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Il libro del Siracide (27, 33) enuncia una verità sapienziale che ogni uomo saggio sarebbe disposto a sottoscrivere: Rancore ed ira sono cose orribili.

La parola “rancore” viene dal sostantivo “rancido”: indica un “irrancidirsi” nel ricordo dell’offesa, un “andare a male” del cuore, che finisce con l’avvelenare se stesso. Questo veleno è odio che intossica chi lo produce, e si effonde all’esterno come ira che distrugge le relazioni.

Il peccatore porta dentro di sé rancore ed ira. Il giusto, al contrario, fa suoi i sentimenti di Cristo Gesù che “oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1 Pt 2, 23).

Pesiamo le parole! Non si dice che “oltraggiato non soffriva”, ma che “non rispondeva con oltraggi e non minacciava vendetta”. Non si dice che rinunciava ad avere giustizia nei confronti dei suoi oppressori, ma che rinunciava a farsi giustizia da sé e rimetteva la sua causa al giudizio di Dio.

È semplicemente falso affermare che Dio non condanna i peccatori. Chi si vendica – dice sempre il Siracide – subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Dunque Dio giudica, Dio condanna, Dio perdona. L’uomo deve trattare il prossimo come vuole che Dio tratti lui. “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato” (Lc 6, 37).

Nel Vangelo di Matteo (18, 21) ci imbattiamo in una domanda di Pietro a Gesù: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me?” (v. 21)[*].

Pietro, come in altri casi, non parla a titolo semplicemente personale, ma è visto come il portavoce degli interrogativi della comunità. Esplicitamente la domanda è sul cristiano come soggetto chiamato a perdonare. Va notato però che non solo l’offeso ma anche l’offensore è cristiano (fratello); se fosse stato in gioco solo un problema di moralità individuale, di pazienza del cristiano nel sopportare le offese, non si sarebbe menzionato il “fratello” che pecca contro di me. L’orizzonte è quindi ecclesiale (come in tutto il “discorso comunitario” di Mt 18, 1-35): la domanda sul cristiano che deve perdonare, nasconde anche una domanda sul cristiano che deve essere perdonato.

Si capisce quindi la domanda di Pietro: “Quante volte?”. Ma Pietro non si limita a porre la domanda: dato che si sente in confidenza col Maestro e da molto tempo ormai alla sua scuola, si arrischia ad anticipare lui stesso una risposta, della quale forse non si sente pienamente sicuro ma che gli sembra non troppo lontana dalla verità. Quante volte perdonare? Diciamo un… sette volte?

Può darsi che quel “sette” non volesse essere inteso proprio in senso matematico. Certi numeri per gli ebrei esprimevano un senso di completezza: qui probabilmente si vuol esprimere una disponibilità a un perdono reiterato anche più volte, però solo fino a un certo punto, non illimitatamente. A Pietro sembra una risposta ragionevole, che si sforza di conciliare il meglio possibile le esigenze della misericordia e quelle della serietà. Non sono poche, sette volte! C’è tutto il tempo di verificare la reale consistenza di quel pentimento, per non farsi prendere più in giro. Arrivando a sette volte, si riconosce realisticamente la fragilità umana; fermandosi lì si garantisce però la serietà del pentimento, l’indispensabile impegno anche da parte di chi riceve quel perdono.

E invece no: caro Pietro, sei andato molto ma molto lontano dalla risposta esatta! “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (v. 22). Prendi pure quel “sette”, non però come maximum, ma solo come base di partenza, e poi moltiplicalo per settanta, cioè elevato al quadrato e poi moltiplicato ancora per dieci! Cosa vien fuori? Quattrocentonovanta! A questo punto, però, è chiaro che si tratta di un numero che non è un numero: gli Ebrei, anziché esprimersi in astratto e dire “illimitatamente”, preferiscono esprimersi concretamente, con dei numeri che hanno valore iperbolico: settanta volte sette significa “sempre”. La risposta di Gesù e quella suggerita da Pietro si rivelano incommensurabili, si muovono su due piani diversi, con un salto non puramente quantitativo, ma qualitativo. Non si tratta semplicemente di riconoscere alla fragilità umana uno spazio un po’ più grande. Quello che viene meno è il calcolare stesso. Il perdono di Dio è illimitato, quindi anche il perdono nella comunità cristiana deve essere illimitato.

Però “illimitato” non significa “incondizionato”. La parabola del servo spietato ce lo dice chiaramente. Il grande debitore, riceve il condono del suo debito astronomico non automaticamente, non per caso come uno che vince la lotteria, ma in seguito ad una preghiera molto esplicita: Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. E, nell’ultima scena, il re lo ribadisce chiaramente:  “Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato”. Dunque il percorso non è semplicemente peccato-perdono, ma peccato-pentimento-perdono. Bisogna stare molto attenti a non creare cortocircuiti.

Il perdono è illimitato, giacché chiunque si pente, ogni volta che si pente viene perdonato: sempre! Ma il perdono non è incondizionato: vieni perdonato a condizione di pregare, ossia di manifestare il tuo pentimento. E ovviamente – come la parabola insegna – la manifestazione del pentimento non può limitarsi alle parole, ma deve tradursi in un comportamento coerente: “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”

Su che cosa si fonda questo dovevi così assoluto? Si fonda sul fatto che la tua relazione con Dio, relazione nella quale sei debitore di diecimila talenti e ricevi il condono totale perché hai pregato e Dio in Cristo ha avuto misericordia di te, la tua reazione con Dio – dicevo – non è separabile dalla relazione con il tuo prossimo, perché il tuo fratello in Cristo è in relazione con Dio!

Quello che il servo aveva fatto al collega, il re lo ha ritenuto fatto a se stesso (cf. Mt 25,31-46!). Ecco quello che è successo! Nessuna legge mi obbliga a rinunziare a un legittimo diritto, a condonare un debito grande o piccolo che sia, a fare un dono a Tizio solo perché Caio ha ritenuto di farlo a me; nei confronti della stessa persona però io non posso beneficiare di un condono da parte sua e nello stesso tempo rifiutare di far beneficiare di un condono da parte mia, qualora ne avesse bisogno, lui (o anche una persona a lui intimamente legata, un figlio, una persona con cui lui si sente un tutt’uno). Altrimenti dimostro che il mio pregare era ipocrita, dimostro mancanza di pentimento, non posso ottenere il perdono.

Ma allora, col nostro comportamento noi condizioniamo Dio? Dio è costretto a fare, alla fine, quello che aveva deciso di non fare? Prima vuole perdonare e dopo no? Ovviamente non è Dio a non voler perdonare, ma l’uomo a non poter essere perdonato: chiudendosi all’amore, è lui che vuol rimanere nella morte (1 Gv 3,14). Se però ci pentiamo della nostra chiusura, rientriamo di nuovo nel perdono illimitato di Dio. E allora questa seconda scena, la scena del perdono rifiutato al fratello, sarà una scena ipotetica, la storia dell’uomo senza Cristo, non la storia dell’uomo con Cristo. E la condanna, non avrà più ragion d’essere.

 

[*] Cf. V. Fusco, “Settanta volte sette”, in id. La casa sulla roccia. Temi spirituali di Matteo, ed. Qiqajon – Comunità di Bose, Magnano (VC) 1994, pp. 95-108)

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