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Posts Tagged ‘risurrezione’

Gesù servo

La voglia di vincere, di primeggiare, ci caratterizza un po’ tutti. Per gli uomini è il sogno di essere soli in cima alla scala, per le donne è quello di essere al centro della rete. Ma la sostanza è sempre quella: vogliamo essere i primi, i più importanti, i più grandi. Il bambino vuol essere il primo a scuola, se non ci riesce, cercherà di essere il primo nei giochi, se non riesce nemmeno lì cercherà di essere i più discolo. Così l’adolescente nelle attività tipiche della sua età, così il giovane, l’adulto, l’anziano… Non c’è nessuno di noi, se sappiamo esaminarci per bene, che non senta il bisogno di primeggiare in qualche cosa: persino nelle disgrazie ci vantiamo di essere più sfortunati degli altri…

Su questa base si costruiscono le mitologie antiche e moderne, che ci presentano i loro modelli di grandezza, gli eroi a cui tutti vorremmo somigliare: da Ercole a Superman, da Venere alle top-model, da Creso ai tycoon contemporanei.

Il problema è che questi modelli trovano breccia anche tra i discepoli di Gesù. Un frate di mia conoscenza arringava i giovani del suo gruppo esortandoli ad essere “belli, potenti, forti e vincenti”. “Perdente”, looser, è il peggiore epiteto che il mondo contemporaneo possa rivolgere a qualcuno.

Ma Gesù crocifisso non appare forse come un perdente? In Mc 9, 30-32, per la seconda volta egli istruisce i discepoli sul mistero della croce e della risurrezione. Ma i discepoli da quell’orecchio non ci vogliono sentire.

Gesù dice: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. E Marco osserva che “essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”.

Non capivano, perché il titolo di Figlio dell’uomo designa il Messia glorioso, divino, che distrugge i regni del male e instaura il Regno di Dio (Dn 7): è un vincente. È paradossale che sia consegnato nelle mani degli uomini e che sia ucciso: sembra la sconfitta! I discepoli non capivano e avevano timore di interrogarlo , forse per il presentimento di una risposta chiara che li avrebbe spaventati ancora di più.

Gesù indica la sua strada: non si evita la sofferenza e la morte: le si vince nella risurrezione, per la potenza di Dio, dopo esserne stati ingoiati. Ma questo fa paura, disgusta. I suoi stessi discepoli preferivano rimuoverne il pensiero…

Non solo. Lungo il cammino disputano su un argomento che è proprio agli antipodi delle parole di Gesù: discutono tra di loro su chi fosse il più grande, chi debba stare al primo posto ed esercitare il potere. Dispute che si protrarranno poi per duemila anni, fino ad oggi: discussioni sulle precedenze, sui primati d’onore e di giurisdizione, su quale sia lo stato di vita più perfetto…

Gli uomini vogliono essere i primi: è un desiderio innato; e non è neppure un desiderio cattivo. Gesù non censura questo atteggiamento, ma lo corregge. Dice: “Se uno vuol essere il primo…” Dunque è lecito volerlo essere! Ciò che Gesù cambia radicalmente è il motivo di questo desiderio e, quindi, anche il modo di realizzarlo: sia l’ultimo di tutti  e il servitore di tutti.

Quando sentono queste cose, i non credenti si scandalizzano e dicono: “Voi siete matti o – peggio – siete scemi”. Ma la vera pazzia è la loro, è la pazzia del mondo, di questo mondo costruito sulla volontà di potenza, sull’ambizione, sull’arrivismo. Chi non vede come i nostri mali più terribili vengono proprio da qui?

La lettera di Giacomo (3, 16 – 4, 3) ci ammonisce sulla gravità di questa passione che combatte nelle nostre membra, da cui derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a noi: Bramate e non riuscite a possedere e uccidete…

“Dunque non solo l’infelicità del mondo, ma anche la nostra personale, quotidiana infelicità deriva da qui: dai desideri di primeggiare, dalle ambizioni che non riusciamo a soddisfare, o che, una volta soddisfatte, ci lasciano più scontenti e insoddisfatti di prima” (R. Cantalamessa).

In realtà, quel Gesù crocifisso che, agli occhi del mondo, appare come un perdente, è il vero vincente, e noi con lui! Gesù vince, perché lo scopo del gioco non è evitare la sofferenza, ma continuare ad amare; non è evitare gli insulti, ma perdonare; il premio non è non morire, ma risuscitare.

Per vincere, Gesù ci indica un’altra strada, la sua strada: egli si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Servo, cioè accogliente, di tutti, a cominciare dai più insignificanti, dagli ultimi che, ai suoi tempi, erano i bambini, che contavano meno degli animali da cortile. Accogliente fino ad identificarsi con loro, perché chi accoglie i piccoli accoglie Gesù. E per questo il Padre si identifica con lui: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

In questa linea, anche noi saremo presi da lui, posti nel mezzo e abbracciati come quel bambino. E questa sarà l’unica vittoria che conta, la vittoria definitiva.

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comunione

In queste domeniche stiamo riflettendo sul tema del pane di vita e abbiamo avuto modo di vedere più volte che questo pane è Gesù e Gesù è il Verbo di Dio, la Parola del Padre fatta carne, la Sapienza incarnata. Questo è il pane di vita! Mangiare il sacramento non avrebbe alcun senso se non ci nutrissimo della sua Parola.

Non a caso il Libro dei Proverbi (9, 1-6) ci mostra il banchetto della sapienza: “mangiare il pane” della sapienza, “bere il suo vino”, significa abbandonare l’inesperienza, andare dritti per la via dell’intelligenza… Insomma, significa apprendere le parole della sapienza.

Queste premesse sono necessarie per evitare di stabilire un corto circuito interpretativo che ci porti direttamente all’Eucaristia senza passare per la Parola. Tuttavia, dopo aver ascoltato la Parola è proprio all’Eucaristia che bisogna arrivare!

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54).

Secondo il vangelo di Giovanni, tutta la vita di Gesù apre la strada alla sua risurrezione; ricordiamoci che, prima di presentare il segno dei pani moltiplicati, l’evangelista ha avuto cura di precisare: «Era vicina la Pasqua» (6,4). Il pane del cielo promesso nel segno appartiene al mistero pasquale. Il pane è «la carne del Figlio dell’uomo» (6,53): chi se ne nutre si situa al di là della morte (6,51.54.58). Questo pane celeste è «la carne (data) per la vita del mondo » (6,51). L’Eucaristia appartiene al mistero della morte e della gloria di Gesù.

Nell’Eucaristia, dunque, incontriamo Cristo nel punto culminante della sua vita, cioè nel dono supremo di sé per la vita del mondo. Proprio per questo, mangiando il suo pane, possiamo unirci a lui in tutta la sua storia: comunichiamo con la grazia della sua infanzia, con la forza dei suoi miracoli, con la saggezza del suo insegnamento, con la sua pietà per i poveri, con l’amicizia per i suoi, con la sua passione, con la sua gloria, con il dono dello Spirito…

Ma attenzione: si tratta di un dono estremamente esigente! Cristo si dona totalmente, per amore; e questo richiede necessariamente la reciprocità, la nostra disponibilità a donarci altrettanto totalmente e per amore:

«Colui che mangia me vivrà per me» (6, 57).

Oggi si fa un gran parlare di chi può essere ammesso alla comunione, di chi ne è escluso, di quali siano le condizioni per un discernimento in merito… Il dibattito è complesso e non ho certo la pretesa di intervenirvi ora. Mi sembra comunque che questa pagina evangelica indichi un criterio molto chiaro: può mangiare Cristo solo chi è disposto a vivere “non più per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per noi” (cf. Messale romano, Preghiera Eucaristica IV).

Vuoi sapere se puoi accostarti alla mensa del Signore? Chiediti anzitutto se se disposto a vivere per lui e non più per te stesso. La comunione eucaristica non è un diritto per nessuno: è un dono; e può essere accolto solo da chi è disposto ad entrare nella logica del dono.

L’Eucaristia – dice san Bernardo – è un pane che ha fame. Si realizza l’incorporazione plenaria a Cristo, la spiritualizzazione estrema, la risurrezione dei morti; già si annunzia la comunione escatologica, la totale presenza reciproca: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui » (Gv 6, 56).

Nella comunione eucaristica, Cristo si appropria di noi. Ma non come cose, come fa con il pane e il vino. Nei confronti degli elementi eucaristici, la sua parola è imperativa, «egli parla e tutto è fatto» (Sal 33, 9); lo Spirito impone loro la sua potenza. Nei nostri confronti, Cristo invita e attira anzitutto con la sua Parola. La sua Parola è offerta di comunione, ma comunione significa condivisione di pensieri e di sentimenti. Come possiamo essere in comunione con Lui se non lo ascoltiamo? E come possiamo dire che lo ascoltiamo se non lasciamo che la sua Parola sia il criterio (non uno dei criteri, ma il criterio) della nostra vita?

Se però ascoltiamo davvero, allora sì che entriamo con lui al banchetto delle nozze! Mangiare è, in questo caso, una parola del linguaggio dell’amore. Cristo ci assimila a sé lasciandosi mangiare da noi. L’amore è un mangiarsi l’un l’altro in un dono di sé reciproco. La promessa di un’unione totale può realizzarsi, poiché l’amore di cui Cristo e la Chiesa partecipano è lo Spirito Santo che è l’onnipotenza creatrice: un amore che, amando, crea l’unione che esso desidera.

 

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L’autore del libro della Sapienza si pone il problema fondamentale, la domanda di tutte le domande: se Dio è il Signore della vita, perché c’è la morte? E prima ancora: cos’è la morte? E, in ultima analisi, cosa c’è “dietro” la morte? E c’è qualcosa “oltre” la morte?

La domanda sulla morte è la domanda sulla vita posta in modo serio: noi tutti “viviamo”, ci muoviamo, lavoriamo, fatichiamo, alle volte ci affanniamo, alle volte soffriamo e stringiamo i denti, altre volte piangiamo lacrime amare ma le ingoiamo più o meno in fretta per riprendere il cammino, per continuare… Ma cosa ci spinge a fare tutto questo? Il desiderio di vivere. Eppure questo desiderio che ci spinge in avanti, questo impulso che ci getta sempre nelle braccia dell’attimo futuro per realizzare la nostra esistenza, questo desiderio di vivere è destinato ad una sconfitta inevitabile: ci scaglia in avanti e davanti a noi c’è un muro inevitabile contro il quale tutti i nostri slanci vitali sono destinati ad infrangersi: la morte.

Nel vangelo (Mc 5, 21-23) ne vediamo due modalità: la fanciulla di dodici anni che mentre sta sbocciando alla vita è stroncata dalla morte, e la donna che da dodici anni è lentamente preda della morte a causa delle emorragie.

Si tratta di un tema importate oggi, proprio perché è un tema accantonato, messo da parte. La gente ha tanta paura della morte da non riuscire nemmeno a sopportarne l’idea. È proibito parlarne, è proibito ricordare. O se ne parla in modo ossessivo, la si rappresenta con necrofilia, per esorcizzarla. Ci fa tanta paura che ci spinge a fare le cose più assurde pur di allontanarla, di respingerla, di evitarla…

Ma questo è impossibile: la morte si erge davanti a noi come un muro invalicabile, o meglio, come un buco nero nel quale per forza di cose ci sembra che saremo risucchiati con tutti i nostri sforzi, tutte le nostre attese, tutte le nostre ansie…

“Maledetta morte!” Quante volte l’abbiamo detto davanti alla bara di una persona amata, o usciti dalla camera di un malato terminale o pensando al futuro più o meno lontano che ci attende tutti, inevitabilmente… Maledetta morte!

Maledetta sul serio, perché – come dice il libro della Sapienza (1,13-15; 2,23-24) – la morte non è una creatura di Dio, è una condizione causata dal diavolo per invidia.

Contro questa maledizione, però, si erge la salvezza: Gesù Cristo, il Signore della vita. In Mc 5, 21-23 viene descritta una marcia trionfale verso la vita[i].

Giàiro, una persona importante, uno dei capi della sinagoga, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: ha una figlia di dodici anni, che sta morendo. Gesù si incammina con lui, e lungo la strada una donna gli tocca appena il mantello, e grazie a quel gesto carico di fede guarisce da una penosa malattia rivelatasi inguaribile. Giunti a casa di Giàiro sembra che la morte abbia vinto: “Tua figlia è morta” vengono a dire al padre, senza un minimo di rispetto per il suo dolore “perché disturbi ancora il maestro?”. Ma Gesù, senza scomporsi, dice a Giàiro: “Non temere, continua solo ad aver fede”. Caccia via tutta la gente che piange e urla, prende per mano la bambina: “Fanciulla, alzati!”, le dice, come aveva detto prima al mare: “Taci, calmati!” (Mc 4, 39). Di nuovo è stupore; dunque non solo il mare gli obbedisce, ma anche la morte!

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva. Abbiamo bisogno di essere salvati, di una salvezza che non si limita alla mente, al cuore o all’anima, ma che abbraccia tutto intero l’uomo, la sua carne e il suo spirito. La guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giàiro sono un segno per noi: il segno che Dio fa trionfare la vita. E come? Semplicemente abolendo la malattia e la morte? No: riscattandole. Aprendo in esse un passaggio, un varco verso la vita. Un giorno non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno: tutte queste cose saranno passate. L’ultimo nemico – la morte – sarà annientato. Ci sarà la vita eterna! Ecco la promessa contenuta in quei segni e che fa dei miracoli di Gesù come altrettanti sacramenti della speranza.

Ma chi ci dice che questa è davvero una speranza e non un’illusione? Il fatto che almeno uno ha percorso quel cammino tutto intero: Gesù! Gesù è passato attraverso la morte ed ora – noi lo sappiamo – è il vivente. Il Vangelo di oggi è come un assaggio della Pasqua di Gesù.

Tutto questo non ha senso che nella fede: La tua fede – disse Gesù alla donna – ti ha salvata; e a Giàiro, sconvolto per la notizia della morte della figlia dice: Non temere, continua solo ad aver fede!

 

[i] Riprendo qui alcune idee che mi vengono dal p. Raniero Cantalamessa

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Predica di Pietro

“Di questo voi siete testimoni”, dice Gesù risorto ai suoi discepoli (Lc 24, 48). “Noi ne siamo testimoni”, dice Pietro parlando al popolo nel tempio di Gerusalemme (At 3, 15).

La testimonianza cristiana è raccontare come si è incontrato Gesù risorto. Era questo per i discepoli che erano ritornati da Emmaus per raccontare agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane (Lc 24, 35). È questo anche per noi.

Vedete che, parlando di testimonianza, mi riferisco al racconto della propria esperienza di incontro col risorto. Lo ribadisco perché da qualche decennio a questa parte, anche negli ambienti ecclesiali, è emersa una concezione moralistica della testimonianza: testimoni della risurrezione sarebbero coloro che si comportano bene, che si danno da fare per gli altri, che lottano per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità…

Un’indagine sociologica molto accurata, già alcuni anni fa[i], faceva notare che per gli italiani il compito della religione consisterebbe in primo luogo nel “liberare l’uomo da ogni schiavitù e sopruso su questa terra”. Particolarmente significativo è il fatto che questa posizione era condivisa in egual misura da coloro che si dichiaravano non-religiosi e da quelli che si presentavano come “cattolici vicini alla Chiesa”. Mi pare che questo sia il frutto maturo del secolarismo, per come è penetrato nella “religiosità” stessa degli Italiani. La religione è spogliata del suo carattere “religioso” e trascendente, e ridotta a un mezzo per mettere un po’ di ordine in questo mondo.

Per inciso, un altro dato significativo che emergeva da quella indagine è che, anche tra i cattolici praticanti, non pochi ritengono che una religione vale l’altra. Da questo punto di vista va rilevato che quasi un italiano su tre gradirebbe che vi fosse una religione basata su poche credenze fondamentali, che unisca cristiani, musulmani, buddisti e altri credenti e questo è un auspicio che fa proprio anche la maggioranza dei cattolici appartenenti all’area più vicina alla Chiesa.

Evidentemente la liberazione dell’uomo dalla schiavitù e dai soprusi è un bene, è un obiettivo che come persone e come cristiani non possiamo non porci. Tutte cose buone, evidentemente, ma tutte cose che possono e debbono fare anche coloro che non credono in Gesù Cristo risorto. Con una concezione della testimonianza ristretta a questo, la risurrezione diventerebbe irrilevante, e Cristo sarebbe morto invano!

Ma cosa ci insegna il Vangelo? Ci insegna che schiavitù e soprusi sono dimensioni del peccato, e che dal peccato l’uomo non può liberarsi con le proprie forze. Perché il male sia tolto di mezzo, è necessario che sia tolto di mezzo il peccato, e questo può farlo solo Gesù Cristo, che è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 2).

L’espiazione è stata compiuta perfettamente nella Pasqua di Cristo, ma per diventare efficace nella nostra vita è necessaria la nostra conversione: “Convertitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (At 3, 19). “Convertirsi” significa rivolgersi a Cristo, guardare verso di lui, relazionarsi con lui, accettarlo come Signore della propria vita, fare esperienza della sua risurrezione.

Il momento della testimonianza di alcuni è il momento dell’esperienza di tutti. Questo accade nel cenacolo al racconto dei discepoli di Emmaus, questo accade nel tempio di Gerusalemme al racconto di Pietro. Senza testimoni, il mondo non può convertirsi; ma se non si converte, il suo peccato rimane e, pertanto, rimangono la schiavitù e i soprusi. Il compito della Chiesa, il compito dei cristiani, non può essere altro che questo: testimoniare che Gesù è risorto, fuori di lui non c’è salvezza!

Ogni sera, la preghiera liturgica della Chiesa ci mette sulle labbra le parole del santo vecchio Simeone: “I miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 30), perché ogni giorno avviene l’incontro col risorto, anche se non sempre siamo disposti a riconoscerlo – e quindi a testimoniarlo.

Il Signore risorto è lì, è qui! Preghiamo perché i nostri occhi si aprano ogni giorno al suo incontro e perché la nostra testimonianza sia efficace.

 

[i] V. Cesareo, R. Cipriani, F. Garelli, C. Lanzetti e G. Rovati, La religiosità in Italia, Mondadori, Milano 1995.

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Caravaggio Tommaso

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù (At 4, 33).

Tutta l’azione della Chiesa nel mondo si può ridurre a questo: dare testimonianza della risurrezione del Signore Gesù. È questa testimonianza che suscita la fede, perché la fede cristiana consiste nel credere che Gesù è risorto.

il Vangelo non è stato scritto per insegnarci come ci dobbiamo comportare, ma per suscitare la nostra fede, come dichiara Giovanni: Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 31).

Apparendo nel Cenacolo, Gesù fa tre cose:

  1. Dona la pace: “Pace a voi!”
  2. Manda gli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
  3. Dona lo Spirito Santo per la remissione dei peccati: Soffiò se disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Il dono della pace è dono della vita piena. Gli apostoli sono mandati, come Gesù, perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

Per entrare in questa vita – o per far entrare questa vita in noi – c’è una porta e c’è qualcosa che sbarra la porta, com’erano sbarrate le porte del cenacolo la sera di quel giorno, il primo della settimana. La porta è la fede. La sbarra è il peccato. Per questo agli apostoli, che con la loro testimonianza devono suscitare la fede, viene dato lo Spirito Santo che rimuove la sbarra del peccato. La fede è il contrario del peccato; il peccato, fondamentalmente, è l’incredulità.

Quando Gesù parla dell’azione dello Spirito Santo, il Paraclito, dice che egli Convincerà il mondo quanto al peccato e il peccato è: “non credono in me” (Gv 16, 8-9): “il peccato” per eccellenza è non credere. Certo, poi questa incredulità si declina nella disobbedienza ai comandamenti (cf. 1 Gv 5, 2 s) e in tutti i vizi di cui è pieno il mondo.

Si traccia chiaramente una linea che distingue l’umanità in due parti: quelli che credono e quelli che non credono che Gesù è il Figlio di Dio. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato; chi crede ha la vita, che non crede non vedrà la vita (cfr. Gv 3, 18.36). La fede in lui resterà sempre il grande spartiacque in seno all’umanità: da una parte ci saranno quelli che pur non avendo visto crederanno (cfr. Gv 20, 29), dall’altra ci sarà il mondo che rifiuterà di credere.

Ma chiunque crede che Gesù è il cristo è stato generato da Dio… chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5, 1.4).

“Vincere il mondo” significa vincere l’ostilità, l’incredulità, l’odio e la persecuzione del mondo. E non solo questo: “vincere il mondo” ha anche un significato non polemico, esistenziale; vincere il mondo significa vincere il tempo, la corruzione, la caducità di tutte le cose, ed entrare nella sfera dell’infinito, dell’eternità appunto.

Il frutto della fede, infatti, è la vita eterna: chiunque crede in lui ha la vita eterna (Gv 3, 5; 5, 24; 6, 40.47). Per Giovanni, la vita eterna non è solo la vita che comincia dopo la morte, ma la vita nuova, di figli di Dio, che si dischiude già ora a colui che crede: chi crede in lui è già “passato dalla morte alla vita” (Gv 5, 24). La fede permette alla vita eterna – a Gesù che dona lo Spirito – di fare già irruzione in questo nostro mondo. Credere, perciò, significa ben altro che credere in un “aldilà”, in una vita dopo la morte; è fare già esperienza della vita e della gloria di Dio. Chi crede, vede già, fin d’ora, la gloria di Dio (cfr. Gv 11, 40).

Questo frutto della fede che è la vita, è messo in risalto con tante immagini evangeliche. Chi crede nel nome di Cristo “nasce da Dio” (cfr. Gv 1, 12-13); passa dalle tenebre alla luce (cfr. Gv 12, 46), compirà le opere che Gesù stesso ha compiuto (Gv 14, 12). Ma, soprattutto: chi crede riceve lo Spirito Santo, che è colui che concretamente porta in noi la vita eterna: “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7, 38-39). I credenti in lui! La fede stabilisce un contatto fra Cristo e il credente, apre una via di comunicazione, attraverso la quale passa lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è dato a chi crede in Cristo. Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è verità (1 Gv 5, 6).

In Gv 20, 19-31 leggiamo la vicenda di Tommaso, che non è presente alla prima apparizione del Signore risorto, rifiuta di credere, e, dopo averlo visto l’ottavo giorno, lo riconosce finalmente. Questo episodio sta lì come un invito sottinteso, rivolto da Giovanni al lettore del suo vangelo: giunto alla fine della lettura, egli è invitato a chiudere il libro, a piegare le ginocchia e ad esclamare a sua volta: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28). Il Vangelo è scritto per questo.

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risurrezione

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo” (1 Cor 15, 14). Il cristianesimo sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Il cristianesimo si fonda su un fatto: se togli il fatto, cioè la risurrezione di Cristo, togli il cristianesimo: esso – dice san Paolo – verrebbe a trasformarsi in una religione “contro Dio”.

Questo a molti sembra eccessivo: dicono che anche chi non crede alla risurrezione di Gesù come fatto storico, può comunque raccogliere dalla tradizione cristiana una serie di idee buone e giuste su Dio e sull’uomo, sulla morale: insomma, una concezione religiosa che del mondo che aiuta a vivere bene. Ma questa religione è qualcosa di morto. Si è disposti ad ascoltare quel che Gesù ha detto, ma lo si accoglie solo nella misura in cui ci convince: non gli riconosciamo autorità, è la nostra valutazione personale che decide se e in qual misura aderire. Questo però significa che la nostra valutazione personale è il criterio ultimo, e quindi che siamo lasciati a noi stessi, che non abbiamo una parola che sia realmente capace di salvarci.

Invece, se Cristo è risorto, egli diventa il criterio definitivo, di lui ci possiamo fidare totalmente, perché in lui Dio si è veramente manifestato. E il cristianesimo diventa qualcosa di vivo: non si ferma a dire che Gesù è esistito nel passato, ma afferma che Gesù esiste anche nel presente.

Certo, per comprendere questo dobbiamo renderci conto del fatto che la risurrezione di Gesù è qualcosa di totalmente inaudito. Tra i Giudei del tempo di Gesù, alcuni credevano nella risurrezione dei morti, ma l’aspettavano nell’ultimo giorno, alla fine dei tempi (cf. Gv 11, 24) in un mondo totalmente rinnovato.

Nel giudaismo si conoscevano miracoli di risurrezione di morti compiuti dai profeti (cf. 1 Re 17, 17-24; 2 Re 4, 8-37), Gesù stesso aveva risuscitato il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 11-17), la figlia di Giàiro (Mc 5, 22-43), Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma nella risurrezione di Cristo si tratta di qualcosa di assolutamente differente. Risorgendo, Gesù non riprende la sua vita precedente – come invece accade nel caso dei miracoli che abbiamo menzionato. La risurrezione di Cristo non è un “rientrare” nella vita terrena, bensì un “uscire” verso una vita nuova, diversa: Gesù risorto è entrato nella condizione definitiva e differente, ma – anche qui – non come Elia che fu assunto in cielo, lasciando questo mondo (2 Re 2): Gesù è entrato nella vastità di Dio e, partendo da lì, si manifesta ai suoi. La sua risurrezione segna l’inizio del mondo nuovo, eppure resta nel bel mezzo di questo mondo vecchio che continua ad esistere.

Siamo di fronte a qualcosa di indescrivibile. Questo è il motivo per cui, quando Gesù risorto appare ai suoi discepoli, in un primo momento non lo riconoscono: Egli appare diverso, perché non è un cadavere rianimato, bensì uno che in virtù di Dio vive in maniera del tutto nuova e definitiva; non appartiene più al nostro mondo, eppure è presente proprio nel nostro mondo, proprio lui, nella sua vera identità.

“Solo quando egli stesso si dà a vedere, viene davvero visto: solo quando egli apre gli occhi e il cuore, può essere riconoscibile in mezzo al nostro mondo di morte il volto dell’amore eterno che vince la morte, e in esso il mondo nuovo, diverso: il mondo di Colui che viene” (Ratzinger).

Ma questo cosa significa per noi? Significa che possiamo incontrare realmente Gesù risorto! Qui, su questa terra, e non soltanto dopo la morte. Possiamo incontrare proprio Lui, e non soltanto le sue idee o i suoi precetti. La liturgia pasquale è questo: è l’incontro con lui che accompagna la nostra vita, che ci fa vivere in questo mondo “vecchio” in modo “nuovo”, in modo rinnovato dall’amore.

Non sei più solo! Il tuo amore piccolo e fragile, può essere assunto dal suo amore che va fino alla morte e oltre la morte: puoi vivere della sua risurrezione, puoi perdere con lui la tua vita, per ritrovarla con lui in eterno.

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assunta

Maria è assunta in cielo in anima e corpo. La festività di oggi ci conduce a ripensare il nostro rapporto tra queste tre realtà: il cielo (ossia la beatitudine eterna, la salvezza), l’anima e il corpo.

Abbiamo spesso pensato al cielo come a una cosa che riguardasse soltanto l’anima. “Salvarsi l’anima” sembrava l’unica cosa che contasse, anche per la stragrande maggioranza dei cristiani. E il corpo era da molti – anche predicatori – considerato come una realtà pericolosa, da trattare con diffidenza, con sospetto, come se il male provenisse da lì; l’anima andava dunque custodita perché il corpo non la contaminasse con i suoi desideri e le sue passioni. Certe forme di ascetica sembravano tese alla negazione del corpo, alla sua distruzione: si trattava – per così dire – di salvarsi dal corpo.

È paradossale che ciò sia avvenuto nel Cristianesimo, che si fonda tutto sull’incarnazione del Figlio di Dio e sulla sua risurrezione, su Gesù Cristo venuto “nella carne”, “nato da donna”, uno che “mangiava e beveva” (prima e dopo la sua risurrezione), uno che curava i malati, che trasformava l’acqua in vino per il banchetto nuziale, che moltiplicava i pani e i pesci per la fame delle folle, che ci ha lasciato il pegno più grande del suo amore e della sua presenza nel sacramento del pane e del vino, suo corpo e suo sangue nel mistero della cena…!

Queste realtà erano talmente evidenti, che i cristiani fin dall’inizio si sono dati da fare per curare anch’essi i malati e per alleviare la fame dei poveri. Ma tutto ciò doveva fare i conti con alcune espressioni della Scrittura che sembravano spingere in una direzione opposta. Gesù non aveva forse digiunato per 40 giorni nel deserto? Paolo non ha forse detto che la carne si oppone allo spirito, in una lotta senza quartiere?

Certo, quando Paolo pone tra le opere della carne “invidia, discordie, divisioni, fazioni, gelosie…” (Gal 5, 20), ci fa capire che per “carne” non si intende il corpo, ma l’uomo intero nella sua fragilità, quando si separa dallo Spirito di Dio. Eppure l’equivoco – anche a causa di alcune filosofie sbagliate e di alcune suggestioni provenienti da religioni orientali antiche – si è perpetuato.

Così, nell’età moderna, alcuni hanno pensato che, mentre la Chiesa si occupava di mandare in cielo le anime (che non si vedono), gli uomini di buona volontà avrebbero dovuto occuparsi di far star bene i corpi (che si vedono e si fanno sentire), il che sarebbe l’unica cosa che conta e, in ultima analisi, il modo autentico di essere “cristiani”, anche senza necessariamente credere in Dio; anzi, proprio senza credere in Dio e spesso in opposizione a lui – che lascia morire gli uomini per le carestie, i terremoti e le pestilenze.

La festa di oggi ci aiuta proprio a superare questa schizofrenia tra anime e corpi e a comprendere che la salvezza che Dio ci offre è salvezza di tutto l’uomo. L’essere umano non è “due cose” (un anima e un corpo), ma una cosa sola! Come scrive J. Ratzinger: “La risurrezione dei morti (non dei corpi!), di cui parla la Scrittura, si riferisce quindi alla salvezza dell’unico e indiviso uomo, non soltanto al destino di una sua metà”[1].

“Salvezza”, perché la morte è la conseguenza del peccato, e l’uomo pecca come persona, anima e corpo insieme; e il Figlio di Dio toglie il peccato dell’uomo assumendo la natura umana tutta intera, anima e corpo, e facendone il luogo della manifestazione del suo amore senza riserve, dell’amore per gli uomini peccatori, subendone nell’anima e nel corpo il rifiuto ed opponendo a questo rifiuto la sua accoglienza senza limiti, solidale con tutti i sofferenti di tutti i tempi.

“Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita” (1 Cor 15, 22). Badiamo bene: “in Cristo”, ossia nella misura in cui rimangono in lui e partecipano del suo amore. L’immortalità è il frutto “dell’azione salvante di colui che ci ama e ha il potere di far questo: l’uomo non può perire totalmente perché è conosciuto e amato da Dio. Se ogni amore vuole l’eternità, l’amore di Dio non la vuole soltanto, ma la determina ed è l’eternità”[2].

Cominciamo così a capire il motivo dell’assunzione di Maria: la sua partecipazione totale, immacolata, all’amore di Dio in Cristo. Ella è perfettamente amata da Dio, perché non pone alcun ostacolo a questo amore. È assunta in cielo in anima e corpo perché il Creatore pensa non soltanto all’anima, bensì alla persona umana che si realizza nella corporeità della storia e a lei dona l’immortalità.

Ciò che per noi si realizzerà “negli ultimi giorni”, alla fine della storia e nella comunione di tutti gli uomini, per lei si è realizzato nell’ora della sua morte, come una primizia per l’umanità intera.

Questo mistero di fede ci viene proposto dalla liturgia come “segno di consolazione e di futura speranza” (Prefazio), e la speranza deve divenire la forma della nostra carità: siamo chiamati a lasciarci amare da Dio nell’integralità della nostra persona (anima e corpo, inseparabilmente insieme) e a rispondere a questo amore con la totalità della nostra persona: siamo chiamati a “glorificare Dio nel nostro corpo” e ad operare concretamente per amore dei nostri simili, nell’integralità della loro persona, ben sapendo che possiamo e dobbiamo alleviarne i dolori con la nostra cura, ma dobbiamo annunziare loro l’eternità dell’amore di Dio perché diventi, anche per loro, vita eterna.

[1] J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Brescia 2013, 339.

[2] Ibid., 340.

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