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Il cibo che dura

PesceRavenna

Il libro dell’Esodo (16, 2-15) racconta il prodigio della manna. Nel Deuteronomio (8, 1-3) si dice che Dio aveva condotto gli Israeliti nel deserto, dove il pane non c’è, affinché comprendessero che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce alla bocca di Dio.

Cosa significa questo per noi, che non camminiamo in un deserto senza pane ma in città in cui si trovano decine di tipi diversi di pane e di brioches, tutti acquistabili con la loro brava data di scadenza, cibo tanto abbondante che lo si butta via a cuor leggero?

Significa che dovremmo anzitutto renderci conto che, in realtà, ci sono solo due tipi di cibo.

C’è un cibo che non dura, che “scade”, ammuffisce, si secca… E’ certamente importante procurarsi questo tipo di pane e Gesù stesso lo moltiplica per darlo da mangiare alla folla. Però è un cibo “che perisce” e, come tale, può nutrire soltanto una vita che perisce, una vita destinata a guastarsi e a finire.

C’è poi un cibo che invece dura per sempre, non perisce ed ha il potere di nutrire la vita eternain noi. Qual è questo “cibo”? Il Deuteronomio dice che è la Parola di Dio. Il Vangelo di Giovanni dice che la Parola si è fatta carne e la sua carne è il nostro pane. Gesù ci dà il cibo che dura, egli stesso è il pane della vita.

E Gesù dice anche che dobbiamo darci da fare per questo cibo di vita eterna. In che modo?

Innanzitutto purificando le nostre intenzioni, a cominciare dall’intenzione che ci anima quando cerchiamo il Signore. Perché la nostra tentazione – come quella della folla – è sempre quella di servire a due padroni. Cerchiamo il Signore, sì, ma spesso da lui vogliamo ottenere solo “cibo che non dura”: comodità, sicurezza di vita, salute… Ora, come abbiamo visto, il Signore ci dà anche questo e non c’è nulla di sbagliato nel chiederlo (lo facciamo persino nella Preghiera Eucaristica!). Solo che questo è la manna data ai padri, sono i pani moltiplicati sull’altra sponda del lago… è cioè unsegno, che bisogna trascendere e, se necessario, lasciarsi dietro le spalle. Gesù stesso, nel deserto, ebbe fame, nel suo pellegrinaggio terreno, non aveva un sasso per poggiare il capo.

Purificare le nostre intenzioni, dunque. In latino si dice: respice finem, dobbiamo guardare al fine: se il nostro fine non è la vita eterna, saremo sempre dei “morti di fame”, anche se moriremo per indigestione.

E siccome, dalla sponda del tempo, la sponda dell’eterno è invisibile, dobbiamo guardare il Figlio dell’Uomo sul quale il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo, perché la vita è Dio, perché nel Verbo di Dio è la vita e la vita è la luce degli uomini. Non c’è altro modo per avere la vita che riceverla da Cristo. Altrimenti c’è la morte. Ci allontaniamo da Dio e cadiamo nella morte. Solo Cristo può riportarci alla vita, perché ci porta Dio, perché è – lui, personalmente – la Parola di Dio.

Come lo stomaco di chi non ha pane è vuoto e non può compiere nessuna funzione, così i pensieridi chi non ha la Parola di Dio sono vani, vuoti (Ef 4, 17). Lo sperimentiamo ogni volta che ci allontaniamo dalla Parola e vogliamo fare e giudicare a modo nostro: i nostri pensieri diventano vani e vanificanti, nelle valutazioni professionali, politiche, familiari, personali… Quando invece impariamo a conoscere Cristo, davvero gli diamo ascolto e siamo istruiti in lui, la nostra mente ne viene rinnovata, la nostra volontà nutrita, il nostri affetti, i nostri sensi, la nostra carne si riempiono di lui. Allora si realizza il prodigio del pane della vita che è Gesù: Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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Abramo ed i tre angeli

Molti anni fa, mi capitò tra le mani un libretto di introduzione alla preghiera, che cominciava con queste parole: “Tutti pregano”; e giù una serie di esempi: la gente sull’aereo quando sta per decollare, chi deve affrontare una prova impegnativa, chi ha una preoccupazione familiare o di salute o economica…

Devo dire che la cosa non mi convinceva allora e meno che mai mi convince adesso. Non è vero che tutti pregano. Pregare significa rivolgersi ad un Dio personale, uno che è capace di ascoltare, che è interessato a farlo, che può aiutare. E. per tanti, questo Dio semplicemente non esiste.

Con questo non intendo dire che la preghiera non sia un bisogno umano. È un bisogno umano anche quello di essere felice – ma non tutti sono felici. È un bisogno umano quello di mangiare, ma alcuni non hanno da mangiare ed altri, pur avendone, rifiutano il cibo.

Non tutti pregano. Prega chi ha conosciuto Dio. Chi l’ha conosciuto bene o meno bene, prega bene o meno bene; chi l’ha conosciuto male, prega male. Un sacerdote mi raccontò di aver incontrato una donna che camminò una notte intera, scalza, seguendo una processione devozionale, impetrando una grazia che le stava particolarmente a cuore, con pianti, preghiere e suppliche. Commosso, il sacerdote le disse: “Signora, se mi confida la sua intenzione, pregherò per lei e la ricorderò nella Messa”; e la donna: “Sì, grazie, padre! Preghi perché Dio faccia morire mia nuora prima di Natale!”. Quella donna pregava… Ma pregava male, perché conosceva male Dio.

Sicuramente nessuno tra noi si trova in quella infernale condizione. Tuttavia può capitarci di avere idee sbagliate sulla preghiera: ad esempio pensare che pregare significhi adempiere ad un obbligo, rispettare una certa contabilità devozionale, fatta di formule, di numeri, di schemi rigidi, che “valgono” o “non valgono”, che sono più o meno efficaci per convincere Dio a fare quel che vogliamo noi o, in ultima analisi, per ottenere una qualche benevolenza divina. Una preghiera di questo tipo è forse più simile alla superstizione che alla fede, e deriva da una cattiva conoscenza di Dio.

Noi non dobbiamo pregare per ottenere la benevolenza divina: quella l’abbiamo già! Guardiamo Abramo. Egli ha conosciuto l’amici-zia di Dio, non tanto perché lui si confida con Dio quanto perché Dio stesso si confida con lui: “Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare?»” (Gn 18, 17).

C’è il grido del peccato di Sodoma e Gomorra, l’ingiustizia che richiede l’intervento del Dio giusto; e c’è la benevolenza di Dio stesso, la sua amicizia per l’uomo. Proprio perché Abramo conosce il vero Dio, egli può e deve pregare e intercedere per gli uomini: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? … Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Abramo prega bene perché conosce bene Dio ed è pienamente sintonizzato sulla sua giustizia e sulla sua benevolenza.

Noi siamo persino avvantaggiati rispetto ad Abramo, perché la giustizia e la benevolenza di Dio si sono manifestate pienamente in Gesù Cristo. La preghiera dei cristiani nasce guardando lui.

La pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato si apre con Gesù che prega: è lui che conosce il Padre veramente, è lui che prega in modo perfetto. E guardandolo pregare, i discepoli si accorgono di non aver mai pregato sul serio fino ad allora; per questo gli rivolgono la richiesta: “Signore, insegnaci a pregare”.

E Gesù risponde: “Quando pregate, dite: «Padre»”.

Interpretare l’insegnamento di Gesù come la trasmissione di una formula sarebbe quanto mai deviante. Gesù ci fa innanzitutto conoscere chi è Dio, perché solo chi conosce il vero Dio può pregare bene. E Dio è Padre. È come se Gesù dicesse ai discepoli: anche alcuni di voi sono padri; certo i padri umani hanno tanti limiti, sono anche cattivi, eppure sanno dare cose buone ai loro figli. Quanto più Dio, che è il vero Padre buono, darà cose buone ai suoi figli! Ciò significa che possiamo pregare perché Dio è il nostro Padre buono!

E siccome l’idea del Padre, da sola, rischia di mettere in soggezione, Gesù ricorre all’immagi-ne dell’amico. Anche tra noi vi sono relazioni di amicizia, e gli amici sanno di poter contare gli uni sugli altri. Se un amico arriva a casa tua da un viaggio, tu gli dai da mangiare. E se non hai pane, ma c’è un amico che abita nella casa accanto che ne ha, vai a chiedere il pane in prestito al tuo amico. Certo, l’amicizia umana ha dei limiti: il tizio potrebbe stare a letto, potrebbe non voler scomodare la famiglia… però l’insistenza dell’amico, alla fine, ottiene ciò che vuole. Ma noi possiamo contare sull’amicizia di Dio, che non dorme mai, che non teme di scomodare nessuno, che ci dice, tramite il suo Figlio:  “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto”. Possiamo pregare, dunque, perché siamo gli amici di Dio, perché Dio è nostro amico!

Sì, però… tutti abbiamo fatto l’esperienza di chiedere a Dio qualcosa e di non ottenerla. La donna che chiedeva una pronta morte per la sua nuora, grazie a Dio, non l’ottenne! Ma noi stessi, anche quando chiediamo qualcosa di oggettivamente buono (la guarigione da una malattia, la soluzione di un conflitto o di un problema economico…), alle volte non l’otteniamo. Perché? A questo punto dobbiamo accogliere più profondamente l’insegna-mento di Gesù, che non riguarda soltanto il fatto della preghiera, ma anche il suo contenuto.

Cosa dobbiamo chiedere a Dio?

  • Che sia santificato il nome del  Padre, ossia che noi diventiamo capaci di  riconoscerlo nella sua paternità santa, nella sua santità paterna.
  • Che venga il suo regno,­ che è amore, pace,  gioia, per tutte le creature.
  • Che ci dia ogni giorno il quotidiano: che diventiamo capaci di onorare il pane sulle nostre tavole e di condividere il pane con chi ha fame; ma Gesù ci fa chiedere anche il pane che nutre lo spirito:  la  sua  parola,  l’eucaristia: è Gesù è vero pane.
  • Che siano perdonati i nostri peccati e diventiamo ministri di perdono per i nostri fratelli.
  • Che siamo liberati dalla tentazione.

Tutto questo si può riassumere in una sola richiesta: chiediamo che ci venga dato lo Spirito Santo. E su questo abbiamo l’assicurazione di Gesù: il Padre darà infallibilmente lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono

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