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Posts Tagged ‘Maria’

Com’è facile ingannarsi, e com’è pericoloso!

Dal racconto di Gen 3, 9-15 vediamo come sin dall’inizio l’umanità sia stata vittima dell’inganno demoniaco, che fa apparire desiderabile il male e cattivo il bene. Il demonio vive di inganno e diffonde inganni intorno a sé. Il combattimento spirituale si gioca intorno a questa inimicizia tra la stirpe del serpente e la stirpe della donna: “Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. La testa del serpente è la sua astuzia: è la più astuta di tutte le bestie. Il calcagno dell’uomo è la sua debolezza, sulla quale il demonio fa leva per condurci nell’inganno. Ma proprio questa debolezza, se si sottomette a Dio, può diventare l’arma della vittoria che schiaccia la testa del serpente.

In Mt 3, 20-35 abbiamo due esempi di questo combattimento: in uno vince il serpente, nell’altro vince la stirpe della donna.

Il serpente vince sugli scribi venuti da Gerusalemme, che accusano Gesù di essere posseduto dal diavolo. Il calcagno, la debolezza di questi scribi è l’invidia: non possono negare l’evidenza, ossia che Gesù scaccia i demoni, e allora attribuiscono il suo potere al diavolo. Cadono pertanto nella più grande contraddizione, perché anche un bambino capisce che Satana non può scacciare Satana: basterebbe ragionare per rendersi conto dell’assurdità della loro posizione; ma l’invidia acceca la loro mente. Avrebbero tutti gli strumenti per capire che Gesù può entrare nella tana del demonio e liberare coloro che ne sono prigionieri perché ha lottato contro di lui e lo ha vinto. Il loro è un peccato imperdonabile, un peccato contro lo Spirito Santo, perché conoscono la verità e la negano. La loro è una debolezza che si riveste di violenza e ne rimane avvelenata.

Ma veniamo all’altro combattimento. Qui il serpente prova ad ingannare i parenti di Gesù, i quali temono che Gesù sia impazzito: dicevano infatti: “È fuori di sé”. Il loro calcagno, la debolezza sulla quale il tentatore fa leva, non è un sentimento cattivo, ma piuttosto un sentimento buono fuori luogo: sono preoccupati per Gesù, vedono che non ha più nemmeno la possibilità di mangiare… Forse gioca in loro anche un senso di conformismo sociale: Gesù si comporta in modo diverso dagli altri, appare come un eccentrico, quel che fa risulta strano. Allora lo cercano per prenderlo e ricondurlo ad uno stile di vita più “normale”. Persino Maria viene coinvolta in questo tentativo, sicuramente per il grande amore verso suo figlio. Non dobbiamo scandalizzarci del fatto che anche Maria abbia potuto essere tentata: lo è stato pure Gesù! Però in questo caso al serpente viene schiacciata la testa. L’arma della vittoria è la parola di Gesù: “Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”, e Maria accoglie pienamente la parola e fa sua, senza riserve, la volontà di Dio; accoglie la propria debolezza come tale e viene rivestita della forza di Dio per la vittoria, e la sua maternità risplende non solo sul piano della carne, ma ancor di più su quello dello spirito.

Ed ora veniamo a noi. È evidente che anche noi ci troviamo e ci troveremo continuamente a dover fronteggiare gli inganni del serpente. Sappiamo purtroppo che il nostro calcagno è esposto ai suoi morsi; le nostre debolezze ci sono note: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, gola, accidia – che sono sentimenti cattivi – ma anche sentimenti buoni in sé, ma ancora carnali e spesso fuori posto. Come potremo vincere? Come potremo schiacciare la testa del serpente? Facendo nostra la disponibilità di Maria, la sua umiltà, il suo abbandono alla volontà di Dio. Così la nostra debolezza viene assunta da Gesù e diventa la nostra forza, e noi veniamo trasformati da “esuli figli di Eva” in figli di Maria: fratelli, sorelle e madri di Gesù.

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Con questa quarta domenica, l’Avvento giunge al suo culmine. Fino ad oggi è stato un tempo di preparazione, di attesa. Ora comincia a mostrarsi nel suo compimento.

Ci viene annunziato un grande mistero: “Il mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Rm 16,25). Ci viene indicato l’atteggiamento da assumere davanti al mistero: silenzio, umiltà, fiducia.

  • Silenzio come condizione per accogliere la Parola di Dio che si fa carne nella nostra vita.
  • Umiltà come coscienza della nostra piccolezza, che consente a Dio di chinarsi su di noi.
  • Fiducia nella promessa del Signore che “è fedele per sempre”

Come spesso accade nella liturgia, questi atteggiamenti ci sono presentati attraverso due figure contrastanti: Davide (2 Sam 7) e Maria (Lc 1, 26-38).

Davide somiglia un po’ a noi, alle persone religiose, in buona fede, piene di gratitudine verso Dio, ma un po’ chiacchierone (non silenziose), presuntuose (non umili), fiduciose nelle proprie capacità (non nell’azione di Dio).

Davide riconosce che il suo successo viene da Dio, e pretende in qualche modo di sdebitarsi con lui: ora ti costruirò una bella casa, un bel tempio! L’iniziativa parte da me. Sono io che parlo per primo. Sono io che organizzo.

Non la pensiamo così anche noi quando crediamo di poterci sdebitare con Dio, magari facendo del volontariato, o con qualche preghiera, con qualche offerta, con un sacrificio, un voto…?

Ma Dio ribalta i termini del discorso: “Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti?” Tu, caro il mio Davide, ti trovi ad essere re, ma solo perché io l’ho voluto: eri un povero ragazzino che andava dietro alle pecore, prima che io ti chiamassi. È solo per il mio amore che sei ciò che sei, è per l’amore che ho verso il tuo popolo. Sarò io a costruire una casa per te. Sarò io a dare una casa al mio popolo: “Gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici”. Vuoi sapere come? Attraverso la tua discendenza: tra i figli dei tuoi figli nascerà il mio Figlio.

Certo Davide sarà rimasto interdetto: la promessa di Dio è misteriosa… è “il mistero avvolto nel silenzioi”. Questo mistero viene rivelato dall’angelo a Maria.

Maria, al contrario di Davide, si mostra anzitutto in un atteggiamento di essenziale riservatezza. L’angelo la saluta con parole simili a quelle che il profeta Natan ha avuto per Davide: “il Signore è con te”, ma “Maria si domandava che senso avesse un tale saluto”: appare qui l’atteggiamento riflessivo e contemplativo di Maria. Maria si domanda prima in se stessa, silenziosamente, quale sia il senso di quel sorprendente saluto.

Maria, al contrario di Davide, si mostra profondamente umile: si meraviglia di essere stata chiamata “piena di grazia”, non le sembra una cosa scontata: la grazia di Dio non è mai “dovuta”, è sempre segno della condiscendenza di Dio, di un amore gratuito, nascosto nel cuore del Padre.

Maria, molto più di Davide, si mostra piena di fiducia in Dio. Una fiducia sottolineata dalle parole dell’angelo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”.

E questa grazia, veramente inaudita, è il compimento del “mistero taciuto per i secoli eterni”, è il concepimento da parte di Maria di un figlio cui avrebbe dato il nome di Gesù: un figlio che sarebbe stato grande e chiamato Figlio dell’Altissimo e che avrebbe ricevuto da Dio il trono di Davide suo padre e un regno senza fine.

La nascita avvera la profezia di Natan a Davide. Tutto si compie, ma in una forma e misura che la profezia antica solo intravedeva e presentiva: Gesù è figlio di Davide ed è realmente “Figlio dell’Altissimo”, l’unigenito Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre.

Il Natale è alle porte. Il “mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni” sta per compiersi sotto i nostri occhi. Impariamo ad accoglierlo non in mezzo a chiasso, luci, spreco di cibo, di dolci, di vini, di liquori. Non in mezzo a sciocchi esibizionismi. Non fra rivalità, inimicizie, chiusure.

Impariamo da Maria la dimensione del silenzio, dell’umiltà e della fiducia. Allora il nostro sarà davvero un Buon Natale, un Santo Natale.

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Maria è assunta in cielo in anima e corpo. La festività di oggi ci conduce a ripensare il nostro rapporto tra queste tre realtà: il cielo (ossia la beatitudine eterna, la salvezza), l’anima e il corpo.

Abbiamo spesso pensato al cielo come a una cosa che riguardasse soltanto l’anima. “Salvarsi l’anima” sembrava l’unica cosa che contasse, anche per la stragrande maggioranza dei cristiani. E il corpo era da molti – anche predicatori – considerato come una realtà pericolosa, da trattare con diffidenza, con sospetto, come se il male provenisse da lì; l’anima andava dunque custodita perché il corpo non la contaminasse con i suoi desideri e le sue passioni. Certe forme di ascetica sembravano tese alla negazione del corpo, alla sua distruzione: si trattava – per così dire – di salvarsi dal corpo.

È paradossale che ciò sia avvenuto nel Cristianesimo, che si fonda tutto sull’incarnazione del Figlio di Dio e sulla sua risurrezione, su Gesù Cristo venuto “nella carne”, “nato da donna”, uno che “mangiava e beveva” (prima e dopo la sua risurrezione), uno che curava i malati, che trasformava l’acqua in vino per il banchetto nuziale, che moltiplicava i pani e i pesci per la fame delle folle, che ci ha lasciato il pegno più grande del suo amore e della sua presenza nel sacramento del pane e del vino, suo corpo e suo sangue nel mistero della cena…!

Queste realtà erano talmente evidenti, che i cristiani fin dall’inizio si sono dati da fare per curare anch’essi i malati e per alleviare la fame dei poveri. Ma tutto ciò doveva fare i conti con alcune espressioni della Scrittura che sembravano spingere in una direzione opposta. Gesù non aveva forse digiunato per 40 giorni nel deserto? Paolo non ha forse detto che la carne si oppone allo spirito, in una lotta senza quartiere?

Certo, quando Paolo pone tra le opere della carne “invidia, discordie, divisioni, fazioni, gelosie…” (Gal 5, 20), ci fa capire che per “carne” non si intende il corpo, ma l’uomo intero nella sua fragilità, quando si separa dallo Spirito di Dio. Eppure l’equivoco – anche a causa di alcune filosofie sbagliate e di alcune suggestioni provenienti da religioni orientali antiche – si è perpetuato.

Così, nell’età moderna, alcuni hanno pensato che, mentre la Chiesa si occupava di mandare in cielo le anime (che non si vedono), gli uomini di buona volontà avrebbero dovuto occuparsi di far star bene i corpi (che si vedono e si fanno sentire), il che sarebbe l’unica cosa che conta e, in ultima analisi, il modo autentico di essere “cristiani”, anche senza necessariamente credere in Dio; anzi, proprio senza credere in Dio e spesso in opposizione a lui – che lascia morire gli uomini per le carestie, i terremoti e le pestilenze.

La festa di oggi ci aiuta proprio a superare questa schizofrenia tra anime e corpi e a comprendere che la salvezza che Dio ci offre è salvezza di tutto l’uomo. L’essere umano non è “due cose” (un anima e un corpo), ma una cosa sola! Come scrive J. Ratzinger: “La risurrezione dei morti (non dei corpi!), di cui parla la Scrittura, si riferisce quindi alla salvezza dell’unico e indiviso uomo, non soltanto al destino di una sua metà”[1].

“Salvezza”, perché la morte è la conseguenza del peccato, e l’uomo pecca come persona, anima e corpo insieme; e il Figlio di Dio toglie il peccato dell’uomo assumendo la natura umana tutta intera, anima e corpo, e facendone il luogo della manifestazione del suo amore senza riserve, dell’amore per gli uomini peccatori, subendone nell’anima e nel corpo il rifiuto ed opponendo a questo rifiuto la sua accoglienza senza limiti, solidale con tutti i sofferenti di tutti i tempi.

“Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita” (1 Cor 15, 22). Badiamo bene: “in Cristo”, ossia nella misura in cui rimangono in lui e partecipano del suo amore. L’immortalità è il frutto “dell’azione salvante di colui che ci ama e ha il potere di far questo: l’uomo non può perire totalmente perché è conosciuto e amato da Dio. Se ogni amore vuole l’eternità, l’amore di Dio non la vuole soltanto, ma la determina ed è l’eternità”[2].

Cominciamo così a capire il motivo dell’assunzione di Maria: la sua partecipazione totale, immacolata, all’amore di Dio in Cristo. Ella è perfettamente amata da Dio, perché non pone alcun ostacolo a questo amore. È assunta in cielo in anima e corpo perché il Creatore pensa non soltanto all’anima, bensì alla persona umana che si realizza nella corporeità della storia e a lei dona l’immortalità.

Ciò che per noi si realizzerà “negli ultimi giorni”, alla fine della storia e nella comunione di tutti gli uomini, per lei si è realizzato nell’ora della sua morte, come una primizia per l’umanità intera.

Questo mistero di fede ci viene proposto dalla liturgia come “segno di consolazione e di futura speranza” (Prefazio), e la speranza deve divenire la forma della nostra carità: siamo chiamati a lasciarci amare da Dio nell’integralità della nostra persona (anima e corpo, inseparabilmente insieme) e a rispondere a questo amore con la totalità della nostra persona: siamo chiamati a “glorificare Dio nel nostro corpo” e ad operare concretamente per amore dei nostri simili, nell’integralità della loro persona, ben sapendo che possiamo e dobbiamo alleviarne i dolori con la nostra cura, ma dobbiamo annunziare loro l’eternità dell’amore di Dio perché diventi, anche per loro, vita eterna.

[1] J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Brescia 2013, 339.

[2] Ibid., 340.

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“Santa Maria, madre di Dio…”: siamo talmente abituati a questa formula, che la ripetiamo senza nemmeno farci più caso. Fu salutare, per me, molti anni fa’, vedere l’espressione di un giovane intellettuale africano che, con gli occhi sgranati, chiedeva: “Ma come può una donna mortale essere madre del Dio eterno?”.

Chiaramente il problema non riguarda la persona di Maria, ma la persona di Gesù, giacché se Maria è madre di Dio, lo è perché è madre di Gesù. Tutto sta, dunque, a capire chi è Gesù, chi è questo “bambino adagiato nella mangiatoia” che i pastori vedono con tanta gioia.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo si è tentato di dare risposte più o meno semplicistiche a questa questione, cadendo in errori ed eresie che si ripropongono incessantemente fino ai giorni nostri.

La più semplice è quella che vede in Gesù un uomo e basta: in antico era difesa dagli Ebioniti, oggi è la posizione comune dei non-credenti e dei non-cristiani. Più sfumata è la posizione di quelli che considerano Gesù come una creatura “celeste” – una sorta di angelo, magari il più importante degli spiriti creati – che ha preso carne nel grembo di Maria: in antico era questa la convinzione degli Ariani, oggi è quella, ad esempio, dei Testimoni di Geova.

Sul versante opposto, altri affermano la divinità di Gesù negando la sua umanità (in antico i Docetisti insegnavano che il corpo di Gesù era soltanto apparente – oggi nessuno giunge a tali eccessi), o impoverendola al punto da cancellarla (e questo capita purtroppo tra i devoti che, per non attribuire qualche mancanza a Cristo, ritengono che sin nella culla egli parlasse tutte le lingue del mondo, che conoscesse tutte le scienze, che non potesse sentire fatica o paura, ecc.).

Se i primi ritengono che Maria non sia madre di Dio, perché negano che Gesù è Dio, i secondi negano semplicemente che Maria sia madre, perché Dio non può avere una madre. Si tratta, fino a questo punto, di eresie molto rozze, tutte respinte sin dal primo concilio ecumenico (Nicea, 325), che riconosce Gesù come vero Dio e vero uomo. Sorsero però, in seguito, eresie più raffinate, riguardano il legame tra la natura umana e quella divina.

Per qualcuno (Eutiche) queste due nature si fondono, dando origine ad un miscuglio di uomo e Dio, che poi non sarebbe in realtà né propriamente uomo né propriamente Dio, ma una terza cosa. E chiediamoci se quest’eresia non riappaia in alcune interpretazioni moderne dell’incarnazione come “svuotamento” – termine pienamente ortodosso se interpretato nel senso paolino (Fil 2, 7), ma eretico se sottintende una perdita della divinità. Maria sarebbe così non la madre di Dio, ma di una persona che ha rinunciato all’identità divina.

Per qualche altro (Nestorio) le due nature rimangono separate, per cui il Cristo sarebbe non una ma due persone: la persona umana di Gesù Nazareno e la persona divina del Verbo. Questa è una tentazione ricorrente, quando leggiamo i Vangeli attribuendo alcune azioni di Cristo all’uomo  (ebbe fame, pianse, sentì stanchezza, paura e angoscia, patì, morì) ed altre a Dio (faceva miracoli, leggeva i cuori, rimetteva i peccati, risuscitò dai morti), come se la sua fosse una vita su due piani o, meglio ancora, se avesse due vite anziché una. Maria, in questa prospettiva, sarebbe la madre soltanto della persona umana (Gesù) e non certo della persona divina.

A queste eresie “più raffinate” aveva già dato una risposta la pietà cristiana, che si esprimeva in preghiere che riconoscevano Maria come theotokosDei genetrix (per esempio, l’antichissima antifona Sub tuum praesidium: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio…”, ma ci vollero due concilii ecumenici (Efeso, 375, e Calcedonia, 451) per definire pienamente la dottrina: Gesù Cristo ha due nature (umana e divina) che non si mescolano, non mutano nel loro incontrarsi e non sono separabili; le due nature sono unite tra loro nell’unica persona del Verbo, che è Dio ed assume per libero volere la natura umana. Dunque tutto ciò che Cristo opera deve essere inteso come operazione dell’unico e medesimo soggetto, sia le azioni umane sia le azioni divine. Tutto ciò che il Verbo di Dio ha operato in questa terra, l’ha operato servendosi dell’ umanità assunta (corpo e anima, intelligenza e volontà). Maria è dunque realmente madre di Dio, perché la persona che nasce da lei è una sola ed è Dio, anche se – ovviamente – da Maria Egli prende soltanto la natura umana.

Che conseguenze ha questo sulle nostre vite? Tante! Mi limito solamente ad accennarne tre:

– Il nostro Cristianesimo non può essere una “doppia vita”: siamo completamente uomini, la nostra comunità, la Chiesa, è una realtà integralmente umana; eppure questa umanità è assunta dal Verbo: in noi, nella nostra povera carne, risplende la luce di Dio.

– Lo “svuotamento” di sé, di cui Cristo ci ha dato l’esempio, non può essere una rinuncia alla nostra identità di figli di Dio: deve essere il modo in cui questa identità concretamente si incarna nella storia degli uomini, nella strada dell’umiltà e del servizio.

– Essendo Madre di Dio, Maria è madre della Chiesa, che è il corpo di Cristo, e di ciascuno di noi, che siamo sue membra: ricorriamo con amore e con fiducia a lei e camminiamo nella pace.

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Ripropongo qui una catechesi del p. Raniero Cantalamessa, leggermente adatatta.

Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. Il racconto della visitazione è un mezzo per portare alla luce ciò che si era compiuto nel segreto di Nazaret e che solo nel dialogo con un’interlocutrice poteva essere manifestato e assumere un carattere oggettivo e pubblico .
La cosa grande che è avvenuta a Nazaret, dopo il saluto dell’angelo, è che Maria ha creduto ed è diventata così madre del Signore. Non c’è dubbio che questo aver creduto si riferisce alla risposta di Maria all’Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Con queste poche e semplici parole si è consumato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo.
Dalle parole di Elisabetta: Beata colei che ha creduto, si vede come già nel Vangelo, la maternità di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma molto più come maternità spirituale, fondata sulla fede. Su ciò si basa sant’Agostino quando scrive:
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo… Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che ne grembo, rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola»” .
Ad uno sguardo superficiale, quello di Maria potrebbe sembrare un atto di fede facile e persino scontato: diventare la madre di un re che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe, la madre del Messia! Ma questo è un modo di ragionare sciocco. La vera fede non è mai una cosa comoda: è sempre un po’ morire. Così fu per Maria.
Già sul piano puramente umano, Maria viene a trovarsi in una totale solitudine. A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei? Chi le crederà quando dirà che il bimbo che porta nel grembo è “opera dello Spirito Santo”? Noi parliamo oggigiorno volentieri del “rischio della fede”, intendendo con quest’espressione, generalmente, il rischio intellettuale; ma per Maria si trattò di un rischio reale: la lapidazione!
Un filosofo credente, Søren Kierkegaard, ci ha dato delle immagini efficacissime della fede. Credere, dice, è “inoltrarsi per quella strada dove tutti i cartelli indicatori dicono: Indietro, indietro!”; è come “venirsi a trovare in mare aperto là dove ci sono settanta stadi di profondità sotto di te”, è “compiere un atto tale che per esso uno si viene a trovare completamente gettato in braccio all’Assoluto”. Se tutto questo è vero, allora non c’è dubbio che Maria è stata la credente per eccellenza, di cui non ci potrà essere mai l’eguale. Ella si è venuta a trovare davvero gettata completamente in braccio all’Assoluto. Infatti ella è l’unica ad aver creduto “in situazione di contemporaneità”, cioè mentre la cosa accadeva, prima di ogni conferma e di ogni convalida da parte degli eventi e della storia. Ha creduto in totale solitudine. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”: Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto.
La beatitudine proclamata da Elisabetta è quindi la vera beatitudine di Maria, quella confermata da Cristo stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli¬sabetta la proclama invece beata perché ha creduto. La donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto – risponde – coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Gesù aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la vera grandezza di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva” le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore”? (cf Lc 2, 19.51).
Non dovremmo però concludere il nostro sguardo alla fede di Maria con l’impressione che Maria abbia creduto una volta e poi basta nella sua vita; che ci sia stato un solo grande atto di fede nella vita della Madonna. Ci sfuggirebbe così l’essenziale. Le opere di Dio non si impiantano stabilmente in un soggetto libero e sottoposto al divenire e alla fede, in mo¬do meccanico, una volta per sempre, con una promessa iniziale, dopo la quale tutto diventa semplice e chiaro. Quello che era chiaro in un istante all’inizio, perché lo Spirito lo rendeva tale, può non esserlo più in seguito; la fede può essere messa alla prova dal dubbio; non dal dubbio su Dio, ma su di sé: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? E se mi fossi ingannata? E se non fosse stato Dio a parlare?». La misteriosità dell’agire di Dio resta tale e prima di rassegnarci a vivere nel mistero, quanta agonia bisogna passare!
Quante volte, in seguito all’Annunciazione, Maria sarà stata martirizzata dall’apparente contrasto della sua situazione con tutto ciò che era scritto e conosciuto, circa la volontà di Dio, nell’Antico Testamento e circa la figura stessa del Messia!
II Concilio Vaticano II ci ha fatto un grande dono, affermando che anche Maria ha camminato nella fede, anzi che ha “progredito” nella fede, cioè è cresciuta e si è perfezionata in essa (LG 58). Camminare nella fede comporta questo martirio della coscienza di non avere altra difesa contro l’evidenza, che la parola di Dio una volta ascoltata dentro e in seguito risuscitata solo dall’esterno, tramite intermediari umani.
Sant’Agostino, dopo aver affermato, nel testo citato sopra, che Maria “piena di fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo” trae da questo un’applicazione pratica dicendo: “Maria credette e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi” .
Crediamo anche noi! La contemplazione della fede di Maria ci spinge a rinnovare anzitutto il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio.

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Prendendo lo spunto da alcuni insegnamenti di p. Raniero Cantalamessa, vorrei qui riflettere sulla maternità di Maria. Dobbiamo prendere in tutta la sua profondità e concretezza il titolo di Maria “Madre della Chiesa” che il Concilio Vaticano II ha messo al centro della teologia e del culto mariano (cfr. LG 53). Prendere il titolo di Madre della Chiesa nella sua concretezza significa anche scoprire e valorizzare i vari momenti e gli atti coi quali Maria è diventata Madre della Chiesa.
Madre non è un titolo astratto; racchiude dentro di sé tutta una storia; non si diventa madre di colpo, in una sola volta, ma attraversi tanti eventi successivi; perché si abbia un maternità, occorre concepire la vita, portarla in grembo, sentirla crescere, accorgendosi così, a poco a poco, della sua presenza e abituandosi a vivere con essa; poi darla alla luce, poi presentarla in pubblico e darle un nome, e soprattutto, per noi cristiani, battezzarla.
Sappiamo come tutto ciò si realizzò puntualmente nei confronti di Cristo: Maria lo concepì per opera dello Spirito Santo, lo diede alla luce e lo presentò al Tempio.
Ma come e quando si realizza la maternità di Maria rispetto alla Chiesa? Quando e attraverso quali eventi concreti Maria è diventata dunque Madre della Chiesa, cioè Madre del Corpo di Cristo e delle sue membra che siamo noi? Attraverso gli stessi tre momenti in cui è diventata Madre di Gesù!
Nell’incarnazione Maria ha concepito anche la Chiesa. San Paolo ci dice l’essenziale intorno a questo “concepimento della Chiesa” in Maria: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, perché ricevessimo l’adozione a figli.
Noi dunque siamo stati concepiti – la Chiesa è stata concepita – da Maria. Ma non ci basta; sappiamo purtroppo che si può concepire “per sbaglio”, come si dice a volte con una terribile crudeltà che fa soffrire tanti figli. Non così Maria! Come concepì Gesù Maria? Nello Spirito Santo! Come concepì noi? Nello Spirito Santo!
Un primo grazie a Maria lo diciamo già qui: Grazie perché ci hai concepiti per amore e con amore; ci sentiamo davvero pienamente tuoi figli, ti sentiamo veramente madre; non siamo, con te, nella triste e umiliante situazione di figli non voluti, ma in quella di figli beneamati; grazie per il tuo sì a Dio con il quale è cominciata la nostra salvezza.
Ma riflettiamo anche sulla nostra maternità. Anche la Chiesa è resa feconda dallo Spirito Santo, anche la Chiesa concepisce i suoi figli lasciandosi permeare dallo Spirito di Dio, di modo che i figli di Dio – come dice il prologo del IV vangelo – “né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. La maternità spirituale non si fonda su progetti umani, su sentimenti carnali, su appropriazioni psicologiche, ma sullo Spirito e sulla sua imprevedibile libertà.
Dopo averci concepiti ed essersi “accorta” della nostra presenza in lei, Maria partorì nel dolore, sotto la Croce.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. C’era dunque un gruppo di donne, quattro in tutto. Maria non era sola; era una delle donne. Sì, ma era lì come “sua madre” e questo cambia tutto!
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una tentazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato “più di dodici legioni di angeli”. Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa.
Maria però non grida: “Scendi dalla croce; salva te stesso e me!”, o: “Hai salvati tanti altri, perché non salvi ora te stesso, figlio mio?”, anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Non chiede nemmeno più a Gesù: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”, come disse quando, dopo averlo smarrito, lo ritrovò nel tempio. Maria tace. “Acconsente amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata” (LG 58).
E lì la sua fecondità materna si apre all’infinito. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. Maria diventa la madre del discepolo amato, il discepolo che non ha nome perché ognuno possa mettere lì il proprio nome.
Maria diventa madre in un parto di dolore. Però attenzione, perché ciò che conta non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. Qui sta tutta la sua forza e la sua fecondità.
E qui sta anche la nostra forza e la nostra fecondità: essa viene dalla fede nella croce di Gesù, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Questo significa rinunciare ad ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo con i suoi stessi mezzi che sono la ricchezza, il potere, l’apparire. Bisogna rinunciare ad una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo.
Consideriamo infine come Maria ci ha tenuti a battesimo nella Pentecoste.
Luca, che all’inizio degli Atti ci presenta Maria perseverante nella preghiera in attesa dello Spirito Santo, all’inizio del Vangelo, ci aveva presentato Maria come colei sulla quale è sceso lo Spirito Santo. Alcuni elementi fanno pensare a uno stretto parallelismo tra la venuta dello Spirito Santo su Maria nell’Annunciazione e la venuta sulla Chiesa a Pentecoste: un parallelismo “voluto” dall’evangelista e “dovuto” alla corrispondenza oggettiva tra le due situazioni.
A Maria, lo Spirito Santo è promesso come potenza dell’Altissimo, che scenderà su di lei (cfr. Lc 1, 35); agli apostoli è promesso ugualmente come potenza che scenderà su di essi dall’alto (cfr. Lc 24, 49; At 2, 8). Ricevuto lo Spirito Santo, Maria si mette a magnificare (megalynei), in un linguaggio ispirato, le grandi opere (megala) compiute in lei dal Signore (cfr. Lc 1, 46.49); ugualmente, gli apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, si mettono a proclamare in varie lingue le grandi opere (megaleia) di Dio (At 2, 11). Anche il Concilio Vaticano II mette in rapporto tra loro i due eventi, quando dice che nel Cenacolo “vediamo Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito, che all’Annunciazione l’aveva presa sotto la sua ombra” (LG 59).
Maria dunque diventa madre della Chiesa e madre nostra nello Spirito Santo. Conosciamo i frutti dello Spirito: sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 25). Questo Maria ci ottiene non solo pregando per noi, ma anche dandoci l’esempio del frutto nella sua persona. Se ci riflettiamo, sono dimensioni spirituali che rifulgono pienamente in una maternità realizzata:
• che ama con gioia, non in modo annoiato, scontroso, burbero,
• che ama portando pace, non accendendo rivalità e gelosie,
• che ama in modo paziente, sopportando e aspettando i tempi dell’altro,
• che ama non cercando il proprio bene ma il bene dell’altro,
• che ama rimanendo fedele alle persone amate, anche quando queste non lo sono,
• che ama con mitezza, ossia in modo dolce, senza aver paura della tenerezza,
• che ama con dominio di sé, frenando il propri impulsi egoistici per donarsi all’altro.

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