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Posts Tagged ‘paura’

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L’autore del libro della Sapienza si pone il problema fondamentale, la domanda di tutte le domande: se Dio è il Signore della vita, perché c’è la morte? E prima ancora: cos’è la morte? E, in ultima analisi, cosa c’è “dietro” la morte? E c’è qualcosa “oltre” la morte?

La domanda sulla morte è la domanda sulla vita posta in modo serio: noi tutti “viviamo”, ci muoviamo, lavoriamo, fatichiamo, alle volte ci affanniamo, alle volte soffriamo e stringiamo i denti, altre volte piangiamo lacrime amare ma le ingoiamo più o meno in fretta per riprendere il cammino, per continuare… Ma cosa ci spinge a fare tutto questo? Il desiderio di vivere. Eppure questo desiderio che ci spinge in avanti, questo impulso che ci getta sempre nelle braccia dell’attimo futuro per realizzare la nostra esistenza, questo desiderio di vivere è destinato ad una sconfitta inevitabile: ci scaglia in avanti e davanti a noi c’è un muro inevitabile contro il quale tutti i nostri slanci vitali sono destinati ad infrangersi: la morte.

Nel vangelo (Mc 5, 21-23) ne vediamo due modalità: la fanciulla di dodici anni che mentre sta sbocciando alla vita è stroncata dalla morte, e la donna che da dodici anni è lentamente preda della morte a causa delle emorragie.

Si tratta di un tema importate oggi, proprio perché è un tema accantonato, messo da parte. La gente ha tanta paura della morte da non riuscire nemmeno a sopportarne l’idea. È proibito parlarne, è proibito ricordare. O se ne parla in modo ossessivo, la si rappresenta con necrofilia, per esorcizzarla. Ci fa tanta paura che ci spinge a fare le cose più assurde pur di allontanarla, di respingerla, di evitarla…

Ma questo è impossibile: la morte si erge davanti a noi come un muro invalicabile, o meglio, come un buco nero nel quale per forza di cose ci sembra che saremo risucchiati con tutti i nostri sforzi, tutte le nostre attese, tutte le nostre ansie…

“Maledetta morte!” Quante volte l’abbiamo detto davanti alla bara di una persona amata, o usciti dalla camera di un malato terminale o pensando al futuro più o meno lontano che ci attende tutti, inevitabilmente… Maledetta morte!

Maledetta sul serio, perché – come dice il libro della Sapienza (1,13-15; 2,23-24) – la morte non è una creatura di Dio, è una condizione causata dal diavolo per invidia.

Contro questa maledizione, però, si erge la salvezza: Gesù Cristo, il Signore della vita. In Mc 5, 21-23 viene descritta una marcia trionfale verso la vita[i].

Giàiro, una persona importante, uno dei capi della sinagoga, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: ha una figlia di dodici anni, che sta morendo. Gesù si incammina con lui, e lungo la strada una donna gli tocca appena il mantello, e grazie a quel gesto carico di fede guarisce da una penosa malattia rivelatasi inguaribile. Giunti a casa di Giàiro sembra che la morte abbia vinto: “Tua figlia è morta” vengono a dire al padre, senza un minimo di rispetto per il suo dolore “perché disturbi ancora il maestro?”. Ma Gesù, senza scomporsi, dice a Giàiro: “Non temere, continua solo ad aver fede”. Caccia via tutta la gente che piange e urla, prende per mano la bambina: “Fanciulla, alzati!”, le dice, come aveva detto prima al mare: “Taci, calmati!” (Mc 4, 39). Di nuovo è stupore; dunque non solo il mare gli obbedisce, ma anche la morte!

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva. Abbiamo bisogno di essere salvati, di una salvezza che non si limita alla mente, al cuore o all’anima, ma che abbraccia tutto intero l’uomo, la sua carne e il suo spirito. La guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giàiro sono un segno per noi: il segno che Dio fa trionfare la vita. E come? Semplicemente abolendo la malattia e la morte? No: riscattandole. Aprendo in esse un passaggio, un varco verso la vita. Un giorno non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno: tutte queste cose saranno passate. L’ultimo nemico – la morte – sarà annientato. Ci sarà la vita eterna! Ecco la promessa contenuta in quei segni e che fa dei miracoli di Gesù come altrettanti sacramenti della speranza.

Ma chi ci dice che questa è davvero una speranza e non un’illusione? Il fatto che almeno uno ha percorso quel cammino tutto intero: Gesù! Gesù è passato attraverso la morte ed ora – noi lo sappiamo – è il vivente. Il Vangelo di oggi è come un assaggio della Pasqua di Gesù.

Tutto questo non ha senso che nella fede: La tua fede – disse Gesù alla donna – ti ha salvata; e a Giàiro, sconvolto per la notizia della morte della figlia dice: Non temere, continua solo ad aver fede!

 

[i] Riprendo qui alcune idee che mi vengono dal p. Raniero Cantalamessa

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Vi sono due timori, perché vi sono due amori.

Gesù rivolge ai suoi parole dolcissime: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. I discepoli sono il “piccolo gregge”, di cui Gesù è il “pastore grande” (Ebr 13, 20; cf. Gv 10, 11.14; 1 Pt 2, 25; 5, 4; Ap 7, 17). Un piccolo gregge è sempre esposto ai pericoli, ma giacché il pastore lo custodisce, non ha da temere. La ragione ultima di questa sicurezza è che Dio è Padre, e se a Lui “è piaciuto” donare il regno al piccolo gregge, questo dono non gli sarà mai tolto.

Ciò che questa pagina di vangelo ci trasmette, è anzitutto il dono dell’amore di Dio, che – come dice san Giovanni – “scaccia il timore”: “Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio (…). Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4, 17.18).

Eppure, in questa stessa pagina, non mancano immagini paurose. C’è un ladro minaccioso, che viene ad un’ora sconosciuta della notte per scassinare la casa. C’è un padrone di casa che arriva inaspettato dal servo malvagio e lo punisce severamente, infliggendogli la sorte che meritano gli infedeli, che dà molte percosse a colui che, conoscendo la sua volontà, non ha disposto o agito secondo quella volontà.

Come vanno insieme queste cose che, a prima vista, sembrano opposte? La chiave di tutto è proprio l’amore. E vediamo come.

Anzitutto Gesù dice: Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. La paura è sempre timore di perdere ciò a cui il nostro cuore si è attaccato, di perdere l’amore nostro. Per questo nell’antichità la sede del timore è il cuore, ed il contrario della paura è chiamato “coraggio”, dal latino medievale coraticum, che significa appunto “cuore”).

Dunque, se hai paura è perché ami il tuo tesoro ed hai paura di perderlo. Se ami il tuo denaro, hai paura dei ladri. Ma se il tuo tesoro è in cielo non hai nulla da temere!

Se il tuo tesoro è il Regno e sai che il Padre te l’ha dato, il tuo cuore è al sicuro insieme al tuo tesoro. Certo, questo grande tesoro, non ce l’abbiamo ancora a disposizione, non lo vediamo. Lo possediamo, sì, ma nella fede. La fede è il fondamento di ciò che si spera e la prova di ciò che non si vede (Ebr 11, 1). Il Regno ci è stato già dato! È un tesoro che già possediamo. Ma lo possediamo al buio: non lo vediamo! Lo possediamo nella notte: è un bene presente, ma in germe e continuamente minacciato. Siamo nell’ultima notte, quella che prelude al ritorno del Signore. È una notte che è cominciata il mattino di Pentecoste e durerà fino al ritorno di Cristo.

Ma è proprio qui che gli animi si dividono, perché il nostro cuore è diviso tra due amori, come dice sant’Agostino: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé e l’amore di sé fino al disprezzo di Dio. (De civ. Dei, XIV, 28).

Quelli che amano Dio fino al disprezzo di sé non hanno paura di niente. Temono una sola cosa: di perdere Dio, ma non ne hanno paura, perché credono alla parola di Gesù e sanno con certezza che a Dio è piaciuto di dar loro il regno. Dunque il loro timore, il santo timore di Dio, li porta ad essere vigilanti, a stare come gli Israeliti nella notte di Pasqua: con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, svegli, pronti per andare incontro al Signore che viene per entrare al banchetto con lui. E siccome egli ci promette che si stringerà – lui stesso! – le vesti ai fianchi e passerà a servirli, vivranno l’attesa servendo i fratelli, sull’esempio del loro Signore.

Quelli che invece non amano Dio fino a questo punto, fatalmente amano se stessi fino al punto di disprezzare Dio; sono come quel servo che perde di vista il ritorno del padrone e spera, in cuor suo, che non tornerà affatto; quindi, invece di servire il prossimo, comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi. Ma il Signore ritornerà. Il Vangelo ci insegna che la vita cristiana e la vita ecclesiale sono inconcepibili senza una resa dei conti: quante parabole alludono a questo!

Si dice: “Ma Dio ci ama!”. Certo, ma è proprio il suo amore che richiede la resa dei conti ed, anzi, ne raddoppia l’esigenza, proprio nel senso che l’amore suo ci nobilita, ci affida grandi beni, ci conferisce una dignità immensa – e non tollera di essere deluso: A chi fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Dunque: dobbiamo temere o non dobbiamo temere? Risposta: dobbiamo amare, perché siamo amati da Dio; non dobbiamo temere alcun male, perché Dio è nostro Padre; c’è una sola cosa di cui dobbiamo temere: il nostro egoismo, il rifiuto dell’amore.

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Il terrorismo, nella sua definizione più semplice, è il tentativo di condizionare la vita dei popoli mediante la paura. In preda alla paura le persone – e ancor più le masse – sono prive di lucidità mentale e quindi facilmente condizionabili, praticamente a disposizione del più forte. E noi occidentali del XXI secolo siamo particolarmente condizionabili a causa delle nostre paure. Abbiamo paura di tutto: temiamo per la nostra salute, per la qualità dell’aria e del cibo, per la crisi economica, per la perdita delle relazioni affettive, abbiamo paura degli stranieri, dei poveri, delle malattie, dell’handicap, della morte… Siamo fragili. Fragili come un bambino senza padre, senza qualcuno che lo faccia sentire allo stesso tempo amato e protetto, guidato con mano ferma e sostenuto. Siamo le vittime ideali del terrorismo.

La guerra al terrorismo si combatte su tanti fronti: quello militare, quello investigativo, quello diplomatico… Ma si tratta di fronti “esterni”, rivolti all’altro, all’aggressore o al possibile alleato contro di lui. C’è invece un fronte interno che tendiamo a dimenticare: quello della nostra capacità di resistere alla paura. Se volete, possiamo chiamarlo “fronte culturale”, intendendo per “cultura” la “coltivazione dell’animo”, la cura della propria coscienza e la disciplina delle proprie emozioni, ossia la virtù.

Il vangelo ci mette sotto gli occhi una situazione di terrore cosmico: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti… le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte». Di fronte a ciò, le reazioni sono diverse: da un lato si parla di uomini che «moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra». Dall’altro ci si dice: «Quando incominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21, 25-28).

Cos’è che fa la differenza? Si risponderà anzitutto: la fede, ma in particolare quella declinazione della fede che si apre all’attesa e si chiama propriamente “speranza”.  “Fede” significa relazione vivente con Dio che è nostro Padre ed è onnipotente: si prende cura di noi, non ci lascia perire come pecore senza pastore. “Speranza” significa fiducia nelle parole di Gesù che tornerà dal cielo per liberarci.

Ma noi perché abbiamo paura? Troppo facile rispondere: perché non abbiamo fede e speranza. Fede e speranza sono doni che Dio da a tutti coloro che glieli chiedono. Il problema non sta tanto lì, quanto nelle nostre scelte conseguenti. Abbiamo fede, sì, ma se abbiamo timore e angoscia è perché, come dice Gesù (Lc 21, 34-36), il nostro cuore si appesantisce in dissipazioni (perdiamo il nostro tempo correndo dietro a cose non buone), ubriachezze (teniamo la nostra mente intontita con tante sciocchezze, anziché cercare la saggezza, la giustizia, il coraggio, il dominio su noi stessi), affanni della vita (ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la vita). Questi sono i nostri nemici più pericolosi: questo è ciò che ci rende fragili, manipolabili, perdenti.

Se vogliamo realmente sconfiggere il terrorismo, cominciamo dunque a sconfiggere dentro di noi il terrore. Nnon tutti possiamo combattere battaglie militari, investigative o diplomatiche, ma tutti possiamo e dobbiamo vincere la nostra battaglia interiore: costruirci come persone coraggiose, che hanno in Dio la loro forza e in Cristo il loro liberatore.

C’è un aneddoto della vita di san Luigi Gonzaga che viene citato spesso. Una volta egli stava giocando a biliardo con alcuni altri giovani gesuiti; arrivò il bacchettone di turno e gli disse: Luigi, se sapessi che è arrivata la tua ora, cosa faresti? E il santo rispose bel bello: continuerei la partita! E questa è la risposta che, invariabilmente, danno i santi: continuerei a fare quel che sto facendo, perché non ho paura: questo è il mio modo di santificarmi e di rendere gloria a Dio, nella fatica come nel riposo, nello studio e nel gioco, nel lavoro e nella preghiera, nella salute e nella malattia, nella gioia e nella sofferenza. Tutto utilizzo in modo saggio per rispondere a Dio che mi ama, confidando nella sua bontà.

Per chi crede, spera e ama come Gesù ci ha insegnato, ogni momento è un incontro con il Signore che viene, e la sua venuta è tempo di liberazione e di gioia.

Ecco dunque il senso di questo Avvento che cominciamo oggi: prepararci a incontrare il Signore, disporre i nostri cuori perché quando verrà ci trovi pronti.

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