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In queste domeniche stiamo riflettendo sul tema del pane di vita e abbiamo avuto modo di vedere più volte che questo pane è Gesù e Gesù è il Verbo di Dio, la Parola del Padre fatta carne, la Sapienza incarnata. Questo è il pane di vita! Mangiare il sacramento non avrebbe alcun senso se non ci nutrissimo della sua Parola.

Non a caso il Libro dei Proverbi (9, 1-6) ci mostra il banchetto della sapienza: “mangiare il pane” della sapienza, “bere il suo vino”, significa abbandonare l’inesperienza, andare dritti per la via dell’intelligenza… Insomma, significa apprendere le parole della sapienza.

Queste premesse sono necessarie per evitare di stabilire un corto circuito interpretativo che ci porti direttamente all’Eucaristia senza passare per la Parola. Tuttavia, dopo aver ascoltato la Parola è proprio all’Eucaristia che bisogna arrivare!

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54).

Secondo il vangelo di Giovanni, tutta la vita di Gesù apre la strada alla sua risurrezione; ricordiamoci che, prima di presentare il segno dei pani moltiplicati, l’evangelista ha avuto cura di precisare: «Era vicina la Pasqua» (6,4). Il pane del cielo promesso nel segno appartiene al mistero pasquale. Il pane è «la carne del Figlio dell’uomo» (6,53): chi se ne nutre si situa al di là della morte (6,51.54.58). Questo pane celeste è «la carne (data) per la vita del mondo » (6,51). L’Eucaristia appartiene al mistero della morte e della gloria di Gesù.

Nell’Eucaristia, dunque, incontriamo Cristo nel punto culminante della sua vita, cioè nel dono supremo di sé per la vita del mondo. Proprio per questo, mangiando il suo pane, possiamo unirci a lui in tutta la sua storia: comunichiamo con la grazia della sua infanzia, con la forza dei suoi miracoli, con la saggezza del suo insegnamento, con la sua pietà per i poveri, con l’amicizia per i suoi, con la sua passione, con la sua gloria, con il dono dello Spirito…

Ma attenzione: si tratta di un dono estremamente esigente! Cristo si dona totalmente, per amore; e questo richiede necessariamente la reciprocità, la nostra disponibilità a donarci altrettanto totalmente e per amore:

«Colui che mangia me vivrà per me» (6, 57).

Oggi si fa un gran parlare di chi può essere ammesso alla comunione, di chi ne è escluso, di quali siano le condizioni per un discernimento in merito… Il dibattito è complesso e non ho certo la pretesa di intervenirvi ora. Mi sembra comunque che questa pagina evangelica indichi un criterio molto chiaro: può mangiare Cristo solo chi è disposto a vivere “non più per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per noi” (cf. Messale romano, Preghiera Eucaristica IV).

Vuoi sapere se puoi accostarti alla mensa del Signore? Chiediti anzitutto se se disposto a vivere per lui e non più per te stesso. La comunione eucaristica non è un diritto per nessuno: è un dono; e può essere accolto solo da chi è disposto ad entrare nella logica del dono.

L’Eucaristia – dice san Bernardo – è un pane che ha fame. Si realizza l’incorporazione plenaria a Cristo, la spiritualizzazione estrema, la risurrezione dei morti; già si annunzia la comunione escatologica, la totale presenza reciproca: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui » (Gv 6, 56).

Nella comunione eucaristica, Cristo si appropria di noi. Ma non come cose, come fa con il pane e il vino. Nei confronti degli elementi eucaristici, la sua parola è imperativa, «egli parla e tutto è fatto» (Sal 33, 9); lo Spirito impone loro la sua potenza. Nei nostri confronti, Cristo invita e attira anzitutto con la sua Parola. La sua Parola è offerta di comunione, ma comunione significa condivisione di pensieri e di sentimenti. Come possiamo essere in comunione con Lui se non lo ascoltiamo? E come possiamo dire che lo ascoltiamo se non lasciamo che la sua Parola sia il criterio (non uno dei criteri, ma il criterio) della nostra vita?

Se però ascoltiamo davvero, allora sì che entriamo con lui al banchetto delle nozze! Mangiare è, in questo caso, una parola del linguaggio dell’amore. Cristo ci assimila a sé lasciandosi mangiare da noi. L’amore è un mangiarsi l’un l’altro in un dono di sé reciproco. La promessa di un’unione totale può realizzarsi, poiché l’amore di cui Cristo e la Chiesa partecipano è lo Spirito Santo che è l’onnipotenza creatrice: un amore che, amando, crea l’unione che esso desidera.

 

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Sant’Atanasio afferma un principio fondamentale del Cristianesimo: il Figlio di Dio, incarnandosi, ha redento tutto ciò che ha assunto. Questo significa che ha redento tutta la sostanza dell’uomo, perché ha assunto un’anima e un corpo. Ma significa anche che ha redento le relazioni umane che ha assunto, a cominciare dalla relazione fontale dell’uomo stesso: la famiglia. “Con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: la genealogia della persona” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 9).

In una recente inchiesta su vastissimo campione riguardante l’intero territorio nazionale è emerso che per 7 italiani su 10 la famiglia è considerata uno dei fattori che più concorrono all’autorealizzazione ed alla soddisfazione personale: i rapporti primari con i propri figli, con il proprio coniuge o partner, con i propri familiari incidono più di ogni altro aspetto sul bilancio esistenziale.

Eppure – lo vediamo tutti – le famiglie sperimentano crisi talvolta devastanti sia sul versante della coniugalità (incomprensioni, tensioni, separazioni, divorzi…) sia sul versante dei rapporti tra genitori e figli. Cosa significa? Significa che la famiglia – questa relazione umana fondamentale – ha bisogno di essere redenta da Cristo.

Le letture di questa domenica ci invitano a riflettere particolarmente su questo aspetto.

Abramo, “nostro padre nella fede”, vive – come tanti anche nel nostro tempo – la sofferenza della sterilità. Dalla Bibbia sappiamo che lui e sua moglie ricorsero persino ad un “utero in affitto”: quello della schiava Agar. È lo stesso meccanismo della procreazione artificiale oggi diffusa. Perché accade questo? Perché la paternità e la maternità hanno bisogno di essere redente.

Abramo deve capire che “dono del Signore sono i figli” (Sal 125, 3-7): noi siamo amministratori di relazioni, non proprietari! E ad un dono non puoi attaccarti: ad Abramo verrà chiesto il sacrificio di Isacco (Ebr 11, 17-19): proprio per riequilibrare il suo attaccamento disordinato. Riavrà il suo figlio, ed in lui la benedizione, ma in forma totalmente rinnovata.

Questo è il senso dell’offerta di Gesù al tempio (Lc 2, 20 ss): il Figlio non è proprietà di Maria e Giuseppe: è consacrato al Signore – e ciò deve valere per ogni figlio. È una contestazione del nostro voler far da padroni sulla vita e sulle persone, desiderio che procede dal nostro esserci staccati da Dio.

Ma questa contestazione diventa redenzione nella misura in cui accettiamo che al centro delle nostre relazioni ci sia Gesù, che è l’unico salvatore.  «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione», dice il vecchio Simeone.

Segno di contraddizione: o con lui o contro di lui. Mentre la tentazione contemporanea sarebbe quella di stare né con lui né contro di lui, di neutralizzarlo, di renderlo indifferente.

Ma Gesù Cristo non è mai neutralizzabile. Non può essere indifferente per la nostra vita, a partire dalla famiglia. Questa è una realtà stupenda, voluta da Dio fin dalla creazione dell’uomo. Ma è una realtà contaminata dal peccato, che porta egoismo, divisione, disordine, odio, sofferenza, e Cristo viene a salvarla. O si salva con Cristo o, senza Cristo, perisce. Cristo va accolto dentro la realtà familiare. Ecco il senso del sacramento del matrimonio, che fonda la famiglia!

Guardiamo invece al fenomeno della convivenza, così diffuso oggi anche tra coppie che vorrebbero ritenersi cristiane. Si dice: ma noi ci amiamo, di cos’altro c’è bisogno? C’è bisogno della redenzione! C’è bisogno: non è un optional!

C’è un inno tradizionale che dice: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”. Anche il contrario è profondamente vero: “Dove c’è Dio, lì c’è carità e amore”. Nella famiglia in cui Cristo è presente, per la fede di genitori, per l’ascolto della sua Parola, per la preghiera fatta in comune, per l’osservanza della sua legge, l’amore non mancherà, o potrà rinascere dopo ogni crisi.

La festa di oggi ci invita a scoprire la volontà di Dio riguardo alla famiglia: qual è l’idea di famiglia che aveva in mente Dio, quando in principio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse dicendo: Siate fecondi, moltiplicatevi… L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Questa, in definitiva, la ragione del nostro ottimismo. Perciò preghiamo insieme oggi la santa Famiglia di Nazareth, perché Cristo sia accolto davvero nelle famiglie ed esse possano essere redente e tornino a risplendere come riflessi dell’amore creativo del Padre.

 

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