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Due tentazioni minacciano costantemente la coscienza dei cristiani. Papa Francesco le chiama “gnosticismo” e “pelagianesimo”. Lo gnosticismo è la pretesa di salvarsi mediante la conoscenza; il pelagianesimo è la pretesa di salvarsi con le proprie opere. Si tratta di due eresie antiche, ma di estrema attualità.

Come tutte le eresie, anche queste sono delle “verità impazzite”. La “verità” dello gnosticismo è la convinzione che è necessario conoscere i misteri di Dio e professare la dottrina. La verità del “pelagianesimo” è che è necessario darsi da fare per compiere le opere buone.

Verità. Ma verità impazzite, perché se è vero che la conoscenza è necessaria, è falso che la conoscenza sia sufficiente per salvarsi: si richiede non certo “meno” della conoscenza, ma molto di più. Chi crede che basti la conoscenza, finisce col negare la necessità di obbedire a Dio. Rivendica di “sapere”, di “aver capito” e pertanto fa della propria comprensione la misura di tutte le cose. Esalta la  propria della libertà, ma ne dà un’interpretazione tale che essa diventa – come direbbe san Paolo – un pretesto per vivere secondo la carne, cioè secondo i desideri egoistici. Chi è vittima dello gnosticismo – direbbe san Giovanni – ama a parole e con la lingua, anziché coi fatti e nella verità, non rimane in Dio perché non osserva i suoi comandamenti. Gesù, al contrario, ci richiede di portare frutto. Ogni tralcio della vite che non porta frutto, l’agricoltore lo taglia, viene gettato via e si secca, poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Dunque – potremmo pensare – dobbiamo darci da fare per compiere le opere buone. Vero. Ma attenzione a non far impazzire anche questa verità, come fanno i pelagiani. Perché le opere che possiamo fare con le nostre forze portano sempre il segno di quella fragilità, di quell’egoismo, di quel peccato che il Nuovo Testamento chiama sinteticamente “la carne”. Se l’uomo fosse capace di produrre, con le proprie forze, opere degne della salvezza, non ci sarebbe stato bisogno di Cristo Salvatore: bastava la legge di Mosè a dirci cosa dovevamo fare. E invece, con le proprie forze, l’uomo finisce inevitabilmente col produrre le opere della carne (cf. Gal 5, 20-21), opere morte che conducono alla morte.

Gesù è l’unico che può produrre frutti di vita: Io sono la vera vite (Gv 15, 1). Se vogliamo avere la vita, non ci basta “sapere” che è lui: dobbiamo rimanere in lui come un tralcio rimane sulla vite per avere la vita; e “rimanere” è un immagine di amore scambievole. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

La vita che Gesù comunica ai suoi tralci è amore: è lo Spirito Santo. E il frutto consiste in una vita plasmata dall’amore di Dio, è il frutto dello Spirito (cf. Gal 5, 22).

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Il discepolo segue il maestro, fa quel che fa il maestro. Il suo comportamento permette al prossimo di intravedere la gloria di Dio: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9); “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).

Comprendiamo chiaramente che tutto sta nel rimanere in Cristo, altrimenti il frutto non può nascere. E qui l’immagine della vite e i tralci rivela tutto il suo realismo sacramentale: siamo tralci della vite perché siamo inseriti in Cristo mediante il battesimo, siamo membra del suo corpo; la linfa della vite scorre in noi perché abbiamo ricevuto lo Spirito di Cristo; rimaniamo in lui perché ci nutriamo della sua vita nell’eucaristia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6, 56). E dobbiamo ricordare che la vita sacramentale è tale solo se è continuamente alimentata dall’ascolto della Parola di Dio: è essa che ci pota, è essa che ci purifica, è essa che ci nutre e ci fa maturare nel contatto vivente con Cristo Risorto.

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L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

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Ci stiamo avviando alla conclusione dell’anno liturgico e le letture ci invitano a volgere lo sguardo della fede verso “le cose ultime”. Vengono alla mente quelle parole che Gesù pronunciò alla fine della sua vita: “Alzate il vostro sguardo, perché ecco la vostra liberazione è vicina” (Lc 21, 28).

Gesù narra una parabola sulla necessità di vegliare: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 1-13).

Il contesto è quello di una festa nuziale. Alla parola “sposo”[i] la maggioranza degli ascoltatori del vangelo pensa immediatamente a Gesù; d’altra parte, la festa o il banchetto nuziale sono immagini consuete per indicare la salvezza e il Regno. Dunque sin dall’inizio gli ascoltatori del vangelo si sentono legati alle dieci vergini di cui si narra la vicenda, perché anch’essi desiderano trovarsi alla festa con lo sposo.

Ma di queste vergini cinque sono stolte e cinque sagge. Gli ascoltatori quindi si trovano di fronte a due possibilità di identificazione: una positiva e una negativa. Si capisce, fin dall’inizio, che le cose andranno male per le stolte e nessuno vorrebbe identificarsi con loro; eppure il rischio c’è.

Tutto sta a capire in che cosa consiste la saggezza e in che cosa la stoltezza di queste ragazze. Tutte hanno delle lampade, ma le sagge hanno con sé anche l’olio in piccoli vasi, le stolte no. Dunque bisogna capire il simbolo dell’olio: una lampada non si accende se non c’è olio.

L’olio è simbolo di accoglienza: le stesse lampade nuziali sono luci festose che danno il benvenuto allo Sposo che viene. Avere olio per andare incontro allo Sposo, dunque, significa attendere con amore la sua venuta, non vedere l’ora di andargli incontro, di abbracciarlo, di fare festa con lui.

Ma il simbolo dell’olio nelle lampade ha anche una valenza più profonda. “Lampada” ai passi del credente è la Parola di Dio (cf. Sal 109, 105), e lampada nel mondo sono i discepoli di Gesù (cf. Mt 5, 14-16). Sono le opere buone dei discepoli che “risplendono” e rendono “parola di Dio” la loro stessa vita.

Vediamo, allora, che non si tratta solo di sapere chi entrerà nella festa, e chi rimarrà fuori dalla porta chiusa, ove sarà pianto e stridore di denti: si tratta soprattutto di sapere quali discepoli portano veramente la lampada della Parola di Dio accesa, quali comunità cristiane sono in grado davvero di evangelizzare e quali, invece, pur avendo in mano il vangelo, lo portano come una torcia spenta!

Nella parabola, tutte le vergini erano state inviate ad andare dallo sposo. Ma gli uditori, giunti alla fine del racconto, restano sconcertati e insicuri, perché adesso si rendono conto che non tutti gli amici e le amiche dello sposo alla fine gli apparterranno. La comunità – come abbiamo avuto già modo di vedere nelle scorse settimane – è un “corpo misto”: vi sono invitati che indossano la veste nuziale e invitati che non la indossano, è come una rete gettata nel mare che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi, è come un campo in cui cresce il buon grano e la zizzania.

La storia insegna che non tutti quelli che sono chiamati alla festa nuziale dello sposo Cristo vi parteciperanno poi realmente. Nel giudizio finale si verificherà una spaccatura nel gregge dei credenti, la quale separerà gli eletti dai chiamati. Non conta solo la chiamata, ma anche la conferma; non solo la lampada, ma anche l’olio; ma anche i fatti. Di qui l’importanza di vigilare, ossia di attenersi al mandato di Cristo con un’obbedienza costante, totale, assoluta,

All’interno della comunità cristiana, tra di noi, ci sono vergini sagge e vergini stolte. Le stesse comunità cristiane (un’associazione, un gruppo, un movimento, una parrocchia, una diocesi…) possono essere, nel loro insieme vergini sagge o vergini stolte. Tutti abbiamo in mano la lampada della Parola di Dio. Tutti dobbiamo mantenerla accesa per correre incontro al nostro Sposo che viene, il Signore Gesù. Ma non tutti abbiamo l’amore sufficiente per tenere accesa la lampada.

E noi chi siamo? Abbiamo l’olio dell’attesa oppure no? Viviamo “nell’attesa della sua venuta”? Attendiamo con ardore l’ora in cui Cristo apparirà, “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”? Oppure ci siamo fatti una comoda tana nelle cose di questo mondo, l’abbiamo riempita dei nostri comfort, dei nostri interessi mondani, e non aspettiamo più il Signore?

Il test fondamentale per capire se siamo vergini sagge o vergini stolte è semplice: come vediamo la nostra morte? Il pensiero di morire ci affligge, ci spaventa come spaventa quelli che non hanno speranza (1 Ts 4, 13), oppure ci riempie di gioia, perché significa andare incontro al Signore nell’aria ed essere sempre con il Signore (v. 17)?

Capite che, se il Vangelo è lampada che brilla, un cristiano che ha paura della morte, che ne rifiuta il pensiero, che la nasconde, la occulta, non ne parla… è uno che tiene in mano una lampada spenta! Come potrà credere alla vita eterna chi vede degli evangelizzatori che hanno paura di andare a stare col Signore?

[i] Cf. U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, a. l.

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L’immagine del Regno di Dio che emerge dal raffronto tra Is 25, 6-10 e Mt 22, 1-14 è quella di una festa magnifica a cui gli uomini tutti sono invitati.

Perché la Parola di Dio sceglie proprio questa immagine della festa? Per trasmetterci un senso profondo e intenso di gioia! Dio vuole la nostra gioia, la nostra allegria, la nostra festa! È un Dio che ci ha creati per condividere con noi la sua beatitudine.

Ora – come sant’Agostino non si stanca di insistere – la beatitudine implica la libertà: nessuno può essere felice se non accoglie liberamente il dono della felicità, nessuno può essere costretto ad essere felice, nessuno può entrare nella beatitudine se non decide di rispondere e si impegna ad accogliere l’invito di Dio.

Ecco il senso della parabola degli invitati alle nozze! Anzitutto ci viene presentato un re che organizza la festa nuziale del suo figlio. Gli ascoltatori di Mt riconoscono subito nel re Dio Padre, nello sposo Gesù e identificano se stessi negli invitati alle nozze (cf. 9, 15).

La parabola è chiaramente divisa in due parti[*]. Entrambe cominciano con la scena del re che manda i suoi servi a invitare gli ospiti per il banchetto nuziale. Nella prima scena l’invito non ha successo, nella seconda invece sì. Tuttavia entrambe le scene finiscono con una catastrofe, che nel primo caso riguarda tutti gli invitati, nel secondo uno soltanto degli ospiti.

La prima scena ci mostra il re che manda i suoi servi per sollecitare, attraverso di loro, come si usa tra nobili, la venuta degli ospiti già precedentemente invitati. Ma costoro non vogliono venire: il che, per ospiti che avevano promesso, in linea di massima, la loro presenza, è, in ogni caso, una vera e propria insolenza; ma quando chi invita è un re e gli ospiti sono suoi sudditi, l’atto di insolenza è una follia. Il re reagisce in maniera addirittura commovente: rimanda i servi a quegli ospiti con l’incarico di chieder loro di intervenire, decantando una ad una le delizie del pasto che, pronto, aspetta solo loro per essere servito a tavola. Ma quelli fanno di peggio. Alcuni piantano in asso i messaggeri e, senza una parola di scusa, se ne vanno: il lavoro nei campi o gli affari in città sono per loro più importanti dell’invito del re. Altri, arrivano addirittura ad insultare ed uccidere i servi del re.

A che cosa dovranno pensare gli uditori del Vangelo? Ricordando la parabola dei vignaioli omicidi ricorderanno i profeti biblici, ma anche i missionari cristiani che non hanno mai cessato di chiamare Israele a Cristo: sanno del rifiuto opposto ai profeti e delle persecuzioni riservate agli evangelizzatori.

A questo punto, la pazienza del re è costretta a trasformarsi in giustizia: gli assassini vengono uccisi e la loro città data alle fiamme. Qui Mt fa evidentemente riferimento alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d. C.

Dopo di che, il re cerca nuovi ospiti per la festa nuziale del figlio. Adesso manda i suoi servi fuori della città, ai crocicchi delle strade, per invitare tutti quelli che vi incontrano. Diversamente dal primo, questo nuovo invito ha avuto successo: la sala della festa si riempie di commensali. Ma c’è una nota che spiazza: si dice che questi erano “buoni e cattivi”. Perché?

Per gli ascoltatori di Mt convertiti dal paganesimo, fino a questo punto la parabola suonava esaltante: essa descriveva il loro afflusso in massa, in contrapposizione al rifiuto dei Giudei; diventava forte la tentazione di indentificarsi trionfalisticamente con gli eletti. Gli altri, i Giudei, non sono forse stati esclusi perché increduli? Di qui a concludere che per i credenti viceversa la salvezza sarebbe ormai assicurata, il passo era abbastanza breve. Dalle lettere di san Paolo sappiamo che c’erano alcuni cristiani “libertini”, che ritenevano di poter vivere nella dissolutezza, nelle fornicazioni, nell’indisciplina, perché il fatto di essere diventati credenti e battezzati li poneva al di sopra di ogni legge morale (cf. 1 Cor 5-6). Proprio per questo Mt sottolinea che la sala si è riempita non solo di eletti, ma di “buoni e cattivi” – come nel campo cresce il grano e la zizzania (Mt 13,24-30.36-43), come nella rete gettata nel mare si raccolgono pesci buoni e pesci cattivi (Mt 13, 47-50). Ma ci sarà un giudizio che separerà gli uni dagli altri: le pecore dalle capre, le vergini sagge da quelle stolte, i servi buoni e fedeli da quelli malvagi e pigri (Mt 25)

Infatti li festeggiamenti non hanno inizio subito. A un certo punto il re scende di persona ad ispezionare gli ospiti uno per uno, e chi è sprovvisto dell’abito nuziale viene legato mani e piedi, come un delinquente, e gettato fuori nelle tenebre ove – altroché festa! – ci sono “pianto e stridore di denti” (espressioni che designano chiaramente la dannazione e l’inferno).

Ma cosa significa quel misterioso “abito nuziale” senza il quale non si può partecipare alla festa? Paolo parla della necessità di rivestirsi di Cristo (Gal 3, 27; Rm 13, 14), di rivestire l’uomo nuovo (Col 3, 10), di rivestirsi di sentimenti di misericordia (Col 3, 12). Senza questo rivestimento si è esclusi dal Regno.

Ciò significa che essere chiamati a entrare nella comunità non equivale affatto essere salvati. La misericordia di Dio per i lontani, per i peccatori, non deve essere fraintesa: gli uomini rimangono responsabili delle loro azioni. La misericordia di Dio non è una garanzia di impunità. Credere – accogliere l’invito alle nozze – non significa semplicemente aderire ad una dottrina o a un culto che ci assicurerebbero automaticamente la salvezza; al contrario, significa vivere in coerenza tutte le esigenze del dono ricevuto. L’accettazione dell’invito, il battesimo, l’appartenenza alla comunità sono solo il primo passo; nulla è ancora deciso.

Nella chiesa vivono gomito a gomito buoni e cattivi. I membri della comunità, dunque, non possiedono la salvezza, ma possono perderla di nuovo. Devono conservarla mediante le loro azioni. Un invito non è un certificato di garanzia: perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.

 

[*] Anche qui, per l’esegesi faccio riferimento a U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, ed a V. Fusco, Oltre la parabola, Roma 1983.

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