presente fisicamente tra i suoi. Dall’ascensione in poi è presente nello Spirito Santo.

La domenica successiva celebreremo infatti la festa di Pentecoste, in cui si realizza la promessa di Gesù: Tra non molti giorni sarete battezzati in Spirito Santo … Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi.

Lo Spirito Santo è il mistero della permanenza di Gesù in mezzo a noi, perché è l’Amore stesso di Dio tra noi ed in noi: è la Comunione in persona. Come il Padre – scrive s. Basilio – si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito.

Se dunque Gesù non si congeda da noi, ma, al contrario, oggi inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo, il nostro compito non è di stare a guardare il cielo, ma di vivere nell’amore di Gesù che lo Spirito Santo rende vivo e operante in noi; è il compito essere suoi testimoni, testimoni dell’amore fino alla fine, dell’amore più forte della morte, dell’amore che apre il cielo a chi lo accoglie.

 

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Caravaggio Tommaso

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù (At 4, 33).

Tutta l’azione della Chiesa nel mondo si può ridurre a questo: dare testimonianza della risurrezione del Signore Gesù. È questa testimonianza che suscita la fede, perché la fede cristiana consiste nel credere che Gesù è risorto.

il Vangelo non è stato scritto per insegnarci come ci dobbiamo comportare, ma per suscitare la nostra fede, come dichiara Giovanni: Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 31).

Apparendo nel Cenacolo, Gesù fa tre cose:

  1. Dona la pace: “Pace a voi!”
  2. Manda gli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
  3. Dona lo Spirito Santo per la remissione dei peccati: Soffiò se disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Il dono della pace è dono della vita piena. Gli apostoli sono mandati, come Gesù, perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

Per entrare in questa vita – o per far entrare questa vita in noi – c’è una porta e c’è qualcosa che sbarra la porta, com’erano sbarrate le porte del cenacolo la sera di quel giorno, il primo della settimana. La porta è la fede. La sbarra è il peccato. Per questo agli apostoli, che con la loro testimonianza devono suscitare la fede, viene dato lo Spirito Santo che rimuove la sbarra del peccato. La fede è il contrario del peccato; il peccato, fondamentalmente, è l’incredulità.

Quando Gesù parla dell’azione dello Spirito Santo, il Paraclito, dice che egli Convincerà il mondo quanto al peccato e il peccato è: “non credono in me” (Gv 16, 8-9): “il peccato” per eccellenza è non credere. Certo, poi questa incredulità si declina nella disobbedienza ai comandamenti (cf. 1 Gv 5, 2 s) e in tutti i vizi di cui è pieno il mondo.

Si traccia chiaramente una linea che distingue l’umanità in due parti: quelli che credono e quelli che non credono che Gesù è il Figlio di Dio. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato; chi crede ha la vita, che non crede non vedrà la vita (cfr. Gv 3, 18.36). La fede in lui resterà sempre il grande spartiacque in seno all’umanità: da una parte ci saranno quelli che pur non avendo visto crederanno (cfr. Gv 20, 29), dall’altra ci sarà il mondo che rifiuterà di credere.

Ma chiunque crede che Gesù è il cristo è stato generato da Dio… chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5, 1.4).

“Vincere il mondo” significa vincere l’ostilità, l’incredulità, l’odio e la persecuzione del mondo. E non solo questo: “vincere il mondo” ha anche un significato non polemico, esistenziale; vincere il mondo significa vincere il tempo, la corruzione, la caducità di tutte le cose, ed entrare nella sfera dell’infinito, dell’eternità appunto.

Il frutto della fede, infatti, è la vita eterna: chiunque crede in lui ha la vita eterna (Gv 3, 5; 5, 24; 6, 40.47). Per Giovanni, la vita eterna non è solo la vita che comincia dopo la morte, ma la vita nuova, di figli di Dio, che si dischiude già ora a colui che crede: chi crede in lui è già “passato dalla morte alla vita” (Gv 5, 24). La fede permette alla vita eterna – a Gesù che dona lo Spirito – di fare già irruzione in questo nostro mondo. Credere, perciò, significa ben altro che credere in un “aldilà”, in una vita dopo la morte; è fare già esperienza della vita e della gloria di Dio. Chi crede, vede già, fin d’ora, la gloria di Dio (cfr. Gv 11, 40).

Questo frutto della fede che è la vita, è messo in risalto con tante immagini evangeliche. Chi crede nel nome di Cristo “nasce da Dio” (cfr. Gv 1, 12-13); passa dalle tenebre alla luce (cfr. Gv 12, 46), compirà le opere che Gesù stesso ha compiuto (Gv 14, 12). Ma, soprattutto: chi crede riceve lo Spirito Santo, che è colui che concretamente porta in noi la vita eterna: “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7, 38-39). I credenti in lui! La fede stabilisce un contatto fra Cristo e il credente, apre una via di comunicazione, attraverso la quale passa lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è dato a chi crede in Cristo. Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è verità (1 Gv 5, 6).

In Gv 20, 19-31 leggiamo la vicenda di Tommaso, che non è presente alla prima apparizione del Signore risorto, rifiuta di credere, e, dopo averlo visto l’ottavo giorno, lo riconosce finalmente. Questo episodio sta lì come un invito sottinteso, rivolto da Giovanni al lettore del suo vangelo: giunto alla fine della lettura, egli è invitato a chiudere il libro, a piegare le ginocchia e ad esclamare a sua volta: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28). Il Vangelo è scritto per questo.

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fuoco dal cielo

Domenica scorsa abbiamo ascoltato da Gesù alcune parole molto nette: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Oggi vediamo con estrema chiarezza le conseguenze di questo invito: sia per quanto riguarda il cammino di Gesù, sia per quanto riguarda la chiamata a seguirlo. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Stavano compiendosi i giorni: sulla vita di Gesù sta un piano di Dio. Il compimento di questo piano si avvicina. Il comportamento di Gesù è lineare: si dirige secondo la volontà del Padre; entra nell’ordine di cose stabilito da Dio. Dirige perciò i suoi passi verso Gerusalemme. C’è in questo una fortezza, un coraggio eroico. Gesù sa che Gerusalemme significa anzitutto il suo fallimento, la croce, la morte, e solo dopo, alla fine, la vittoria. E tuttavia cammina a testa alta incontro al suo destino. Gerusalemme è la roccaforte dei suoi nemici: Gesù ci va dentro. È il centro dell’opposizione: Gesù passa all’attacco. La sua vita, esteriormente e interiormente, è una marcia in avanti, inarrestabile e sicura. Tutto sostiene la prontezza interiore della sua obbedienza. Nessuna scena sentimentale d’addio, nessun malinconico guardare indietro: obbedienza rettilinea, spontanea, naturale.

Di fronte a questo piano di Dio e a questa grandezza di Gesù, sta il rifiuto e la piccolezza umana: gli abitanti di un villaggio samaritano si rifiutano di accogliere Gesù perché egli si reca a Gerusalemme. Ecco: il cammino inizia con l’opposizione, la sua marcia si apre con un rifiuto: lui dice “sì” al Padre, gli uomini dicono “no” a lui.

Se Luca ci racconta questo fatto – e quello di Luca è stato definito “il vangelo per i missionari” – è perché i discepoli di Gesù (e quindi noi stessi) ci prepariamo ad affrontare i rischi del mestiere ed acquisiamo un giusto atteggiamento nell’evangelizzazione. La storia si ripeterà innumerevoli volte: l’annuncio del Vangelo si scontrerà con la chiusura di tanti. Si tratta di uomini e donne che sarebbero destinatari del messaggio di salvezza, che sarebbero destinati alla gioia del Vangelo… ed invece si chiudono per ragioni meschine: qui per problemi politici, di rivalità regionalistica, per antipatia etnica… Una pesantezza umana, “secondo la carne” – direbbe san Paolo – che impedisce per loro la realizzazione del piano di Dio.

Ma Gesù non si ferma. Quando una porta è chiusa, Gesù varca un’altra soglia. Quando una nazione chiude le sue frontiere, il messaggio del Signore è portato ad un altro popolo. Tanto peggio per chi rifiuta! Il piano di Dio si realizza, non ostante tutto. Dio non può essere danneggiato. Il piano di Dio non si può certo fermare.

Il problema non è la realizzazione del Regno di Dio, che comunque si realizza. È l’atteggiamento dei missionari, qui rappresentati da Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo che – non certo per caso – Gesù aveva soprannominato “figli del tuono”. Qui tuonano sul serio e vogliono maledire il villaggio che non li accoglie, chiedendo che un fuoco dal cielo (cioè un fulmine) lo incenerisca.

Sono cattivi, Giacomo e Giovanni? No di certo! Sono come Elia, “pieni di zelo per il Signore degli eserciti”, uno zelo che ricorre a tutti i mezzi. Ma i mezzi di Dio non sono quelli. Il piano di Dio, la missione di Gesù, e quindi la missione degli apostoli e della Chiesa, non si attua con la violenza e con la forza, ma con la debolezza, ossia accettando il fallimento, la sofferenza e il rifiuto. Proprio questa accettazione costituisce in definitiva la vera forza, perché risponde alla volontà di Dio.  “«Non con la potenza né con la forza, ma con il mio Spirito», dice il Signore degli eserciti!” (Zc 4,6). Proprio a questa forza Gesù si richiama per respingere il progetto tentatore dei suoi discepoli.

E noi? Siamo sicuri di essere del tutto immuni dal peccato dei Samaritani e da quello dei figli di Zebedeo?

Non potrebbe accaderci di essere come questi Samaritani, talmente attaccati ai nostri punti di vista, alle nostre consuetudini, alle nostre meschinità, da rifiutare la salvezza semplicemente perché si presenta in un modo che non si adatta ai nostri pregiudizi?

E non potrebbe accaderci di essere come i figli di Zebedeo che non sopportano il rifiuto e, quindi, finiscono con non sopportare il piano di Dio che passa proprio attraverso il rifiuto? Certo, essere trattati male fa male, provoca risentimento! Ma se davvero ci stesse a cuore solo la gloria di Dio, lo sopporteremmo volentieri, perché comunque il regno di Dio si compie. Il problema è che il rifiuto ferisce il nostro orgoglio: è questo che ci rode!

Dio regna! Ma è un re che rinuncia ad uccidere gli avversari; anzi, è un re che non considera mai gli uomini come avversari, anche quando essi si considerano tali e come tali si comportano. Li considera sempre come suoi figli amati e non rinuncia mai a chiamarli alla salvezza. Gesù va a Gerusalemme proprio per testimoniare questo: sarà crocifisso, ma i suoi crocifissori si salveranno! Prepariamoci anche noi ad essere respinti. Dobbiamo certamente lottare, ma non contro gli uomini: dobbiamo lottare contro lo spirito di vendetta e lo scoraggiamento. E così saremo suoi testimoni credibili.

 

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topic

L´Ascensione non è la festa del congedo. Gesù non se ne va: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28, 20). Con oggi, Gesù inaugura una nuova forma di presenza, nello Spirito Santo.

Il nostro compito quindi non è di stare a guardare il cielo (At 1, 11), ma di mettere in pratica la consegna dataci dal Signore: Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli… insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.

Sono parole che la Chiesa nascente ha accolto con prontezza dalle labbra del suo Signore e che lungo i tempi hanno alimentato incessantemente la missione di evangelizzazione.

Negli ultimi tempi i Papi le hanno riprese con forza, per “offrire una risposta – sono parole di Benedetto XVI – al momento di crisi della vita cristiana che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana”[1].

È il grande tema della «Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana».

Viviamo in un´Europa in cui il Vangelo è presente da secoli e secoli, ma si sta perdendo ogni giorno di più, nel processo della “secolarizzazione”, ossia della perdita del senso religioso della vita, del rifiuto di ogni senso e valore ultraterreno, al punto che si parla di continente “post-cristiano”.

C´è dunque bisogno di una “nuova evangelizzazione”. Ovviamente non si tratta di portare un vangelo “nuovo”, diverso da quello che la Chiesa ha ricevuto fin dal principio!

“La missione non è mutata – dice Benedetto XVI – così come non devono mutare l’entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli. Lo Spirito Santo che li spinse ad aprire le porte del cenacolo, costituendoli evangelizzatori (cfr At 2,1-4), è lo stesso Spirito che muove oggi la Chiesa per un rinnovato annuncio di speranza agli uomini del nostro tempo”.

La novità sta nel fatto che le condizioni del mondo in cui dobbiamo portare il Vangelo sono davvero molto cambiate negli ultimi decenni.

Questo cambiamento ha molti aspetti negativi. Primo fra tutti la distrazione: oggi gli uomini sono “tratti”, ossia tirati, da tante parti, verso ciò che “at-trae” perché godibile, afferrabile, consumabile; e sono “dis-tratti” da ciò che resta, dall´Eterno. Ipersensibili al godimento e alla sofferenza, sono diventati insensibili a Dio.

Qualcuno ha detto che l´uomo distratto è per forza di cose un uomo distrutto. Questa distruzione si esprime nell´esclusione di Dio dalla vita delle persone, in una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, nella sua emarginazione dalla vita pubblica.

Nel passato c´era un generale senso cristiano, comunemente sentito; la fede plasmava l´intera cultura.  Oggi la cultura, la vita, la mentalità delle persone appare frammentata: non abbiamo più alcun “centro di gravità”.

Tante persone, che pure desiderano appartenere alla Chiesa, sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede. Ed anche chi resta legato alle radici cristiane, spesso vive con difficoltà il rapporto con la modernità. Così spesso il cristianesimo si riduce a “una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni”, e l´esistenza personale risulta contraddittoria e priva dell´essenziale.

Di fronte a questi drammi, la Chiesa ha un solo grande e irrinunciabile compito: annunciare il Vangelo.

È impossibile? È difficile? Certo oggi non mancherebbero le occasioni di scoraggiamento. Ma il Signore ci ha detto: Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni… fino ai confini della terra.

Papa Francesco ha detto che questa nuova evangelizzazione ha bisogno anzitutto di spirito.

“Quando si afferma che qualcosa ha `spirito´, questo indica di solito qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria. Un’evangelizzazione con spirito è molto diversa da un insieme di compiti vissuti come un pesante obbligo che semplicemente si tollera, o si sopporta come qualcosa che contraddice le proprie inclinazioni e i propri desideri. Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa! Ma so che nessuna motivazione sarà sufficiente se non arde nei cuori il fuoco dello Spirito. In definitiva, un’evangelizzazione con spirito è un’evangelizzazione con Spirito Santo, dal momento che Egli è l’anima della Chiesa evangelizzatrice”[2].

E noi, siamo gente che ha ricevuto lo Spirito Santo o siamo uomini di Galilea che stanno con il naso per aria a guardare il cielo?

“In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione […] Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?”[3]

Nulla è impossibile a chi confida nel Signore e si affida a “Maria, Stella dell’evangelizzazione”.

 

[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova evangelizzazione, (30.05.2011).

[2]Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24.11.2013), n. 261.

[3] Ibid., n. 120.

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gloria bernini

In queste ultime settimane del Tempo pasquale, la liturgia ci prepara alla grande festa di Pentecoste. E lo fa attraverso il Vangelo di Giovanni.

 

Per rimanere il più possibile aderenti all’intenzione dell’evangelista, concentriamo la nostra attenzione sui due titoli dello Spirito Santo più cari a Giovanni: il Paraclito e lo Spirito di verità. In questa lettura seguo una traccia di p. Raniero Cantalamessa.

 

Il nome Paraclito ha diverse sfumature di significato: difensore, avvocato, consolatore… Ma tutte indicano un’azione a favore dei credenti. Durante la sua vita terrena Gesù stesso era il Consolatore: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi – diceva – e io vi consolerò (Mt 11, 28). Promettendo il Consolatore è come se dicesse: “Andate a lui, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed egli vi consolerà!”.

 

La cosa più importante, però, in questo momento, non è tanto di spiegare il significato del titolo di Consolatore, quanto di raccogliere l’invito di Cristo e di fare l’esperienza della consolazione dello Spirito Santo. Lo sfondo in cui ci è presentata l’azione del Paraclito è quello dello scontro con il mondo. Il mondo però non è solo  quello esterno a noi; è anche quello che opera dentro di noi, nelle tendenze cattive, nelle resistenze, nelle debolezze, nel peccato. Una massa tale di negatività che, a volte, sembra impossibile resistere ad essa.

 

Lo Spirito Santo svolge con noi il ruolo esattamente contrario a quello che svolge lo spirito del male. Lo stesso Giovanni che definisce lo Spirito Santo “il Difensore”, chiama Satana “l’Accusatore” (Ap 12, 10). Lo Spirito Santo difende i credenti e “intercede” per essi presso Dio ininterrottamente, con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26 s); lo spirito del male accusa i credenti “davanti a Dio giorno e notte”. Egli accusa i credenti davanti a Dio e accusa Dio davanti ai credenti. Ma quanto è infinitamente più forte e vittorioso il difensore, rispetto all’accusatore! Con lui possiamo vincere ogni tentazione e trasformare la stessa tentazione in vittoria.

 

Come ci consola questo “consolatore perfetto”, come lo definisce un inno della liturgia? Egli è in se stesso la consolazione! Consola facendo risuonare nel cuore le parole che Gesù diceva ai suoi quando era con essi: Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! (Gv 16, 33). Consola attestando al nostro spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8, 16). L’apostolo Paolo ha fatto l’esperienza di questa consolazione divina nelle tribolazioni, tanto da chiamare Dio Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione (2 Cor 1, 3 s). Tutta la Chiesa ha fatto, all’inizio, questa esperienza dello Spirito “consolatore”: Essa – è scritto  cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo (At 9, 31).

 

E veniamo all’altro titolo: “Spirito di verità”. Per comprenderlo bisogna sapere cosa indica “verità” nel Quarto Vangelo: al pari di “Spirito”, indica la realtà di Dio. Per questo, adorare Dio “in Spirito e verità” (Gv 4, 24) significa non adorarlo alla maniera umana, legata a luoghi e a modi umani, ma adorarlo nella sua stessa sfera, resa accessibile in Cristo e, dopo di lui, nello Spirito: adorare Dio per mezzo di Dio!

 

L’interpretazione tradizionale, e in particolare quella cattolica, ha inteso “verità” soprattutto nel senso di “conoscenza e formulazione della verità”; nel senso, in altre parole, di verità dottrinale: lo Spirito è colui che guida la Chiesa ad una piena conoscenza delle implicazioni della rivelazione.

 

Questo è un aspetto dell’azione dello Spirito di verità, il più importante – se si vuole -, ma non è l’unico. Esiste un aspetto più personale ed esistenziale che dobbiamo ugualmente tenere presente ed è questo: lo Spirito Santo ci conduce ad un contatto sempre più intimo e profondo con la realtà di Dio, ci dà accesso alla vita stessa di Cristo. È il principio della nostra esperienza, non solo della nostra conoscenza, della realtà di Dio. S. Ireneo chiama lo Spirito Santo “la nostra comunione con Dio” e S. Basilio dice che egli crea “l’intimità con Dio”. Nello Spirito Santo noi entriamo in contatto diretto con Dio, cioè senza intermediari creati. Non conosciamo più Dio solo “per sentito dire”, ma “di persona”; non dal di fuori, ma dal di dentro.

 

L’azione dello Spirito di verità non è dunque limitata solo ad alcuni momenti rari e solenni della vita della Chiesa. Esiste un’azione istituzionale, esercitata attraverso le istituzioni della Chiesa (concili, papa, vescovi), ed esiste un’azione intima, quotidiana e ininterrotta nel cuore di ogni credente. Egli dimora presso di voi e sarà in voi (Gv 14, 17). Questa è quell’unzione “ricevuta dal Santo” che dà la scienza, che rimane in noi, che insegna ogni cosa e fa stare saldi nella verità (cfr. 1 Gv 2, 20.27).

 

Giovanni, al cap. 7 del suo vangelo, racconta che nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa delle Capanne, Gesù levatosi in piedi esclamò a gran voce: “Chi ha seta venga a me e beva chi crede in me”. E l’evangelista Giovanni commenta: Questo egli disse riferendosi allo Spirito (Gv 7, 37-39). Ciò significa che la condizione prima per ricevere lo Spirito Santo non sono i meriti e le virtù, ma è il desiderio, il bisogno vitale, la sete. La parola di Gesù fa eco a quella di Isaia: O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente (Is 55, 1).

 

Il problema pratico, circa lo Spirito Santo, sta proprio qui: abbiamo noi sete dello Spirito Santo, o abbiamo invece una inconfessata paura di lui? Noi intuiamo che lo Spirito Santo, se viene, non può lasciare tutto come trova nella nostra esistenza: potrebbe farci fare anche cose diverse che non siamo pronti ad accettare. Egli non ha mai lasciati tranquilli e riposati quelli sui quali è venuto. Quello che lo Spirito Santo tocca, lo Spirito Santo cambia! Così la nostra preghiera per avere lo Spirito Santo somiglia talvolta alla preghiera che Agostino rivolgeva a Dio prima della conversione: “Guariscimi, Signore, guariscimi… ma non subito!”. Vieni, Santo Spirito -siamo tentati di dire-, vieni… ma non subito; e soprattutto non toccare le mie abitudini, i miei interessi e il mio stile di vita!

 

Chiediamo dunque anzitutto allo Spirito Santo di toglierci la paura che abbiamo di lui. Diciamo: Vieni, vieni, Santo Spirito! Vieni ora, vieni come vuoi! Piega, scalda, risana, irriga, brucia, rinnova. Amen.

 

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Prendendo lo spunto da alcuni insegnamenti di p. Raniero Cantalamessa, vorrei qui riflettere sulla maternità di Maria. Dobbiamo prendere in tutta la sua profondità e concretezza il titolo di Maria “Madre della Chiesa” che il Concilio Vaticano II ha messo al centro della teologia e del culto mariano (cfr. LG 53). Prendere il titolo di Madre della Chiesa nella sua concretezza significa anche scoprire e valorizzare i vari momenti e gli atti coi quali Maria è diventata Madre della Chiesa.
Madre non è un titolo astratto; racchiude dentro di sé tutta una storia; non si diventa madre di colpo, in una sola volta, ma attraversi tanti eventi successivi; perché si abbia un maternità, occorre concepire la vita, portarla in grembo, sentirla crescere, accorgendosi così, a poco a poco, della sua presenza e abituandosi a vivere con essa; poi darla alla luce, poi presentarla in pubblico e darle un nome, e soprattutto, per noi cristiani, battezzarla.
Sappiamo come tutto ciò si realizzò puntualmente nei confronti di Cristo: Maria lo concepì per opera dello Spirito Santo, lo diede alla luce e lo presentò al Tempio.
Ma come e quando si realizza la maternità di Maria rispetto alla Chiesa? Quando e attraverso quali eventi concreti Maria è diventata dunque Madre della Chiesa, cioè Madre del Corpo di Cristo e delle sue membra che siamo noi? Attraverso gli stessi tre momenti in cui è diventata Madre di Gesù!
Nell’incarnazione Maria ha concepito anche la Chiesa. San Paolo ci dice l’essenziale intorno a questo “concepimento della Chiesa” in Maria: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, perché ricevessimo l’adozione a figli.
Noi dunque siamo stati concepiti – la Chiesa è stata concepita – da Maria. Ma non ci basta; sappiamo purtroppo che si può concepire “per sbaglio”, come si dice a volte con una terribile crudeltà che fa soffrire tanti figli. Non così Maria! Come concepì Gesù Maria? Nello Spirito Santo! Come concepì noi? Nello Spirito Santo!
Un primo grazie a Maria lo diciamo già qui: Grazie perché ci hai concepiti per amore e con amore; ci sentiamo davvero pienamente tuoi figli, ti sentiamo veramente madre; non siamo, con te, nella triste e umiliante situazione di figli non voluti, ma in quella di figli beneamati; grazie per il tuo sì a Dio con il quale è cominciata la nostra salvezza.
Ma riflettiamo anche sulla nostra maternità. Anche la Chiesa è resa feconda dallo Spirito Santo, anche la Chiesa concepisce i suoi figli lasciandosi permeare dallo Spirito di Dio, di modo che i figli di Dio – come dice il prologo del IV vangelo – “né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. La maternità spirituale non si fonda su progetti umani, su sentimenti carnali, su appropriazioni psicologiche, ma sullo Spirito e sulla sua imprevedibile libertà.
Dopo averci concepiti ed essersi “accorta” della nostra presenza in lei, Maria partorì nel dolore, sotto la Croce.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. C’era dunque un gruppo di donne, quattro in tutto. Maria non era sola; era una delle donne. Sì, ma era lì come “sua madre” e questo cambia tutto!
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una tentazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato “più di dodici legioni di angeli”. Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa.
Maria però non grida: “Scendi dalla croce; salva te stesso e me!”, o: “Hai salvati tanti altri, perché non salvi ora te stesso, figlio mio?”, anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Non chiede nemmeno più a Gesù: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”, come disse quando, dopo averlo smarrito, lo ritrovò nel tempio. Maria tace. “Acconsente amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata” (LG 58).
E lì la sua fecondità materna si apre all’infinito. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. Maria diventa la madre del discepolo amato, il discepolo che non ha nome perché ognuno possa mettere lì il proprio nome.
Maria diventa madre in un parto di dolore. Però attenzione, perché ciò che conta non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. Qui sta tutta la sua forza e la sua fecondità.
E qui sta anche la nostra forza e la nostra fecondità: essa viene dalla fede nella croce di Gesù, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Questo significa rinunciare ad ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo con i suoi stessi mezzi che sono la ricchezza, il potere, l’apparire. Bisogna rinunciare ad una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo.
Consideriamo infine come Maria ci ha tenuti a battesimo nella Pentecoste.
Luca, che all’inizio degli Atti ci presenta Maria perseverante nella preghiera in attesa dello Spirito Santo, all’inizio del Vangelo, ci aveva presentato Maria come colei sulla quale è sceso lo Spirito Santo. Alcuni elementi fanno pensare a uno stretto parallelismo tra la venuta dello Spirito Santo su Maria nell’Annunciazione e la venuta sulla Chiesa a Pentecoste: un parallelismo “voluto” dall’evangelista e “dovuto” alla corrispondenza oggettiva tra le due situazioni.
A Maria, lo Spirito Santo è promesso come potenza dell’Altissimo, che scenderà su di lei (cfr. Lc 1, 35); agli apostoli è promesso ugualmente come potenza che scenderà su di essi dall’alto (cfr. Lc 24, 49; At 2, 8). Ricevuto lo Spirito Santo, Maria si mette a magnificare (megalynei), in un linguaggio ispirato, le grandi opere (megala) compiute in lei dal Signore (cfr. Lc 1, 46.49); ugualmente, gli apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, si mettono a proclamare in varie lingue le grandi opere (megaleia) di Dio (At 2, 11). Anche il Concilio Vaticano II mette in rapporto tra loro i due eventi, quando dice che nel Cenacolo “vediamo Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito, che all’Annunciazione l’aveva presa sotto la sua ombra” (LG 59).
Maria dunque diventa madre della Chiesa e madre nostra nello Spirito Santo. Conosciamo i frutti dello Spirito: sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 25). Questo Maria ci ottiene non solo pregando per noi, ma anche dandoci l’esempio del frutto nella sua persona. Se ci riflettiamo, sono dimensioni spirituali che rifulgono pienamente in una maternità realizzata:
• che ama con gioia, non in modo annoiato, scontroso, burbero,
• che ama portando pace, non accendendo rivalità e gelosie,
• che ama in modo paziente, sopportando e aspettando i tempi dell’altro,
• che ama non cercando il proprio bene ma il bene dell’altro,
• che ama rimanendo fedele alle persone amate, anche quando queste non lo sono,
• che ama con mitezza, ossia in modo dolce, senza aver paura della tenerezza,
• che ama con dominio di sé, frenando il propri impulsi egoistici per donarsi all’altro.

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