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fuoco dal cielo

Domenica scorsa abbiamo ascoltato da Gesù alcune parole molto nette: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”. Oggi vediamo con estrema chiarezza le conseguenze di questo invito: sia per quanto riguarda il cammino di Gesù, sia per quanto riguarda la chiamata a seguirlo. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Stavano compiendosi i giorni: sulla vita di Gesù sta un piano di Dio. Il compimento di questo piano si avvicina. Il comportamento di Gesù è lineare: si dirige secondo la volontà del Padre; entra nell’ordine di cose stabilito da Dio. Dirige perciò i suoi passi verso Gerusalemme. C’è in questo una fortezza, un coraggio eroico. Gesù sa che Gerusalemme significa anzitutto il suo fallimento, la croce, la morte, e solo dopo, alla fine, la vittoria. E tuttavia cammina a testa alta incontro al suo destino. Gerusalemme è la roccaforte dei suoi nemici: Gesù ci va dentro. È il centro dell’opposizione: Gesù passa all’attacco. La sua vita, esteriormente e interiormente, è una marcia in avanti, inarrestabile e sicura. Tutto sostiene la prontezza interiore della sua obbedienza. Nessuna scena sentimentale d’addio, nessun malinconico guardare indietro: obbedienza rettilinea, spontanea, naturale.

Di fronte a questo piano di Dio e a questa grandezza di Gesù, sta il rifiuto e la piccolezza umana: gli abitanti di un villaggio samaritano si rifiutano di accogliere Gesù perché egli si reca a Gerusalemme. Ecco: il cammino inizia con l’opposizione, la sua marcia si apre con un rifiuto: lui dice “sì” al Padre, gli uomini dicono “no” a lui.

Se Luca ci racconta questo fatto – e quello di Luca è stato definito “il vangelo per i missionari” – è perché i discepoli di Gesù (e quindi noi stessi) ci prepariamo ad affrontare i rischi del mestiere ed acquisiamo un giusto atteggiamento nell’evangelizzazione. La storia si ripeterà innumerevoli volte: l’annuncio del Vangelo si scontrerà con la chiusura di tanti. Si tratta di uomini e donne che sarebbero destinatari del messaggio di salvezza, che sarebbero destinati alla gioia del Vangelo… ed invece si chiudono per ragioni meschine: qui per problemi politici, di rivalità regionalistica, per antipatia etnica… Una pesantezza umana, “secondo la carne” – direbbe san Paolo – che impedisce per loro la realizzazione del piano di Dio.

Ma Gesù non si ferma. Quando una porta è chiusa, Gesù varca un’altra soglia. Quando una nazione chiude le sue frontiere, il messaggio del Signore è portato ad un altro popolo. Tanto peggio per chi rifiuta! Il piano di Dio si realizza, non ostante tutto. Dio non può essere danneggiato. Il piano di Dio non si può certo fermare.

Il problema non è la realizzazione del Regno di Dio, che comunque si realizza. È l’atteggiamento dei missionari, qui rappresentati da Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo che – non certo per caso – Gesù aveva soprannominato “figli del tuono”. Qui tuonano sul serio e vogliono maledire il villaggio che non li accoglie, chiedendo che un fuoco dal cielo (cioè un fulmine) lo incenerisca.

Sono cattivi, Giacomo e Giovanni? No di certo! Sono come Elia, “pieni di zelo per il Signore degli eserciti”, uno zelo che ricorre a tutti i mezzi. Ma i mezzi di Dio non sono quelli. Il piano di Dio, la missione di Gesù, e quindi la missione degli apostoli e della Chiesa, non si attua con la violenza e con la forza, ma con la debolezza, ossia accettando il fallimento, la sofferenza e il rifiuto. Proprio questa accettazione costituisce in definitiva la vera forza, perché risponde alla volontà di Dio.  “«Non con la potenza né con la forza, ma con il mio Spirito», dice il Signore degli eserciti!” (Zc 4,6). Proprio a questa forza Gesù si richiama per respingere il progetto tentatore dei suoi discepoli.

E noi? Siamo sicuri di essere del tutto immuni dal peccato dei Samaritani e da quello dei figli di Zebedeo?

Non potrebbe accaderci di essere come questi Samaritani, talmente attaccati ai nostri punti di vista, alle nostre consuetudini, alle nostre meschinità, da rifiutare la salvezza semplicemente perché si presenta in un modo che non si adatta ai nostri pregiudizi?

E non potrebbe accaderci di essere come i figli di Zebedeo che non sopportano il rifiuto e, quindi, finiscono con non sopportare il piano di Dio che passa proprio attraverso il rifiuto? Certo, essere trattati male fa male, provoca risentimento! Ma se davvero ci stesse a cuore solo la gloria di Dio, lo sopporteremmo volentieri, perché comunque il regno di Dio si compie. Il problema è che il rifiuto ferisce il nostro orgoglio: è questo che ci rode!

Dio regna! Ma è un re che rinuncia ad uccidere gli avversari; anzi, è un re che non considera mai gli uomini come avversari, anche quando essi si considerano tali e come tali si comportano. Li considera sempre come suoi figli amati e non rinuncia mai a chiamarli alla salvezza. Gesù va a Gerusalemme proprio per testimoniare questo: sarà crocifisso, ma i suoi crocifissori si salveranno! Prepariamoci anche noi ad essere respinti. Dobbiamo certamente lottare, ma non contro gli uomini: dobbiamo lottare contro lo spirito di vendetta e lo scoraggiamento. E così saremo suoi testimoni credibili.

 

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16. domenica “per Annum” – B

Domenica scorsa il Vangelo ci ha presentato la partenza degli apostoli per la missione. Oggi assistiamo al loro rientro.

Essi si riuniscono intorno a Gesù e gli riferiscono sulle azioni compiute e sull’insegnamento impartito.

Questo è molto istruttivo per noi: gli evangelizzato­ri rendono conto solo a Cristo, tramite la sua Chiesa: nessuna compiacenza o approvazione differente dalla sua potràmai avere valore. Da qui il distacco e la libertà del missionario, a cui i successi non premeranno ma che fuggirà dagli applausi  come da tentazioni sottili e pericolose.

La missione è laboriosa e comporta fatica: Cristo lo sa, perciò, con tenerezza e premura invita i suoi discepoli al riposo.

Vale la pena di soffermarsi su questo punto in tempi di ferie estive. Lavorare per il Signore non significa affannarsi fino allo stremo: sarebbe pericoloso per la serenità dello spirito e la lucidità mentale,  si rischia l’esaurimento, la confusione, l’esasperazione. Diceva il beato card. Schuster: “Quando il diavolo vuol rendere inutile qualcuno, lo fa lavorare troppo”.

Ma cosa significa riposare? Cosa significa vivere bene le proprie ferie? Non certo dissiparsi in mille superficialità, o in un ozio futile e noioso. Gesù dice “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”: “Venite”, non “andate”. Il vero riposo è quello vissuto insieme con Cristo. Lui è “la nostra pace”, come ci ha detto san Paolo. Il vero riposo è distensione, preghiera, silenzio, contatto con  la natura, con i fratelli… ma soprattutto con Dio!

Eppure il riposo di Gesù e degli apostoli dura poco, perché la folla li raggiunge. A quella vista Gesù non si fa prendere dal disappunto, ma si commuove per loro “perché erano come pecore senza pastore”. Per questo “si mise a insegnare loro molte cose”.

Se ci guardiamo intorno, nella gente che ci vive accanto, non vediamo forse un gregge senza pastore? Un gregge senza pastore è una cittàche ha dimenticato Gesù Cristo; sono famiglie in cui i padri non annunciano il vangelo ai figli, sono cristiani che non ascoltano la Parola di Dio, comunità indolenti, che  trascurano l’Eucaristia o la celebrano distrattamente…

Il Signore dice a proposito: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” (Ger).

Guai a noi sacerdoti, se siamo cattivi pastori. Ma non siamo gli unici: guai ai genitori, ai catechisti… a tutti quei cristiani che sono cattivi pastori.

Ma subito dopo il Signore dice che sarà lui stesso a prendersi cura del gregge, e che costituirà su di esso pastori  secondo il suo cuore.

Ancora una volta l’invito èquesto: lasciamoci radunare da Cristo, lasciamoci curare e istruire da lui. Cosìdiventeremo, ciascuno al suo posto, veri pastori dei fratelli che il Signore stesso ci affida.

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