Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘regno di Dio’

Pescatori

Quando il mondo parla del Vangelo, in genere ritiene che questo sia una sorta di codice morale, un certo modo di vedere le cose, dell’insegnamento che Gesù ci ha dato mettendo al centro l’amore di Dio e del prossimo… Ma è veramente questo il Vangelo?

Il Vangelo, il messaggio di Gesù è l’annuncio di un fatto. Qualcosa che è appena iniziato ed è in pieno svolgimento. Il messaggio di Gesù, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il Regno di Dio!

Perciò si usa questa parola “vangelo”, che significa lieto messaggio, buona notizia.

Per questo Papa Francesco ha dato alla Chiesa un’esortazione apostoliche che si intitola Evangelii gauidium:  la gioia del Vangelo!

La gioia è un’aspirazione radicata profondamente nella natura dell’uomo. Il peccato toglie la gioia, ma Cristo salvatore la fa rinascere. Più precisamente – dice il Papa – il peccato si manifesta nella “tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata” (n. 2). La chiusura individualistica nei propri interessi, il rifiuto degli altri, dei poveri, di Dio, conduce alla perdita della gioia, dell’amore di Dio e dell’entusiasmo nel bene. È dunque l’incontro salvifico con Cristo che riapre la strada alla gioia (nn. 1-7).

Ma precisamente qui si fonda il dovere di rendere partecipe il prossimo di una tale salvezza e di coinvolgerlo nell’esperienza di gioia (n. 9). Gesù chiama Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni… Ma ancora oggi chiama mediante la sua Chiesa, a portare quest’annuncio in tutto il mondo

“Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale” (n. 10).

Il dovere di comunicare il bene è dunque, a sua volta, motivo di realizzazione umana. Potremmo dire che il primo dovere morale è l’annuncio del Vangelo, non l’annuncio di una morale, ma di un incontro.

Questa semplice frase che abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco riassume tutta la predicazione di Gesù: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo.

Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive. Questa è la speranza che lo sostiene.

Dio viene per regnare in modo nuovo e definitivo. Viene per aprire un cammino nuovo per gli uomini.

Gesù non ha bisogno di spiegare a lungo in cosa consista il Regno di Dio che va annunciando: tutti lo aspettavano. E sapevano che si trattava di un’alleanza nuova tra Dio e gli uomini. Di un patto d’amore in cui gli uomini e Dio sono legati insieme e trionfano la giustizia e la pace.

Il popolo di Israele aspettava da secoli e secoli questo avvenimento, ed ora, quando Gesù comincia a parlare, il suo annuncio è che il Regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi, in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose. Vuole attuare una pace perfetta che abbraccia tutto e tutti.

Ma perché questo si realizzi in noi è necessario anzitutto credere all’amore di Dio e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali.

Il vangelo è l’annuncio di un avvenimento che viene a mutare la situazione degli uomini e costringe a prendere decisioni. Non si può restare spettatori, estranei a i fatti. O ci si mette in movimento, o si resta fuori dal Regno!

Lo vediamo espresso con chiarezza nelle figure di questi quattro discepoli. Non stanno facendo niente di male: lavorano, sono pescatori. Ma Gesù interviene con una parola misteriosa nella loro vita: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.

Cosa avranno capito in quel momento i quattro poveri pescatori del lago? Forse poco o niente. Eppure davanti alla parola di Gesù lasciano le reti, lasciano il padre sulla barca coi garzoni, e seguono Gesù.

Dovremmo trarre le conclusioni per noi da questa pagina del Vangelo. Noi ascoltiamo la parola di Gesù, siamo in un certo senso “spettatori” del suo mistero. Bene: Gesù non si accontenta di averci “spettatori”. Non si accontenta di averci qui davanti: vuole che ci mettiamo in movimento, che lo seguiamo. Che siamo pronti a lasciare le cose per andare dietro a lui.

Ovviamente, le prime cose che dobbiamo lasciare sono i nostri peccati e tutto ciò che costituisce “occasione prossima di peccato”. E questa è la prima conversione.

Ma non basta: per amore di Gesù dobbiamo essere pronti a lasciare anche le cose buone (la rete, la barca, il padre…) perché Gesù è più importante di ogni cosa, di ogni persona. Questa è la seconda conversione, forse più difficile, più lenta… Ma se, con l’aiuto di Dio, la compiamo, allora tutta la nostra vita si trasforma in un “Vangelo” vivo, in un lieto annunzio, in un messaggio di gioia.

Concludo pregando con le parole del canto al Vangelo: “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ci conceda lo spirito di sapienza, perché possiamo conoscere qual è la speranza della nostra chiamata”. Amen.

 

Read Full Post »

cristo-re

La Solennità di Cristo Re costituisce la sintesi di tutto l’Anno liturgico e di tutto il Vangelo, giacché il Vangelo non è altro che la buona notizia, l’annuncio del Regno di Dio in Cristo.

Basileia, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona novella – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). E ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

L’annuncio del prossimo avvento del Regno è normalmente seguito da un appello che invita gli uditori a prepararsi: “Convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1, 15). Le raccomandazioni sono molto varie: accanto alla penitenza e alla fede, c’è l’obbedienza alla volontà di Dio, l’osservanza dei suoi comandamenti, la necessità di mostrarsi fedeli e vigilanti, di praticare la carità e di rinunciare ai beni della terra. Tutto ciò per essere pronti al momento in cui il Regno arriverà, per trovarsi nella condizione di potervi entrare e non esserne gettati fuori, per riceverlo in eredità ed essere un grande in questo Regno. La prospettiva generale è quella di una futura presa di possesso. Le beatitudini del discorso della montagna, nel loro insieme, esprimono lo stesso punto di vista: “saranno consolati”, “saranno saziati”, “erediteranno la terra”, “otterranno misericordia”, “vedranno Dio”. La prima beatitudine, invece, non promette che il Regno “sarà” del poveri; essa dice che esso “è” già loro. E Mt 5, 10 ripete la stessa affermazione per coloro che sono perseguitati per la giustizia.

Il Regno di Dio esiste; fin dal momento in cui Gesù comincia a predicare esso “è” di coloro a cui è destinato; esso è donato ed appartiene a essi di pieno diritto. Preparato per essi (Mt 25, 34), il Regno costituisce la loro eredità, sebbene essi debbano attendere ancora un po’ prima di prenderne possesso. Per questo la prima beatitudine li proclama beati fin dal presente. La loro felicità precorre la presa di possesso. Sono beati perché il Regno è sul punto di venire.

Proclamare che i poveri sono beati è semplicemente un’altra maniera per dire che il Regno di Dio è vicino. Rivolto ai peccatori, l’annuncio della imminente venuta del Regno diventa un invito pressante a fare penitenza; rinvolto ai poveri, prende la forma di un invito alla gioia, perché questo Regno, che è sul punto di venire, appartiene ad essi.

La proclamazione delle beatitudini suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia giunto il giorno in cui Dio esercita il suo Regno a favore dei poveri.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. I poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

E se noi ci accorgiamo di non essere poveri, di essere anzi sazi, gaudenti come il ricco epulone… Ci è forse chiusa la porta del Regno? Andremo col ricco tra i tormenti? Come potremmo passare, noi che siamo cammelli, attraverso la cruna di un ago? La strada c’è, ed è Gesù! Egli stesso ci dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, forestiero e mi avete ospitato, ero malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Cristo non si limita ad evangelizzare i poveri, si identifica con loro e ci dice: “Ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”; “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!” (cf. Mt 25, 31-46).

Read Full Post »

fuoco dal cielo

Domenica scorsa abbiamo ascoltato da Gesù alcune parole molto nette: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Oggi vediamo con estrema chiarezza le conseguenze di questo invito: sia per quanto riguarda il cammino di Gesù, sia per quanto riguarda la chiamata a seguirlo. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Stavano compiendosi i giorni: sulla vita di Gesù sta un piano di Dio. Il compimento di questo piano si avvicina. Il comportamento di Gesù è lineare: si dirige secondo la volontà del Padre; entra nell’ordine di cose stabilito da Dio. Dirige perciò i suoi passi verso Gerusalemme. C’è in questo una fortezza, un coraggio eroico. Gesù sa che Gerusalemme significa anzitutto il suo fallimento, la croce, la morte, e solo dopo, alla fine, la vittoria. E tuttavia cammina a testa alta incontro al suo destino. Gerusalemme è la roccaforte dei suoi nemici: Gesù ci va dentro. È il centro dell’opposizione: Gesù passa all’attacco. La sua vita, esteriormente e interiormente, è una marcia in avanti, inarrestabile e sicura. Tutto sostiene la prontezza interiore della sua obbedienza. Nessuna scena sentimentale d’addio, nessun malinconico guardare indietro: obbedienza rettilinea, spontanea, naturale.

Di fronte a questo piano di Dio e a questa grandezza di Gesù, sta il rifiuto e la piccolezza umana: gli abitanti di un villaggio samaritano si rifiutano di accogliere Gesù perché egli si reca a Gerusalemme. Ecco: il cammino inizia con l’opposizione, la sua marcia si apre con un rifiuto: lui dice “sì” al Padre, gli uomini dicono “no” a lui.

Se Luca ci racconta questo fatto – e quello di Luca è stato definito “il vangelo per i missionari” – è perché i discepoli di Gesù (e quindi noi stessi) ci prepariamo ad affrontare i rischi del mestiere ed acquisiamo un giusto atteggiamento nell’evangelizzazione. La storia si ripeterà innumerevoli volte: l’annuncio del Vangelo si scontrerà con la chiusura di tanti. Si tratta di uomini e donne che sarebbero destinatari del messaggio di salvezza, che sarebbero destinati alla gioia del Vangelo… ed invece si chiudono per ragioni meschine: qui per problemi politici, di rivalità regionalistica, per antipatia etnica… Una pesantezza umana, “secondo la carne” – direbbe san Paolo – che impedisce per loro la realizzazione del piano di Dio.

Ma Gesù non si ferma. Quando una porta è chiusa, Gesù varca un’altra soglia. Quando una nazione chiude le sue frontiere, il messaggio del Signore è portato ad un altro popolo. Tanto peggio per chi rifiuta! Il piano di Dio si realizza, non ostante tutto. Dio non può essere danneggiato. Il piano di Dio non si può certo fermare.

Il problema non è la realizzazione del Regno di Dio, che comunque si realizza. È l’atteggiamento dei missionari, qui rappresentati da Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo che – non certo per caso – Gesù aveva soprannominato “figli del tuono”. Qui tuonano sul serio e vogliono maledire il villaggio che non li accoglie, chiedendo che un fuoco dal cielo (cioè un fulmine) lo incenerisca.

Sono cattivi, Giacomo e Giovanni? No di certo! Sono come Elia, “pieni di zelo per il Signore degli eserciti”, uno zelo che ricorre a tutti i mezzi. Ma i mezzi di Dio non sono quelli. Il piano di Dio, la missione di Gesù, e quindi la missione degli apostoli e della Chiesa, non si attua con la violenza e con la forza, ma con la debolezza, ossia accettando il fallimento, la sofferenza e il rifiuto. Proprio questa accettazione costituisce in definitiva la vera forza, perché risponde alla volontà di Dio.  “«Non con la potenza né con la forza, ma con il mio Spirito», dice il Signore degli eserciti!” (Zc 4,6). Proprio a questa forza Gesù si richiama per respingere il progetto tentatore dei suoi discepoli.

E noi? Siamo sicuri di essere del tutto immuni dal peccato dei Samaritani e da quello dei figli di Zebedeo?

Non potrebbe accaderci di essere come questi Samaritani, talmente attaccati ai nostri punti di vista, alle nostre consuetudini, alle nostre meschinità, da rifiutare la salvezza semplicemente perché si presenta in un modo che non si adatta ai nostri pregiudizi?

E non potrebbe accaderci di essere come i figli di Zebedeo che non sopportano il rifiuto e, quindi, finiscono con non sopportare il piano di Dio che passa proprio attraverso il rifiuto? Certo, essere trattati male fa male, provoca risentimento! Ma se davvero ci stesse a cuore solo la gloria di Dio, lo sopporteremmo volentieri, perché comunque il regno di Dio si compie. Il problema è che il rifiuto ferisce il nostro orgoglio: è questo che ci rode!

Dio regna! Ma è un re che rinuncia ad uccidere gli avversari; anzi, è un re che non considera mai gli uomini come avversari, anche quando essi si considerano tali e come tali si comportano. Li considera sempre come suoi figli amati e non rinuncia mai a chiamarli alla salvezza. Gesù va a Gerusalemme proprio per testimoniare questo: sarà crocifisso, ma i suoi crocifissori si salveranno! Prepariamoci anche noi ad essere respinti. Dobbiamo certamente lottare, ma non contro gli uomini: dobbiamo lottare contro lo spirito di vendetta e lo scoraggiamento. E così saremo suoi testimoni credibili.

 

Read Full Post »

Rembrandt

  Quante scelte ci troviamo a fare nella nostra vita. Quanto è difficile scegliere! Scegliere significa trovarsi davanti a due beni e preferire il migliore rinunziando all’altro. Ogni scelta comporta una rinuncia. Ogni scelta “costa”. E quanto più sono grandi i beni in questione, tanto più costa. Da una scelta sbagliata può dipendere la felicità o il fallimento di una vita. Il giovane re Salomone (1Re 3,5.7-12) se ne rendeva conto, e quindi chiese a Dio un unico dono: il discernimento nel giudicare, cioè l’intelligenza, la capacità di valutare e di scegliere bene. A questa capacità di scegliere fa riferimento Gesù nelle parabole del tesoro e della perla (Mt 13,44-46). Con le precedenti del lievito e del chicco di senape Gesù ci ha parlato della forza del Regno di Dio e ci ha mostrato che esso vincerà totalmente il mondo. Ora Gesù pone in risalto il valore del Regno e il suo prezzo, quindi l’importanza della nostra scelta. Ci vengono mostrati due modi di incontrare qualcosa di prezioso: – Uno fa una scoperta per caso, inaspettatamente, come un contadino che, lavorando la terra di un altro, si imbatte in un tesoro sepolto. Il caso non doveva essere tanto strano per gli antichi, data la loro abitudine di seppellire con il morto tutti i suoi gioielli. Ancora oggi in Palestina si scoprono tombe antiche con tali tesori. Ogni parabola va letta così: metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Tutto contento il contadino va a casa, vende tutto ciò che ha e compra quel campo per entrare, così, in possesso del tesoro. Tutto l’insegnamento della parabola è racchiuso in questi due elementi: una gioia indicibile e la conseguente decisione del contadino di disfarsi di tutto (e chissà quante piccole cose care erano comprese tra quel tutto che egli vendette!) per poter acquistare il tesoro. E tu che ascolti dici: Certo! Ha fatto bene! È logica! Anch’io farei la stessa cosa, e di corsa! – Un altro incontra il Regno dopo una lunga ricerca, come un mercante che commerciava in perle di pregio e ne aveva una ricca collezione. Un bel giorno, finalmente, ne scopre una superiore a tutte le altre, di valore inestimabile, di fronte alla quale tutte le altre messe insieme non sono che poveri oggettini volgari. Metti che capitasse a te una cosa del genere, cosa faresti? Il mercante vende tutta la collezione, alla quale era certamente attaccato, e acquista la perla preziosa. E ancora una volta tu che ascolti dici: Certo! Ne valeva la pena: ha fatto un buon affare! Nelle due parabole troviamo un unico atteggiamento: una grande gioia per la scoperta “preziosa”, l’impossibilità di rimanere inerti, la necessità di scegliere e di dare il tutto per tutto: vendere tutto quel che si ha per acquistare il campo, la perla. La scelta della cosa migliore anche quando esige il sacrificio di tutto il resto. Ebbene, tu sei quell’uomo che ha trovato il tesoro nel campo; tu sei il mercante che ha trovato la perla! Perché sei qui, ad incontrare Gesù, e il vero tesoro, la vera perla è il Regno di Dio che viene in Gesù. Anche a noi sarà capitato di assaggiare la gioia della scoperta, la gioia che viene da Cristo, magari in una bella celebrazione eucaristica, in un momento di preghiera… Forse inaspettatamente, come il contadino che, per caso, trova il tesoro nel campo; forse al termine di un lungo cammino di ricerca, di catechesi, di meditazione, come il mercante che viaggia e contratta alla ricerca di perle. Comunque ci siamo imbattuti nel Signore e abbiamo assaporato la sua gioia. Il problema è che la gioia del Regno, superiore ad ogni altra gioia terrena, è una gioia ardua. È preziosa! E le cose preziose costano. È tutto! Per questo ti costa “tutto”! Tutto il resto va sacrificato, come gli averi di quel contadino, come la collezione di perle di quel mercante. Altrimenti si fa la fine del giovane ricco che, non volendo disfarsi dei molti suoi beni per seguire Gesù, se ne andò via triste. Questo è il motivo per cui, con la gioia del Regno, di solito si arriva alla soglia, ma non si entra. Perché non si ha il coraggio di vendere tutto, e così si trascorrono anni infelici e inquieti. Vorremmo che Cristo fosse una delle tante perle. Vogliamo conservare tutte le ricchezze a cui siamo attaccati: i nostri averi, i nostri affetti, i nostri punti di vista, i nostri progetti, la nostra vita… e poi vorremmo anche la gioia di Cristo. Come se fosse un di più, come se fosse la ciliegina sulla torta. Ma una ciliegina costa pochi centesimi, Cristo è il tesoro, è la perla di valore inestimabile. Costa! C’è un prezzo da pagare. Certo l’affare è vantaggioso. Si guadagna tutto. Ma proprio per questo bisogna vendere tutto: rinunciare a tutto ciò che non è Lui, per vivere di Lui. Il fatto che Matteo abbia posto in serie altre due similitudini, quella della rete e quella del padrone di casa (Mt 13, 47-52), deve richiamarci all’estrema serietà di questa scelta. I fedeli riuniti in una chiesa sono come tanti pesci vengono riuniti in una rete gettata nel mare. Siamo tutti vicini, l’uno all’altro, tutti nella stessa rete. Potremmo illuderci di entrare tutti nel Regno perché siamo qui. E invece siamo pesci di ogni genere, buoni e cattivi. Buoni sono coloro che hanno realmente rinunciato a tutto il resto per avere il vero Tutto che è Gesù. Gli altri, invece della gioia, conosceranno il pianto e lo stridore di denti. Ma il Signore vuole renderci tutti pesci buoni. Ci dà il suo Spirito di saggezza per renderci felici possessori di un tesoro dal quale estraiamo cose nuove e cose antiche, inesauribilmente, perché il nostro tesoro è Cristo stesso.

Read Full Post »

8. domenica “per Annum” – A

Un po’ infelice la traduzione esplicativa della CEI: Non potete servire Dio e la ricchezza. Traduzione esplicativa, perché nell’originale non c’è una parola greca che significhi “ricchezza” o “beni materiali” o “denaro”; c’è invece una parola aramaica: m­āmônā, che Mt lascia così: mamó­na, e Girolamo si limita a traslitterare: mammona. Anche Girolamo – che conosceva perfettamente l’aramaico – avrebbe avuto a disposizione molte parole latine per interpretare “ricchezza”, ma non l’ha fatto, evidentemente perché il concetto di “mammona” non è così semplice.

Originariamente significa “provvista”, passa poi effettivamente a indicare il “patrimonio”, ma il suo senso più ampio è quello di una “base di sicurezza economica” nella quale l’uomo si sente tranquillo per affrontare il futuro: i “magazzini pieni”, le “terre al sole”, il “conto in banca”…

Tutte cose che servono, si dirà. Il problema, però, è che anziché servirci noi di esse, finiamo col diventare noi i servi ed esse le padrone!

Giacomo di Sarug, un santo monaco siriaco vissuto nel V secolo, afferma che in antichità il diavolo operava inducendo gli uomini ad adorare gli idoli; ora gli idoli antichi hanno smesso di attrarre la popolazione divenuta cristiana, quindi il diavolo ha cambiato strategia: la forma di idolatria con cui adesso opera è il servizio a mammona. Il servizio a mammona, cioè lo spendere tempo, fatiche, energie mentali per assicurarsi una base economica, rende impossibile il servizio di Dio.

Vedete, cari amici, pochi passi del vangelo hanno suscitato una critica così dura, soprattutto da scrittori dell’area marxista (da quella “ortodossa” di K. Kautsky a quella “eretica” di E. Bloch). Gesù verrebbe smentito da ogni “passero affamato”, e ancor più da ogni carestia e sciagura di questo mondo. Qui trarrebbe origine quell’ingenuità economica che ha contraddistinto tante volte le comunità cristiane. Questa pagina del Vangelo sarebbe utilizzabile solo nella situazione particolare di Gesù che viveva, senza essere sposato, nell’assolata Galilea insieme ai suoi amici. Anche da un punto di vista etico sarebbe problematico: esorterebbe a non lavorare e incoraggerebbe all’indolenza.

Facili fraintendimenti, se non si ha presente l’insegnamento centrale di questo testo e non si interpreta il tutto alla sua luce. L’insegnamento centrale è: cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia.

Qui siamo nel discorso della Montagna, il grande discorso del Regno di Dio. In esso Gesù ci dice come dobbiamo comportarci per entrare in esso: se la nostra giustizia non sarà più grande di quella degli scribi e dei farisei, non entreremo! E allora in cosa consiste la giustizia del Regno: consiste nel porgere l’altra guancia a chi ci percuote, nel dare anche il mantello a chi vuol toglierci la tunica, nel rinunciare ad ogni ricompensa terrena, anche in termini di prestigio, di buona fama, a dare senza pretendere in cambio, a non chiedere restituzioni a chi prende del nostro…

Capite che sono tutte cose che ci tolgono sicurezza, ci sentiamo mancare il terreno sotto i piedi. Pensiamo: eh, ma se facessimo così, che ne sarebbe di noi?! Ci schiaccerebbero vivi! Ci ridurremmo in povertà! Saremmo perduti!

Ed ecco che andiamo in ansia. Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Come ci vestiremo? Dall’ansia deriva la preoccupazione e l’agitazione. “Marta, Marta! Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose”. Il problema non è che ti dai da fare: questo va bene! Tu ti prendi cura di qualcosa: brava! Il problema è che ti preoccupi, cioè agisci con affanno, con angoscia, senza pace. Le cose dovrebbero servire a te, perché tu possa vivere in pace con il tuo Signore; e invece le cose diventano esse le tue padrone e ti tolgono la pace e ti allontanano dal Signore. Soprattutto ti allontanano da un Signore così generoso e così esigente come Gesù che ti comanda di essere totalmente distaccato dalle tue cose, fino al punto di non temere di perdere tutto pur di conservare la carità ed entrare nel Regno di Dio!

Dunque il problema è che siamo gente di poca fede. L’espressione greca oligópistoi traduce un’espressione aramaica che potremmo tradurre letteralmente “uomini dalla fede monca”, che sono, secondo l’antica tradizione rabbinica, ad esempio quegli israeliti che nel deserto volevano raccogliere manna e quaglie di sabato. Tradisci il comandamento di Dio perché pensi che questo sia necessario per garantirti una sicurezza: stai con mammona, non con Dio.

Penso che nella nostra vita cose simili accadano di frequente. Il Signore ci aiuti a riportare la fede al centro del nostro cuore, cosicché impariamo ad operare la giustizia di Dio rimettendo in lui ogni nostra preoccupazione.

Read Full Post »

Seminatore

Perché Dio non interviene nella storia? Perché i giusti sono oppressi e gli empi trionfano? Dov’è la regalità di Dio, in questo mondo? Fino a quando il Signore lascerà che le cose vadano come vanno senza intervenire?

Queste sono le domande che più frequentemente emergono nel cuore delle persone religiose, già dall’AT, dai Salmi, da Giobbe… E sono domande che si pongono anche nella comunità cristiana, sia al tempo degli evangelisti, sia oggi. Per rispondere ad esse, Gesù racconta la prima parabola che abbiamo ascoltato.

Vuoi sapere perché Dio sembra inattivo, sembra “dormire” di fronte ai problemi della storia. Bene. Tu sai come si coltiva il grano, vero?

C’è un’attività umana, la semina: dura poco tempo.

C’è poi una inattività prolungata che dura mesi. Durante questi mesi, “all’insaputa” del seminatore, del tutto indipendentemente da ciò che egli fa o non fa, si compie un processo vitale, descritto con sei fasi: germoglia, comincia a spuntare, produce lo stelo, la spiga, il grano e matura.

Infine c’è l’attività decisiva: la mietitura.

Tutti sanno che è così! Allora, perché il contadino è stato tanto tempo inattivo? È ovvio! Quel che si doveva fare era stato già fatto; quel che si sarebbe dovuto fare ancora, non era ancora tempo di farlo. È forse un contadino pigro o incurante? Tutt’altro! Solo che, nella fase intermedia, il lavoro lo compie “spontaneamente” (automáte) la terra seminata.

O.K., abbiamo capito la parabola. Ma cos’è che Dio deve attendere? Il suo “non intervento” non può essere senza ragione. Dunque, cosa attende? In tutti i testi apocalittici – e sono questi a costituire la base della parabola che abbiamo ascoltato – si invita a pazientare nell’attesa che “sia colma la misura”.

Nell’AT si tratta a volte del numero degli eletti, altre volte dell’entità dell’umiliazione e della conversione, altre ancora della misura dell’iniquità. Nel NT si fa anche riferimento all’evangelizzazione e alla conversione di Giudei e Gentili.

Quel che conta è che la fede degli ascoltatori di Gesù sia confortata, perché l’intervento di Dio (il Giorno del Signore, dies irae, ma anche dies salutis), ci sarà, e ci sono buoni motivi per pazientare e per darsi da fare, assecondando noi, terra seminata da lui, l’“automatismo” del Regno.

*

Il problema del rapporto tra storia ed eternità, tra crescita della Chiesa e Regno di Dio, viene posto in maniera ancora più acuta nella seconda parabola di oggi.

Il Regno di Dio evoca attese grandiose, il Messia – nell’immaginario giudaico – avrebbe dovuto istaurare una realtà di pace cosmica. E invece? Il ministero di Gesù, i risultati conseguito, la stessa comunità dei credenti… sono ben piccola cosa! Così anche noi, di fronte alle situazioni di oscurità, di debolezza della Chiesa, ci potremmo sfiduciare. Ed ecco la parabola di Gesù che è contemporaneamente promessa e conforto!

Il seme di senapa è proverbialmente piccolo. Eppure diventa un arbusto che è il più alto di tutte le piante dell’orto (raggiunge i 3-4 metri). Orbene, l’arbusto e il seme sono in relazione di continuità (perché è il seme che “si trasforma” in arbusto) e parimenti di discontinuità (perché l’arbusto è grande, ramificato, ombroso, mentre il seme è piccolo e insignificante).

Capita la parabola? Il Regno di Dio “viene fuori” dal ministero di Gesù – proseguito dalla Chiesa – un po’ come l’arbusto ombroso ed ospitale nasce dal più piccolo di tutti i semi. Il movimento avviato da Gesù, crescendo man mano, finisce a un certo punto per coincidere con il Regno di Dio.

Sì, ma in che modo? La parabola ci dice “che” è così, ma non ci spiega “come”. Il passaggio implica certo una qualche continuità e una qualche rottura, ma non viene precisato di che tipo.

Certo l’immagine vt dell’albero (cfr. Ez) suggerisce che il passaggio è opera di Dio: è lui che esalta gli umili. Dunque si tratta di una “continuità” dall’alto, avvolta nel mistero di Dio, che non esclude il passaggio attraverso la discontinuità e la rottura – come nella parabola di Gv 12, 26, in cui il seme rappresenta Gesù morto e risorto.

La lezione per noi è quella di accettare i tempi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo imparare la pazienza! E i modi di Dio – che non sono i nostri: dobbiamo accettare la piccolezza! Rinnoviamo dunque la professione della nostra speranza e andiamo avanti nella gioia!

Read Full Post »

1. Basileía, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Egli non si spiega mai sulla natura del Regno di Dio, non si preoccupa di definirne la nozione. Evidentemente egli suppone che i suoi ascoltatori sappiano di che cosa parla. Si rivolge a persone che attendono il Regno di Dio. La formula astratta non li inganna. Essi inoltre si rendono conto che non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

2. Gesù parla della Basileía come di una realtà che deve venire. Assicura ai suoi discepoli che alcuni di loro “non gusteranno la morte prima di aver veduto il Regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9, 1 //). Durante la Cena afferma che egli “non berrà più del prodotto della vite fino a quando il Regno di Dio non sia venuto” (Lc 22, 18). Secondo Luca, i Farisei interrogano Gesù “sul momento in cui verrà il Regno di Dio”, ed egli risponde: “Il Regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare” (Lc 17, 20). Invita i suoi discepoli a pregare il Padre chiedendogli: “Venga il tuo regno!” (Mt 6, 19 //): si tratta di una venuta che deve verificarsi a un dato momento: al tempo dell’intervento escatologico.

L’uso del verbo “venire” a proposito della Basileía non corrisponde a ciò che sappiamo sul linguaggio del giudaismo; i Giudei attendo che il Regno di Dio “si manifesti”, o “si riveli”: non conosciamo alcun testo giudaico in cui si dica che il Regno di Dio “viene”. Per trovare un equivalente al mondo con cui Gesù parla della “venuta” del Regno di Dio, si deve ricorrere a ciò che i rabbini dicevano dell’ “epoca che viene”.

3. Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli inoltre precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona notizia – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Gesù fa cogliere la portata dei suoi esorcismi dicendo: “Se io caccio i demoni mediate lo Spirito di Dio (Lc: mediante il dito di Dio), significa che per voi è arrivato il Regno di Dio” (Mt 12, 28 //). Gesù invita i suoi interlocutori a riconoscere nei suoi esorcismi un effetto della potenza del Regno di Dio; questo suppone che il Regno sia presente almeno in una certa maniera. Essi sono una prima manifestazione di questo Regno, una anticipazione dello spiegamento di potenza che accompagnerà il suo avvento. Quando Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, trasmette loro anche il potere di cacciare i demoni e di guarire i malati (Mt 10, 1-ss e //). Sono questi i segni che confermano il messaggio dell’imminenza del Regno: esso è così vicino che già si fanno sentire i suoi effetti.

4. Convertirsi significa credere a tutto ciò.  Prima di Gesù, convertirsi significa, di solito, cambiare vita, cambiare condotta, meritare la salvezza o affrettare la salvezza; ha un significato ascetico e morale. Ci si converte soprattutto osservando fedelmente la legge, con il proprio sforzo.

Ora, con Gesù, il rapporto è capovolto; conversione e salvezza si sono scambiate di posto: non c’è prima la conversione e poi la salvezza, ma, al contrario, prima la salvezza e poi la conversione. Convertirsi significa credere nella buona notizia (vangelo!) che la salvezza è offerta all’uomo come dono gratuito di Dio; la conversione è un atto di risposta. Posso convertirmi, perché in Cristo il regno si è fatto vicino. Il vangelo precede la conversione, l’indicativo precede l’imperativo, la donazione di Gesù precede e suscita la nostra donazione.

5. Ci si converte credendo. Facile? Per niente! Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Egli però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). Egli ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

La proclamazione del vangelo suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia imminente il giorno in cui Dio esercita il suo Regno.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. Si realizzano allora le beatitudini (Mt 5), perché poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

In 2 Cor 5, 11, Paolo cita Is 49, 8: Nel tempo della grazia ti ho esaudito; nel giorno della salvezza ti ho soccorso”; ed aggiunge: “Eccolo, ora, il tempo della grazia; eccolo, ora, il giorno della salvezza”. Nel momento in cui Paolo predica il giorno della salvezza è il presente. Ed è in questo presente che noi siamo chiamati ad entrare grazie al cammino quaresimale.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: