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Posts Tagged ‘peccato’

Com’è facile ingannarsi, e com’è pericoloso!

Dal racconto di Gen 3, 9-15 vediamo come sin dall’inizio l’umanità sia stata vittima dell’inganno demoniaco, che fa apparire desiderabile il male e cattivo il bene. Il demonio vive di inganno e diffonde inganni intorno a sé. Il combattimento spirituale si gioca intorno a questa inimicizia tra la stirpe del serpente e la stirpe della donna: “Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. La testa del serpente è la sua astuzia: è la più astuta di tutte le bestie. Il calcagno dell’uomo è la sua debolezza, sulla quale il demonio fa leva per condurci nell’inganno. Ma proprio questa debolezza, se si sottomette a Dio, può diventare l’arma della vittoria che schiaccia la testa del serpente.

In Mt 3, 20-35 abbiamo due esempi di questo combattimento: in uno vince il serpente, nell’altro vince la stirpe della donna.

Il serpente vince sugli scribi venuti da Gerusalemme, che accusano Gesù di essere posseduto dal diavolo. Il calcagno, la debolezza di questi scribi è l’invidia: non possono negare l’evidenza, ossia che Gesù scaccia i demoni, e allora attribuiscono il suo potere al diavolo. Cadono pertanto nella più grande contraddizione, perché anche un bambino capisce che Satana non può scacciare Satana: basterebbe ragionare per rendersi conto dell’assurdità della loro posizione; ma l’invidia acceca la loro mente. Avrebbero tutti gli strumenti per capire che Gesù può entrare nella tana del demonio e liberare coloro che ne sono prigionieri perché ha lottato contro di lui e lo ha vinto. Il loro è un peccato imperdonabile, un peccato contro lo Spirito Santo, perché conoscono la verità e la negano. La loro è una debolezza che si riveste di violenza e ne rimane avvelenata.

Ma veniamo all’altro combattimento. Qui il serpente prova ad ingannare i parenti di Gesù, i quali temono che Gesù sia impazzito: dicevano infatti: “È fuori di sé”. Il loro calcagno, la debolezza sulla quale il tentatore fa leva, non è un sentimento cattivo, ma piuttosto un sentimento buono fuori luogo: sono preoccupati per Gesù, vedono che non ha più nemmeno la possibilità di mangiare… Forse gioca in loro anche un senso di conformismo sociale: Gesù si comporta in modo diverso dagli altri, appare come un eccentrico, quel che fa risulta strano. Allora lo cercano per prenderlo e ricondurlo ad uno stile di vita più “normale”. Persino Maria viene coinvolta in questo tentativo, sicuramente per il grande amore verso suo figlio. Non dobbiamo scandalizzarci del fatto che anche Maria abbia potuto essere tentata: lo è stato pure Gesù! Però in questo caso al serpente viene schiacciata la testa. L’arma della vittoria è la parola di Gesù: “Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”, e Maria accoglie pienamente la parola e fa sua, senza riserve, la volontà di Dio; accoglie la propria debolezza come tale e viene rivestita della forza di Dio per la vittoria, e la sua maternità risplende non solo sul piano della carne, ma ancor di più su quello dello spirito.

Ed ora veniamo a noi. È evidente che anche noi ci troviamo e ci troveremo continuamente a dover fronteggiare gli inganni del serpente. Sappiamo purtroppo che il nostro calcagno è esposto ai suoi morsi; le nostre debolezze ci sono note: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, gola, accidia – che sono sentimenti cattivi – ma anche sentimenti buoni in sé, ma ancora carnali e spesso fuori posto. Come potremo vincere? Come potremo schiacciare la testa del serpente? Facendo nostra la disponibilità di Maria, la sua umiltà, il suo abbandono alla volontà di Dio. Così la nostra debolezza viene assunta da Gesù e diventa la nostra forza, e noi veniamo trasformati da “esuli figli di Eva” in figli di Maria: fratelli, sorelle e madri di Gesù.

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Predica di Pietro

“Di questo voi siete testimoni”, dice Gesù risorto ai suoi discepoli (Lc 24, 48). “Noi ne siamo testimoni”, dice Pietro parlando al popolo nel tempio di Gerusalemme (At 3, 15).

La testimonianza cristiana è raccontare come si è incontrato Gesù risorto. Era questo per i discepoli che erano ritornati da Emmaus per raccontare agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane (Lc 24, 35). È questo anche per noi.

Vedete che, parlando di testimonianza, mi riferisco al racconto della propria esperienza di incontro col risorto. Lo ribadisco perché da qualche decennio a questa parte, anche negli ambienti ecclesiali, è emersa una concezione moralistica della testimonianza: testimoni della risurrezione sarebbero coloro che si comportano bene, che si danno da fare per gli altri, che lottano per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità…

Un’indagine sociologica molto accurata, già alcuni anni fa[i], faceva notare che per gli italiani il compito della religione consisterebbe in primo luogo nel “liberare l’uomo da ogni schiavitù e sopruso su questa terra”. Particolarmente significativo è il fatto che questa posizione era condivisa in egual misura da coloro che si dichiaravano non-religiosi e da quelli che si presentavano come “cattolici vicini alla Chiesa”. Mi pare che questo sia il frutto maturo del secolarismo, per come è penetrato nella “religiosità” stessa degli Italiani. La religione è spogliata del suo carattere “religioso” e trascendente, e ridotta a un mezzo per mettere un po’ di ordine in questo mondo.

Per inciso, un altro dato significativo che emergeva da quella indagine è che, anche tra i cattolici praticanti, non pochi ritengono che una religione vale l’altra. Da questo punto di vista va rilevato che quasi un italiano su tre gradirebbe che vi fosse una religione basata su poche credenze fondamentali, che unisca cristiani, musulmani, buddisti e altri credenti e questo è un auspicio che fa proprio anche la maggioranza dei cattolici appartenenti all’area più vicina alla Chiesa.

Evidentemente la liberazione dell’uomo dalla schiavitù e dai soprusi è un bene, è un obiettivo che come persone e come cristiani non possiamo non porci. Tutte cose buone, evidentemente, ma tutte cose che possono e debbono fare anche coloro che non credono in Gesù Cristo risorto. Con una concezione della testimonianza ristretta a questo, la risurrezione diventerebbe irrilevante, e Cristo sarebbe morto invano!

Ma cosa ci insegna il Vangelo? Ci insegna che schiavitù e soprusi sono dimensioni del peccato, e che dal peccato l’uomo non può liberarsi con le proprie forze. Perché il male sia tolto di mezzo, è necessario che sia tolto di mezzo il peccato, e questo può farlo solo Gesù Cristo, che è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 2).

L’espiazione è stata compiuta perfettamente nella Pasqua di Cristo, ma per diventare efficace nella nostra vita è necessaria la nostra conversione: “Convertitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (At 3, 19). “Convertirsi” significa rivolgersi a Cristo, guardare verso di lui, relazionarsi con lui, accettarlo come Signore della propria vita, fare esperienza della sua risurrezione.

Il momento della testimonianza di alcuni è il momento dell’esperienza di tutti. Questo accade nel cenacolo al racconto dei discepoli di Emmaus, questo accade nel tempio di Gerusalemme al racconto di Pietro. Senza testimoni, il mondo non può convertirsi; ma se non si converte, il suo peccato rimane e, pertanto, rimangono la schiavitù e i soprusi. Il compito della Chiesa, il compito dei cristiani, non può essere altro che questo: testimoniare che Gesù è risorto, fuori di lui non c’è salvezza!

Ogni sera, la preghiera liturgica della Chiesa ci mette sulle labbra le parole del santo vecchio Simeone: “I miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 30), perché ogni giorno avviene l’incontro col risorto, anche se non sempre siamo disposti a riconoscerlo – e quindi a testimoniarlo.

Il Signore risorto è lì, è qui! Preghiamo perché i nostri occhi si aprano ogni giorno al suo incontro e perché la nostra testimonianza sia efficace.

 

[i] V. Cesareo, R. Cipriani, F. Garelli, C. Lanzetti e G. Rovati, La religiosità in Italia, Mondadori, Milano 1995.

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Caravaggio Tommaso

Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù (At 4, 33).

Tutta l’azione della Chiesa nel mondo si può ridurre a questo: dare testimonianza della risurrezione del Signore Gesù. È questa testimonianza che suscita la fede, perché la fede cristiana consiste nel credere che Gesù è risorto.

il Vangelo non è stato scritto per insegnarci come ci dobbiamo comportare, ma per suscitare la nostra fede, come dichiara Giovanni: Questi [segni] sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 31).

Apparendo nel Cenacolo, Gesù fa tre cose:

  1. Dona la pace: “Pace a voi!”
  2. Manda gli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
  3. Dona lo Spirito Santo per la remissione dei peccati: Soffiò se disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Il dono della pace è dono della vita piena. Gli apostoli sono mandati, come Gesù, perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10).

Per entrare in questa vita – o per far entrare questa vita in noi – c’è una porta e c’è qualcosa che sbarra la porta, com’erano sbarrate le porte del cenacolo la sera di quel giorno, il primo della settimana. La porta è la fede. La sbarra è il peccato. Per questo agli apostoli, che con la loro testimonianza devono suscitare la fede, viene dato lo Spirito Santo che rimuove la sbarra del peccato. La fede è il contrario del peccato; il peccato, fondamentalmente, è l’incredulità.

Quando Gesù parla dell’azione dello Spirito Santo, il Paraclito, dice che egli Convincerà il mondo quanto al peccato e il peccato è: “non credono in me” (Gv 16, 8-9): “il peccato” per eccellenza è non credere. Certo, poi questa incredulità si declina nella disobbedienza ai comandamenti (cf. 1 Gv 5, 2 s) e in tutti i vizi di cui è pieno il mondo.

Si traccia chiaramente una linea che distingue l’umanità in due parti: quelli che credono e quelli che non credono che Gesù è il Figlio di Dio. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato; chi crede ha la vita, che non crede non vedrà la vita (cfr. Gv 3, 18.36). La fede in lui resterà sempre il grande spartiacque in seno all’umanità: da una parte ci saranno quelli che pur non avendo visto crederanno (cfr. Gv 20, 29), dall’altra ci sarà il mondo che rifiuterà di credere.

Ma chiunque crede che Gesù è il cristo è stato generato da Dio… chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (1 Gv 5, 1.4).

“Vincere il mondo” significa vincere l’ostilità, l’incredulità, l’odio e la persecuzione del mondo. E non solo questo: “vincere il mondo” ha anche un significato non polemico, esistenziale; vincere il mondo significa vincere il tempo, la corruzione, la caducità di tutte le cose, ed entrare nella sfera dell’infinito, dell’eternità appunto.

Il frutto della fede, infatti, è la vita eterna: chiunque crede in lui ha la vita eterna (Gv 3, 5; 5, 24; 6, 40.47). Per Giovanni, la vita eterna non è solo la vita che comincia dopo la morte, ma la vita nuova, di figli di Dio, che si dischiude già ora a colui che crede: chi crede in lui è già “passato dalla morte alla vita” (Gv 5, 24). La fede permette alla vita eterna – a Gesù che dona lo Spirito – di fare già irruzione in questo nostro mondo. Credere, perciò, significa ben altro che credere in un “aldilà”, in una vita dopo la morte; è fare già esperienza della vita e della gloria di Dio. Chi crede, vede già, fin d’ora, la gloria di Dio (cfr. Gv 11, 40).

Questo frutto della fede che è la vita, è messo in risalto con tante immagini evangeliche. Chi crede nel nome di Cristo “nasce da Dio” (cfr. Gv 1, 12-13); passa dalle tenebre alla luce (cfr. Gv 12, 46), compirà le opere che Gesù stesso ha compiuto (Gv 14, 12). Ma, soprattutto: chi crede riceve lo Spirito Santo, che è colui che concretamente porta in noi la vita eterna: “Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7, 38-39). I credenti in lui! La fede stabilisce un contatto fra Cristo e il credente, apre una via di comunicazione, attraverso la quale passa lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è dato a chi crede in Cristo. Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è verità (1 Gv 5, 6).

In Gv 20, 19-31 leggiamo la vicenda di Tommaso, che non è presente alla prima apparizione del Signore risorto, rifiuta di credere, e, dopo averlo visto l’ottavo giorno, lo riconosce finalmente. Questo episodio sta lì come un invito sottinteso, rivolto da Giovanni al lettore del suo vangelo: giunto alla fine della lettura, egli è invitato a chiudere il libro, a piegare le ginocchia e ad esclamare a sua volta: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28). Il Vangelo è scritto per questo.

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L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

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Mosè e Gesù

Sia il libro del Levitico (13, 1-2. 45-46) sia  il vangelo di Marco (1, 40-45)  ci parlano di lebbrosi, ma con grande contrasto.

Nel primo testo vediamo come si comportava la legge di Mosè davanti a uno sventurato colpito dalla lebbra. Sono prescrizioni che spaventano: l’infelice deve allontanarsi dalla società, vivere fuori dall’accampamento; deve portare vesti strappate, avere i capelli disciolti e gridare: Impuro! Impuro!, perché nessuno si accosti a lui. La società si difende dal lebbroso, anziché aiutare il lebbroso.

Al tempo di Gesù la segregazione era regolata in modo tale che i lebbrosi non potevano mettere piede in Gerusalemme e nelle città che fin dai tempi più remoti erano circondate da mura. Potevano fermarsi nelle altre località, ma dovevano vivere per conto proprio. L’incontro con un lebbroso rendeva impuri.

La legge di Mosè era spietata? Si può dire che era ispirata dalla preoccupazione della santità di Dio e del suo popolo; nulla di impuro e di corrotto deve contaminare questa santità; tutto quello che ha attinenza con la morte deve essere tenuto lontano dal Dio della vita. E la lebbra è il simbolo della corruzione, dell’impurità: è il principio della corruzione e della morte. D’altra parte, la teologia rabbinica considerava la lebbra una punizione di Dio per i peccati commessi e, di conseguenza, vedeva nel lebbroso un peccatore.

Nel vangelo vediamo come si comporta Gesù davanti al lebbroso. Gesù si commuove, stende la mano, lo tocca e lo guarisce. E questo in un tempo in cui si credeva che toccare un lebbroso significava contagiarsi, diventare immondo ed escludersi anche dal culto di Dio. Ma il tocco di Gesù guarisce.

Potremmo concludere la nostra riflessione limitandoci ad osservare che Gesù, con grande potenza e con tanto amore salva questo povero lebbroso. Ma servirebbe a poco, se non considerassimo che vi sono lebbrosi anche nel nostro tempo e che, anzi, i primi lebbrosi siamo noi stessi!

Gesù e Francesco

San Francesco scrive, nel suo Testamento:

“Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo” (FF 110).

Francesco, quando – com’egli stesso scrive – era nei peccati, non era meno misero dei lebbrosi di cui aveva orrore. Condotto dal Signore in mezzo ad essi, non ci viene detto che i lebbrosi guarirono, ma che guarì il suo cuore: usò con essi misericordia e ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.

Francesco comincia a guarire dalla lebbra del suo peccato quando è condotto dal Signore sulla via della misericordia, quando comincia ad avere verso i miseri gli stessi sentimenti di Gesù; quando cessa di fuggirne la vista, quando accoglie dentro di sé l’amarezza che gli causano.

E noi?

Ci sono, intorno a noi, persone la cui vista ci appare “cosa troppo amara”? Persone che la nostra società nasconde, che il nostro subcosciente rimuove, come faceva la legge di Mosè, un po’ per paura del contagio, un po’ per non doversene far carico?

Anziani e disabili, malati, soprattutto malati di mente, alcolizzati, drogati… C’è tutta un’umanità che abbiamo relegato ai margini, perché ci sembra cosa troppo amara vederli. Noi forse ne abbiamo paura, perché i miseri ci ricordano la sofferenza e la morte. E spesso mascheriamo la nostra paura con il moralismo, giudicandoli peccatori.

Non che questo sia sempre sbagliato: ogni miseria, ogni sofferenza è, in modo spesso imperscrutabile, una conseguenza del peccato che c’è nel mondo. Ma Gesù guarisce la lebbra, cioè rimette i peccati e risana l’uomo. Prende su di sé tutte le nostre sofferenze. Salva, talvolta, anche dal male fisico e dalla morte, ma perché sappiamo che egli è in grado di salvarci da quel male più profondo e più radicale di tutti che è il peccato.

E ricordiamoci che il peccato più grande è quello di non aver misericordia; la lebbra più grave è quella di un cuore che non si commuove della sofferenza altrui. Anche da questo – anzi, leggendo la testimonianza di san Francesco dobbiamo dire: soprattutto da questo – il Signore ci guarisce.

Il Signore ci guarisce

Ma c’è una parte essenziale di questa pagina del Vangelo che è rimasta finora fuori dalla nostra attenzione. Quel lebbroso andò da Gesù, gli si getto in ginocchio dinanzi, gli gridò: Se vuoi, puoi guarirmi!

C’erano, forse, tanti altri lebbrosi nascosti nei dintorni; ma si vergognano di mostrarsi. Quest’uomo, invece, vince la vergogna e la paura: viene riconosciuto da tutti come immondo e peccatore, ma confessa pubblicamente di essere tale, chiede la salvezza a Gesù.

Il Vangelo di oggi ci chiede di riconoscerci peccatori, confessare i nostri peccati, soprattutto il peccato più grave che è quello di non avere un cuore misericordioso, e di chiedere a Gesù di guarirci e purificarci.

E allora faremo anche noi l’esperienza scioccante fatta dal giovane Francesco quando era ancora nei peccati: il Signore ci condurrà proprio verso ciò che ci appare troppo amaro, proprio verso chi ha una miseria diversa dalla nostra e per noi più ripugnante, ma grazie alla misericordia tutto questo ci si cambierà in dolcezza e cominceremo sul serio a convertirci.

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Il libro del Siracide (27, 33) enuncia una verità sapienziale che ogni uomo saggio sarebbe disposto a sottoscrivere: Rancore ed ira sono cose orribili.

La parola “rancore” viene dal sostantivo “rancido”: indica un “irrancidirsi” nel ricordo dell’offesa, un “andare a male” del cuore, che finisce con l’avvelenare se stesso. Questo veleno è odio che intossica chi lo produce, e si effonde all’esterno come ira che distrugge le relazioni.

Il peccatore porta dentro di sé rancore ed ira. Il giusto, al contrario, fa suoi i sentimenti di Cristo Gesù che “oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1 Pt 2, 23).

Pesiamo le parole! Non si dice che “oltraggiato non soffriva”, ma che “non rispondeva con oltraggi e non minacciava vendetta”. Non si dice che rinunciava ad avere giustizia nei confronti dei suoi oppressori, ma che rinunciava a farsi giustizia da sé e rimetteva la sua causa al giudizio di Dio.

È semplicemente falso affermare che Dio non condanna i peccatori. Chi si vendica – dice sempre il Siracide – subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Dunque Dio giudica, Dio condanna, Dio perdona. L’uomo deve trattare il prossimo come vuole che Dio tratti lui. “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato” (Lc 6, 37).

Nel Vangelo di Matteo (18, 21) ci imbattiamo in una domanda di Pietro a Gesù: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me?” (v. 21)[*].

Pietro, come in altri casi, non parla a titolo semplicemente personale, ma è visto come il portavoce degli interrogativi della comunità. Esplicitamente la domanda è sul cristiano come soggetto chiamato a perdonare. Va notato però che non solo l’offeso ma anche l’offensore è cristiano (fratello); se fosse stato in gioco solo un problema di moralità individuale, di pazienza del cristiano nel sopportare le offese, non si sarebbe menzionato il “fratello” che pecca contro di me. L’orizzonte è quindi ecclesiale (come in tutto il “discorso comunitario” di Mt 18, 1-35): la domanda sul cristiano che deve perdonare, nasconde anche una domanda sul cristiano che deve essere perdonato.

Si capisce quindi la domanda di Pietro: “Quante volte?”. Ma Pietro non si limita a porre la domanda: dato che si sente in confidenza col Maestro e da molto tempo ormai alla sua scuola, si arrischia ad anticipare lui stesso una risposta, della quale forse non si sente pienamente sicuro ma che gli sembra non troppo lontana dalla verità. Quante volte perdonare? Diciamo un… sette volte?

Può darsi che quel “sette” non volesse essere inteso proprio in senso matematico. Certi numeri per gli ebrei esprimevano un senso di completezza: qui probabilmente si vuol esprimere una disponibilità a un perdono reiterato anche più volte, però solo fino a un certo punto, non illimitatamente. A Pietro sembra una risposta ragionevole, che si sforza di conciliare il meglio possibile le esigenze della misericordia e quelle della serietà. Non sono poche, sette volte! C’è tutto il tempo di verificare la reale consistenza di quel pentimento, per non farsi prendere più in giro. Arrivando a sette volte, si riconosce realisticamente la fragilità umana; fermandosi lì si garantisce però la serietà del pentimento, l’indispensabile impegno anche da parte di chi riceve quel perdono.

E invece no: caro Pietro, sei andato molto ma molto lontano dalla risposta esatta! “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (v. 22). Prendi pure quel “sette”, non però come maximum, ma solo come base di partenza, e poi moltiplicalo per settanta, cioè elevato al quadrato e poi moltiplicato ancora per dieci! Cosa vien fuori? Quattrocentonovanta! A questo punto, però, è chiaro che si tratta di un numero che non è un numero: gli Ebrei, anziché esprimersi in astratto e dire “illimitatamente”, preferiscono esprimersi concretamente, con dei numeri che hanno valore iperbolico: settanta volte sette significa “sempre”. La risposta di Gesù e quella suggerita da Pietro si rivelano incommensurabili, si muovono su due piani diversi, con un salto non puramente quantitativo, ma qualitativo. Non si tratta semplicemente di riconoscere alla fragilità umana uno spazio un po’ più grande. Quello che viene meno è il calcolare stesso. Il perdono di Dio è illimitato, quindi anche il perdono nella comunità cristiana deve essere illimitato.

Però “illimitato” non significa “incondizionato”. La parabola del servo spietato ce lo dice chiaramente. Il grande debitore, riceve il condono del suo debito astronomico non automaticamente, non per caso come uno che vince la lotteria, ma in seguito ad una preghiera molto esplicita: Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. E, nell’ultima scena, il re lo ribadisce chiaramente:  “Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato”. Dunque il percorso non è semplicemente peccato-perdono, ma peccato-pentimento-perdono. Bisogna stare molto attenti a non creare cortocircuiti.

Il perdono è illimitato, giacché chiunque si pente, ogni volta che si pente viene perdonato: sempre! Ma il perdono non è incondizionato: vieni perdonato a condizione di pregare, ossia di manifestare il tuo pentimento. E ovviamente – come la parabola insegna – la manifestazione del pentimento non può limitarsi alle parole, ma deve tradursi in un comportamento coerente: “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”

Su che cosa si fonda questo dovevi così assoluto? Si fonda sul fatto che la tua relazione con Dio, relazione nella quale sei debitore di diecimila talenti e ricevi il condono totale perché hai pregato e Dio in Cristo ha avuto misericordia di te, la tua reazione con Dio – dicevo – non è separabile dalla relazione con il tuo prossimo, perché il tuo fratello in Cristo è in relazione con Dio!

Quello che il servo aveva fatto al collega, il re lo ha ritenuto fatto a se stesso (cf. Mt 25,31-46!). Ecco quello che è successo! Nessuna legge mi obbliga a rinunziare a un legittimo diritto, a condonare un debito grande o piccolo che sia, a fare un dono a Tizio solo perché Caio ha ritenuto di farlo a me; nei confronti della stessa persona però io non posso beneficiare di un condono da parte sua e nello stesso tempo rifiutare di far beneficiare di un condono da parte mia, qualora ne avesse bisogno, lui (o anche una persona a lui intimamente legata, un figlio, una persona con cui lui si sente un tutt’uno). Altrimenti dimostro che il mio pregare era ipocrita, dimostro mancanza di pentimento, non posso ottenere il perdono.

Ma allora, col nostro comportamento noi condizioniamo Dio? Dio è costretto a fare, alla fine, quello che aveva deciso di non fare? Prima vuole perdonare e dopo no? Ovviamente non è Dio a non voler perdonare, ma l’uomo a non poter essere perdonato: chiudendosi all’amore, è lui che vuol rimanere nella morte (1 Gv 3,14). Se però ci pentiamo della nostra chiusura, rientriamo di nuovo nel perdono illimitato di Dio. E allora questa seconda scena, la scena del perdono rifiutato al fratello, sarà una scena ipotetica, la storia dell’uomo senza Cristo, non la storia dell’uomo con Cristo. E la condanna, non avrà più ragion d’essere.

 

[*] Cf. V. Fusco, “Settanta volte sette”, in id. La casa sulla roccia. Temi spirituali di Matteo, ed. Qiqajon – Comunità di Bose, Magnano (VC) 1994, pp. 95-108)

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Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18, 20). Se, in assoluto, la cosa più preziosa è la presenza di Gesù nella nostra vita, allora il dono più prezioso è la comunione tra coloro che sono riuniti nel suo nome, perché Gesù è lì. Cristo è presente nella comunione tra coloro che sono riuniti nel suo nome. Di questa comunione egli è il modello e l’esempio; di più: egli è essenzialmente vincolo e sostanza dell’unione fraterna.

Questa unione è così preziosa che ad essa viene accordata l’efficacia della preghiera: Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché Dio vuole la comunione, perché Cristo è la comunione e il Padre concede tutto al suo Cristo.

La comunione è rotta dal peccato. Il peccato causa sofferenza non soltanto in chi lo commette, ma anche nei fratelli, con i quali la comunione si interrompe.

Ma qui si rivela pienamente la grandezza della grazia di Dio, nella carità. Paolo dice che siamo debitori di un amore vicendevole (Rm 13, 8). Perché debitori? Perché Cristo ci fa credito del suo amore nel nostro peccato e noi dobbiamo restituire questo credito ai fratelli peccatori come noi: in questo sta la salvezza.

Non disprezzare il peccatore[*], ma essere nella possi­bilità di amarlo, significa in effetti non doverlo considerare per­duto, ma poterlo prendere per quello che è, recuperare la comunio­ne con lui nella remissione dei peccati. Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello (Mt 18, 15).

«Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza» (Gal 6,1). Co­me Cristo ci ha portato e ci ha accolto nella nostra realtà di peccato­ri, così noi possiamo portare e accogliere gli altri peccatori nella comunione di Gesù Cristo, grazie alla remissione dei peccati.

Si tratta qui di prestarsi mutuamente il servizio più impor­tante e più essenziale: quello della Parola di Dio. Non tanto come predicazione, quanto come parola detta liberamente, da fratello a fratello: Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia (Ez 33, 7). Si tratta di testimoniare all’altro, con parole umane, tutta la consola­zione di Dio, il suo ammonimento, la bontà e la severità di Dio.

Questa parola è circondata da infiniti pericoli. Se non è stata prece­duta da un corretto ascolto dell’altro, non può essere veramente la parola giusta per lui. Se è contraddetta dalla reale disponibilità a prestare aiuto, non può essere credibile e veritiera. Se non si fonda sul portare il peso dell’altro, ma sull’impazienza e sullo spirito di prevaricazione, non può recare libe­razione e salvezza: La carità non fa alcun male al prossimo (Rm 13, 10).

Viceversa, proprio quando si ascolta, si serve, si porta realmente, è facile ammutolire. Chi può permettersi di accedere all’intimo del prossimo? Pensiamo infatti che l’altro ha il diritto, la responsabilità e anche il dovere di difendersi da ingerenze illecite. L’altro ha il proprio segreto, che non può essere violato, senza un grave danno, e che egli non può far a meno di difendere, senza grave pregiudizio per se stesso. Non dobbiamo forse rispettare la sua privacy, la sua dignità, la sua libertà?

Eppure questa giusta convinzione è pericolosamente vicina alla parola omicida di Caino: «Sono io forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4, 9). Il rispetto della libertà dell’altro, appa­rentemente fondato su motivi nobili, può incorrere nella maledi­zione divina: Della sua morte io domanderò conto a te (Ez 3,18).

Dove si ha una comunità di cristiani che vivono insieme, si arriva per forza, ad un certo momento e per qualche motivo, alla correzione fraterna. Non è cristiano il deliberato rifiuto di questo importantissimo servizio reciproco. Se non ci vengono le parole, dobbiamo esaminarci sul modo in cui consideriamo il nostro fratello.

Il fondamento che ci consente di parlare tra noi è il sapere che gli altri sono peccatori come noi, che nonostante la loro dignità sono abbandonati e perduti, se non trovano aiuto. Il che non significa disprezzare l’altro, ma anzi significa rendergli l’unico vero onore che spetti all’uomo, cioè la partecipazione alla gra­zia e alla gloria di Dio, di cui il peccatore ha bisogno, il fatto di esser figlio di Dio. Rendersi conto di questo permette di parlare fraterna­mente, con la necessaria libertà e schiettezza. Parliamo gli uni agli altri considerando l’aiuto di cui tutti abbiamo bisogno. Ci esortiamo reciprocamente a seguire la strada che Cristo ci indica. Ci ammonia­mo reciprocamente a non incorrere nella disubbidienza che costitui­sce la nostra rovina. Siamo miti e duri gli uni nei confronti degli altri, perché conosciamo la bontà e la severità di Dio.

Quanto più impariamo ad accogliere la parola che gli altri ci dico­no, si tratti pure di duri rimproveri e di ammonimenti da accogliere con umiltà e gratitudine, tanto più si accresce la nostra capacità di parlare con libertà e pertinenza. Chi per suo conto respinge la parola fraterna detta seriamente, perché è sopraffatto dalla suscettibilità o dalla vanità, non può neppure dire umilmente la verità agli altri, in quanto ne teme il rifiuto che sarebbe causa per lui di ulteriore offesa. Chi è suscettibile, tende sempre ad adulare il proprio fratello, e dun­que anche a disprezzarlo e a calunniarlo. Invece chi è umile si attiene alla verità e insieme all’amore. Si attiene alla Parola di Dio e si lascia condurre da questa Parola al fratello. Non cercando e non temendo niente per sé, può aiutare l’altro con la parola.

La correzione non può essere evitata, in quanto la Parola di Dio la comanda, quando il peccato del fratello è palese. Non c’è niente di più crudele di quell’indulgenza che abbandona l’altro al peccato. Niente di più misericordioso di quella dura correzione che fa rece­dere il fratello dalla via del peccato. È un servizio di misericordia, un’estrema offerta di comunione autentica, il porre fra di noi la sola Parola di Dio, nella sua funzione di giudizio e di aiuto. In tal caso non siamo noi a giudicare, ma Dio solo, e il giudizio di Dio procura aiuto e salvezza.

Non possiamo far altro che servire il fra­tello fino all’ultimo, non dobbiamo porci mai al di sopra di lui, e gli prestiamo un ultimo servizio anche quando gli diciamo la Parola di Dio che giudica e separa, quando in obbedienza a Dio sacrifi­chiamo la comunione con lui: se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano (Mt 18, 17). Infatti sappiamo che la comunione non è fondata sulla sintonia umana, ma che è l’amo­re di Dio, che passa solo attraverso il giudizio, a raggiungerlo. Nel giudicare, la Parola di Dio serve per suo conto l’uomo. Chi lascia che gli si presti servizio col giudizio di Dio, ne riceve aiuto.

A que­sto punto risultano chiari i limiti di qualsiasi agire umano nei con­fronti dei fratelli: l’uomo non potrà mai redimere il fratello, né riconciliarlo con Dio, perché è troppo caro il prezzo del riscatto, della sua anima (cf. Sal 49, 8s.). Solo la Parola di Dio è in grado di salvare. La sorte del fratello non è in mano nostra: non possiamo tenere unito ciò che vuol andare in frantumi, non possiamo mantenere in vita ciò che vuol morire. È Dio che tiene insieme ciò che va in frantumi, che crea comunione nella separazione, che dà grazia per mezzo del giudizio. Ed egli ha posto la sua Parola sulla nostra bocca. Egli vuole che sia pronunciata per mezzo nostro. Se poniamo ostacoli alla sua Parola, ricade su di noi il sangue del fratello che ha pecca­to. Se siamo noi a trasmetterla, Dio si servirà di noi per salvare il nostro fratello. «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,20).

 

[*] Traggo queste riflessioni da D. Bonhoeffer, Vita comune (1939), Queriniana, Brescia 2004, pp 78-83.

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