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Posts Tagged ‘Quaresima’

Giunti all’ultima domenica di quaresima – la prossima sarà quella delle Palme – è necessario rivedere il cammino fin qui percorso. La linea quaresimale del ciclo A è una linea fondamentalmente battesimale.
Le prime due domeniche hanno presentato la storia della salvezza: dalla genesi alla trasfigurazione, passando attraverso Abramo, Mosè, Elia e le tentazioni di Cristo. Le tre domeniche successive sono definite «domeniche sacra¬mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Nella terza (la Samaritana) è stato evocato il mistero dell’acqua, nella quarta (il Cieco nato) quello della luce, ed oggi (Lazzaro) quello della risurrezione e della vita.
La risurrezione di Lazzaro – come l’acqua del pozzo della Samaritana, come la guarigione del cieco – è un segno: una realtà materiale che deve portarci a conoscere una realtà spirituale ed eterna.

Duccio da Boninsegna

Duccio di Buoninsegna, Risurrezione di Lazzaro

Fra poco, nel prefazio, pregheremo con queste parole:
“Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.
Dunque quello che avvenne sulla tomba di Lazzaro fu un segno, fu l’inizio di un miracolo che Gesù continua ad operare anche oggi nella Chiesa e nel mondo. Lazzaro morto rappresenta tutta l’umanità morta spiritualmente per il peccato.
Dio è la vita. L’uomo vive perché è in comunione con Dio. Il peccato, rompendo questa comunione, porta con sé la morte. La morte fisica è il segno che questa comunione è stata infranta. Tutta la nostra vita è una lotta contro il male e contro la morte. La morte ci assedia. Non solo la morte fisica, ma anche quella che la Bibbia chiama “la morte seconda”, la morte dello spirito. Morte dello spirito è la superbia, l’invidia, l’ira, la lussuria, l’avarizia, la golosità, la pigrizia.
– La superbia, che ci porta a disprezzare Dio, ci porta farci un dio a nostra immagine, che ci dia comandamenti che piacciano a noi: non quelli veri, ma quelli comodo, quelli alla moda, quelli politicamente corretti… Vogliamo essere noi la misura del bene e del male, come Adamo ed Eva!
– L’invidia, che ci porta a disprezzare il prossimo, se ha un bene o fa un bene che noi non siamo in grado di raggiungere o che abbiamo perso, lo odiamo come Caino odiava Abele. Perché i peccatori provano tanto gusto a trascinare gli altri nel peccato? Per invidia della loro innocenza. E quando non ci riescono, denigrano, disprezzano, scherniscono… perché invidiano.
– L’ira, che ci porta ad aggredire chi minaccia la nostra posizione: ci siamo messi al posto di Dio, pretendiamo di essere assoluti, e quindi distruggiamo chi ci fa capire che non lo siamo.
– L’avarizia, che ci porta ad accumulare avidamente ciò che conferisce potere su questa terra, per darci l’illusione di essere come Dio.
– La lussuria, che fa dei desideri della nostra carne la guida e il criterio del nostro agire, che ci porta a considerare “beatitudine” ciò che è solo piacere di un attimo, che rende impuri, cioè brutti e ingiusti i nostri pensieri, la nostra fantasia, la nostra volontà…
– La gola, che fa del nostro ventre il nostro vero Dio: vi sono persone – anche nei conventi – il cui unico pensiero è come mangiare meglio, come soddisfare il dio al quale sono devoti: il proprio ventre.
– L’accidia, che consiste nel disgusto per le cose vere, buone e belle, e nell’abbandonarsi al male, alla tristezza, alla perversione.
Il peccato e la morte ci assediano all’esterno: nella nostra società neo-pagana, il peccato fa capolino da tutti gli angoli, si insinua in tutti i rapporti umani… Ma il peccato e la morte ci assediano anche dall’interno della nostra casa; i germi più pericolosi sono, anzi, proprio quelli che portiamo in noi stessi, nella nostra carne.
E Gesù ci sta davanti e ci grida come a Lazzaro: “Vieni fuori!” Per risuscitare te mi sottopongo alla morte io: Vieni fuori! Vieni fuori dalla tua superficialità, dal tuo egoismo, dal disordine in cui vivi; vieni fuori dalla tua dissipazione, dalla tua disperazione.
Le parole profetiche della prima lettura, con Cristo diventano realtà: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito, o popolo mio… Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.
Quando tu sei morto per il peccato, quando già mandi odore di putredine, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore non ti abbandona. Gesù fremette di compassione e d’amore anche per te, il giorno che, nel battesimo, ti chiamò dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce.
E ora che ho peccato di nuovo? Ora hai a disposizione la seconda tavola della salvezza: il sacramento della Penitenza che, da qualche Padre, è stata definito come “il battesimo delle lacrime”. Pèntiti del tuo peccato. Lasciati coinvolgere dal fremito di Gesù ed entra anche tu in agitazione contro il tuo peccato: Gesù freme ancora di amore ferito ogni volta che ti lasci vincere dal male. Entra nel pianto di Gesù e impara a piangere con lui, perché lui piange per te. Obbedisci alla sua voce che ti dice: Vieni fuori! e con il suo perdono ti risolleva dalla caduta.
Chiediamo al Signore di sfruttare bene queste due settimane di preparazione immediata alla Pasqua. Chiediamogli il dono di entrare in agitazione con noi stessi, fremere, ribellarci e lottare contro l’invadenza del male presente nel mondo e nella nostra esistenza. Dobbiamo dire, come dice Tommaso nel Vangelo di oggi: Andiamo anche noi a morire con lui, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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Il senso della liturgia odierna è espresso sinteticamente nel Prefazio: “Nel mistero della sua incarnazione Cristo si è fatto guida dell’uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della rinascita ha liberato gli schiavi dall’antico peccato per elevarli alla dignità di figli”.

Siamo dunque chiamati a fissare lo sguardo su due aspetti del Vangelo di oggi: la fede e il battesimo. Dopo la domenica della Samaritana e dell’acqua, oggi è la volta di un altro grande simbolismo battesimale: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”.

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L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco.

L’episodio è narrato con una tale abbondanza di particolari che non possiamo commentarlo tutto: ognuno dovrebbe rileggerlo e meditarlo nella sua preghiera personale.

Ma alla fine ci accorgiamo che Giovanni ha voluto dire due cose alla sua comunità:

1. Quel cieco rappresenta ogni cristiano; prima dell´incontro con il Vangelo, volgi gli occhi intorno, ma non vedi niente, non capisci il senso dell´esistenza, di quello che hai e ti viene sempre tolto, delle relazione d´amore che vorresti e non sei capace di realizzare, delle gioie che finiscono sempre, del dolore che ritorna, della vita che finisce sempre con la morte. Poi, se incontri Cristo ed entri in relazione profonda con lui, se vai alla piscina di Siloe – il fonte battesimale – e ti fai lavare, torni che ci vedi.

2. La luce che Cristo ci ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi. Cristo è il senso dell´esistenza, tutto ciò che ti porta disperazione e morte è il peccato che ti allontana da Dio, ma battezzato nella sua morte trovi il perdono, nella sua risurrezione ricevi la vita eterna.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

Così sembrerebbe quando san Paolo, nella 2. lettura, dice: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”.

Ma siamo davvero ora tutti e solo luce? Se così fosse non avrebbe senso quel grido finale, come nella notte, che ci ha rivolto Paolo stesso: “Svegliati o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà”!

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto il dono della fede – che, come ci insegna il catechismo è una virtù teologale – ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio, perché, come abbiamo ascoltato nella 1. lettura, Dio non guarda ciò che guarda l’uomo: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. E noi restiamo uomini, sempre tentati di fermarci all´apparenza.

Questo significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci: come i farisei nel vangelo, che rifiutano Gesù perché non corri­sponde ai loro pregiudizi; come i genitori del cieco, che per paura di essere allontanati dalla sinagoga non riconoscono la salvezza.

Non è così tante volte anche per noi? Rinneghiamo la fede perché non corrisponde alla mentalità del mondo, perché facendoci guidare dal vangelo siamo esclusi dalle logiche di moda, dal successo mondano, dal consenso…

Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati (5, 19-21), Paolo vi accenna: “ fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

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2. domenica di quaresima – A

Celebrare la Quaresima è ripercorrere un cammino di preparazione al Battesimo, un cammino di catecumena­to, in modo che, la notte di Pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra Pasqua.

Le letture di domenica scorsa ci hanno fatto fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della Pasqua e del Battesimo, il peccato.

Ma forse la parola “peccato” non ci provoca più. Pensiamo che “peccato” significhi qualche cose di molto interessante e piacevole, che la chiesa però proibisce non si sa bene perché. E allora proviamo ad usare un’altra parola. Anziché peccato, diciamo “fallimento” o “rovina”. Tu vuoi garantirti una vita comoda e divertente (dì che le pietre che diventino pane!), oppure un successo strepitoso (buttati dal pinnacolo del tempio usando gli angeli come paracadute!), oppure il potere e la ricchezza (tutte queste cose ti darò se prostratoti mi adorerai!). Dietro questo c’è l’inganno, dentro questo c’è la tua rovina e la rovina delle persone con cui costruisci la tua storia.

Nel deserto, Gesù ha cominciato a creare la possibilità di vincere il peccato. Ma la vittoria di Gesù sarà piena nella Pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purificazione, perché il desiderio di una vita comoda e divertente, il desiderio del successo, il desiderio del potere e della ricchezza sono anche in noi, e ci conducono alla rovina se non ce ne purifichiamo.

Abbiamo questo coraggio? Vogliamo incamminarci con Gesù? Oggi il Signore lo chiede a me e a voi. Ci fa ascoltare ancora una volta la sua chiamata, questa vocazione santa di cui parla S. Paolo nella 2. lett.

La parola “vocazione” ci fa subito pensare a preti, suo­re e frati… No! La prima cosa che ci deve venire in mente è la salvezza! Dio ci salva dai nostri fallimenti, dalla nostra rovina, cioè dal peccato.

Dio non ci chiama perché, in qualche modo, ce lo meritiamo. Dice s. Paolo: Ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il proposito della sua grazia. Cioè: non ci chiama perché noi siamo buoni, ma perché Lui è buono e ci vuol far diventare buoni.

Da parte nostra cosa si richiede? La disponibilità a metterci in cammino.

Guardate ad Abramo. Dio gli dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre.

Lui stava così bene tra i suoi! Era felicemente sposato con Sara, non desiderava forse che avere tanti figli, numeroso bestiame e di invecchiare a lungo circondato dai figli e dai figli dei figli. La voce misteriosa del Signore invece gli dice: Alzati e va’! Ma aggiunge una promessa. E Abramo dice di sì, dice il suo “eccomi”, fidandosi di Dio. Esce dalla vita comoda e divertente, rinuncia al successo, perde ogni ricchezza e potere e si fida di Dio.

Questo “eccomi” della fede anche noi avremmo dovuto pronunciarlo nel Battesimo, quando avremmo dovuto dire “rinuncio a Satana, a tutte le sue opere, a tutte le sue seduzioni; credo in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo”.

E la Quaresima è l’occasione per eccellenza per riportare alla luce questo impegno sepolto nella nostra infanzia, tante volte dimenticato nei ritmi della vita quo­tidiana. Chiamandoci alla conversione, la Chiesa ci chiama, in realtà, a ripetere e fare nostra l’esperienza di Abramo. Uscire dalla routine della vita, dalla nostra terra in cui siamo confortevol­mente installati, con la mente piena di progetti e di desideri terreni. Andare verso il paese che il Signore ci indicherà, cioè verso il futuro della fede, aprendoci alle promesse che Dio fa e alle opere che ci chiede.

Ma la nostra condizione è più facile di quella di Abramo. Lui non sapeva dove andava, noi sì. Gesù ce lo ha rivelato. La trasfigurazione di cui abbiamo ascoltato il racconto nel Vangelo è proprio questo.

Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte.

Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce. Perché devi strapparti dal desiderio della vita comoda e divertente, dal desiderio del successo, dal desiderio del potere e della ricchezza. E ciò significa croce.

Non crediate però che la croce sia una caratteristica dei cristiani. Essa si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la solitudine, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. La vita comoda e divertente prima o poi verrà meno; il successo non sarà più tale, il potere e la ricchezza ti deluderanno, sia che tu creda, sia che tu non creda. Solo che chi non crede si ferma al fallimento e alla rovina, ossia al peccato. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione: viene salvato!

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo (Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo), lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare con la croce la sua vittoria e la nostra salvezza, confidando nella potenza della risurrezione.

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Tutti sanno che si tratta di un tempo di quaranta giorni di penitenza che ci preparano alla celebrazione della pasqua. Ma … come ci dobbiamo prepa­rare?

Per capirlo dobbiamo farci un’altra domanda: che significa celebrare la pasqua? Certamente significa ricordare la morte e risurrezione di Gesù; ma non basta: significa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù, significa morire al peccato e risorgere alla vita nuova.

Questa è la nostra pasqua, la pasqua che si realizza in ogni uomo che crede in Cristo e riceve il battesimo.

Sì, è proprio il battesimo che ci fa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù. Ed è per questo che, secondo una tradizione antichissima, il battesimo degli adulti si celebra nella notte di Pasqua.

La quaresima, allora, cosa è? È ripercorrere un cammino di preparazione al battesimo, un cammino di catecumenato, in modo che, la notte di pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra pasqua. E la liturgia quest’anno ci aiuta proprio in questo.

Il Ciclo A è legato al catecumenato. La linea del ciclo A è una linea fondamentalmente pasquale. Il lezionario di questo ciclo può essere suddiviso in due parti.

Le prime due domeniche presentano, in uno scorcio davvero sorprendente, tutta la storia della salvezza. Le tre domeniche successive potrebbero essere definite «domeniche sacra­mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Volta a volta saranno evocati il mistero dell’acqua, quello della luce, quello della risurrezione e della vita.

I.            Prima domenica

Le letture ci fanno fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della pasqua e del battesimo, quello sfondo tenebroso rappresentato dalla notte, nella quale si accende il fuoco nuovo all’inizio della veglia pasquale: il buio del peccato.Da qui cfr CANTALAMESSA La parola e la vita, A, p. 62-ss

Le letture di ci presentano tutte e tre gli stessi perso­naggi: Dio, l’uomo, satana.

La prima lettura e il vangelo si corrispondono perfettamen­te, ma sono l’una l’opposto dell’altra: là un giardino bello, fresco, rigoglioso, in cui tutto parla di felicità e di piacere; qui un deserto sen­z’acqua, senza viveri: uno scenario allucinante.

Là un uomo, Adamo, è messo alla prova e risponde “no” a Dio, dando ascolto al diavolo; qui un altro uomo, Gesù Cristo, è messo alla prova ma resiste a Satana e dice “sì” a Dio.

Nella lettura intermedia, S. Paolo riflette su questi due eventi e ce li spiega: Come per il peccato di uno solo (Adamo) si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo (Cristo) si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedien­za di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Dunque Adamo non è caduto solo per se stesso; Cristo non ha vinto solo per se stesso. La disobbedienza di Adamo ha coinvolto tutti nella colpa, l’obbedienza di Cristo coinvolge tutti nella salvezza.

Noi ci troviamo oggi fra questi due poli di attrazione, ci troviamo a scegliere: o con Adamo o con Cristo; o con il peccato, o con la salvezza.

La vittoria di Gesù comincia nel deserto ma sarà piena nella pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purifica­zione, se siamo disposti a mettere l’ascolto della parola di Dio al di sopra del pane. Allora la pasqua sarà la nostra pasqua, il nostro battesimo rivivrà e godremo della libertà dei figli di Dio.

L’uomo è vinto dalla tentazione; di qui la distruzione dell’unità del creato, in sé e con Dio (prima lettura: Gn 2, 7-9.3, 1-7). Ma a questa rovina catastrofica si oppone la vittoria di Cristo contro la potenza del male, durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto (vangelo: Mt 4, 1-11). Sì che per noi, oggi, dove è abbondato il peccato sovrabbonda la grazia (seconda lettura: Rm 5, 12 -19) .

II.          Seconda domenica

Ci fa intravedere fin d’ora, con la trasfigurazione del Signore, ciò che ci attende alla fine del nostro cammino verso l’ultimo giorno. Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte. Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce.

E come la Pasqua si realizza nella nostra vita, così la croce si realizza nella nostra vita. Direi che si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la sofferenza, la solitudine, il fallimento, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. Solo che chi non crede si ferma alla oscurità e alla morte. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione. Perché accoglie la parola del Padre: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo.

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo, lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare la croce del cammino confidando nella potenza della risurrezione.

III.        Terza domenica

Con la terza domenica comincia la preparazione sacramentale più diretta, infatti si riflette sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana. Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

IV.       Quarta domenica

È poi la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”. L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco. Con questo vuole dire fondamentalmente due cose:

1. Quel cieco era ogni cristiano; anche gli uditori di Giovanni erano andati un giorno alla piscina di Siloe – il fonte battesimale -, si erano lavati ed erano tornati che ci vedevamo.

2. La luce che Cristo ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto la virtù teologale della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio. Significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci. Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati, Paolo vi accenna: “fornica­zione, idolatria, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, invidie, ubriachezze”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

V.         Quinta domenica

Nella quinta domenica ci viene presentato il miracolo della risurrezione di Lazzaro. La chiave di lettura di quella liturgia è espressa nel Prefazio: “Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”. Il messaggio è chiaro: dobbiamo comprendere il senso della risurrezione per noi, il passaggio “dalla morte alla vita” che si attua nei sacramenti, in modo particolare nel battesimo.

Per comprendere il senso di questa pagina di vangelo, dobbiamo cercare di entrare nella mentalità delle prime comunità cristiane. Esse vivevano della fede nella risurrezione del Signore e attendevano la sua venuta nella gloria. Ma questa venuta tardava a venire. Alcuni, che pure avevano creduto in lui, erano stati battezzati, avevano mangiato il Pane di vita, avevano ricevuto lo Spirito di vita, non ostante ciò erano morti. E allora questa promessa di vita eterna che il Signore aveva fatto, che senso aveva? Forse quelli che erano morti non erano graditi al Signore?

Noi oggi crediamo di avere una teologia più sofisticata. In realtà siamo forse regrediti allo stadio della fede di Marta: sappiamo che la risurrezione avverrà nell’ultimo giorno, ed intanto affrontiamo le nostre morti con rassegnazione e rimpianto, quasi rimproverando Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

Badate, non soltanto davanti alla morte, che è “il nemico ultimo ad essere annientato” – come dice Paolo (1 Cor 15, 26); anche davanti alle tante difficoltà e sofferenze e limiti che viviamo quotidianamente. Quante volte diciamo: Signore, perché non mi liberi da questo male? Perché non hai impedito quella sofferenza? Perché hai permesso che io cadessi in quel peccato? Che io mi umiliassi in quel modo? Se tu fossi stato qui…! Forse è perché non mi ami?

Il Vangelo ci preserva anzitutto da un’idea sbagliata circa l’amore: Gesù – ci dice fin dall’inizio – amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Davanti alla sua tomba, vedendo il dolore dei suoi cari, scoppia in un pianto dirotto, tanto che gli astanti esclamano: “Vedi come gli voleva bene!”. Eppure, anche lì si insinua la stessa perplessità di Marta: “Ma costui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che questi non morisse?”

Gesù invece aveva detto ai suoi discepoli: “Lazzaro è morto, e io sono contento per voi che non eravamo là, perché crediate”. Gesù non ci salva “dalla” morte ci salva “nella” morte. Non ci toglie il limite.

La morte è frutto del peccato, e siccome siamo peccatori dobbiamo morire. Parliamo qui della morte fisica, l’ultimo atto della nostra esistenza terrena; ma parliamo anche di quegli anticipi di morte che sono tutte le nostre sofferenze, fisiche e spirituali: la malattia, la vecchiaia, le umiliazioni, i tradimenti, la solitudine, i fallimenti… Gesù non ci salva “da” queste cose. Ci salva “in” queste cose, diventando solidale con noi – lui, l’unico innocente – prendendo su di sé la nostra morte per farci partecipi della sua vita.

Cosa ci viene chiesto in cambio? Di credere in Cristo, di fidarci di lui anche quando le speranze umane sono esaurite – come davanti alla tomba di uno che è morto da quattro giorni e già manda cattivo odore. Di lasciare che ci salvi a modo suo: non togliendoci quel limite che ci è necessario per esistere, né la dignità di esserne coscienti, ma trasformando il nostro limite in apertura, la nostra morte in vita.

Pure noi, in questo sacro tempo di Quaresima, dobbiamo dire, come dice Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui”, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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Questa è la domenica della gioia quaresimale.
Ma come? La quaresima non è tempo di penitenza e conversione?
Certo, ma il frutto della conversione è la gioia della salvezza ritrovata. Sì, perché il peccato è tristezza, angoscia; la conversione è liberarsi dal peccato! Il peccato è odio, la conversione è amore. E scrive san Tommaso d’Aquino: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th., I-II, q. 70, a. 3, c).
Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece senza gioia non può esserci cristianesimo vero.
E sarebbe suggestivo rileggere la storia della nostra vita alla luce della storia del “Figliuol prodigo”. Il nostro peccato come allontanamento dalla casa del Padre, il pentimento, la festa del ritorno.
Magari potremo aggiungere che forse anche per noi il punto di partenza della conversione è stato ambiguo, come per il figlio prodigo: il giovane ha fame, perciò ritorna: non per amore ma per calcolo (e tante volte noi torniamo a Dio per calcolo). Eppure il Padre che, non ha smesso di aspettarci, ci accoglie con amore.
E sarebbe bello notare come la sua conversione è sigillata da un pasto in cui è adombrato, in qualche modo il cibo eucaristico pasquale. La prima lettura ci ricorda infatti la pasqua celebrata dal popolo di Dio nella terra promessa. Ed eccoci tutti riconciliati con Dio (2. Lett).
Ma questa riflessione, concentrata sulla figura del “Figliuol prodigo” non rende ragione dell’inizio e della fine della parabola.
Leggiamo il Vangelo: “In quel tempo si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola: Un uomo aveva due figli…” La parabola non è stata detta per i peccatori, ma per i farisei che si sentivano senza peccato e si scandalizzavano perché Gesù accoglieva i peccatori.
Per questo la parabola non termina con la festa per il ritorno del figlio perduto, ma continua presentandoci il figlio maggiore, che si indigna e non vuole entrare a far festa con suo fratello.
Si capisce allora perché alcuni intitolano questo brano del Vangelo non “Il figliuol prodigo”, ma “La parabola dei due figli”. Il figlio maggiore è figura dei farisei, ma anche di noi, allorquando vogliamo instaurare con Dio un rapporto di dare e avere: io ti servo e obbedisco ai tuoi comandi perciò ho diritto alla tua benevolenza, i peccatori no. E quindi se Cristo accoglie i peccatori e fa festa con loro, io non voglio entrare nella festa.
Guardate che questo “non voleva entrare” è fortissimo: significa il rifiuto della salvezza, significa l’inferno. Possibile che un uomo che “non ha mai trasgredito un suo comando” rifiuti Dio fino a questo punto? Purtroppo sì. Succede quando non si serve Dio per amore, ma per paura o per interesse.
Eppure Dio non abbandona il suo amore per noi: il padre esce fuori a pregare il figlio di entrare. Ma ci pensate?! Dio stesso viene a pregarci di entrare a fare festa con lui.
San Paolo gli ha fatto eco nella 2. lett.: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.
Altri intitolano questo brano del Vangelo “La parabola del Padre buono”: e non vi nascondo che questo è il titolo che a me piace di più. Dobbiamo convertirci all’amore di Dio. Possiamo rallegrarci e fare festa per l’amore di Dio.
Tutti ci siamo allontanati da Dio: qualcuno come il figlio minore, andando via dalla sua casa e vivendo da dissoluto; qualche altro come il figlio maggiore, senza mai andarsene di casa, ma servendo Dio per paura o per mercanteggiare favori.
A tutti Dio offre la riconciliazione in Cristo: ci abbraccia, ci prega i entrare alla festa, ci riconcilia con sì, non ci rinfaccia le colpe, ci rende creature nuove.
Se Dio ti da’ ogni bene – e te lo da’ sempre – la tristezza ti viene dal desiderare qualcosa fuori di Dio, cioè dal peccato! La figura della gioia cristiana però, viene a raggiungerti proprio in questa tristezza di peccato: è gioia resa possibile dalla rivelazione dell’amore del Padre per i peccatori. La stessa malinconia della nostra vita dunque, riflesso del nostro peccato, concorre a determinare le condizioni per cui noi possiamo riconoscere e apprezzare il vangelo di Gesù come buona-notizia rivolta proprio a noi.
In tal senso, la fede non comporta la dimenticanza di noi stessi e di tutte quelle esperienze che in precedenza sono state motivo della nostra tristezza. Comporta invece la conversione ad un altro modo di vedere la nostra vita precedente. “Se uno è in Cristo – ci ha detto Paolo – è una creatura nuova: le cose di prima sono passate, ecco ne sono nate di nuove!”.
Apriamo lo spirito a questa rivelazione del Padre ed impariamo a rispondere all’amore con l’amore.

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Tentazioni

La liturgia di oggi ci presenta Gesù che “pieno di Spirito Santo” viene condotto dallo stesso Spirito nel deserto.
Il deserto riduce l’uomo all’essenziale, lo spoglia delle complicazioni, del superfluo, delle vanità e lo proietta verso alcune poche cose fondamentali (acqua, cibo, strada giusta, riparo dal sole).
Così la Quaresima ci vuole riportare alla sostanza dell’esistenza cristiana. Cioè a Dio. Alla fede in Dio solo.
Le tentazioni che Gesù subisce nel deserto sono un grande richiamo alla fede in Dio: “Fede” non significa semplicemente sapere che un Dio c’è.
Se siamo qui, in Chiesa, è perché sappiamo che Dio esiste. Anche il demoni sanno che Dio esiste, e tremano! Ma quanto conta la presenza di Dio nella nostra vita? In che cosa si differenzia il nostro modo di vivere da quello di chi non ha fede? Solo nel fatto che qualche volta andiamo a messa?
Vogliamo spere se abbiamo realmente fede o no? Chiediamoci come reagiamo davanti alle tentazioni che Gesù ha subito. Esse consistono nel prendere le distanze rispetto a Dio.
1. Anzitutto la tentazione del pane: privilegiare i propri bisogni e interessi (la propria fame) e allontanarsi dall’ascolto della Parola di Dio. Se il pane avesse avuto la precedenza rispetto al suo rapporto con il Padre, Gesù sarebbe stato sicuramente un Messia acclamato; ma falso!
2. Poi la tentazione della scorciatoia verso il potere e la gloria: ti darò tutti i regni se mi adorerai. A Gesù sarà dato ogni potere in cielo e in terra; egli sarà glorificato da Padre stesso; per la via lunga dell’obbedienza, dell’umiliazione, della croce e della morte, giungerà alla risurrezione. Il diavolo propone un’alleanza pervertita: rinnegare Dio, adorare satana in cambio di una via più comoda; ma fallace!
3. Infine la tentazione più sottile e terribile: quella di servirsi del potere di Dio nel proprio interesse, per aver successo, per sbalordire il pubblico, per conquistare i fans, per costruirti un’immagine potente, per accaparrarti i benefattori, per fare carriera…
La risposta di Gesù è nella fede totale in Dio, nell’abbandono alla sua volontà:
1. La tentazione del pane: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. La stessa fame è vinta dalla fiducia in Dio che può dare un cibo che non perisce. Anche ciò che c’è di più essenziale per la vita terrena deve essere subordinato alla vita piena. Gesù moltiplicherà i pani (e anche i pesci), ma per mostrare il Pane di vita. Suo cibo – dirà – è fare la volontà del Padre suo.
2. La tentazione del potere e del denaro viene smascherata come idolatria. Chi ricerca il potere e la ricchezza, anche se non lo sa, anche se dice di credere in Dio, è un adoratore del diavolo. L’umiltà e la povertà di Cristo sono lo stile di Dio e quindi del Cristiano.
3. La tentazione del successo è vinta dall’umiltà che si fida del piano e dei tempi di Dio, di chi depone le sue vesti, si cinge di un asciugatoio e lava i piedi dei suoi amici; di colui che sta in mezzo agli altri come colui che serve.
Ma questa vittoria, Cristo non la consegue per sé (che bisogno ne aveva?), ma per noi.
Innanzitutto per farci capire che, se èstato tentato Lui, saremo tentati anche noi. E che la nostra vita è una continua lotta contro il maligno. Ma soprattutto per insegnarci che, se restiamo uniti a Lui, avremo la salvezza: è questa la fiducia che dobbiamo coltivare.
San Paolo ci ha detto che “Chi invocherà il nome del Signore sarà salvo”.
Il Sal 90 ci ha ricordato una realtà di fatto: noi abitiamo al riparo dell’Altissimo, dimoriamo alla sua ombra; e quindi ci ha invitati ad invocarlo, a confidare in lui.
Il Dt ci ha fatto ascoltare la prima “professione di fede”, il primo “credo” del popolo d’Israele: siamo figli di nomadi, che hanno abitato in Egitto come forestieri, come schiavi che hanno gridato a Dio. E Dio “nell’ora della prova” ci ha ascoltati, liberati, guidati, introdotti in una terra in cui scorre latte e miele.
In questa prima settimana di Quaresima portiamo nel cuore questa parola che abbiamo udito da Paolo: “Chiunque crede in Dio non sarà deluso”, e affrontiamo con Cristo il cammino del deserto, lasciamoci purificare dall’idolatria del ventre, del potere, del successo. Mettiamo la nostra fiducia solo in Dio e saremo salvati.

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4. dom. di Quaresima – B

È la domenica della gioia quaresimale: strano accostamento! La liturgia si apre con un invito che vale la pena di rimeditare: Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione.

Chi è chiamato a rallegrarsi? Gerusalemme e quelli che l’amano (il Popolo di Dio, la Chiesa), caratterizzati poi come “voi che eravate nella tristezza”. Allora comprendiamo il senso dello strana espressione “gioia quaresimale”: non è l’allegria dello spensierato o di chi fa finta di essere tale, non è la gioia del superficiale, di chi mangia-dorme-e-non-capisce-niente. È la gioia di chi era nella tristezza ed ora si sazia di consolazione. Ma bisogna capire bene di che tristezza e di che consolazione si tratta.

In questa quaresima la liturgia ci fa riflettere sull’alleanza tra Dio e gli uomini, e abbiamo considerato questo tema in rapporto a Noè, ad Abramo e a Mosè. Oggi la prima lettura ci mette di fronte ad una realtà tristissima: la rottura dell’alleanza.

Causa della rottura è l’infedeltà. Il popolo dell’alleanza è chiamato ad essere santo come Dio è santo. Ed invece imita in tutto gli abomini degli altri popoli e contamina il tempio.

Non siamo anche noi nelle condizioni di questo popolo? Non ci troviamo anche noi, tragicamente, a moltiplicare le nostre infedeltà, imitando in tutto gli abomini di quelli che non conoscono Dio? Quante volte diciamo: eh, ma lo fanno tutti, posso farlo anch’ io!

Tutti rubano, tutti commettono atti impuri, tutti trascurano di santificare le feste… Allora posso farlo anch’io! Non abbiamo capito che proprio perché gli altri fanno così, noi dobbiamo vivere in modo diverso. Apriamo gli occhi! La mentalità che ci circonda è la mentalità del mondo, radicalmente opposta a quella di Cristo. Non possiamo imitare gli abomini di quelli che non conoscono Dio.

Premurosamente, incessantemente Dio manda messaggeri ad ammonire il suo popolo. Ma il popolo si burla di loro, disprezza la Parola di Dio, schernisce i profeti… Per questo il Signore li mette in mano ai nemici, che distruggono quanto rimane dell’alleanza violata.

Anche a noi il Signore manda i suoi profeti e la sua parola. Anche noi rischiamo di disprezzare questa parola: gi il fatto di non dedicare tempo alla lettura del Vangelo, di non  partecipare alle catechesi è un modo di disprezzare la Parola di Dio. Già il modo in cui viene trattato l’insegnamento della Chiesa dai media ci fa capire fino a che punto arrivi questo disprezzo. La conseguenza è una vita sballata: la vita che viviamo, triste, disperata, perché nella schiavitù del peccato.

Meriteremmo di morirci, nella disperazione del peccato. E invece, come ci ha detto san Paolo, Dio, ricco di misericordia, ci ha amati quando eravamo ancora morti per i peccati. E san Giovanni ci ha detto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo.

Qual è il significato di queste parole misteriose che Gesù rivolge a Nicodemo: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna?

Nel deserto gli Israeliti si erano ribellati a Dio e a Mosè, e per questo furono assaliti da serpenti velenosi che facevano strage. Allora si pentirono e Mosè pregò Dio per il popolo. Dio gli ordinò di fare un serpente di rame e di metterlo su di un palo, in forma di “T”: chiunque veniva morso, se guardava il serpente di rame era salvato: il simbolo della condanna, il serpente, diventa salvezza.

Gesù viene innalzato sulla croce come il serpente nel deserto. La croce è il simbolo della condanna che spetterebbe a noi per i nostri peccati. Per il grande amore di Dio, Gesù la prende su di sé e se noi crediamo in lui abbiamo la vita eterna mediante la sua morte.

Ma siamo chiamati a fare una scelta ben chiara e precisa: Credere in lui. Chi crede non è condannato: è salvo, ha la vita: ecco il senso della gioia quaresimale: la tristezza del peccato e del castigo è vinta dalla gioia della salvezza: vita nella luce. Chi non crede già condannato: non è salvo: resta nelle tenebre, per nascondere le sue opere malvagie, nella morte.

La Veglia Pasquale si aprirà proprio con questo simbolo di luce: il fuoco nuovo illumina la notte, segno della luce di Cristo, della Risurrezione, della fede. Ma la fede, il credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio non significa semplicemente sapere che Gesù il Signore: si tratta – come ci ha detto san Paolo – di vivere con Lui, risorgere con Lui, compiere le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo in Lui.

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2. domenica di Quaresima – B

La prima cosa che dovremmo chiederci è come mai in questa 2. dom. di quaresima la liturgia ci fa ascoltare il vangelo della trasfigurazione. Cerchiamo di capire perché.

La quaresima è il tempo della nostra conversione: è il tempo di cambiare vita per seguire Gesù. E domenica scorsa abbiamo visto che la condizione prima della nostra conversione è la Fede: “Convertitevi e credete al vangelo”, ossia “Convertitevi credendo al vangelo”.

Ma com’è difficile mantenere la fede nell’ora della nostra croce – il lutto, la malattia, il dolore! Com’è difficile riconoscere il volto del Figlio di Dio sfigurato dal dolore, sangue, contratto nella morte… Com’è difficile entrare nella logica del sacrificio… Spontaneamente ci ribelliamo!

Gesù lo sa e per questo prepara i suoi discepoli all’ora della croce: li conduce su un alto monte, in disparte, loro soli. Proprio Pietro, Giacomo e Giovanni che saranno i testimoni della sua agonia nell’orto degli Ulivi.

Sul monte l’umanità di Gesù diventa trasparente, e i discepoli possono intravvedere la sua natura divina: è la prefigurazione della gloria della risurrezione. Due uomini appaiono: Mosè ed Elia, la legge e i profeti. Ai discepoli si svela il senso delle scritture: tutto l’AT converge in Cristo e nella sua Pasqua (“dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risuscitato dai morti”).

I tre discepoli rimangono abbagliati, frastornati, vorrebbero fermare, immobilizzare quell’attimo di grazia: “facciamo tre tende…”. Ma questo significa non aver capito il senso della trasfigurazione: è una preparazione alla passione, non un bello spettacolo fine a se stesso. Infatti la scena luminosa si copre con una nube, e la voce del Padre viene a svelare il senso di quell’avvenimento: Gesù è il Figlio suo, l’amato. Dobbiamo ascoltarlo.

Ecco: l’ascolto. Dobbiamo convertirci, e il primo passo della conversione consiste nella Fede. Ma il primo passo della Fede consiste nell’ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo”. Chi ascolta e crede, segue le vie del Padre, resiste nell’ora della croce e viene trasfigurato come il Figlio.

La 1. lett. ci ha presentato la fede di Abramo: la sua fede arriva fino all’obbedienza più radicale, fino alla disponibilità da offrire in olocausto ciò che di più prezioso ha al mondo: suo figlio. Da questa fede scaturisce una benedizione cosmica: “Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Ma c’è qualcosa di più: Abramo, il perfetto credente, proprio grazie alla fede è diventato simile a Dio. Abramo non ha rifiutato di sacrificare il suo unico figlio, e da questo sacrificio è scaturita la benedizione per il mondo. Dio – ci ha detto san Paolo nella 2. lett. – “non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi”, e così ci donerà ogni cosa insieme con lui.

L’episodio della trasfigurazione sta ad indicarci chi è che morrà sulla croce, il Venerdì santo, chi è “l’agnello per l’olocausto” nel quale si compie la nuova ed eterna alleanza.

Stiamo celebrando il sacrificio eucaristico: su questo altare tra poco il Figlio di Dio sarà offerto in olocausto, ci donerà il calice del suo sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Cosa ci viene richiesto per rispondere a questa offerta?

Innanzitutto la fede: il riconoscere Cristo, l’abbandono fiducioso al suo amore, anche quando – come dice il salmo – “siamo troppo infelici”: Dio salva, Cristo è morto e risorto, intercede per noi presso Dio, Dio giustifica e ci darà ogni cosa insieme con lui.

Poi ci viene richiesta la disponibilità al sacrificio: nessuno può risorgere se non muore a se stesso. A noi Dio non chiede di sacrificare Isacco, chiede di mettere a morte i nostri peccati, chiede di osservare la legge dell’amore, di offrire in olocausto il nostro orgoglio, la nostra superficialità, il nostro desiderio di piaceri. Dio ha dato il suo Figlio amatissimo. Noi avremo il barbaro coraggio di rifiutargli l’amore?

 

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1. Basileía, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Egli non si spiega mai sulla natura del Regno di Dio, non si preoccupa di definirne la nozione. Evidentemente egli suppone che i suoi ascoltatori sappiano di che cosa parla. Si rivolge a persone che attendono il Regno di Dio. La formula astratta non li inganna. Essi inoltre si rendono conto che non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

2. Gesù parla della Basileía come di una realtà che deve venire. Assicura ai suoi discepoli che alcuni di loro “non gusteranno la morte prima di aver veduto il Regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9, 1 //). Durante la Cena afferma che egli “non berrà più del prodotto della vite fino a quando il Regno di Dio non sia venuto” (Lc 22, 18). Secondo Luca, i Farisei interrogano Gesù “sul momento in cui verrà il Regno di Dio”, ed egli risponde: “Il Regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare” (Lc 17, 20). Invita i suoi discepoli a pregare il Padre chiedendogli: “Venga il tuo regno!” (Mt 6, 19 //): si tratta di una venuta che deve verificarsi a un dato momento: al tempo dell’intervento escatologico.

L’uso del verbo “venire” a proposito della Basileía non corrisponde a ciò che sappiamo sul linguaggio del giudaismo; i Giudei attendo che il Regno di Dio “si manifesti”, o “si riveli”: non conosciamo alcun testo giudaico in cui si dica che il Regno di Dio “viene”. Per trovare un equivalente al mondo con cui Gesù parla della “venuta” del Regno di Dio, si deve ricorrere a ciò che i rabbini dicevano dell’ “epoca che viene”.

3. Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli inoltre precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona notizia – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Gesù fa cogliere la portata dei suoi esorcismi dicendo: “Se io caccio i demoni mediate lo Spirito di Dio (Lc: mediante il dito di Dio), significa che per voi è arrivato il Regno di Dio” (Mt 12, 28 //). Gesù invita i suoi interlocutori a riconoscere nei suoi esorcismi un effetto della potenza del Regno di Dio; questo suppone che il Regno sia presente almeno in una certa maniera. Essi sono una prima manifestazione di questo Regno, una anticipazione dello spiegamento di potenza che accompagnerà il suo avvento. Quando Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, trasmette loro anche il potere di cacciare i demoni e di guarire i malati (Mt 10, 1-ss e //). Sono questi i segni che confermano il messaggio dell’imminenza del Regno: esso è così vicino che già si fanno sentire i suoi effetti.

4. Convertirsi significa credere a tutto ciò.  Prima di Gesù, convertirsi significa, di solito, cambiare vita, cambiare condotta, meritare la salvezza o affrettare la salvezza; ha un significato ascetico e morale. Ci si converte soprattutto osservando fedelmente la legge, con il proprio sforzo.

Ora, con Gesù, il rapporto è capovolto; conversione e salvezza si sono scambiate di posto: non c’è prima la conversione e poi la salvezza, ma, al contrario, prima la salvezza e poi la conversione. Convertirsi significa credere nella buona notizia (vangelo!) che la salvezza è offerta all’uomo come dono gratuito di Dio; la conversione è un atto di risposta. Posso convertirmi, perché in Cristo il regno si è fatto vicino. Il vangelo precede la conversione, l’indicativo precede l’imperativo, la donazione di Gesù precede e suscita la nostra donazione.

5. Ci si converte credendo. Facile? Per niente! Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Egli però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). Egli ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

La proclamazione del vangelo suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia imminente il giorno in cui Dio esercita il suo Regno.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. Si realizzano allora le beatitudini (Mt 5), perché poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

In 2 Cor 5, 11, Paolo cita Is 49, 8: Nel tempo della grazia ti ho esaudito; nel giorno della salvezza ti ho soccorso”; ed aggiunge: “Eccolo, ora, il tempo della grazia; eccolo, ora, il giorno della salvezza”. Nel momento in cui Paolo predica il giorno della salvezza è il presente. Ed è in questo presente che noi siamo chiamati ad entrare grazie al cammino quaresimale.

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Oggi è il primo venerdì di quaresima. Ho pensato di mettere on-line una traccia per la Via Crucis: lo trovate alla pagina “Catechesi”. Buona preghiera!

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