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Gesù e i dodici

Nelle scorse domeniche abbiamo visto Gesù, in un luogo deserto sul Mare di Galilea, sfamare una folla immensa. Volevano prenderlo per farlo re. L’abbiamo ascoltato, nella sinagoga di Ca­farnao, rivolgere loro il discorso del Pane di Vita e abbiamo costatato che gran parte di quella folla rifiuta il discorso di Gesù. Esaminiamo ora, passo per passo, ciò che accade alla fine del discorso.

“Molti (= non pochi) dei discepoli di Gesù (= non degli estranei), dopo aver ascoltato dissero: Questa parola è dura” (Gv 6, 60)

È vero! E’ proprio una parola dura quella di Gesù. Tanti tentativi di ridurre la sua figura a quella di una specie di filosofo, un saggio, un grande maestro umano (come Socrate o Gandhi), tentativi tanto spesso ripetuti ai giorni nostri, ispirati dalla sapienza “della carne”, fanno naufragio proprio qui, quando Gesù dice: “Io sono il pane disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”.

Abbiamo visto, la scorsa settimana, che queste parole equivalgono a dire: Io sono la Sapienza incarnata, dovete nutrivi della mia parola, che è parola di vita eterna; equivalgono a dire: Io sono il vostro cibo, perché quel che io vi dico è la volontà del Padre. E sono parole che rimandano al sacramento dell’Eucaristia, in cui ci nutriamo di lui e veniamo assimilati a lui.

Molti discepoli si scandalizzano (v. 61): “Scandalo” è il sasso in cui si inciampa e si cade. Perché costoro si scandalizzano davanti al discorso del pane di vita? Perché le pretese di Gesù sembrano eccessive: è un uomo, come può essere la Sapienza di Dio? Un uomo può esprimere un’idea, un opinione, una convinzione, ma – in ultima analisi – è sempre una parola umana: Gesù invece si pone come Parola di Dio.

Ma ora chiediamoci: noi siamo del tutto immuni da questo scandalo? Noi, che partecipiamo all’Eucaristia, noi che frequentiamo la liturgia… siamo veramente certi di non scandalizzarci di Gesù? Vale la pena di chiedercelo.

Per rispondere, potremmo usare come test questa mezza pagina della Lettera agli Efesini(5,21-32), in cui san Paolo ci esorta alla sottomissione reciproca:

“Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”.

L’obbedienza religiosa, l’obbedienza al vescovo, addirittura le mogli sottomesse ai mariti, i mariti chiamati a morire per le mogli come Cristo è morto per la Chiesa… Non è forse vero che questo ci scandalizza? Non è forse vero che in noi si eleva una protesta? Io dovrei sottomettermi?! E i miei diritti?! E le conquiste di emancipazione e di autonomia?! E la mia volontà?! E la mia dignità?!

La Parola di Dio ci scandalizza perché ragioniamo secondo la carne, non secondo lo Spirito. “Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”. La motivazione è il timore di Cristo, ossia il rispetto verso di lui, la paura di disgustarlo… Perché lui ci ha dato l’esempio della sottomissione spogliando se stesso e assumendo la condizione umana (Fil 2, 5-ss); perché è entrato in una famiglia umana in cui lui stava sottomesso ai genitori (Lc 2, 51) e Maria stava sottomessa a Giuseppe, perché nel Vangelo il più grande è colui che sta all’ultimo posto, non è colui che comanda, ma colui che obbedisce.

Certo, tutto ciò si può accettare solo se si crede:

«Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono» (Gv 6, 61-64),

Chi non ha fede non può vedere, senza scandalo, “il Figlio dell’uomo salire dov’era prima”, ossia non può contemplare l’esaltazione di Cristo che si compie nella croce e risurrezione; vedrà solo lo scandalo per eccellenza: la croce, l’obbedienza, la sottomissione.

Solo la fede fa superare lo scandalo, apre gli occhi alla Sapienza dello “Spirito” che dà la vita, non a quella della “carne”, che non giova a nulla. Prestiamo molta attenzione a questi discorsi, perché forse mai come oggi le nostre orecchie e i nostri occhi sono pieni di messaggi “della carne”, di una falsa sapienza che si scandalizza di Gesù e ci conduce alla rovina.

La carne è l’uomo chiuso in se stesso, che pretende di spiegare tutto riducendolo alle sue categorie umane limitate.

Lo Spirito è Dio che fa rinascere l’uomo mediante la fede e lo apre al mistero della salvezza. È il dono del Padre che consente di venire a Cristo:

«Nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre mio» (v, 65)

Il Padre vuole dare a tutti lo Spirito, ma non tutti hanno la disponibilità e l’umiltà per accoglierlo. Tanto che “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”  (v. 66).

Qual è la reazione di Gesù? Gesù non fa sconti, non scende a compromessi. Si rivolge ai Dodici dicendo: «Volete andarvene anche voi?». (v. 67).

Anche qui dobbiamo fare attenzione: quante volte ci sentiamo tentati di “fare sconti” sul vangelo per essere graditi alla gente! Quanto è più facile ridurre Gesù a un maestro di sapienza umana, invece di affermare la sua divinità! Oppure ridurre i sacramenti a vuote cerimonie (soprattutto quando diventano scomodi, come la confessione o il matrimonio)! O anche attutire le esigenze della giustizia evangelica, magari lodandola a parole e poi negandola nei fatti… Ma Cristo non fa sconti: ricordiamocelo bene! “Volete andarvene anche voi?” Io non vi limito, ma nemmeno ammorbidisco il mio discorso “duro”.

La confessione di Simon Pietro è chiara:

«Signore…» (= Kyrie: è il termine con cui la versione greca della bibbia traduce il nome di Dio: Jahwè. Gesù non è un saggio di questo mondo, non è Socrate o Gandhi, è il Signore!) «… da chi andremo?», chi altri seguiremo? «Tu hai parole di vita eterna»…, le tue parole danno la vita eterna. «… e noi abbiamo creduto e conosciuto…», questa fede ci ha fatto conoscere «…che tu sei il Santo di Dio», la salvezza di Dio che è venuta per noi, il Pane vivo disceso dal cielo per la vita del mondo.

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