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Posts Tagged ‘Mosè’

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Nella festa della santissima Trinità, la liturgia della parola dell´anno A ci fa ascoltare, come prima lettura, una pagina del libro dell´Esodo sul quale vale la pena di riflettere, a partire dalla numerazione: 34,4-6.8-9. Per chi capisce un minimo di cose bibliche, è evidente che è stato tagliato via il versetto 7. Perché mai? Lo scopriremo tra un attimo.

Vediamo anzitutto cosa ci racconta il testo.

“In quel tempo Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano”.

Quali tavole di pietra? Tavole che si era tagliato poco prima su comando del Signore. Tavole vergini, sulle quali ancora nulla era stato scritto. Tavole vuote, perché il Signore potesse scrivere ciò che egli stesso avrebbe voluto scrivere.

Non passiamoci sopra con troppa leggerezza, perché Mosè deve incontrare il Dio vivente, e chi sia il Dio vivente può rivelarlo solo il Dio vivente stesso. Dunque bisogna far “tabula rasa” dei nostri pregiudizi, delle nostre idee su Dio; le nostre convinzioni di come potrebbe o dovrebbe essere per essere da noi accettato; il modo in cui dovrebbe comportarsi se volesse essere da noi creduto…

Gran parte dell´ateismo contemporaneo, com´è noto, dipende teoreticamente dal filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872), il quale sostiene che Dio non è altro che l’oggettivazione ideale dell’essenza dell’uomo che in Dio rispecchia se stesso, che la religione è la proiezione dei bisogni e delle aspirazioni dell’uomo in un ente immaginario, chiamato Dio, nel quale tali aspirazioni si trovano pienamente realizzate idealmente. Nella religione, insomma, sarebbe l’uomo a fare Dio a propria immagine e somiglianza: non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio.

La festa della santissima Trinità è provvidenziale a questo proposito, proprio perché nella nostra povera mente non riusciamo a farci un´idea chiara di questo mistero, non lo comprendiamo; se comprendi – dice sant´Agostino – non è Dio! Sarebbe una tua creazione, alla Feuerbach!

Accogliamo dunque la rivelazione che Dio ci fa di se stesso: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”, questo leggiamo nella nostra lettura in Es 34, 6.

E il versetto 7 che è stato tagliato? Esso prosegue: “che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”. Perché è stato tolto? Non credo per il riferimento all´amore e al perdono, ma piuttosto per ciò che dice della punizione e del castigo delle colpe. Questo non combacia con l´immagine di Dio che ci piace coltivare!

Ma davvero è un bene conservare le nostre idee, le nostre immagini, le nostre “tabule plene”, anziché accogliere la rivelazione che Dio fa di se stesso? Se Dio stesso, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ci mette in guardia dalle conseguenze del peccato stesso; se Dio stesso ci dice che questo peccato, anche se perdonato, non viene lasciato senza punizione; se Dio stesso ci ammonisce, perché il male fa male non soltanto a chi lo pratica, ma anche ai suoi figli e ai figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione… Chi siamo noi per censurare la parola di Dio? Non faremmo meglio a prenderla sul serio? E se le nostre idee sono più melliflue e lattiginose, non sarebbe meglio lasciarsi illuminare dalla rivelazione così com´è?

Concludo con alcune parole forti di Georges Bernanos, tratte dal Diario di un curato di campagna:

“Una cristianità non si nutre di marmellata più di quanto se ne nutra un uomo. Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire”.

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4. dom. di Quaresima – B

È la domenica della gioia quaresimale: strano accostamento! La liturgia si apre con un invito che vale la pena di rimeditare: Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione.

Chi è chiamato a rallegrarsi? Gerusalemme e quelli che l’amano (il Popolo di Dio, la Chiesa), caratterizzati poi come “voi che eravate nella tristezza”. Allora comprendiamo il senso dello strana espressione “gioia quaresimale”: non è l’allegria dello spensierato o di chi fa finta di essere tale, non è la gioia del superficiale, di chi mangia-dorme-e-non-capisce-niente. È la gioia di chi era nella tristezza ed ora si sazia di consolazione. Ma bisogna capire bene di che tristezza e di che consolazione si tratta.

In questa quaresima la liturgia ci fa riflettere sull’alleanza tra Dio e gli uomini, e abbiamo considerato questo tema in rapporto a Noè, ad Abramo e a Mosè. Oggi la prima lettura ci mette di fronte ad una realtà tristissima: la rottura dell’alleanza.

Causa della rottura è l’infedeltà. Il popolo dell’alleanza è chiamato ad essere santo come Dio è santo. Ed invece imita in tutto gli abomini degli altri popoli e contamina il tempio.

Non siamo anche noi nelle condizioni di questo popolo? Non ci troviamo anche noi, tragicamente, a moltiplicare le nostre infedeltà, imitando in tutto gli abomini di quelli che non conoscono Dio? Quante volte diciamo: eh, ma lo fanno tutti, posso farlo anch’ io!

Tutti rubano, tutti commettono atti impuri, tutti trascurano di santificare le feste… Allora posso farlo anch’io! Non abbiamo capito che proprio perché gli altri fanno così, noi dobbiamo vivere in modo diverso. Apriamo gli occhi! La mentalità che ci circonda è la mentalità del mondo, radicalmente opposta a quella di Cristo. Non possiamo imitare gli abomini di quelli che non conoscono Dio.

Premurosamente, incessantemente Dio manda messaggeri ad ammonire il suo popolo. Ma il popolo si burla di loro, disprezza la Parola di Dio, schernisce i profeti… Per questo il Signore li mette in mano ai nemici, che distruggono quanto rimane dell’alleanza violata.

Anche a noi il Signore manda i suoi profeti e la sua parola. Anche noi rischiamo di disprezzare questa parola: gi il fatto di non dedicare tempo alla lettura del Vangelo, di non  partecipare alle catechesi è un modo di disprezzare la Parola di Dio. Già il modo in cui viene trattato l’insegnamento della Chiesa dai media ci fa capire fino a che punto arrivi questo disprezzo. La conseguenza è una vita sballata: la vita che viviamo, triste, disperata, perché nella schiavitù del peccato.

Meriteremmo di morirci, nella disperazione del peccato. E invece, come ci ha detto san Paolo, Dio, ricco di misericordia, ci ha amati quando eravamo ancora morti per i peccati. E san Giovanni ci ha detto che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo.

Qual è il significato di queste parole misteriose che Gesù rivolge a Nicodemo: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna?

Nel deserto gli Israeliti si erano ribellati a Dio e a Mosè, e per questo furono assaliti da serpenti velenosi che facevano strage. Allora si pentirono e Mosè pregò Dio per il popolo. Dio gli ordinò di fare un serpente di rame e di metterlo su di un palo, in forma di “T”: chiunque veniva morso, se guardava il serpente di rame era salvato: il simbolo della condanna, il serpente, diventa salvezza.

Gesù viene innalzato sulla croce come il serpente nel deserto. La croce è il simbolo della condanna che spetterebbe a noi per i nostri peccati. Per il grande amore di Dio, Gesù la prende su di sé e se noi crediamo in lui abbiamo la vita eterna mediante la sua morte.

Ma siamo chiamati a fare una scelta ben chiara e precisa: Credere in lui. Chi crede non è condannato: è salvo, ha la vita: ecco il senso della gioia quaresimale: la tristezza del peccato e del castigo è vinta dalla gioia della salvezza: vita nella luce. Chi non crede già condannato: non è salvo: resta nelle tenebre, per nascondere le sue opere malvagie, nella morte.

La Veglia Pasquale si aprirà proprio con questo simbolo di luce: il fuoco nuovo illumina la notte, segno della luce di Cristo, della Risurrezione, della fede. Ma la fede, il credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio non significa semplicemente sapere che Gesù il Signore: si tratta – come ci ha detto san Paolo – di vivere con Lui, risorgere con Lui, compiere le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo in Lui.

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