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Gaudete

Siamo giunti alla terza domenica di Avvento, a metà cammino. Proviamo a fare un bilancio del tempo vissuto: nella prima domenica l’avvento ci si è presentato come un tempo di penitenza e di attesa; nella seconda domenica, come un tempo di consolazione; oggi l’avvento ci si presenta come un tempo di gioia. Lo proclama l’antifona d’ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5); lo abbiamo ascoltato nelle letture.

Un tempo di gioia… Forse nelle nostre assemblee parliamo poco della gioia e celebriamo con poca gioia. È un tema difficile ed importantissimo, soprattutto nel nostro tempo. È un tema importantissimo perché ogni uomo ricerca spontaneamente la gioia: Che cosa desideri? Essere felice!

Se oggi dilagano le tossicodipendenze, i suicidi, le malattie mentali è perché la gente non è felice, non si gioisce più. Alle radici della disperazione c’è una insoddisfazione continua: ricerchiamo il piacere e ne ricaviamo delusione.

Il fatto è che la nostra sete di gioia è infinita, mentre le cose e le persone in cui cerchiamo la gioia sono limitate. Così ci capita di fare come i bambini che vedono un giocattolo, lo desiderano, fanno mille capricci per ottenerlo, e una volta che ce l’hanno ci giocano per qualche ora e poi se ne dimenticano, passando a desiderarne un altro.

Ci imbattiamo in quella “sproporzione” pascaliana, per cui l’homme surpasse infinitement l’homme: l’animo umano è caratterizzato da una sete di assoluto, tale che non potrà mai essere completamente appagata da alcun bene intramondano, relativo. Solo in Dio l’uomo trova il bene beatificante, il senso e il fine della propria esistenza. Scrive san Tommaso d’Aquino: “Niente può acquietare la volontà dell’uomo se non il bene universale. E questo non si trova in alcun essere creato, ma solo in Dio, perché ogni creatura ha la bontà per partecipazione. E quindi solo Dio può riempire la volontà dell’uomo, come dice il Salmo 102,5 :«Egli sazia di beni il tuo desiderio». Dunque solo in Dio consiste la beatitudine dell’uomo” (STh, I-II, q. 2, a. 8, c).

Questa verità, di cui traboccano le pagine di sant’Agostino e di tanti mistici, è fenomenologicamente nota a chiunque rifletta spassionatamente sull’umano esistere. Persino gli atei o i miscredenti la intravedono. Come non pensare ad un Giacomo Leopardi ed al suo “sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo” (Zibaldone, 165-9)?

Certo, per chi rifiuta il pensiero di Dio o lo confina ai margini della propria esistenza, non resta che l’assurdo, e questo desiderio infinito di felicità viene a costituire una sorta di maledizione, che impedisce di gustare il piacere e getta nell’inquietudine. Ma questa è la sanzione intrinseca ad un atteggiamento ostinato e chiuso alla verità, nella propria orgogliosa autosufficienza. L’uomo è immagine di Dio in quanto capace di conoscere e di volere liberamente: allorché rifiuta la verità, devia non solo dal proprio esemplare, ma anche dal proprio fine, precipitando così nel non senso più oscuro, nel “male di vivere”, nella disperazione.

L’avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, perché è Dio stesso che, in Cristo, viene a cercarci.

Le parole di Is 61, 1-ss sono ciò che Cristo dice di se stesso: “Mi ha mandato a portare a voi poveri un annuncio di gioia, a fasciare le piaghe dei vostri cuori spezzati dall’angoscia, a liberarvi dalle schiavitù che vi siete costruiti col peccato, a farvi uscire dal carcere della vostra tristezza, ad inaugurare un tempo nuovo, il tempo dell’amore di Dio che perdona”.

Ed ecco la gioia, come risposta all’iniziativa di Cristo: “Io gioisco pienamente nel Signore la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha avvolto con la sua salvezza, mi ha circondato di giustizia, ha messo nel mio cuore un seme di felicità”.

Certo è solo un seme, magari un seme sotto la neve del dolore e della fatica. Ma è un seme che germoglierà e produrrà i suoi frutti. Anzi, fin da ora germoglia: non ve ne accorgete? È già fiorito nel canto di Maria SS. “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. Ha ricolmato di beni gli affamati”.

La gioia è un seme piantato nel nostro cuore, un seme da coltivare, un compito.

“Fratelli, state sempre lieti”. Questo è il comando che Paolo consegna in 1 Ts 5, 16 ss. La nostra gioia è insidiata dalla tristezza del mondo: abbiamo il dovere di tutelarla. Come?

Pregando incessantemente, rendendo grazie a Dio in ogni cosa. Un cristiano che non prega tutti i giorni non è cristiano, è destinato a perdere, a soffocare la gioia.

Cooperando con il Dio della pace che vuole santificarci fino alla perfezione. Nella vita cristiana non esiste la sufficienza scarsa, il “6 -”, come non esiste una gioia mediocre. Il cristiano deve arrivare al “10 e lode”, alla perfezione della santità che è perfezione della gioia.

Infine, la gioia è un compito di testimonianza. Noi, come Giovanni Battista siamo chiamati a preparare la via del Signore, a rendere testimonianza alla luce che è Cristo. Vogliamo che le persone che amiamo siano nella gioia? Portiamole a Cristo, non a noi stessi. Con la nostra gioia dobbiamo annunciare che in mezzo a loro sta uno che non conoscono, e che ha il potere di riempire la loro vita come ha riempito la nostra, nella gioia.

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