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Davanti a Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, ai discepoli viene in mente il Sal 69, 10: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

Che cos’è lo zelo? È fervore, entusiasmo, fuoco interiore che brucia e non dà pace finché non si traduce in azione. La parola “zelo” ha la stessa radice di “gelosia”, perché non tollera che l’oggetto del proprio amore vada perduto.

In Giudea, al tempo di Gesù, c’era una setta che aveva fatto dello zelo il proprio programma religioso-politico: gli Zeloti, appunto[i]. “Zelo” era il termine con il quale essi esprimevano la disponibilità ad impegnarsi con la forza in favore della fede dei padri, per il difendere il diritto e la libertà di Israele, per mezzo della violenza.

Negli anni ’60 qualcuno ha sostenuto Gesù si sarebbe collocato in questa linea: la purificazione del tempio sarebbe stata evidentemente un atto di violenza, per quanto gli evangelisti abbiano tentato di nasconderlo, perché senza violenza non avrebbe neppure potuto svolgersi. Da qui hanno preso lo spunto le teologie della rivoluzione che hanno cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore.

Queste teologie, nel cristianesimo, sembrano per fortuna ridotte al silenzio. Ma la prospettiva terribile di una violenza motivata religiosamente sta in modo purtroppo attuale davanti agli occhi di tutti noi. Di fronte a ciò, dobbiamo affermare inequivocabilmente che la violenza non instaura certo il Regno di Dio, e quindi non promuove l’uomo: essa è invece lo strumento preferito dall’anticristo e porta alla disumanità.

Ma allora come giustificare questi atti di Gesù che si fa una frusta di cordicelle, che rovescia a terra i banchi dei cambiavalute…? Se i discepoli si ricordano, a quel punto, del Sal 69 che dice: “Lo zelo della tua casa mi divora”, siamo rimandati al clima di quel grande salmo, che si riferisce per intero alla passione. È la preghiera di un uomo che, a causa della sua vita conforme alla Parola di Dio, viene spinto nell’isolamento; la Parola diventa per lui fonte di sofferenza per mano di quello che lo circondano e lo odiano: “Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola… Per te io sopporto l’insulto… mi divora lo zelo per la tua casa…” (Sal 69, 2.8.10).

Si tratta dunque della figura del giusto sofferente, che trova la sua piena realizzazione in Gesù: lo zelo per la casa di Dio lo porta alla passione, alla croce. «È questa la svolta fondamentale che Gesù ha dato al tema dello zelo. Ha trasformato nello zelo della croce lo “zelo” che voleva servire Dio mediante la violenza. Così Egli ha eretto definitivamente il criterio per il vero zelo – lo zelo dell’amore che si dona. Secondo questo zelo il cristiano deve orientarsi» (Benedetto XVI).

Le autorità giudaiche gli chiedono un segno col quale dia prova della sua legittimazione a compiere quella purificazione del tempio. Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Il suo “segno” è la croce e la risurrezione. La croce e la risurrezione lo legittimano come colui che istaura il culto giusto. Gesù si giustifica mediante la sua passione.

Ma la parola va ancora più in profondità. Giovanni dice che i discepoli compresero la parola in tutta la sua profondità solo facendone memoria dopo la risurrezione – facendone memoria alla luce dello Spirito Santo come comunità dei discepoli, come Chiesa. Ora l’epoca del tempio è passata. Arriva un nuovo culto in un tempio non costruito da uomini. Questo tempio è il suo corpo – il Risorto che raduna i popoli e li unisce nel Sacramento del suo corpo e del suo sangue.

E noi, che siamo il nuovo popolo di Dio, e noi che siamo riuniti nel Sacramento del corpo e del sangue di Gesù, noi come ci poniamo davanti al suo zelo? Ci divora lo zelo per il corpo del Signore? Facciamo nostro il suo zelo d’amore che si dona?

[i] Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte, Città del Vaticano 2011, pp. 23-34.

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