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Posts Tagged ‘pasqua’

comunione

In queste domeniche stiamo riflettendo sul tema del pane di vita e abbiamo avuto modo di vedere più volte che questo pane è Gesù e Gesù è il Verbo di Dio, la Parola del Padre fatta carne, la Sapienza incarnata. Questo è il pane di vita! Mangiare il sacramento non avrebbe alcun senso se non ci nutrissimo della sua Parola.

Non a caso il Libro dei Proverbi (9, 1-6) ci mostra il banchetto della sapienza: “mangiare il pane” della sapienza, “bere il suo vino”, significa abbandonare l’inesperienza, andare dritti per la via dell’intelligenza… Insomma, significa apprendere le parole della sapienza.

Queste premesse sono necessarie per evitare di stabilire un corto circuito interpretativo che ci porti direttamente all’Eucaristia senza passare per la Parola. Tuttavia, dopo aver ascoltato la Parola è proprio all’Eucaristia che bisogna arrivare!

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54).

Secondo il vangelo di Giovanni, tutta la vita di Gesù apre la strada alla sua risurrezione; ricordiamoci che, prima di presentare il segno dei pani moltiplicati, l’evangelista ha avuto cura di precisare: «Era vicina la Pasqua» (6,4). Il pane del cielo promesso nel segno appartiene al mistero pasquale. Il pane è «la carne del Figlio dell’uomo» (6,53): chi se ne nutre si situa al di là della morte (6,51.54.58). Questo pane celeste è «la carne (data) per la vita del mondo » (6,51). L’Eucaristia appartiene al mistero della morte e della gloria di Gesù.

Nell’Eucaristia, dunque, incontriamo Cristo nel punto culminante della sua vita, cioè nel dono supremo di sé per la vita del mondo. Proprio per questo, mangiando il suo pane, possiamo unirci a lui in tutta la sua storia: comunichiamo con la grazia della sua infanzia, con la forza dei suoi miracoli, con la saggezza del suo insegnamento, con la sua pietà per i poveri, con l’amicizia per i suoi, con la sua passione, con la sua gloria, con il dono dello Spirito…

Ma attenzione: si tratta di un dono estremamente esigente! Cristo si dona totalmente, per amore; e questo richiede necessariamente la reciprocità, la nostra disponibilità a donarci altrettanto totalmente e per amore:

«Colui che mangia me vivrà per me» (6, 57).

Oggi si fa un gran parlare di chi può essere ammesso alla comunione, di chi ne è escluso, di quali siano le condizioni per un discernimento in merito… Il dibattito è complesso e non ho certo la pretesa di intervenirvi ora. Mi sembra comunque che questa pagina evangelica indichi un criterio molto chiaro: può mangiare Cristo solo chi è disposto a vivere “non più per se stesso, ma per colui che è morto e risorto per noi” (cf. Messale romano, Preghiera Eucaristica IV).

Vuoi sapere se puoi accostarti alla mensa del Signore? Chiediti anzitutto se se disposto a vivere per lui e non più per te stesso. La comunione eucaristica non è un diritto per nessuno: è un dono; e può essere accolto solo da chi è disposto ad entrare nella logica del dono.

L’Eucaristia – dice san Bernardo – è un pane che ha fame. Si realizza l’incorporazione plenaria a Cristo, la spiritualizzazione estrema, la risurrezione dei morti; già si annunzia la comunione escatologica, la totale presenza reciproca: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui » (Gv 6, 56).

Nella comunione eucaristica, Cristo si appropria di noi. Ma non come cose, come fa con il pane e il vino. Nei confronti degli elementi eucaristici, la sua parola è imperativa, «egli parla e tutto è fatto» (Sal 33, 9); lo Spirito impone loro la sua potenza. Nei nostri confronti, Cristo invita e attira anzitutto con la sua Parola. La sua Parola è offerta di comunione, ma comunione significa condivisione di pensieri e di sentimenti. Come possiamo essere in comunione con Lui se non lo ascoltiamo? E come possiamo dire che lo ascoltiamo se non lasciamo che la sua Parola sia il criterio (non uno dei criteri, ma il criterio) della nostra vita?

Se però ascoltiamo davvero, allora sì che entriamo con lui al banchetto delle nozze! Mangiare è, in questo caso, una parola del linguaggio dell’amore. Cristo ci assimila a sé lasciandosi mangiare da noi. L’amore è un mangiarsi l’un l’altro in un dono di sé reciproco. La promessa di un’unione totale può realizzarsi, poiché l’amore di cui Cristo e la Chiesa partecipano è lo Spirito Santo che è l’onnipotenza creatrice: un amore che, amando, crea l’unione che esso desidera.

 

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risurrezione

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo” (1 Cor 15, 14). Il cristianesimo sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Il cristianesimo si fonda su un fatto: se togli il fatto, cioè la risurrezione di Cristo, togli il cristianesimo: esso – dice san Paolo – verrebbe a trasformarsi in una religione “contro Dio”.

Questo a molti sembra eccessivo: dicono che anche chi non crede alla risurrezione di Gesù come fatto storico, può comunque raccogliere dalla tradizione cristiana una serie di idee buone e giuste su Dio e sull’uomo, sulla morale: insomma, una concezione religiosa che del mondo che aiuta a vivere bene. Ma questa religione è qualcosa di morto. Si è disposti ad ascoltare quel che Gesù ha detto, ma lo si accoglie solo nella misura in cui ci convince: non gli riconosciamo autorità, è la nostra valutazione personale che decide se e in qual misura aderire. Questo però significa che la nostra valutazione personale è il criterio ultimo, e quindi che siamo lasciati a noi stessi, che non abbiamo una parola che sia realmente capace di salvarci.

Invece, se Cristo è risorto, egli diventa il criterio definitivo, di lui ci possiamo fidare totalmente, perché in lui Dio si è veramente manifestato. E il cristianesimo diventa qualcosa di vivo: non si ferma a dire che Gesù è esistito nel passato, ma afferma che Gesù esiste anche nel presente.

Certo, per comprendere questo dobbiamo renderci conto del fatto che la risurrezione di Gesù è qualcosa di totalmente inaudito. Tra i Giudei del tempo di Gesù, alcuni credevano nella risurrezione dei morti, ma l’aspettavano nell’ultimo giorno, alla fine dei tempi (cf. Gv 11, 24) in un mondo totalmente rinnovato.

Nel giudaismo si conoscevano miracoli di risurrezione di morti compiuti dai profeti (cf. 1 Re 17, 17-24; 2 Re 4, 8-37), Gesù stesso aveva risuscitato il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 11-17), la figlia di Giàiro (Mc 5, 22-43), Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma nella risurrezione di Cristo si tratta di qualcosa di assolutamente differente. Risorgendo, Gesù non riprende la sua vita precedente – come invece accade nel caso dei miracoli che abbiamo menzionato. La risurrezione di Cristo non è un “rientrare” nella vita terrena, bensì un “uscire” verso una vita nuova, diversa: Gesù risorto è entrato nella condizione definitiva e differente, ma – anche qui – non come Elia che fu assunto in cielo, lasciando questo mondo (2 Re 2): Gesù è entrato nella vastità di Dio e, partendo da lì, si manifesta ai suoi. La sua risurrezione segna l’inizio del mondo nuovo, eppure resta nel bel mezzo di questo mondo vecchio che continua ad esistere.

Siamo di fronte a qualcosa di indescrivibile. Questo è il motivo per cui, quando Gesù risorto appare ai suoi discepoli, in un primo momento non lo riconoscono: Egli appare diverso, perché non è un cadavere rianimato, bensì uno che in virtù di Dio vive in maniera del tutto nuova e definitiva; non appartiene più al nostro mondo, eppure è presente proprio nel nostro mondo, proprio lui, nella sua vera identità.

“Solo quando egli stesso si dà a vedere, viene davvero visto: solo quando egli apre gli occhi e il cuore, può essere riconoscibile in mezzo al nostro mondo di morte il volto dell’amore eterno che vince la morte, e in esso il mondo nuovo, diverso: il mondo di Colui che viene” (Ratzinger).

Ma questo cosa significa per noi? Significa che possiamo incontrare realmente Gesù risorto! Qui, su questa terra, e non soltanto dopo la morte. Possiamo incontrare proprio Lui, e non soltanto le sue idee o i suoi precetti. La liturgia pasquale è questo: è l’incontro con lui che accompagna la nostra vita, che ci fa vivere in questo mondo “vecchio” in modo “nuovo”, in modo rinnovato dall’amore.

Non sei più solo! Il tuo amore piccolo e fragile, può essere assunto dal suo amore che va fino alla morte e oltre la morte: puoi vivere della sua risurrezione, puoi perdere con lui la tua vita, per ritrovarla con lui in eterno.

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mercanti

Davanti a Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, ai discepoli viene in mente il Sal 69, 10: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

Che cos’è lo zelo? È fervore, entusiasmo, fuoco interiore che brucia e non dà pace finché non si traduce in azione. La parola “zelo” ha la stessa radice di “gelosia”, perché non tollera che l’oggetto del proprio amore vada perduto.

In Giudea, al tempo di Gesù, c’era una setta che aveva fatto dello zelo il proprio programma religioso-politico: gli Zeloti, appunto[i]. “Zelo” era il termine con il quale essi esprimevano la disponibilità ad impegnarsi con la forza in favore della fede dei padri, per il difendere il diritto e la libertà di Israele, per mezzo della violenza.

Negli anni ’60 qualcuno ha sostenuto Gesù si sarebbe collocato in questa linea: la purificazione del tempio sarebbe stata evidentemente un atto di violenza, per quanto gli evangelisti abbiano tentato di nasconderlo, perché senza violenza non avrebbe neppure potuto svolgersi. Da qui hanno preso lo spunto le teologie della rivoluzione che hanno cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore.

Queste teologie, nel cristianesimo, sembrano per fortuna ridotte al silenzio. Ma la prospettiva terribile di una violenza motivata religiosamente sta in modo purtroppo attuale davanti agli occhi di tutti noi. Di fronte a ciò, dobbiamo affermare inequivocabilmente che la violenza non instaura certo il Regno di Dio, e quindi non promuove l’uomo: essa è invece lo strumento preferito dall’anticristo e porta alla disumanità.

Ma allora come giustificare questi atti di Gesù che si fa una frusta di cordicelle, che rovescia a terra i banchi dei cambiavalute…? Se i discepoli si ricordano, a quel punto, del Sal 69 che dice: “Lo zelo della tua casa mi divora”, siamo rimandati al clima di quel grande salmo, che si riferisce per intero alla passione. È la preghiera di un uomo che, a causa della sua vita conforme alla Parola di Dio, viene spinto nell’isolamento; la Parola diventa per lui fonte di sofferenza per mano di quello che lo circondano e lo odiano: “Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola… Per te io sopporto l’insulto… mi divora lo zelo per la tua casa…” (Sal 69, 2.8.10).

Si tratta dunque della figura del giusto sofferente, che trova la sua piena realizzazione in Gesù: lo zelo per la casa di Dio lo porta alla passione, alla croce. «È questa la svolta fondamentale che Gesù ha dato al tema dello zelo. Ha trasformato nello zelo della croce lo “zelo” che voleva servire Dio mediante la violenza. Così Egli ha eretto definitivamente il criterio per il vero zelo – lo zelo dell’amore che si dona. Secondo questo zelo il cristiano deve orientarsi» (Benedetto XVI).

Le autorità giudaiche gli chiedono un segno col quale dia prova della sua legittimazione a compiere quella purificazione del tempio. Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Il suo “segno” è la croce e la risurrezione. La croce e la risurrezione lo legittimano come colui che istaura il culto giusto. Gesù si giustifica mediante la sua passione.

Ma la parola va ancora più in profondità. Giovanni dice che i discepoli compresero la parola in tutta la sua profondità solo facendone memoria dopo la risurrezione – facendone memoria alla luce dello Spirito Santo come comunità dei discepoli, come Chiesa. Ora l’epoca del tempio è passata. Arriva un nuovo culto in un tempio non costruito da uomini. Questo tempio è il suo corpo – il Risorto che raduna i popoli e li unisce nel Sacramento del suo corpo e del suo sangue.

E noi, che siamo il nuovo popolo di Dio, e noi che siamo riuniti nel Sacramento del corpo e del sangue di Gesù, noi come ci poniamo davanti al suo zelo? Ci divora lo zelo per il corpo del Signore? Facciamo nostro il suo zelo d’amore che si dona?

[i] Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte, Città del Vaticano 2011, pp. 23-34.

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Angelico compressa

L’essenza del cristianesimo è la fede in Gesù Cristo morto e risorto per noi. L’essenza del cristianesimo è la Pasqua. La formulazione del mistero pasquale suona così: “Cristo morì per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione”. Questo è il kèrygma, l’annunzio solennissimo della risurrezione. Cristo risorto non ha consegnato alla Chiesa queste parole per poi andarsene, lasciando che lo si cerchi dentro di esse come dentro un sepolcro. No! Si è chiuso dentro queste parole con il suo Spirito in modo simile a ciò che ha fatto con il pane e il vino nell’Eucaristia. Perciò l’annuncio della risurrezione è gravido di Cristo e lo genera nei cuori .

Dobbiamo esporci a questa potenza. Il Vangelo narra che al mattino di Pasqua vi fu un gran terremoto (cfr, Mt 28, 1-2). La nostra celebrazione oggi dovrebbe essere questo: un gran terremoto che fa rotolare via la pietra che chiude il nostro cuore, come l’angelo del Signore rotolò via la pietra che chiudeva il Sepolcro.

“Cristo morì per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione”. Questo concetto di “giustificazione”, nell’Exultet della veglia di Pasqua è espresso con l’immagine della “redenzione dello schiavo”:  eravamo schiavi di uno più forte di noi, e siamo stati riscattati. Come eravamo schiavi? Chi commette il peccato è schiavo del peccato, e va incontro alla morte. Così noi eravamo schiavi della nostra superbia, dell’invidia, dell’ira, della gola, dell’avarizia, dell’accidia, della lussuria. Eravamo schiavi di satana perché avevamo peccato.

Secondo giustizia dovevamo essere noi a lottare per liberarci. Ma non ci era possibile liberarci, perché satana era nostro padrone, e finché rimanevamo schiavi, non potevamo combattere contro di lui, che era più forte di noi. Solo Dio poteva vincere satana, ma non era lui a dover combattere, perché lui non aveva peccato! Come si esce da questa situazione di stallo? Dio si è fatto uomo per poter combattere. Gesù come uomo intraprende la lotta in nome degli altri uomini, ma come Dio ha il potere di vincere, e questo ha ribaltato la situazione del mondo. E noi viviamo della sua vittoria!

Chi glie lo ha fatto fare? Il mistero della nostra redenzione nasce dal cuore della Trinità: dall’immenso amore del Padre per noi e dall’immenso amore di Gesù per il Padre: O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!

“Così Dio ha amato il mondo!”, dice S. Giovanni. E al posto della parola “mondo” possiamo metterci il nostro nome proprio… Così Dio mi ha amato: da dare per me il suo Figlio unigenito! Quanto ci hai amato, Padre buono: da dare a noi, a me, Gesù!

Questo amore, dice la Scrittura, è più forte della morte, le sue vampe sono vampe di fuoco: l’amore è un lottatore che ci afferra e non molla la presa: “Chi ci separerà dall’amore di Dio?”

Quando eravamo nemici siamo stati amati da Gesù fino alla morte. Di cosa è morto Gesù? È morto d’amore per noi. Ed è risorto per la nostra giustificazione ora viviamo della sua risurrezione. Se fosse rimasto nella morte il suo amore sarebbe nel passato, ma invece è risorto, e può continuare ad amarci in eterno! Il suo cuore è stato aperto dalla lancia, nell’ora della morte; ma adesso, nella risurrezione, questo cuore aperto continua a vivere, a vivere in eterno, eternamente aperto e dice e grida: Entra, entra nel mio cuore. Sono risorto per amarti in eterno!

Quale sarà la nostra risposta a questo amore? L’amore si paga con l’amore. E Cristo è risorto perché noi possiamo riamarlo in eterno.

 

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Tutti sanno che si tratta di un tempo di quaranta giorni di penitenza che ci preparano alla celebrazione della pasqua. Ma … come ci dobbiamo prepa­rare?

Per capirlo dobbiamo farci un’altra domanda: che significa celebrare la pasqua? Certamente significa ricordare la morte e risurrezione di Gesù; ma non basta: significa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù, significa morire al peccato e risorgere alla vita nuova.

Questa è la nostra pasqua, la pasqua che si realizza in ogni uomo che crede in Cristo e riceve il battesimo.

Sì, è proprio il battesimo che ci fa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù. Ed è per questo che, secondo una tradizione antichissima, il battesimo degli adulti si celebra nella notte di Pasqua.

La quaresima, allora, cosa è? È ripercorrere un cammino di preparazione al battesimo, un cammino di catecumenato, in modo che, la notte di pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra pasqua. E la liturgia quest’anno ci aiuta proprio in questo.

Il Ciclo A è legato al catecumenato. La linea del ciclo A è una linea fondamentalmente pasquale. Il lezionario di questo ciclo può essere suddiviso in due parti.

Le prime due domeniche presentano, in uno scorcio davvero sorprendente, tutta la storia della salvezza. Le tre domeniche successive potrebbero essere definite «domeniche sacra­mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Volta a volta saranno evocati il mistero dell’acqua, quello della luce, quello della risurrezione e della vita.

I.            Prima domenica

Le letture ci fanno fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della pasqua e del battesimo, quello sfondo tenebroso rappresentato dalla notte, nella quale si accende il fuoco nuovo all’inizio della veglia pasquale: il buio del peccato.Da qui cfr CANTALAMESSA La parola e la vita, A, p. 62-ss

Le letture di ci presentano tutte e tre gli stessi perso­naggi: Dio, l’uomo, satana.

La prima lettura e il vangelo si corrispondono perfettamen­te, ma sono l’una l’opposto dell’altra: là un giardino bello, fresco, rigoglioso, in cui tutto parla di felicità e di piacere; qui un deserto sen­z’acqua, senza viveri: uno scenario allucinante.

Là un uomo, Adamo, è messo alla prova e risponde “no” a Dio, dando ascolto al diavolo; qui un altro uomo, Gesù Cristo, è messo alla prova ma resiste a Satana e dice “sì” a Dio.

Nella lettura intermedia, S. Paolo riflette su questi due eventi e ce li spiega: Come per il peccato di uno solo (Adamo) si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo (Cristo) si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedien­za di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Dunque Adamo non è caduto solo per se stesso; Cristo non ha vinto solo per se stesso. La disobbedienza di Adamo ha coinvolto tutti nella colpa, l’obbedienza di Cristo coinvolge tutti nella salvezza.

Noi ci troviamo oggi fra questi due poli di attrazione, ci troviamo a scegliere: o con Adamo o con Cristo; o con il peccato, o con la salvezza.

La vittoria di Gesù comincia nel deserto ma sarà piena nella pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purifica­zione, se siamo disposti a mettere l’ascolto della parola di Dio al di sopra del pane. Allora la pasqua sarà la nostra pasqua, il nostro battesimo rivivrà e godremo della libertà dei figli di Dio.

L’uomo è vinto dalla tentazione; di qui la distruzione dell’unità del creato, in sé e con Dio (prima lettura: Gn 2, 7-9.3, 1-7). Ma a questa rovina catastrofica si oppone la vittoria di Cristo contro la potenza del male, durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto (vangelo: Mt 4, 1-11). Sì che per noi, oggi, dove è abbondato il peccato sovrabbonda la grazia (seconda lettura: Rm 5, 12 -19) .

II.          Seconda domenica

Ci fa intravedere fin d’ora, con la trasfigurazione del Signore, ciò che ci attende alla fine del nostro cammino verso l’ultimo giorno. Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte. Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce.

E come la Pasqua si realizza nella nostra vita, così la croce si realizza nella nostra vita. Direi che si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la sofferenza, la solitudine, il fallimento, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. Solo che chi non crede si ferma alla oscurità e alla morte. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione. Perché accoglie la parola del Padre: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo.

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo, lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare la croce del cammino confidando nella potenza della risurrezione.

III.        Terza domenica

Con la terza domenica comincia la preparazione sacramentale più diretta, infatti si riflette sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana. Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

IV.       Quarta domenica

È poi la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”. L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco. Con questo vuole dire fondamentalmente due cose:

1. Quel cieco era ogni cristiano; anche gli uditori di Giovanni erano andati un giorno alla piscina di Siloe – il fonte battesimale -, si erano lavati ed erano tornati che ci vedevamo.

2. La luce che Cristo ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto la virtù teologale della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio. Significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci. Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati, Paolo vi accenna: “fornica­zione, idolatria, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, invidie, ubriachezze”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

V.         Quinta domenica

Nella quinta domenica ci viene presentato il miracolo della risurrezione di Lazzaro. La chiave di lettura di quella liturgia è espressa nel Prefazio: “Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”. Il messaggio è chiaro: dobbiamo comprendere il senso della risurrezione per noi, il passaggio “dalla morte alla vita” che si attua nei sacramenti, in modo particolare nel battesimo.

Per comprendere il senso di questa pagina di vangelo, dobbiamo cercare di entrare nella mentalità delle prime comunità cristiane. Esse vivevano della fede nella risurrezione del Signore e attendevano la sua venuta nella gloria. Ma questa venuta tardava a venire. Alcuni, che pure avevano creduto in lui, erano stati battezzati, avevano mangiato il Pane di vita, avevano ricevuto lo Spirito di vita, non ostante ciò erano morti. E allora questa promessa di vita eterna che il Signore aveva fatto, che senso aveva? Forse quelli che erano morti non erano graditi al Signore?

Noi oggi crediamo di avere una teologia più sofisticata. In realtà siamo forse regrediti allo stadio della fede di Marta: sappiamo che la risurrezione avverrà nell’ultimo giorno, ed intanto affrontiamo le nostre morti con rassegnazione e rimpianto, quasi rimproverando Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

Badate, non soltanto davanti alla morte, che è “il nemico ultimo ad essere annientato” – come dice Paolo (1 Cor 15, 26); anche davanti alle tante difficoltà e sofferenze e limiti che viviamo quotidianamente. Quante volte diciamo: Signore, perché non mi liberi da questo male? Perché non hai impedito quella sofferenza? Perché hai permesso che io cadessi in quel peccato? Che io mi umiliassi in quel modo? Se tu fossi stato qui…! Forse è perché non mi ami?

Il Vangelo ci preserva anzitutto da un’idea sbagliata circa l’amore: Gesù – ci dice fin dall’inizio – amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Davanti alla sua tomba, vedendo il dolore dei suoi cari, scoppia in un pianto dirotto, tanto che gli astanti esclamano: “Vedi come gli voleva bene!”. Eppure, anche lì si insinua la stessa perplessità di Marta: “Ma costui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che questi non morisse?”

Gesù invece aveva detto ai suoi discepoli: “Lazzaro è morto, e io sono contento per voi che non eravamo là, perché crediate”. Gesù non ci salva “dalla” morte ci salva “nella” morte. Non ci toglie il limite.

La morte è frutto del peccato, e siccome siamo peccatori dobbiamo morire. Parliamo qui della morte fisica, l’ultimo atto della nostra esistenza terrena; ma parliamo anche di quegli anticipi di morte che sono tutte le nostre sofferenze, fisiche e spirituali: la malattia, la vecchiaia, le umiliazioni, i tradimenti, la solitudine, i fallimenti… Gesù non ci salva “da” queste cose. Ci salva “in” queste cose, diventando solidale con noi – lui, l’unico innocente – prendendo su di sé la nostra morte per farci partecipi della sua vita.

Cosa ci viene chiesto in cambio? Di credere in Cristo, di fidarci di lui anche quando le speranze umane sono esaurite – come davanti alla tomba di uno che è morto da quattro giorni e già manda cattivo odore. Di lasciare che ci salvi a modo suo: non togliendoci quel limite che ci è necessario per esistere, né la dignità di esserne coscienti, ma trasformando il nostro limite in apertura, la nostra morte in vita.

Pure noi, in questo sacro tempo di Quaresima, dobbiamo dire, come dice Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui”, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Questa frase è come un seme che raccoglie in sé tutto l’evento meraviglioso della Pasqua. Gesù ci ha amati sino alla fine! Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per gli amici. Gesù ci ha amati fino alla morte e alla morte di croce.

Domani avremo modo e tempo di riflettere sulla croce. Oggi siamo chiamati a soffermarci sull’ultima cena, in cui il Signore ci lascia i segni di questo amore.

Il primo segno è la lavanda dei piedi.

Lavare i piedi era il servizio dell’ultimo schiavo: era considerato il servizio più umiliante e disonorevole. Si capisce quindi la profonda impressione che il gesto di Gesù ha suscitato nei discepoli! Si capisce la reazione e l’incomprensione di Pietro!

Pietro rappresenta la mentalità del mondo, che non accetta l’umiliazione del Figlio di Dio. Gesù invece “depone le vesti” della sua gloria divina, si cinge di un asciugatoio – che rappresenta la nostra natura umana – e si mette a lavare i nostri piedi, cioè accetta l’umiliazione della croce per togliere il nostro peccato.

Il secondo segno è ancora più  grande.

Non è semplicemente un gesto simbolico: èil mistero dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Per comprenderlo dobbiamo innanzitutto ricordare come si svolgeva la cena Pasquale in cui Gesù compie questo gesto.

Dalla 1. lett. abbiamo ascoltato come gli Ebrei (e quindi anche Gesù e gli apostoli) celebravano la Pasqua: al giorno di Parasceve (il venerdì) c’era l’immolazione dell’agnello. Dopo il tramonto del venerdì, le famiglie si riunivano per mangiare la sua carne. Ciò sta a significare il sacrificio, il nutrimento, la forza per un lungo e difficile cammino: l’indomani si passerà il Mar Rosso. E il sangue dell’agnello viene sparso sulle porte perché l’angelo che stermina i primogeniti dell’Egitto riconosca le case degli israeliti e passi oltre.

“Questo sarà per voi un memoriale”, ossia una riattualizzazione perenne. Ma è solo un segno della vera Pasqua, che è quella di Cristo.

Gesù, come capofamiglia ebreo, prepara la cena pasquale per i suoi discepoli. Ma con qualche differenza:

  1. Innanzitutto Gesù anticipa di un giorno la cena: al giovedì e non al venerdì.
  2. Poi introduce nel rito della cena alcune parole nuove: “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».  Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»”. (2. lett).
  3. Infine non si parla di carni di agnello, ma di pane e vino.

Cosa significa?

Gesù anticipa la cena al giovedì perché l’indomani sarà immolato, proprio mentre vengono uccisi gli agnelli per la Pasqua.

Introduce le parole nuove per “annunziare la sua morte” e renderla presente sacramentalmente nel pane spezzato e nel vino versato: il suo corpo, il suo sangue: in cibo.

Nella veglia pasquale canteremo: “Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli”. E questa notte, nell’Ufficio delle Letture udremo le parole di san Giovanni Crisostomo: “Immolate, dice Mosè, un agnello i un anno e col suo sangue segnate le porte. Cosa dici, Mosè? Quando mai il sangue di un agnello ha salvato l’uomo ragionevole? Certamente, sembra rispondere, non perché è sangue, ma perché è immagine del sangue del Signore. Molto più di allora il nemico passerà oltre se vedrà sui battenti non il sangue dell’antico simbolo, ma quello della nuova realtà, vivo e splendente sulle labbra dei fedeli, sulla porta del tempio di Cristo”.

Capite cosa vuol dire quando il sacerdote presenta l’ostia dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”?

Veramente nessuno ha un amore più grande di questo: Cristo che si offre al Padre in sacrificio per togliere i nostri peccati, e si offre a noi in cibo per metterci in comunione col Padre.

E perché questa offerta potesse essere continua, Gesù istituisce il sacerdozio:

Questo è il terzo segno:

“Fate questo in memoria di me”. Sceglie alcuni e li consacra perché siano ministri del suo sacrificio e rimettano i peccati nel suo nome.

Chi è il sacerdote? E’ un uomo che senza suo merito è stato riempito di un dono infinito ed è nella comunità cristiana il segno dell’amore e del servizio di Cristo. E’ colui che un successore degli apostoli, il vescovo, ha consacrato e mandato nella comunità per essere pastore, segno e strumento della comunione.

Oggi siamo tutti chiamati a pregare perché al gregge non venga meno la sollecitudine dei pastori e perché ai pastori non manchi mai la docilità del gregge.

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1. Basileía, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Egli non si spiega mai sulla natura del Regno di Dio, non si preoccupa di definirne la nozione. Evidentemente egli suppone che i suoi ascoltatori sappiano di che cosa parla. Si rivolge a persone che attendono il Regno di Dio. La formula astratta non li inganna. Essi inoltre si rendono conto che non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

2. Gesù parla della Basileía come di una realtà che deve venire. Assicura ai suoi discepoli che alcuni di loro “non gusteranno la morte prima di aver veduto il Regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9, 1 //). Durante la Cena afferma che egli “non berrà più del prodotto della vite fino a quando il Regno di Dio non sia venuto” (Lc 22, 18). Secondo Luca, i Farisei interrogano Gesù “sul momento in cui verrà il Regno di Dio”, ed egli risponde: “Il Regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare” (Lc 17, 20). Invita i suoi discepoli a pregare il Padre chiedendogli: “Venga il tuo regno!” (Mt 6, 19 //): si tratta di una venuta che deve verificarsi a un dato momento: al tempo dell’intervento escatologico.

L’uso del verbo “venire” a proposito della Basileía non corrisponde a ciò che sappiamo sul linguaggio del giudaismo; i Giudei attendo che il Regno di Dio “si manifesti”, o “si riveli”: non conosciamo alcun testo giudaico in cui si dica che il Regno di Dio “viene”. Per trovare un equivalente al mondo con cui Gesù parla della “venuta” del Regno di Dio, si deve ricorrere a ciò che i rabbini dicevano dell’ “epoca che viene”.

3. Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli inoltre precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona notizia – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Gesù fa cogliere la portata dei suoi esorcismi dicendo: “Se io caccio i demoni mediate lo Spirito di Dio (Lc: mediante il dito di Dio), significa che per voi è arrivato il Regno di Dio” (Mt 12, 28 //). Gesù invita i suoi interlocutori a riconoscere nei suoi esorcismi un effetto della potenza del Regno di Dio; questo suppone che il Regno sia presente almeno in una certa maniera. Essi sono una prima manifestazione di questo Regno, una anticipazione dello spiegamento di potenza che accompagnerà il suo avvento. Quando Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, trasmette loro anche il potere di cacciare i demoni e di guarire i malati (Mt 10, 1-ss e //). Sono questi i segni che confermano il messaggio dell’imminenza del Regno: esso è così vicino che già si fanno sentire i suoi effetti.

4. Convertirsi significa credere a tutto ciò.  Prima di Gesù, convertirsi significa, di solito, cambiare vita, cambiare condotta, meritare la salvezza o affrettare la salvezza; ha un significato ascetico e morale. Ci si converte soprattutto osservando fedelmente la legge, con il proprio sforzo.

Ora, con Gesù, il rapporto è capovolto; conversione e salvezza si sono scambiate di posto: non c’è prima la conversione e poi la salvezza, ma, al contrario, prima la salvezza e poi la conversione. Convertirsi significa credere nella buona notizia (vangelo!) che la salvezza è offerta all’uomo come dono gratuito di Dio; la conversione è un atto di risposta. Posso convertirmi, perché in Cristo il regno si è fatto vicino. Il vangelo precede la conversione, l’indicativo precede l’imperativo, la donazione di Gesù precede e suscita la nostra donazione.

5. Ci si converte credendo. Facile? Per niente! Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Egli però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). Egli ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

La proclamazione del vangelo suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia imminente il giorno in cui Dio esercita il suo Regno.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. Si realizzano allora le beatitudini (Mt 5), perché poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

In 2 Cor 5, 11, Paolo cita Is 49, 8: Nel tempo della grazia ti ho esaudito; nel giorno della salvezza ti ho soccorso”; ed aggiunge: “Eccolo, ora, il tempo della grazia; eccolo, ora, il giorno della salvezza”. Nel momento in cui Paolo predica il giorno della salvezza è il presente. Ed è in questo presente che noi siamo chiamati ad entrare grazie al cammino quaresimale.

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