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Ci stiamo avviando alla conclusione dell’anno liturgico e le letture ci invitano a volgere lo sguardo della fede verso “le cose ultime”. Vengono alla mente quelle parole che Gesù pronunciò alla fine della sua vita: “Alzate il vostro sguardo, perché ecco la vostra liberazione è vicina” (Lc 21, 28).

Gesù narra una parabola sulla necessità di vegliare: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 1-13).

Il contesto è quello di una festa nuziale. Alla parola “sposo”[i] la maggioranza degli ascoltatori del vangelo pensa immediatamente a Gesù; d’altra parte, la festa o il banchetto nuziale sono immagini consuete per indicare la salvezza e il Regno. Dunque sin dall’inizio gli ascoltatori del vangelo si sentono legati alle dieci vergini di cui si narra la vicenda, perché anch’essi desiderano trovarsi alla festa con lo sposo.

Ma di queste vergini cinque sono stolte e cinque sagge. Gli ascoltatori quindi si trovano di fronte a due possibilità di identificazione: una positiva e una negativa. Si capisce, fin dall’inizio, che le cose andranno male per le stolte e nessuno vorrebbe identificarsi con loro; eppure il rischio c’è.

Tutto sta a capire in che cosa consiste la saggezza e in che cosa la stoltezza di queste ragazze. Tutte hanno delle lampade, ma le sagge hanno con sé anche l’olio in piccoli vasi, le stolte no. Dunque bisogna capire il simbolo dell’olio: una lampada non si accende se non c’è olio.

L’olio è simbolo di accoglienza: le stesse lampade nuziali sono luci festose che danno il benvenuto allo Sposo che viene. Avere olio per andare incontro allo Sposo, dunque, significa attendere con amore la sua venuta, non vedere l’ora di andargli incontro, di abbracciarlo, di fare festa con lui.

Ma il simbolo dell’olio nelle lampade ha anche una valenza più profonda. “Lampada” ai passi del credente è la Parola di Dio (cf. Sal 109, 105), e lampada nel mondo sono i discepoli di Gesù (cf. Mt 5, 14-16). Sono le opere buone dei discepoli che “risplendono” e rendono “parola di Dio” la loro stessa vita.

Vediamo, allora, che non si tratta solo di sapere chi entrerà nella festa, e chi rimarrà fuori dalla porta chiusa, ove sarà pianto e stridore di denti: si tratta soprattutto di sapere quali discepoli portano veramente la lampada della Parola di Dio accesa, quali comunità cristiane sono in grado davvero di evangelizzare e quali, invece, pur avendo in mano il vangelo, lo portano come una torcia spenta!

Nella parabola, tutte le vergini erano state inviate ad andare dallo sposo. Ma gli uditori, giunti alla fine del racconto, restano sconcertati e insicuri, perché adesso si rendono conto che non tutti gli amici e le amiche dello sposo alla fine gli apparterranno. La comunità – come abbiamo avuto già modo di vedere nelle scorse settimane – è un “corpo misto”: vi sono invitati che indossano la veste nuziale e invitati che non la indossano, è come una rete gettata nel mare che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi, è come un campo in cui cresce il buon grano e la zizzania.

La storia insegna che non tutti quelli che sono chiamati alla festa nuziale dello sposo Cristo vi parteciperanno poi realmente. Nel giudizio finale si verificherà una spaccatura nel gregge dei credenti, la quale separerà gli eletti dai chiamati. Non conta solo la chiamata, ma anche la conferma; non solo la lampada, ma anche l’olio; ma anche i fatti. Di qui l’importanza di vigilare, ossia di attenersi al mandato di Cristo con un’obbedienza costante, totale, assoluta,

All’interno della comunità cristiana, tra di noi, ci sono vergini sagge e vergini stolte. Le stesse comunità cristiane (un’associazione, un gruppo, un movimento, una parrocchia, una diocesi…) possono essere, nel loro insieme vergini sagge o vergini stolte. Tutti abbiamo in mano la lampada della Parola di Dio. Tutti dobbiamo mantenerla accesa per correre incontro al nostro Sposo che viene, il Signore Gesù. Ma non tutti abbiamo l’amore sufficiente per tenere accesa la lampada.

E noi chi siamo? Abbiamo l’olio dell’attesa oppure no? Viviamo “nell’attesa della sua venuta”? Attendiamo con ardore l’ora in cui Cristo apparirà, “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”? Oppure ci siamo fatti una comoda tana nelle cose di questo mondo, l’abbiamo riempita dei nostri comfort, dei nostri interessi mondani, e non aspettiamo più il Signore?

Il test fondamentale per capire se siamo vergini sagge o vergini stolte è semplice: come vediamo la nostra morte? Il pensiero di morire ci affligge, ci spaventa come spaventa quelli che non hanno speranza (1 Ts 4, 13), oppure ci riempie di gioia, perché significa andare incontro al Signore nell’aria ed essere sempre con il Signore (v. 17)?

Capite che, se il Vangelo è lampada che brilla, un cristiano che ha paura della morte, che ne rifiuta il pensiero, che la nasconde, la occulta, non ne parla… è uno che tiene in mano una lampada spenta! Come potrà credere alla vita eterna chi vede degli evangelizzatori che hanno paura di andare a stare col Signore?

[i] Cf. U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, a. l.

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