Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘salvezza’

the-seventh-seal-chess-scene-1108x0-c-default

L’autore del libro della Sapienza si pone il problema fondamentale, la domanda di tutte le domande: se Dio è il Signore della vita, perché c’è la morte? E prima ancora: cos’è la morte? E, in ultima analisi, cosa c’è “dietro” la morte? E c’è qualcosa “oltre” la morte?

La domanda sulla morte è la domanda sulla vita posta in modo serio: noi tutti “viviamo”, ci muoviamo, lavoriamo, fatichiamo, alle volte ci affanniamo, alle volte soffriamo e stringiamo i denti, altre volte piangiamo lacrime amare ma le ingoiamo più o meno in fretta per riprendere il cammino, per continuare… Ma cosa ci spinge a fare tutto questo? Il desiderio di vivere. Eppure questo desiderio che ci spinge in avanti, questo impulso che ci getta sempre nelle braccia dell’attimo futuro per realizzare la nostra esistenza, questo desiderio di vivere è destinato ad una sconfitta inevitabile: ci scaglia in avanti e davanti a noi c’è un muro inevitabile contro il quale tutti i nostri slanci vitali sono destinati ad infrangersi: la morte.

Nel vangelo (Mc 5, 21-23) ne vediamo due modalità: la fanciulla di dodici anni che mentre sta sbocciando alla vita è stroncata dalla morte, e la donna che da dodici anni è lentamente preda della morte a causa delle emorragie.

Si tratta di un tema importate oggi, proprio perché è un tema accantonato, messo da parte. La gente ha tanta paura della morte da non riuscire nemmeno a sopportarne l’idea. È proibito parlarne, è proibito ricordare. O se ne parla in modo ossessivo, la si rappresenta con necrofilia, per esorcizzarla. Ci fa tanta paura che ci spinge a fare le cose più assurde pur di allontanarla, di respingerla, di evitarla…

Ma questo è impossibile: la morte si erge davanti a noi come un muro invalicabile, o meglio, come un buco nero nel quale per forza di cose ci sembra che saremo risucchiati con tutti i nostri sforzi, tutte le nostre attese, tutte le nostre ansie…

“Maledetta morte!” Quante volte l’abbiamo detto davanti alla bara di una persona amata, o usciti dalla camera di un malato terminale o pensando al futuro più o meno lontano che ci attende tutti, inevitabilmente… Maledetta morte!

Maledetta sul serio, perché – come dice il libro della Sapienza (1,13-15; 2,23-24) – la morte non è una creatura di Dio, è una condizione causata dal diavolo per invidia.

Contro questa maledizione, però, si erge la salvezza: Gesù Cristo, il Signore della vita. In Mc 5, 21-23 viene descritta una marcia trionfale verso la vita[i].

Giàiro, una persona importante, uno dei capi della sinagoga, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: ha una figlia di dodici anni, che sta morendo. Gesù si incammina con lui, e lungo la strada una donna gli tocca appena il mantello, e grazie a quel gesto carico di fede guarisce da una penosa malattia rivelatasi inguaribile. Giunti a casa di Giàiro sembra che la morte abbia vinto: “Tua figlia è morta” vengono a dire al padre, senza un minimo di rispetto per il suo dolore “perché disturbi ancora il maestro?”. Ma Gesù, senza scomporsi, dice a Giàiro: “Non temere, continua solo ad aver fede”. Caccia via tutta la gente che piange e urla, prende per mano la bambina: “Fanciulla, alzati!”, le dice, come aveva detto prima al mare: “Taci, calmati!” (Mc 4, 39). Di nuovo è stupore; dunque non solo il mare gli obbedisce, ma anche la morte!

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva. Abbiamo bisogno di essere salvati, di una salvezza che non si limita alla mente, al cuore o all’anima, ma che abbraccia tutto intero l’uomo, la sua carne e il suo spirito. La guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giàiro sono un segno per noi: il segno che Dio fa trionfare la vita. E come? Semplicemente abolendo la malattia e la morte? No: riscattandole. Aprendo in esse un passaggio, un varco verso la vita. Un giorno non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno: tutte queste cose saranno passate. L’ultimo nemico – la morte – sarà annientato. Ci sarà la vita eterna! Ecco la promessa contenuta in quei segni e che fa dei miracoli di Gesù come altrettanti sacramenti della speranza.

Ma chi ci dice che questa è davvero una speranza e non un’illusione? Il fatto che almeno uno ha percorso quel cammino tutto intero: Gesù! Gesù è passato attraverso la morte ed ora – noi lo sappiamo – è il vivente. Il Vangelo di oggi è come un assaggio della Pasqua di Gesù.

Tutto questo non ha senso che nella fede: La tua fede – disse Gesù alla donna – ti ha salvata; e a Giàiro, sconvolto per la notizia della morte della figlia dice: Non temere, continua solo ad aver fede!

 

[i] Riprendo qui alcune idee che mi vengono dal p. Raniero Cantalamessa

Read Full Post »

Disputa_01

Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece Gesù afferma: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 12).

Che cosa ci ha detto? “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore”. La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo le parole di Gesù, si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio si parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: “Rimanete”. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.

San Tommaso d’Aquino scrive: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th.,I-II, q. 70, a. 3, c).

La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola esultanza nello Spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.

Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rimbombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13).

Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esulta nello spirito davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rimbombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.

Muoviamoci in questo campo di fede pura, perché è qui che si fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.

Come possiamo possedere questa gioia? Gesù lo dice: “Osservate i miei comandamenti… Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Possediamo la sua gioia amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare il nostro interesse. Quando, nella fede e in comunione con Gesù, noi ci doniamo, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa missionaria.

La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona gioiosa, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama ”la mia gioia”.

Read Full Post »

Predica di Pietro

“Di questo voi siete testimoni”, dice Gesù risorto ai suoi discepoli (Lc 24, 48). “Noi ne siamo testimoni”, dice Pietro parlando al popolo nel tempio di Gerusalemme (At 3, 15).

La testimonianza cristiana è raccontare come si è incontrato Gesù risorto. Era questo per i discepoli che erano ritornati da Emmaus per raccontare agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane (Lc 24, 35). È questo anche per noi.

Vedete che, parlando di testimonianza, mi riferisco al racconto della propria esperienza di incontro col risorto. Lo ribadisco perché da qualche decennio a questa parte, anche negli ambienti ecclesiali, è emersa una concezione moralistica della testimonianza: testimoni della risurrezione sarebbero coloro che si comportano bene, che si danno da fare per gli altri, che lottano per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità…

Un’indagine sociologica molto accurata, già alcuni anni fa[i], faceva notare che per gli italiani il compito della religione consisterebbe in primo luogo nel “liberare l’uomo da ogni schiavitù e sopruso su questa terra”. Particolarmente significativo è il fatto che questa posizione era condivisa in egual misura da coloro che si dichiaravano non-religiosi e da quelli che si presentavano come “cattolici vicini alla Chiesa”. Mi pare che questo sia il frutto maturo del secolarismo, per come è penetrato nella “religiosità” stessa degli Italiani. La religione è spogliata del suo carattere “religioso” e trascendente, e ridotta a un mezzo per mettere un po’ di ordine in questo mondo.

Per inciso, un altro dato significativo che emergeva da quella indagine è che, anche tra i cattolici praticanti, non pochi ritengono che una religione vale l’altra. Da questo punto di vista va rilevato che quasi un italiano su tre gradirebbe che vi fosse una religione basata su poche credenze fondamentali, che unisca cristiani, musulmani, buddisti e altri credenti e questo è un auspicio che fa proprio anche la maggioranza dei cattolici appartenenti all’area più vicina alla Chiesa.

Evidentemente la liberazione dell’uomo dalla schiavitù e dai soprusi è un bene, è un obiettivo che come persone e come cristiani non possiamo non porci. Tutte cose buone, evidentemente, ma tutte cose che possono e debbono fare anche coloro che non credono in Gesù Cristo risorto. Con una concezione della testimonianza ristretta a questo, la risurrezione diventerebbe irrilevante, e Cristo sarebbe morto invano!

Ma cosa ci insegna il Vangelo? Ci insegna che schiavitù e soprusi sono dimensioni del peccato, e che dal peccato l’uomo non può liberarsi con le proprie forze. Perché il male sia tolto di mezzo, è necessario che sia tolto di mezzo il peccato, e questo può farlo solo Gesù Cristo, che è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 2).

L’espiazione è stata compiuta perfettamente nella Pasqua di Cristo, ma per diventare efficace nella nostra vita è necessaria la nostra conversione: “Convertitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (At 3, 19). “Convertirsi” significa rivolgersi a Cristo, guardare verso di lui, relazionarsi con lui, accettarlo come Signore della propria vita, fare esperienza della sua risurrezione.

Il momento della testimonianza di alcuni è il momento dell’esperienza di tutti. Questo accade nel cenacolo al racconto dei discepoli di Emmaus, questo accade nel tempio di Gerusalemme al racconto di Pietro. Senza testimoni, il mondo non può convertirsi; ma se non si converte, il suo peccato rimane e, pertanto, rimangono la schiavitù e i soprusi. Il compito della Chiesa, il compito dei cristiani, non può essere altro che questo: testimoniare che Gesù è risorto, fuori di lui non c’è salvezza!

Ogni sera, la preghiera liturgica della Chiesa ci mette sulle labbra le parole del santo vecchio Simeone: “I miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 30), perché ogni giorno avviene l’incontro col risorto, anche se non sempre siamo disposti a riconoscerlo – e quindi a testimoniarlo.

Il Signore risorto è lì, è qui! Preghiamo perché i nostri occhi si aprano ogni giorno al suo incontro e perché la nostra testimonianza sia efficace.

 

[i] V. Cesareo, R. Cipriani, F. Garelli, C. Lanzetti e G. Rovati, La religiosità in Italia, Mondadori, Milano 1995.

Read Full Post »

paolo-veronese-hochzeit-zu-kana-10083

L’immagine del Regno di Dio che emerge dal raffronto tra Is 25, 6-10 e Mt 22, 1-14 è quella di una festa magnifica a cui gli uomini tutti sono invitati.

Perché la Parola di Dio sceglie proprio questa immagine della festa? Per trasmetterci un senso profondo e intenso di gioia! Dio vuole la nostra gioia, la nostra allegria, la nostra festa! È un Dio che ci ha creati per condividere con noi la sua beatitudine.

Ora – come sant’Agostino non si stanca di insistere – la beatitudine implica la libertà: nessuno può essere felice se non accoglie liberamente il dono della felicità, nessuno può essere costretto ad essere felice, nessuno può entrare nella beatitudine se non decide di rispondere e si impegna ad accogliere l’invito di Dio.

Ecco il senso della parabola degli invitati alle nozze! Anzitutto ci viene presentato un re che organizza la festa nuziale del suo figlio. Gli ascoltatori di Mt riconoscono subito nel re Dio Padre, nello sposo Gesù e identificano se stessi negli invitati alle nozze (cf. 9, 15).

La parabola è chiaramente divisa in due parti[*]. Entrambe cominciano con la scena del re che manda i suoi servi a invitare gli ospiti per il banchetto nuziale. Nella prima scena l’invito non ha successo, nella seconda invece sì. Tuttavia entrambe le scene finiscono con una catastrofe, che nel primo caso riguarda tutti gli invitati, nel secondo uno soltanto degli ospiti.

La prima scena ci mostra il re che manda i suoi servi per sollecitare, attraverso di loro, come si usa tra nobili, la venuta degli ospiti già precedentemente invitati. Ma costoro non vogliono venire: il che, per ospiti che avevano promesso, in linea di massima, la loro presenza, è, in ogni caso, una vera e propria insolenza; ma quando chi invita è un re e gli ospiti sono suoi sudditi, l’atto di insolenza è una follia. Il re reagisce in maniera addirittura commovente: rimanda i servi a quegli ospiti con l’incarico di chieder loro di intervenire, decantando una ad una le delizie del pasto che, pronto, aspetta solo loro per essere servito a tavola. Ma quelli fanno di peggio. Alcuni piantano in asso i messaggeri e, senza una parola di scusa, se ne vanno: il lavoro nei campi o gli affari in città sono per loro più importanti dell’invito del re. Altri, arrivano addirittura ad insultare ed uccidere i servi del re.

A che cosa dovranno pensare gli uditori del Vangelo? Ricordando la parabola dei vignaioli omicidi ricorderanno i profeti biblici, ma anche i missionari cristiani che non hanno mai cessato di chiamare Israele a Cristo: sanno del rifiuto opposto ai profeti e delle persecuzioni riservate agli evangelizzatori.

A questo punto, la pazienza del re è costretta a trasformarsi in giustizia: gli assassini vengono uccisi e la loro città data alle fiamme. Qui Mt fa evidentemente riferimento alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d. C.

Dopo di che, il re cerca nuovi ospiti per la festa nuziale del figlio. Adesso manda i suoi servi fuori della città, ai crocicchi delle strade, per invitare tutti quelli che vi incontrano. Diversamente dal primo, questo nuovo invito ha avuto successo: la sala della festa si riempie di commensali. Ma c’è una nota che spiazza: si dice che questi erano “buoni e cattivi”. Perché?

Per gli ascoltatori di Mt convertiti dal paganesimo, fino a questo punto la parabola suonava esaltante: essa descriveva il loro afflusso in massa, in contrapposizione al rifiuto dei Giudei; diventava forte la tentazione di indentificarsi trionfalisticamente con gli eletti. Gli altri, i Giudei, non sono forse stati esclusi perché increduli? Di qui a concludere che per i credenti viceversa la salvezza sarebbe ormai assicurata, il passo era abbastanza breve. Dalle lettere di san Paolo sappiamo che c’erano alcuni cristiani “libertini”, che ritenevano di poter vivere nella dissolutezza, nelle fornicazioni, nell’indisciplina, perché il fatto di essere diventati credenti e battezzati li poneva al di sopra di ogni legge morale (cf. 1 Cor 5-6). Proprio per questo Mt sottolinea che la sala si è riempita non solo di eletti, ma di “buoni e cattivi” – come nel campo cresce il grano e la zizzania (Mt 13,24-30.36-43), come nella rete gettata nel mare si raccolgono pesci buoni e pesci cattivi (Mt 13, 47-50). Ma ci sarà un giudizio che separerà gli uni dagli altri: le pecore dalle capre, le vergini sagge da quelle stolte, i servi buoni e fedeli da quelli malvagi e pigri (Mt 25)

Infatti li festeggiamenti non hanno inizio subito. A un certo punto il re scende di persona ad ispezionare gli ospiti uno per uno, e chi è sprovvisto dell’abito nuziale viene legato mani e piedi, come un delinquente, e gettato fuori nelle tenebre ove – altroché festa! – ci sono “pianto e stridore di denti” (espressioni che designano chiaramente la dannazione e l’inferno).

Ma cosa significa quel misterioso “abito nuziale” senza il quale non si può partecipare alla festa? Paolo parla della necessità di rivestirsi di Cristo (Gal 3, 27; Rm 13, 14), di rivestire l’uomo nuovo (Col 3, 10), di rivestirsi di sentimenti di misericordia (Col 3, 12). Senza questo rivestimento si è esclusi dal Regno.

Ciò significa che essere chiamati a entrare nella comunità non equivale affatto essere salvati. La misericordia di Dio per i lontani, per i peccatori, non deve essere fraintesa: gli uomini rimangono responsabili delle loro azioni. La misericordia di Dio non è una garanzia di impunità. Credere – accogliere l’invito alle nozze – non significa semplicemente aderire ad una dottrina o a un culto che ci assicurerebbero automaticamente la salvezza; al contrario, significa vivere in coerenza tutte le esigenze del dono ricevuto. L’accettazione dell’invito, il battesimo, l’appartenenza alla comunità sono solo il primo passo; nulla è ancora deciso.

Nella chiesa vivono gomito a gomito buoni e cattivi. I membri della comunità, dunque, non possiedono la salvezza, ma possono perderla di nuovo. Devono conservarla mediante le loro azioni. Un invito non è un certificato di garanzia: perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.

 

[*] Anche qui, per l’esegesi faccio riferimento a U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, ed a V. Fusco, Oltre la parabola, Roma 1983.

Read Full Post »

assunta

Maria è assunta in cielo in anima e corpo. La festività di oggi ci conduce a ripensare il nostro rapporto tra queste tre realtà: il cielo (ossia la beatitudine eterna, la salvezza), l’anima e il corpo.

Abbiamo spesso pensato al cielo come a una cosa che riguardasse soltanto l’anima. “Salvarsi l’anima” sembrava l’unica cosa che contasse, anche per la stragrande maggioranza dei cristiani. E il corpo era da molti – anche predicatori – considerato come una realtà pericolosa, da trattare con diffidenza, con sospetto, come se il male provenisse da lì; l’anima andava dunque custodita perché il corpo non la contaminasse con i suoi desideri e le sue passioni. Certe forme di ascetica sembravano tese alla negazione del corpo, alla sua distruzione: si trattava – per così dire – di salvarsi dal corpo.

È paradossale che ciò sia avvenuto nel Cristianesimo, che si fonda tutto sull’incarnazione del Figlio di Dio e sulla sua risurrezione, su Gesù Cristo venuto “nella carne”, “nato da donna”, uno che “mangiava e beveva” (prima e dopo la sua risurrezione), uno che curava i malati, che trasformava l’acqua in vino per il banchetto nuziale, che moltiplicava i pani e i pesci per la fame delle folle, che ci ha lasciato il pegno più grande del suo amore e della sua presenza nel sacramento del pane e del vino, suo corpo e suo sangue nel mistero della cena…!

Queste realtà erano talmente evidenti, che i cristiani fin dall’inizio si sono dati da fare per curare anch’essi i malati e per alleviare la fame dei poveri. Ma tutto ciò doveva fare i conti con alcune espressioni della Scrittura che sembravano spingere in una direzione opposta. Gesù non aveva forse digiunato per 40 giorni nel deserto? Paolo non ha forse detto che la carne si oppone allo spirito, in una lotta senza quartiere?

Certo, quando Paolo pone tra le opere della carne “invidia, discordie, divisioni, fazioni, gelosie…” (Gal 5, 20), ci fa capire che per “carne” non si intende il corpo, ma l’uomo intero nella sua fragilità, quando si separa dallo Spirito di Dio. Eppure l’equivoco – anche a causa di alcune filosofie sbagliate e di alcune suggestioni provenienti da religioni orientali antiche – si è perpetuato.

Così, nell’età moderna, alcuni hanno pensato che, mentre la Chiesa si occupava di mandare in cielo le anime (che non si vedono), gli uomini di buona volontà avrebbero dovuto occuparsi di far star bene i corpi (che si vedono e si fanno sentire), il che sarebbe l’unica cosa che conta e, in ultima analisi, il modo autentico di essere “cristiani”, anche senza necessariamente credere in Dio; anzi, proprio senza credere in Dio e spesso in opposizione a lui – che lascia morire gli uomini per le carestie, i terremoti e le pestilenze.

La festa di oggi ci aiuta proprio a superare questa schizofrenia tra anime e corpi e a comprendere che la salvezza che Dio ci offre è salvezza di tutto l’uomo. L’essere umano non è “due cose” (un anima e un corpo), ma una cosa sola! Come scrive J. Ratzinger: “La risurrezione dei morti (non dei corpi!), di cui parla la Scrittura, si riferisce quindi alla salvezza dell’unico e indiviso uomo, non soltanto al destino di una sua metà”[1].

“Salvezza”, perché la morte è la conseguenza del peccato, e l’uomo pecca come persona, anima e corpo insieme; e il Figlio di Dio toglie il peccato dell’uomo assumendo la natura umana tutta intera, anima e corpo, e facendone il luogo della manifestazione del suo amore senza riserve, dell’amore per gli uomini peccatori, subendone nell’anima e nel corpo il rifiuto ed opponendo a questo rifiuto la sua accoglienza senza limiti, solidale con tutti i sofferenti di tutti i tempi.

“Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita” (1 Cor 15, 22). Badiamo bene: “in Cristo”, ossia nella misura in cui rimangono in lui e partecipano del suo amore. L’immortalità è il frutto “dell’azione salvante di colui che ci ama e ha il potere di far questo: l’uomo non può perire totalmente perché è conosciuto e amato da Dio. Se ogni amore vuole l’eternità, l’amore di Dio non la vuole soltanto, ma la determina ed è l’eternità”[2].

Cominciamo così a capire il motivo dell’assunzione di Maria: la sua partecipazione totale, immacolata, all’amore di Dio in Cristo. Ella è perfettamente amata da Dio, perché non pone alcun ostacolo a questo amore. È assunta in cielo in anima e corpo perché il Creatore pensa non soltanto all’anima, bensì alla persona umana che si realizza nella corporeità della storia e a lei dona l’immortalità.

Ciò che per noi si realizzerà “negli ultimi giorni”, alla fine della storia e nella comunione di tutti gli uomini, per lei si è realizzato nell’ora della sua morte, come una primizia per l’umanità intera.

Questo mistero di fede ci viene proposto dalla liturgia come “segno di consolazione e di futura speranza” (Prefazio), e la speranza deve divenire la forma della nostra carità: siamo chiamati a lasciarci amare da Dio nell’integralità della nostra persona (anima e corpo, inseparabilmente insieme) e a rispondere a questo amore con la totalità della nostra persona: siamo chiamati a “glorificare Dio nel nostro corpo” e ad operare concretamente per amore dei nostri simili, nell’integralità della loro persona, ben sapendo che possiamo e dobbiamo alleviarne i dolori con la nostra cura, ma dobbiamo annunziare loro l’eternità dell’amore di Dio perché diventi, anche per loro, vita eterna.

[1] J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Brescia 2013, 339.

[2] Ibid., 340.

Read Full Post »

Immagine

“Esulti sempre il tuo popolo… pregusti nella speranza il giorno glorioso della risurrezione” (Colletta della III domenica di Pasqua).

“Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza… mi colmerai di gioia con la tua presenza” (1. lett,: At 2, 22, cit. Sal 15)

“Voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio. (2. lett.: 1 Pt 17, 21)”

“Si fermarono col volto triste … «Noi speravamo…»” (Vangelo: Lc 24, 17)

Siamo gente che esulta? Ci rallegriamo, siamo colmi di gioia? Oppure abbiamo il volto triste? Mentre scrivo queste righe intravedo la mia faccia pallidamente riflessa sullo schermo del computer: è una faccia triste. Forse in altri momenti sarà stata più allegra, ma prima o poi la tristezza è tornata ad appesantirla. È un problema solo mio? Forse no. Per questo ne scrivo.

Perché la gioia è così difficile? È difficile persino quell’apparenza di gioia, quell’accidente senza sostanza che chiamiamo “allegria”; talmente difficile che gli uomini hanno da sempre avuto bisogno di pagare commedianti e buffoni per ridere, e di assumere vino, erbe, polveri e pasticche per mettersi di buon umore.

L’allegria è difficile. Figuriamoci la gioia! Perché? Perché la gioia è sempre legata alla speranza. E la speranza è ciò che ci aspettiamo dal futuro. Il guaio è che non conosciamo il futuro, ma solo il passato; e il passato non è poi così incoraggiante…!  Se c’erano cose belle, sono – appunto – passate (e quindi siamo tristi), se c’erano cose brutte ne è rimasto il ricordo e, talvolta, anche le conseguenze (e quindi siamo tristi).

Per gioire ci sarebbe bisogno di venire a conoscenza di qualcosa che è accaduto nel passato, ma non è rimasto nel passato. Di qualcosa di bello che resti nel presente come garanzia di un futuro sempre bello.

Non basta: ci sarebbe bisogno di qualcosa che fosse talmente bello da cancellare ogni traccia di ciò che è brutto, ogni conseguenza del male, ogni ricordo di rovina, di tristezza, di disgusto… Dovrebbe essere una creazione nuova ed eterna!

Ma esiste qualcosa del genere? C’è mai stato un avvenimento simile?

La risposta del vangelo è: Sì! Questo avvenimento è la risurrezione di Cristo. La nostra speranza è fondata sulla risurrezione. Teniamole sempre insieme la speranza e la risurrezione, altrimenti la gioia è impossibile.

Speranza non è ottimismo – l’ottimismo è ingenuità. Speranza è credere all’adempimento delle promesse di Dio, dice la teologia. Ma se la realizzazione di queste promesse rimane nel futuro, è difficile provarne gioia nel presente, perché è in questo presente che devo portare il peso del mio passato e del passato delle persone che amo…

Se però la speranza si fonda sulla risurrezione, tutto il passato viene trasformato, diventa storia della salvezza, viene redento e ricreato. Maria Maddalena non è più una peccatrice: è l’apostola degli apostoli, è la prima testimone del Risorto. Pietro non è più lo spaccone vigliacco che ha rinnegato Cristo: è il principe degli apostoli, il capo della Chiesa, l’annunciatore intemerato del Vangelo che darà la vita sulla croce per Cristo. Paolo non è più il bestemmiatore, il persecutore, il violento: è l’apostolo delle genti, che spende ogni momento, notte e giorno, per annunciare la parola, fino a morire per lei. Chi li ha conosciuti secondo la carne, ora non conosce più nulla, perché se uno è in Cristo è una creatura nuova, le cose di prima sono passate, ecco ne sono nate di nuove (2 Cor 5, 17)!

Però, aspettate un momento… Che Cristo è risorto non sembra poi una gran novità. Lo sapevamo. E come mai lo sappiamo ma non abbiamo gioia?

Siamo come i discepoli di Emmaus: anche loro sapevano che Gesù era morto e avevano sentito parlare della risurrezione, ma non riconoscono la sua presenza. Gesù è veramente tra noi. Ma questo è ancora inutile e vano, finché non ci accorgiamo della sua presenza, finché noi siamo assenti da lui.

L’episodio che abbiamo ascoltato ci dice come e quando Gesù si dà a conoscere oggi, come e quando cioè noi possiamo incontrare il Cristo risorto. Anzitutto attraverso la Parola di Dio, le Scritture. Fu nell’ascoltare Gesù che spiegava le Scritture che il cuore dei due discepoli cominciò a sciogliersi e ad accoglierlo. Ma questa è ancora la preparazione. L’incontro vero, l’aprirsi degli occhi dei discepoli, il capire, è riservato a un altro momento più intimo: quello della Comunione, in cui ci si siede a tavola con Gesù e lui dà tutto se stesso  nel segno del pane.

Read Full Post »

2. domenica di quaresima – A

Celebrare la Quaresima è ripercorrere un cammino di preparazione al Battesimo, un cammino di catecumena­to, in modo che, la notte di Pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra Pasqua.

Le letture di domenica scorsa ci hanno fatto fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della Pasqua e del Battesimo, il peccato.

Ma forse la parola “peccato” non ci provoca più. Pensiamo che “peccato” significhi qualche cose di molto interessante e piacevole, che la chiesa però proibisce non si sa bene perché. E allora proviamo ad usare un’altra parola. Anziché peccato, diciamo “fallimento” o “rovina”. Tu vuoi garantirti una vita comoda e divertente (dì che le pietre che diventino pane!), oppure un successo strepitoso (buttati dal pinnacolo del tempio usando gli angeli come paracadute!), oppure il potere e la ricchezza (tutte queste cose ti darò se prostratoti mi adorerai!). Dietro questo c’è l’inganno, dentro questo c’è la tua rovina e la rovina delle persone con cui costruisci la tua storia.

Nel deserto, Gesù ha cominciato a creare la possibilità di vincere il peccato. Ma la vittoria di Gesù sarà piena nella Pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purificazione, perché il desiderio di una vita comoda e divertente, il desiderio del successo, il desiderio del potere e della ricchezza sono anche in noi, e ci conducono alla rovina se non ce ne purifichiamo.

Abbiamo questo coraggio? Vogliamo incamminarci con Gesù? Oggi il Signore lo chiede a me e a voi. Ci fa ascoltare ancora una volta la sua chiamata, questa vocazione santa di cui parla S. Paolo nella 2. lett.

La parola “vocazione” ci fa subito pensare a preti, suo­re e frati… No! La prima cosa che ci deve venire in mente è la salvezza! Dio ci salva dai nostri fallimenti, dalla nostra rovina, cioè dal peccato.

Dio non ci chiama perché, in qualche modo, ce lo meritiamo. Dice s. Paolo: Ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il proposito della sua grazia. Cioè: non ci chiama perché noi siamo buoni, ma perché Lui è buono e ci vuol far diventare buoni.

Da parte nostra cosa si richiede? La disponibilità a metterci in cammino.

Guardate ad Abramo. Dio gli dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre.

Lui stava così bene tra i suoi! Era felicemente sposato con Sara, non desiderava forse che avere tanti figli, numeroso bestiame e di invecchiare a lungo circondato dai figli e dai figli dei figli. La voce misteriosa del Signore invece gli dice: Alzati e va’! Ma aggiunge una promessa. E Abramo dice di sì, dice il suo “eccomi”, fidandosi di Dio. Esce dalla vita comoda e divertente, rinuncia al successo, perde ogni ricchezza e potere e si fida di Dio.

Questo “eccomi” della fede anche noi avremmo dovuto pronunciarlo nel Battesimo, quando avremmo dovuto dire “rinuncio a Satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni; credo in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo”.

E la Quaresima è l’occasione per eccellenza per riportare alla luce questo impegno sepolto nella nostra infanzia, tante volte dimenticato nei ritmi della vita quo­tidiana. Chiamandoci alla conversione, la Chiesa ci chiama, in realtà, a ripetere e fare nostra l’esperienza di Abramo. Uscire dalla routine della vita, dalla nostra terra in cui siamo confortevol­mente installati, con la mente piena di progetti e di desideri terreni. Andare verso il paese che il Signore ci indicherà, cioè verso il futuro della fede, aprendoci alle promesse che Dio fa e alle opere che ci chiede.

Ma la nostra condizione è più facile di quella di Abramo. Lui non sapeva dove andava, noi sì. Gesù ce lo ha rivelato. La trasfigurazione di cui abbiamo ascoltato il racconto nel Vangelo è proprio questo.

Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte.

Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce. Perché devi strapparti dal desiderio della vita comoda e divertente, dal desiderio del successo, dal desiderio del potere e della ricchezza. E ciò significa croce.

Non crediate però che la croce sia una caratteristica dei cristiani. Essa si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la solitudine, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. La vita comoda e divertente prima o poi verrà meno; il successo non sarà più tale, il potere e la ricchezza ti deluderanno, sia che tu creda, sia che tu non creda. Solo che chi non crede si ferma al fallimento e alla rovina, ossia al peccato. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione: viene salvato!

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo (Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo), lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare con la croce la sua vittoria e la nostra salvezza, confidando nella potenza della risurrezione.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: