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Nel lontano 1976, il giornalista e scrittore Vittorio Messori scrisse un libro intitolato Ipotesi su Gesù. Il libro è stato e continua ad essere un successo editoriale di grande portata: tradotto in 22 lingue, in Italia ha venduto più di un milione di copie. Segno che la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli, dopo duemila anni continua a provocare: «La gente chi dice che io sia?» (Mc 8, 27.29).

Quel che dice la gente varia a seconda delle epoche, delle culture, delle ideologie, ma infondo le diverse risposte hanno un denominatore comune: Gesù è uno come altri – uno come i profeti, dicono i pii Giudei dei suoi tempi; uno come gli altri impostori, dicono i suoi nemici; uno come i grandi filosofi, dicono i suoi ammiratori razionalisti; uno come altri fondatori di religioni, dicono certi storici; uno dei rivoluzionari, dicono certi politici; uno dei grandi poeti e sognatori, dicono i romantici….

Ma nessuna di queste opinioni può andar bene per i suoi discepoli. «Ma voi chi dite che io sia?»: se non si riconosce l’unicità di Gesù, se non si riconosce che non è uno come altri, che non può essere considerato come “uno dei tanti che…“, o “uno dei pochi che…”, se non si riconosce che è l’unico, non si può essere suoi discepoli.

Ed infatti Pietro, a nome di tutto il gruppo, pronuncia la professione di fede: «Tu sei il Cristo». “Il”, non “uno dei”: l’unico.  “Cristo”, “Messia” cioè “Unto del Signore”, colui che Dio ha consacrato per realizzare la salvezza.

Già. Ma questa professione di fede rischia di essere vuota se non si capisce da che cosa Gesù Cristo ci salva e come ci salva.

Ci salva dal male. Ma che cosa è il male? Il senso comune dice che la sofferenza e la morte sono il male. Dunque ci si aspetta che il Cristo ci preservi dalla sofferenza e ci impedisca di morire. Logico, no? Logico come le tentazioni di satana nel deserto: ci aspettiamo un Cristo che trasformi le pietre in pane, che si butti dal pinnacolo del tempio per fare il suo ingresso nella città santa portato sulle mani degli angeli, che si impadronisca di tutti i regni del mondo con la loro gloria (cf. Mt 4, 1-11).

Sapendo che la logica degli uomini è questa, Gesù ordina severamente ai suoi discepoli di tacere, perché fino a quando non si convertiranno alla logica di Dio, la messianicità di Gesù – cioè la sua vera identità – non potrà mai essere capita. Per questo comincia a insegnare che il Figlio dell’uomo (cioè il Messia che viene dal cielo) doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani (dal potere politico), dai capi dei sacerdoti (il potere religioso) e dagli scribi (il mondo della cultura), venire ucciso e, dopo tre giorni risuscitare (Mc 8, 31). In queste parole Gesù dedica maggiore spazio al suo destino di sofferenza anziché alla sua vittoria. La vittoria è certa, però è collocata al termine del suo cammino. Non è salvezza “dalla sofferenza” e “dalla morte”: è una salvezza che attraversa la sofferenza, che entra nella morte e la supera.

Ma allora da cosa ci salva? Ci salva dal male vero, radicale, che è l’egoismo, la mancanza di amore, la chiusura nel proprio io. E come ci salva? Amando Dio con tutto se stesso, senza opporre resistenza, senza tirarsi indietro; amando il prossimo fino a presentare il suo dorso ai flagellatori, le guance a coloro che gli strappano la barba, senza sottrarre la sua faccia agli insulti e agli sputi (cf. Is 50, 5-9).

Questo modo di essere “il Cristo” – diciamocelo francamente – risulta assai scomodo. Pietro protesta con Gesù: lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Come facciamo anche noi tante volte quando vediamo l’ingiustizia, la sofferenza degli innocenti, il male del mondo, e ce la prendiamo con il Signore che permette tutto questo. Se volgessimo lo sguardo al Crocifisso, capiremmo tutta l’inconsistenza del nostro modo di pensare, capiremmo quanto sia satanico.

«Va’ dietro a me, Satana!». Tu devi seguire me, non metterti davanti a me, devi imparare a pensare secondo Dio, non a misurare l’opera di Dio sul modo di pensare secondo gli uomini.

Seguire Gesù non è una passeggiata: si tratta di rinnegare se stessi, rinunciare a se stessi, porre il Signore al di sopra dei propri desideri e dei propri progetti. Si tratta di prendere la propria croce dietro di lui.

È inutile nasconderci che questo non ci piace, che contraddice la nostra sensibilità e il nostro istinto naturale. Ma proprio in questa contraddizione impariamo ad amare, cioè a dare la vita per l’Amico per essere con lui sempre. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà.

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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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Le prime parole di Gesù registrate dal Vangelo di Giovanni sono una domanda: Che cosa cercate?

È la domanda che chiunque si avvicina a Gesù si sente porre. E chi si è formato all’ascolto della Bibbia sa anche qual è la risposta giusta: “Una cosa sola io cerco: abitare nella casa del Signore” (Sal 27, 4). Per questo i discepoli rispondono, a loro volta, con una domanda: “Rabbi, dove abiti?”.

Gesù non dà una risposta teorica: indica un percorso concreto: Venite e vedrete. E i discepoli andarono, videro e rimasero. Ecco cosa significa diventare discepoli di Gesù. Non è un fatto burocratico o scolastico. È un incontro di persone; è lo stabilirsi di una conoscenza, amicizia e familiarità, destinate a durare una vita, anzi, un’eternità. Gesù li invita semplicemente a stare con lui.

Ed ecco come da un incontro personale nascono subito altri incontri personali, e chi ha conosciuto Gesù lo fa conoscere ad altri, come fa Andrea con Pietro.

Questo significa essere discepoli di Gesù: non si tratta primariamente di seguire una dottrina, ma di stare con una persona! Quindi l’annuncio di questa persona, Gesù Cristo, ed il rapporto con lui, è l’unico fondamento, l’essenza stessa del cristianesimo. Quando si mettono le dottrine e gli obblighi, anche quelli del vangelo, prima della scoperta di Gesù, si mettono i vagoni davanti alla locomotiva che dovrebbe trascinarle. È la persona di Gesù che apre la strada all’accettazione di tutto il resto. Chi ha conosciuto una volta il Gesù vivente non ha più bisogno di essere spinto; è lui stesso che arde dal desiderio di conoscere il suo pensiero, la sua volontà, la sua parola, e di realizzarla con la propria vita.

A questo riguardo, esiste un problema assai serio nel mondo di oggi: mentre le grandi istituzioni religiose registrano un preoccupante calo di fedeli, si assiste ad un proliferare di piccole comunità di risveglio, talvolta addirittura gruppi e sette. Se si prova ad osservare un po’ da vicino il fenomeno, si nota che, in genere, lì i fedeli sono attratti da una predicazione più semplice e immediata che fa leva tutta quanta sull’accettazione di Gesù come Signore e salvatore della propria vita. Il fascino di questo tipo di predicazione sulla gente è notevole e non si può dire che sia sempre un fascino superficiale ed effimero, perché cambia spesso la vita delle persone.

Noi continuiamo a presentare la nostra grande ricchezza e complessità di riti, di devozioni, di dottrina e di impegno morale, ma abbiamo di fronte una società che ha smarrito in gran parte la propria fede cristiana e che ha bisogno, perciò, di ricominciare da capo, cioè dalla riscoperta di Gesù Cristo.

È come se mancasse ancora lo strumento adeguato per questa nuova situazione, in atto in diversi paesi cristiani. Anche noi preti siamo più preparati a fare i “pastori”, che non a fare i “pescatori” di uomini; cioè più preparati ad assistere le persone che sono rimaste fedeli alla Chiesa, che non a portare ad essa nuove persone o a “ripescare” quelle che se ne sono allontanate. E quando proviamo a “pescare” l’esca che usiamo non è adatta, perché facciamo affidamento su mezzi umani che lasciano il tempo che trovano.

Questo fa vedere il bisogno urgente che abbiamo di un’evangelizzazione che, pur essendo “cattolica”, cioè aperta a tutta la pienezza della verità cristiana, sia anche semplice ed essenziale, il che si ottiene facendo di Gesù Cristo il punto iniziale e focale di tutto, colui dal quale sempre si parte e al quale sempre si ritorna.

Bisogna scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente, con la quale abitare! Questo solo può cambiare la nostra vita e la vita del mondo.

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Dopo aver accettato la confessione di Pietro che lo riconosce come Messia, Gesù spiega in che modo sarà Messia, in che modo opererà la salvezza: Cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Mt 16, 21).

Perché “doveva”? Perché questo è il modo che il Padre ha scelto per operare la salvezza. A Pietro questo non piace.

Si fa presto a dire che Pietro (e i discepoli con lui) aveva una concezione “giudaica” secondo la quale il Messia doveva essere un re vittorioso e non un servo sofferente. Povero Pietro, rozzo e ignorante, mentre noi abbiamo capito tutto! Anziché ridere di Pietro, forse dovremmo interrogarci su noi stessi. Forse anche noi abbiamo un’idea del Messia che è secondo gli uomini e non secondo Dio (Mt 16, 23).

Come nasce questa idea? Nasce da una convinzione giusta: l’idea che Dio vuole il nostro bene; a questo, spontaneamente aggiungiamo che il nostro bene include anche il benessere terreno, la prosperità – il che non è sbagliato. Poi però pian piano ci siamo convinti che il bene che Dio desidera per noi consiste nel benessere terreno e nella prosperità. Dunque, che senso ha il sacrificio? Nessuno! Anzi, il sacrificio di Cristo finisce con l’apparirci incomprensibile o persino repellente e spaventoso.

Naturalmente la crocifissione non può essere cancellata dalla storia, ma deve diventare un incidente di percorso, non il punto centrale. Dunque è importante ciò che Gesù insegna – l’amore, il perdono, la giustizia – ma non ciò che Gesù fa – dare la sua vita in riscatto per molti. Così ci siamo fabbricati un cristianesimo senza sacrificio: un cristianesimo impossibile. “Il cristianesimo è inconcepibile senza il sacrificio, senza la possibilità di attribuire un significato positivo alla sofferenza. La crocifissione non può essere liquidata come uno spiacevole contrattempo di una pregevole carriera di insegnamento” (Ch. Taylor).

Dunque non solo Pietro, ma anche noi dobbiamo rivedere qualcosa nell’idea del Messia che ci siamo fatti. Dobbiamo riscoprire che l’opera di Dio va al di là del nostro benessere terreno. Dobbiamo riscoprire il senso dell’azione di Cristo: la salvezza realizzata dal suo sacrificio sulla croce.

Prima di Gesù, il sacrificio di espiazione serviva a placare un Dio irato per il peccato. L’uomo, offrendo a Dio un sacrificio, chiedeva alla divinità la riconciliazione e il perdono. Nel sacrificio di Cristo la prospettiva è rovesciata. Non è l’uomo a esercitare una influenza su Dio perché si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui. “La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio di riconciliarsi con lui” (R. Girard). In questa luce si capisce l’affermazione dell’Apostolo “È Dio che ha riconciliato con sé il mondo in Cristo” (cf. 2 Cor 5, 19) e ancora: “Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo” (Rm 5,10).

Sulla croce Gesù smaschera e spezza il meccanismo della violenza, facendo volontariamente di se stesso la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo – dice la Lettera agli Ebrei (9, 11-14) – non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha fatto vittime, ma si è fatto vittima. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2, 24).

Cominciamo quindi a capire cosa significhi:  «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Significa esattamente ciò che dice San Paolo: Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rm 12, 1).

Il culto spirituale consiste nell’assoluta dedizione di amore. Questa poteva essere realizzata solto da colui nel quale l’amore stesso di Dio si è fatto amore umano: Gesù Cristo. Egli si è offerto per noi, ha garantito per noi: la nostra salvezza sta nel lasciarci prendere da lui, nell’andare dietro a lui. Ma andare dietro a uno che porta la croce, significa prendere la nostra croce e seguirlo, significa offrire la nostra vita insieme alla sua. La croce – ha scritto J. Ratzinger – è “espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è: espressione di una vita che è totalmente essere-per-gli-altri”.

La croce è l’esodo dall’essere-per-se-stessi all’essere-per-gli-altri, è il superamento di sé nell’amore. Questo ci strappa a noi stessi, per questo comporta il dolore, la lacerazione, il rinnegamento di sé, la morte del chicco di grano che solo così può portare frutto.

Deve però essere chiaro che la sofferenza è solo l’elemento secondario che non ha significato in se stesso. La sofferenza ha valore solo quando scaturisce dall’amore: “La croce non è importante in quanto somma di sofferenze fisiche, quasi che il suo valore redentivo stia nella maggior quantità possibile di tormenti. Come potrebbe Dio aver gloria delle pene sofferte da una sua creatura o persino dal suo stesso Figlio, oppure – semmai fosse possibile – vedere in esse addirittura la valuta con cui acquistare da lui la redenzione? La Bibbia e la retta fede cristiana sono lontanissime da idee del genere. Non il dolore in quanto tale conta, bensì l’ampiezza dell’amore, che dilata l’esistenza, al punto da riunire il lontano col vicino, da rimettere in relazione l’uomo abbandonato con Dio. Solo l’amore dà senso e orientamento al dolore”. (J. Ratzinger).

Ma un amore che non giunge fino all’accettazione del dolore – è questo che deve imparare Pietro e noi con lui – non è l’amore di Cristo.

 

 

 

 

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