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Vignaioli omicidi

La parabola raccontata in Mt 21, 33-43 va ascoltata anzitutto nel suo contesto: è stata rivolta duemila anni fa ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo[i]; ma poi è necessario chiedersi che insegnamento essa contiene per noi, cristiani di oggi.

Gesù racconta di un proprietario che ha fatto tutto ciò che serviva perché la vigna avesse le strutture necessarie per poter ben funzionare. Gli ascoltatori conoscono bene il testo di Is 5 e la letteratura biblica, per cui capiscono che col padrone della vigna si vuole indicare Dio. Il vecchio racconto di Is 5, però, non parlava di affittuari o di mezzadria. Gesù racconta quindi una nuova storia della “vecchia” vigna.

Al tempo del raccolto, il padrone manda i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Anche qui, gli ascoltatori di Gesù, cresciuti nella tradizione biblica, traducono mentalmente il termine “servi” con “profeti. I maltrattamenti che questi servi subiscono, l’uccisione e la lapidazione, risveglia nella loro mente il destino dei profeti in Israele, di cui si parla in tante pagine della Bibbia. Questo ripetuto richiamo alla tradizione della morte violenta dei profeti ha lo scopo di far riflettere gli ascoltatori: Israele ha sempre trattato così i suoi profeti.

Nella sua indescrivibile longanimità, il padrone dà ai contadini un’ultima opportunità di comportarsi secondo giustizia e di ravvedersi: manda loro il proprio figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i vignaioli omicidi, vedendo arrivare il figlio, ordiscono un complotto contro di lui, come avevano fatto nella Genesi i figli di Giacobbe contro Giuseppe, loro fratello: “Su, uccidiamolo” (Gn 37, 29 LXX). Essi pensano, in questo modo, di potersi impadronire dell’eredità.

Che esito avrà il complotto dei contadini? La scena è descritta chiaramente: prendono il figlio, lo trascinano fuori dalla vigna e l’uccidono I lettori cristiani di Mt, che sanno che Gesù è il Figlio di Dio, capiscono il senso ultimo della storia: Gesù, il Figlio Dio, ha subito quella sorte. La vigna è dunque chiaramente Gerusalemme, Gesù è morto sul Golgota, là fuori, davanti alla città. Dunque i fittavoli sono i capi di Israele ostili a Gesù, i destinatari della parabola.

Ovviamente la cosa non finisce qui, perché a questo punto il padrone ritorna e adesso si decide tutto. Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini? Gesù lascia che gli ascoltatori pronuncino da sé il giudizio che vale per loro stessi: “Quei malvagi li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. Poiché i capi di Israele hanno rifiutato e ucciso Gesù, la pietra angolare, viene loro tolto il regno e viene dato ad un altro popolo, che ne produca i frutti.

Qual è questo popolo? Sarebbe facile rispondere: la Chiesa, il nuovo popolo di Dio! Ma proprio a questo punto è necessario che ci chiediamo quale insegnamento contiene la parabola per noi, Chiesa di oggi.

A noi, certamente, è affidato il Regno di Dio. Noi, come l’antico Israele, siamo i vignaioli del Signore. In noi si realizza la vocazione di Adamo, che Dio aveva posto nel giardino da lui piantato, ”perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2, 15): siamo collaboratori di Dio, siamo amministratori dei suoi beni.

Proprio questo, però, deve indurci ad una attenta vigilanza: Adamo volle rubare il frutto per mettersi al posto di Dio; i vignaioli usarono la violenza e l’assassinio, arrivando fino all’uccisione del Figlio, perché volevano farsi padroni di ciò che era stato loro affidato. Questa tentazione non c’è forse anche in noi? La tentazione, dico, di impadronirci delle cose di Dio che ci vengono affidate e quindi di diventare omicidi.

Dominare sugli altri, considerandoli nostra proprietà anziché proprietà di Dio; farli servire ai nostri scopi, anziché farci noi servi degli altri; considerare le opere della creazione (le cose del mondo, la natura, il prossimo, il corpo, la vita) come se fossero nostra proprietà, dimenticando che ci sono affidate in custodia e non in possesso, che “non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1 Tm 6, 7)… Quando la 1 Pt 5, 3 ammonisce i presbiteri a “non spadroneggiare sulle persone” loro affidate, che cosa fa, se non richiamarci contro questa tentazione? Padri-padroni, ma anche figli-padroni, preti-padroni, superiori-padroni: chiunque ha un potere – fosse pure su una zolla di terra o semplicemente su se stesso – deve fare i conti con questa tendenza ad impadronirsene: una tentazione che è direttamente contro Dio, perché Lui solo è il Signore e noi siamo soltanto amministratori della ricchezza altrui. Una tentazione che diventa rifiuto di Dio e di chiunque ci porta la sua Parola, e diventa uccisione di Cristo, che è l’erede, con l’illusione di impadronirci noi dell’eredità.

Il vangelo ci insegna invece la vera strada per ottenere l’eredità: quella di accogliere Gesù, di farci servi per amore insieme con lui, per diventare in lui anche noi figli di Dio.

[i] Per il commento esegetico, mi servo di U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013.

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