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Il profeta Geremia (23, 1-6) lancia una tremenda invettiva nei confronti dei “pastori che fanno perire e disperdono il gregge” del pascolo del Signore, che scacciano le pecore e non se ne preoccupano.
Chi sono questi pastori? Al tempo del profeta erano i capi del popolo, gli scribi e gli anziani; ma si tratta di figure che ritornano ad ogni generazione, più o meno numerose, nel popolo di Dio. Oggi le troviamo tra i vescovi e i preti, ma anche tra gli insegnanti, i genitori e chiunque abbia una responsabilità su altre persone. Quando il Signore ci affida una responsabilità di questo tipo, ci fa partecipi della sua cura per gli uomini: il Signore è il pastore del suo popolo, noi siamo il gregge del suo pascolo; avere responsabilità su una diocesi, su una parrocchia, su una classe di alunni, su un gruppo di lavoro, su una famiglia… significa partecipare all’azione pastorale del Signore. È un compito importante e bellissimo; è un onore meraviglioso che il Signore ci fa.
Purtroppo, però, questa responsabilità può essere gestita anche male e i pastori, anziché collaborare con il Signore per il bene delle sue pecorelle, possono essere coloro che fanno perire e disperdono il gregge. Perché accade ciò? Perché siamo vittime dell’egoisimo, del narcisismo e dell’egocentrismo.
L’egoisimo si annida nella nostra carne. È il risultato dei nostri desideri disordinati. È l’affetto che portiamo ai nostri comodi e al nostro tornaconto. La responsabilità pastorale richiede che siamo pronti a sacrificare il nostro vantaggio per il bene delle persone che ci sono affidate – e l’egoismo le si oppone.
All’egoismo si affianca, oggi più che mai, il narcisismo: la ricerca di se stessi, del proprio successo, dei “like” sulle nostre pagine social, dell’applauso del pubblico. È il grimaldello del mondo per scardinare ogni cura pastorale seria: così il pastore che pasce se stesso e usa il gregge come specchio della propria vanità.
Il risultato dell’accoppiata di egoismo e narcisismo è l’egocentrismo: una pastorale che ha al centro non le pecore ma il pastore; non il bene comune, ma il nostro protagonismo; non l’interesse delle persone a noi affidate (ripeto: siano esse i cristiani di una diocesi o di una parrocchia, gli allievi di una scuola, i dipendenti, i figli, il coniuge…) non il loro interesse, ma il nostro.
Con la sua fine ironia, il card. Giacomo Biffi scrisse una parafrasi della parabola del buon pastore “secondo il mondo”. Mentre il vero vangelo ci presenta un pastore che parte alla ricerca della pecorella smarrita e non si dà pace finché non l’abbia trovata (cf. Mt 18, 12-13), il vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe dice: “Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”.
Grazie a Dio, conosciamo l’insegnamento di Gesù. Conosciamo non solo le sue parole, ma anche i gesti concreti e gli esempi che ci ha lasciato. Vediamo Gesù prendersi cura paternamente della stanchezza dei suoi discepoli (cf. Mc 6, 30). Questi sono appena rientrati dalla missione, sono affaticatii, e tra tanta gente che va e viene non hanno neppure il tempo di mangiare. Gesù si fa carico di loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Come è bello quando chi ha la responsabilità di un certo lavoro non si preoccupa soltanto della produzione, ma anche dell’equilibrio, della pace, della serenità delle persone a lui affidate!
Ma, allo stesso tempo, Gesù ci insegna a non fare del nostro riposo un idolo: vedendo le folle che accorrono a lui, anche nel luogo deserto scelto per riposare, egli prova compassione, amore per quel “gregge senza pastore”; cosicché mette da parte le proprie legittime esigenze e si dedica alla gente che ha bisogno della sua parola.
Dovremmo renderci conto che noi siamo oggetto di questa tenera e premurosa cura pastorale di Gesù. Ciascuno di noi personalmente è importante davanti a lui. Per ciascuno di noi, Gesù ha compassione, sollecitudine, attenzione. Ebbene, il nostro dovere è di amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi! Sant’Agostino l’ha esplicitato chiaramente: “Pascere il gregge del Signore deve essere un servizio d’amore – Sit amoris officium pascere dominicum gregem”.
Chiediamo al Signore che ci riempia della sua carità pastorale perché tutti – vescovi, preti, genitori, insegnanti, responsabili ad ogni livello – tutti ci impegniamo nella cura delle persone a noi affidate con la stessa carità con cui Cristo Signore si prende cura di noi.

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16. domenica “per Annum” – B

Domenica scorsa il Vangelo ci ha presentato la partenza degli apostoli per la missione. Oggi assistiamo al loro rientro.

Essi si riuniscono intorno a Gesù e gli riferiscono sulle azioni compiute e sull’insegnamento impartito.

Questo è molto istruttivo per noi: gli evangelizzato­ri rendono conto solo a Cristo, tramite la sua Chiesa: nessuna compiacenza o approvazione differente dalla sua potràmai avere valore. Da qui il distacco e la libertà del missionario, a cui i successi non premeranno ma che fuggirà dagli applausi  come da tentazioni sottili e pericolose.

La missione è laboriosa e comporta fatica: Cristo lo sa, perciò, con tenerezza e premura invita i suoi discepoli al riposo.

Vale la pena di soffermarsi su questo punto in tempi di ferie estive. Lavorare per il Signore non significa affannarsi fino allo stremo: sarebbe pericoloso per la serenità dello spirito e la lucidità mentale,  si rischia l’esaurimento, la confusione, l’esasperazione. Diceva il beato card. Schuster: “Quando il diavolo vuol rendere inutile qualcuno, lo fa lavorare troppo”.

Ma cosa significa riposare? Cosa significa vivere bene le proprie ferie? Non certo dissiparsi in mille superficialità, o in un ozio futile e noioso. Gesù dice “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”: “Venite”, non “andate”. Il vero riposo è quello vissuto insieme con Cristo. Lui è “la nostra pace”, come ci ha detto san Paolo. Il vero riposo è distensione, preghiera, silenzio, contatto con  la natura, con i fratelli… ma soprattutto con Dio!

Eppure il riposo di Gesù e degli apostoli dura poco, perché la folla li raggiunge. A quella vista Gesù non si fa prendere dal disappunto, ma si commuove per loro “perché erano come pecore senza pastore”. Per questo “si mise a insegnare loro molte cose”.

Se ci guardiamo intorno, nella gente che ci vive accanto, non vediamo forse un gregge senza pastore? Un gregge senza pastore è una cittàche ha dimenticato Gesù Cristo; sono famiglie in cui i padri non annunciano il vangelo ai figli, sono cristiani che non ascoltano la Parola di Dio, comunità indolenti, che  trascurano l’Eucaristia o la celebrano distrattamente…

Il Signore dice a proposito: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” (Ger).

Guai a noi sacerdoti, se siamo cattivi pastori. Ma non siamo gli unici: guai ai genitori, ai catechisti… a tutti quei cristiani che sono cattivi pastori.

Ma subito dopo il Signore dice che sarà lui stesso a prendersi cura del gregge, e che costituirà su di esso pastori  secondo il suo cuore.

Ancora una volta l’invito èquesto: lasciamoci radunare da Cristo, lasciamoci curare e istruire da lui. Cosìdiventeremo, ciascuno al suo posto, veri pastori dei fratelli che il Signore stesso ci affida.

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