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Posts Tagged ‘Passione’

Masaccio

“Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 8).

“Fu crocifisso per noi”. (Credo niceno-costantinopolitano).

Cosa significa questo “per noi”?

Il Prefazio della Domenica delle Palme dice: “Egli che era senza peccato accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

La morte in croce di Gesù, dunque, “lava” la nostre colpe. La Scrittura esprime questo mistero dicendo che Gesù è “vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 2, 2; 4, 10; cf. Rm 3, 25).

Abbiamo però tanti problemi a comprendere questo mistero, perché nella nostra mente – anche nella predicazione, nei libri devozionali, in una certa teologia… – continuano a girare idee che non sono cristiane[i].

L’opera espiatrice, con la quale gli uomini mirano a conciliarsi e propiziarsi la divinità, sta al centro della storia delle religioni. Quasi tutte, infatti, nascono dalla consapevolezza che l’uomo ha della propria colpa di fronte a Dio e denotano il tentativo di superare questo senso di colpa, di cancellare la colpa mediante opere che vengono presentate a Dio. “Espiazione” significa normalmente il ripristino del rapporto perduto con la divinità. Il meccanismo è noto: le cose cominciano ad andare male (ad esempio, c’è una carestia o un terremoto o una sconfitta in guerra), ci si immagina quindi che la divinità sia adirata per un qualche peccato commesso dagli uomini. C’è dunque bisogno che gli uomini compiano una qualche azione che riporti la pace.

Nel NT, invece, la situazione è inversa. Non è l’uomo che si accosta a Dio e gli porta un dono compensatore, ma è Dio che viene all’uomo per dare a lui. Per iniziativa del suo amore egli restaura il rapporto leso, giustificando l’uomo colpevole mediante la sua misericordia creatrice. La sua giustizia è grazia: è giustizia attiva, che giustifica, ossia “aggiusta” l’uomo che ha perso la sua integrità e lo rende “giusto”.

Qui ci troviamo di fronte alla svolta portata dal cristianesimo nella storia delle religioni: il NT non dice che gli uomini riappacificano Dio, che placano la sua ira – come dovremmo propriamente attenderci, perché sono essi che hanno sbagliato, non Dio. Ci dice invece che “è stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2 Cor 5, 19).

Ora, ciò è qualcosa di veramente inaudito, qualcosa di nuovo, è il punto di partenza dell’esistenza cristiana e il centro della teologia neotestamentaria della croce. Dio non aspetta che i colpevoli si facciano avanti per riconciliarsi con lui, ma va loro incontro per primo e li riconcilia a sé. In questo si mostra la vera direzione del dinamismo dell’incarnazione e della croce.

Di conseguenza, nel NT la croce appare primariamente come un movimento dall’alto verso il basso, di Gesù che “essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (cf. Fil 2, 6-8). La croce non è la prestazione propiziatrice che l’umanità offre al Dio sdegnato, bensì l’espressione di quel folle amore di Dio, che si abbandona senza riserve all’umiliazione per redimere l’uomo; è il suo modo di avvicinarsi a noi, non un modo nostro per avvicinarci a lui.

Con questa svolta nell’idea di espiazione, l’intera esistenza religiosa, nel cristianesimo, prende una nuova direzione. Se l’atto principiale della religione è l’adorazione, l’adorazione cristiana avviene in primo luogo nell’accoglienza riconoscente dell’azione salvifica di Dio. La forma essenziale del culto cristiano si chiama quindi, a ragion veduta, “eucaristia”, cioè rendimento di grazie. In questo culto non vengono portate davanti a Dio prestazioni umane, ma esso consiste piuttosto nell’accogliere, da parte dell’uomo, il dono che gli viene fatto; non glorifichiamo Dio offrendogli qualcosa che presumiamo nostro – quasi non fosse già da sempre suo! – bensì lasciando che egli ci doni ciò che è suo e riconoscendolo così come l’unico Signore. Lo adoriamo smettendo di fingere di poterci presentare a lui come interlocutori autonomi, mentre in realtà possiamo esistere soltanto in lui e a partire da lui. Il sacrificio cristiano non consiste in un dare a Dio ciò che egli non avrebbe senza di noi, bensì nel diventare completamente accoglienti nei suoi confronti e nel lasciarci totalmente prendere da lui. Lasciare che Dio agisca in noi: ecco il sacrificio cristiano.

[i] Cf. J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico (1968, 2000), Brescia 2005, pp. 271-274.

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La nuova Alleanza

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Nella consacrazione del vino, il sacerdote pronuncia le note parole di Gesù: “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza”. In esse si compie la profezia di Geremia 31, 31-34:

“Ecco verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”.

Cosa significa “alleanza” nella Bibbia? Significa un legame mutuo e profondo di solidarietà tra Dio e gli uomini, un impegno solenne che Dio prende nei confronti del popolo e al quale il popolo è chiamato a rispondere: “Io sarò il loro Dio – dice il Signore – ed essi saranno il mio popolo”. “Io il loro – loro il mio”: è un’appartenenza reciproca nell’amore. Perché, vedete, questo è il linguaggio tipico dell’amore autentico. Anche l’egoismo dice: “tu sei mio”; solo l’amore vero può dire: “io sono tuo”.

L’antica alleanza era centrata sula legge, scritta sulle tavole di pietra – cioè una legge esterna, rigida, inflessibile, che necessariamente viene recepita dall’uomo peccatore come un limite alla propria libertà e ai propri desideri. Certo gli uomini possono capire che quella legge è giusta, e che per conservarsi il favore di Dio devono osservarla; ma i loro affetti e i loro desideri restano contrari ed inevitabilmente gli uomini cadono nel peccato che rompe l’alleanza.

Ora Dio promette un’alleanza basata su una la legge scritta nel cuo­re degli uomini stessi – cioè una legge intima, che nasce dal cambiamento interiore degli affetti e dei desideri, che nasce dall’amore ed esprime le esigenze di questo amore.

Nella nuova alleanza tutti conosceranno Dio, perché Dio stesso si comunicherà, cuore a cuore, bocca a bocca, a ciascuno. Il peccato passato sarà perdonato e non sarà più ricordato, perché Dio fa nuove tutte le cose.

Abbiamo detto che questa profezia si è realizzata, che in Gesù Cristo Dio ha stipulato la “nuova ed eterna alleanza” con gli uomini. Ma forse dovremmo chiederci: noi siamo entrati in questa nuova alleanza? Ufficialmente sì: siamo battezzati e cresimati, celebriamo l’Eucaristia… Ma esistenzialmente c’è il rischio di rimanere o ricadere nell’alleanza vecchia. Intendo dire: c’è il rischio di rapportarci a Dio come a un potere estraneo, di offrirgli un culto fatto di osservanze esterne, dallo scopo di tenercelo buono per poter meglio garantire i nostri interessi. La legge di Dio, in questo modo, torna ad essere un insieme di precetti che sopportiamo ob torto collo, con un atteggiamento da schiavi e non da figli, un atteggiamento che ci porta fatalmente a ricadere nel peccato.

Di fatto, pur essendo parte del popolo della nuova alleanza, ciascuno di noi sperimenta di stare costantemente sulla soglia tra la vecchia e la nuova alleanza. Sperimenta che il suo amore per Dio può magari arrivare a dirgli: “tu sei mio”; ma fatica a dirgli sul serio: “io sono tuo”.

La lettera agli Ebrei 5, 7-9 ci dice che Gesù, “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli ubbidiscono”. A cosa si riferisce quando afferma che egli fu “reso perfetto”? È chiaro che si riferisce alla sua passione: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Mentre la nostra tendenza naturale è quella di cercare Dio per non patire, per scansare la sofferenza, la passione di Cristo ci insegna che l’amore è perfetto quando accetta di soffrire per la persona amata..

Se noi vogliamo entrare nell’alleanza con Gesù dobbiamo seguirlo, e lui ci dice: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12, 26).

Dove sei, Signore? Sei alla destra del Padre, nella gloria del cielo, e ci prometti che anche noi saremo con te. Ma prima di entrare nella gloria della risurrezione sei stato nel Getsemani a sudare sangue, sei stato insultato, flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto, sepolto.

E se noi ti vogliamo seguire nella gioia della risurrezione, non possiamo rifiutarci di entrare con te nell’amore perfetto, quello che accetta persino obbrobrio della passione.

Gesù ci ha dato oggi un principio generale, valido sempre: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). È così che lui ha portato frutto per noi: si è lasciato uccidere, e dalla morte sua è scaturita la vita per noi. Così anche noi, se vogliamo portare frutto nell’amore, dobbiamo morire a noi stessi e vivere per lui.

Certo, nessuno ci costringe. Possiamo anche tenerci stretta stretta la nostra vita, come un tesoro geloso: nessuno ci obbliga a donarla. Ma Gesù ci avverte: “Chi ama la sua vita la perde… se il chicco non muore, rimane solo”!

Se invece siamo disposti a perderci, a rimetterci su questa terra, per ritrovarci con lui, Gesù ci fa delle promesse meravigliose: produrrai molto frutto; il Padre (il Padre!) ti onorerà.

Tra qualche istante offriremo il pane e il vino sull’altare. Se questa offerta sarà veramente segno dell’offerta della nostra vita, se sapremo perdere la nostra vita, entreremo con Cristo nella nuova ed eterna alleanza, nella gloria del Padre.

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mercanti

Davanti a Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, ai discepoli viene in mente il Sal 69, 10: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

Che cos’è lo zelo? È fervore, entusiasmo, fuoco interiore che brucia e non dà pace finché non si traduce in azione. La parola “zelo” ha la stessa radice di “gelosia”, perché non tollera che l’oggetto del proprio amore vada perduto.

In Giudea, al tempo di Gesù, c’era una setta che aveva fatto dello zelo il proprio programma religioso-politico: gli Zeloti, appunto[i]. “Zelo” era il termine con il quale essi esprimevano la disponibilità ad impegnarsi con la forza in favore della fede dei padri, per il difendere il diritto e la libertà di Israele, per mezzo della violenza.

Negli anni ’60 qualcuno ha sostenuto Gesù si sarebbe collocato in questa linea: la purificazione del tempio sarebbe stata evidentemente un atto di violenza, per quanto gli evangelisti abbiano tentato di nasconderlo, perché senza violenza non avrebbe neppure potuto svolgersi. Da qui hanno preso lo spunto le teologie della rivoluzione che hanno cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore.

Queste teologie, nel cristianesimo, sembrano per fortuna ridotte al silenzio. Ma la prospettiva terribile di una violenza motivata religiosamente sta in modo purtroppo attuale davanti agli occhi di tutti noi. Di fronte a ciò, dobbiamo affermare inequivocabilmente che la violenza non instaura certo il Regno di Dio, e quindi non promuove l’uomo: essa è invece lo strumento preferito dall’anticristo e porta alla disumanità.

Ma allora come giustificare questi atti di Gesù che si fa una frusta di cordicelle, che rovescia a terra i banchi dei cambiavalute…? Se i discepoli si ricordano, a quel punto, del Sal 69 che dice: “Lo zelo della tua casa mi divora”, siamo rimandati al clima di quel grande salmo, che si riferisce per intero alla passione. È la preghiera di un uomo che, a causa della sua vita conforme alla Parola di Dio, viene spinto nell’isolamento; la Parola diventa per lui fonte di sofferenza per mano di quello che lo circondano e lo odiano: “Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola… Per te io sopporto l’insulto… mi divora lo zelo per la tua casa…” (Sal 69, 2.8.10).

Si tratta dunque della figura del giusto sofferente, che trova la sua piena realizzazione in Gesù: lo zelo per la casa di Dio lo porta alla passione, alla croce. «È questa la svolta fondamentale che Gesù ha dato al tema dello zelo. Ha trasformato nello zelo della croce lo “zelo” che voleva servire Dio mediante la violenza. Così Egli ha eretto definitivamente il criterio per il vero zelo – lo zelo dell’amore che si dona. Secondo questo zelo il cristiano deve orientarsi» (Benedetto XVI).

Le autorità giudaiche gli chiedono un segno col quale dia prova della sua legittimazione a compiere quella purificazione del tempio. Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Il suo “segno” è la croce e la risurrezione. La croce e la risurrezione lo legittimano come colui che istaura il culto giusto. Gesù si giustifica mediante la sua passione.

Ma la parola va ancora più in profondità. Giovanni dice che i discepoli compresero la parola in tutta la sua profondità solo facendone memoria dopo la risurrezione – facendone memoria alla luce dello Spirito Santo come comunità dei discepoli, come Chiesa. Ora l’epoca del tempio è passata. Arriva un nuovo culto in un tempio non costruito da uomini. Questo tempio è il suo corpo – il Risorto che raduna i popoli e li unisce nel Sacramento del suo corpo e del suo sangue.

E noi, che siamo il nuovo popolo di Dio, e noi che siamo riuniti nel Sacramento del corpo e del sangue di Gesù, noi come ci poniamo davanti al suo zelo? Ci divora lo zelo per il corpo del Signore? Facciamo nostro il suo zelo d’amore che si dona?

[i] Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte, Città del Vaticano 2011, pp. 23-34.

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Tante difficoltà nella vita spirituale, tanti turbamenti della nostra anima sono generati da un’idea incompleta del peccato, come se questo fosse “solamente” un disordine morale, oppure una colpa che ci può essere imputata nel giudizio, o addirittura una mancanza al punto d’onore. Dobbiamo chiedere al Signore che sia Lui stesso a rivelarci il senso vero del peccato.

Non si giunge a comprendere la portata del peccato e ad acquistarne un esatta cognizione in poco tempo. Eppure è cosa importantissima perché il nostro tempo ha perso il senso della sua gravità.

In molti peccatori che pure riconoscono le loro cattive abitudini, si riscontra un indefinito atteggiamento interiore che può tradursi in questi termini: “Se avessi conservato l’innocenza, mi sforzerei di conservarla anche in seguito, ma dal momento che l’ho persa, perché mi debbo sforzare?”

Una tale espressione è possibile solo se si ha del peccato un concetto sballato, terra-terra. Anzi, sotto-terra: un concetto suggerito dal demonio. Infatti, ragionare in quei termini equivale a dire: “Se non avessi flagellato Gesù Cristo, mi potrei anche impegnare a non flagellarlo mai; ma dato che l’ho colpito una volta, continuerò a colpirlo”.

La rivelazione piena del senso del peccato che il Padre ci ha offerto è suo Figlio Gesù Cristo sofferente.

Antonello da Messina, Ecce homo

Antonello da Messina, Ecce homo

Contempliamolo ed osserviamo l’amore ardente col quale Cristo ci ama, la sua sublime santità, senza ombra di macchia, e su questa santità il segno del dolore: la ferita della lancia, la corona di spine, la croce… Anche se non appare da dove provengono queste ferite, noi ne conosciamo la causa: i nostri peccati

“Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza, né vi fosse inganno sulla sua bocca”. Is 53, 2-9

I nostri peccati sono la causa dei dolori di Gesù, della sua croce. Egli prese su di sé i nostri peccati ben sapendo che erano nostri, di ognuno di noi. Ciascuno può dunque dire: se avessi peccato di meno, Gesù avrebbe sofferto di meno.

I peccati che ancora commettiamo sono ulteriori ingratitudini che continuano a pesare sul suo Cuore: “Crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” Ebr 6, 6.

Chi considera il peccato sotto questo aspetto non ha timore di chiedere al Signore la morte, piuttosto che commettere il peccato; anzi, sente l’aspirazione ad offrire la propria vita al Signore per evitare anche un solo peccato mortale di una qualsiasi anima.

Durante la sua agonia Gesù ebbe a dire: “L’anima mia è triste fino alla morte” (Mc 14, 34; Mt 26,38)

E questa tristezza mortale che si abbatté sull’anima del Cristo fu a causa dei nostri peccati, futuri ma previsti. Tuttavia senza dubbio Gesù fin da allora ha provato qualche consolazione in previsione della nostra riparazione: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22, 43).

“E così anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati” (PIO XI, Enciclica Miserentissimus Redemptor, n. 23).

Cristo ora è risorto, è glorioso, non soffre fisicamente. Tuttavia è in grado di sentire compassione nell’anima sua. Al Cristo risorto si riferisce la Lettera agli Ebrei quando dice: Non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire le nostre infermità (4, 15). E il motivo di questa compassione è l’amore infinito che nutre per noi: vedendoci preferire il nostro ventre al suo Cuore, vendendoci correre verso il baratro della dannazione, non resta indifferente alla nostra sorte. Certo questo non toglie nulla alla sua perfetta beatitudine, e per noi resta un mistero insondabile immagi-nare come Egli possa essere perfettamente felice eppure dispiacersi del nostro peccato, ma le due cose vanno affermate insieme.

Forse tutto questo si comprende meglio se consideriamo che il Corpo mistico di Cristo è la sua Chiesa. I nostri peccati sono un cattivo esempio, sono causa del mancato riconoscimento di Gesù nella sua Chiesa e impediscono che la vera Chiesa appaia in tutta la santità in cui Gesù l’ha costituita.

Ma vi è di più: i nostri peccati, anche quelli più nascosti, causano una vera ferita al Corpo mistico. I miei peccati non distruggono solamente la grazia in me, ma minacciano anche quella di altre anime, perché se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1 Cor 12, 26). E quindi anche i peccati degli altri non possono lasciarci indifferenti: sono ferite al Corpo mistico e noi, quali membra vive, non possiamo non risentirne.

C’era un giovane affetto da una grave forma di tubercolosi. Assieme al figlio, anche la madre deperiva giorno per giorno, pur non presentando alcuna alterazione organica di rilievo. Un giorno il medico volle visitarla più a fondo e le chiese: “Signora, ma cosa vi fa male?”. E la donna: “Mi fanno male il polmoni di mio figlio”.

A Gesù oggi fanno male le mie ferite. E a me fanno male le ferite di Gesù? Mi fanno male le ferite dei miei fratelli che sono Corpo di Gesù come me?

Gesù è il Capo di questo Corpo. Per questo ci ha salvati: perché, essendosi unito a noi, i no-stri peccati sono diventati in un certo senso i suoi, e la sua riparazione è diventata la nostra (“meraviglioso scambio…!”). Ora, se noi siamo strettamente uniti a Cristo siamo salvi. Ma siamo anche strettamente uniti ad altre persone: le persone che amiamo, che ci sono più vicine, che sono “affidate” a noi a qualche titolo (familiari, parrocchiani, alunni, colleghi, condomini…), persone che possono con il nostro contributo accrescere il Corpo mistico di Cristo. Ognuno di noi potrebbe dire di loro “le mie anime”.

Di conseguenza, i peccati di queste anime sono veramente nostri. Non nel senso che siano nostri peccati personali, causa di dannazione o castigo per noi, ma nostri perché ci riguardano in modo speciale. Così se noi soffriamo per essi e ci uniamo alla riparazione di Cristo per loro e per noi, possiamo veramente soddisfare per essi. Nel considerare questi peccati potremo con più verità dire: “Signore, perdonaci”, come, sempre al plurale, ci fa pregare la Chiesa. Potremmo riparare con le nostre penitenze e sacrifici questi peccati delle “mie anime”, peccati che sono vere ferite al Cuore di Gesù.

Un mezzo per incarnare tutto ciò nella nostra vita concreta è la pratica dell’Ora santa: passando un ora in preghiera si implora la divina misericordia; si consola Gesù dell’abbandono in cui di lasciato nel Getsemani, mentre si cerca di compenetrarsi nei sentimenti del suo cuore, di portare con  lui, per quel poco che possiamo, i peccati dell’umanità.

Ma attenzione: la consolazione che noi possiamo dare a Gesù è come una goccia nel mare della consolazione che Gesù dà a noi. Noi possiamo assaggiare una goccia del calice amaro che lui ha bevuto, ma in cambio riceviamo fiumi di latte e miele. Noi possiamo cominciare a patire con Cristo, ma lui che ha patito tutto, non desidera altro che gioire con noi, che accoglierci in un abbraccio beatificante, che ci renda partecipi della sua vittoria sul male e sulla morte, della sua vita di risorto.

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Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Questa frase è come un seme che raccoglie in sé tutto l’evento meraviglioso della Pasqua. Gesù ci ha amati sino alla fine! Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per gli amici. Gesù ci ha amati fino alla morte e alla morte di croce.

Domani avremo modo e tempo di riflettere sulla croce. Oggi siamo chiamati a soffermarci sull’ultima cena, in cui il Signore ci lascia i segni di questo amore.

Il primo segno è la lavanda dei piedi.

Lavare i piedi era il servizio dell’ultimo schiavo: era considerato il servizio più umiliante e disonorevole. Si capisce quindi la profonda impressione che il gesto di Gesù ha suscitato nei discepoli! Si capisce la reazione e l’incomprensione di Pietro!

Pietro rappresenta la mentalità del mondo, che non accetta l’umiliazione del Figlio di Dio. Gesù invece “depone le vesti” della sua gloria divina, si cinge di un asciugatoio – che rappresenta la nostra natura umana – e si mette a lavare i nostri piedi, cioè accetta l’umiliazione della croce per togliere il nostro peccato.

Il secondo segno è ancora più  grande.

Non è semplicemente un gesto simbolico: èil mistero dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Per comprenderlo dobbiamo innanzitutto ricordare come si svolgeva la cena Pasquale in cui Gesù compie questo gesto.

Dalla 1. lett. abbiamo ascoltato come gli Ebrei (e quindi anche Gesù e gli apostoli) celebravano la Pasqua: al giorno di Parasceve (il venerdì) c’era l’immolazione dell’agnello. Dopo il tramonto del venerdì, le famiglie si riunivano per mangiare la sua carne. Ciò sta a significare il sacrificio, il nutrimento, la forza per un lungo e difficile cammino: l’indomani si passerà il Mar Rosso. E il sangue dell’agnello viene sparso sulle porte perché l’angelo che stermina i primogeniti dell’Egitto riconosca le case degli israeliti e passi oltre.

“Questo sarà per voi un memoriale”, ossia una riattualizzazione perenne. Ma è solo un segno della vera Pasqua, che è quella di Cristo.

Gesù, come capofamiglia ebreo, prepara la cena pasquale per i suoi discepoli. Ma con qualche differenza:

  1. Innanzitutto Gesù anticipa di un giorno la cena: al giovedì e non al venerdì.
  2. Poi introduce nel rito della cena alcune parole nuove: “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».  Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»”. (2. lett).
  3. Infine non si parla di carni di agnello, ma di pane e vino.

Cosa significa?

Gesù anticipa la cena al giovedì perché l’indomani sarà immolato, proprio mentre vengono uccisi gli agnelli per la Pasqua.

Introduce le parole nuove per “annunziare la sua morte” e renderla presente sacramentalmente nel pane spezzato e nel vino versato: il suo corpo, il suo sangue: in cibo.

Nella veglia pasquale canteremo: “Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli”. E questa notte, nell’Ufficio delle Letture udremo le parole di san Giovanni Crisostomo: “Immolate, dice Mosè, un agnello i un anno e col suo sangue segnate le porte. Cosa dici, Mosè? Quando mai il sangue di un agnello ha salvato l’uomo ragionevole? Certamente, sembra rispondere, non perché è sangue, ma perché è immagine del sangue del Signore. Molto più di allora il nemico passerà oltre se vedrà sui battenti non il sangue dell’antico simbolo, ma quello della nuova realtà, vivo e splendente sulle labbra dei fedeli, sulla porta del tempio di Cristo”.

Capite cosa vuol dire quando il sacerdote presenta l’ostia dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”?

Veramente nessuno ha un amore più grande di questo: Cristo che si offre al Padre in sacrificio per togliere i nostri peccati, e si offre a noi in cibo per metterci in comunione col Padre.

E perché questa offerta potesse essere continua, Gesù istituisce il sacerdozio:

Questo è il terzo segno:

“Fate questo in memoria di me”. Sceglie alcuni e li consacra perché siano ministri del suo sacrificio e rimettano i peccati nel suo nome.

Chi è il sacerdote? E’ un uomo che senza suo merito è stato riempito di un dono infinito ed è nella comunità cristiana il segno dell’amore e del servizio di Cristo. E’ colui che un successore degli apostoli, il vescovo, ha consacrato e mandato nella comunità per essere pastore, segno e strumento della comunione.

Oggi siamo tutti chiamati a pregare perché al gregge non venga meno la sollecitudine dei pastori e perché ai pastori non manchi mai la docilità del gregge.

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Oggi è il primo venerdì di quaresima. Ho pensato di mettere on-line una traccia per la Via Crucis: lo trovate alla pagina “Catechesi”. Buona preghiera!

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