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Posts Tagged ‘maria madre’

Prendendo lo spunto da alcuni insegnamenti di p. Raniero Cantalamessa, vorrei qui riflettere sulla maternità di Maria. Dobbiamo prendere in tutta la sua profondità e concretezza il titolo di Maria “Madre della Chiesa” che il Concilio Vaticano II ha messo al centro della teologia e del culto mariano (cfr. LG 53). Prendere il titolo di Madre della Chiesa nella sua concretezza significa anche scoprire e valorizzare i vari momenti e gli atti coi quali Maria è diventata Madre della Chiesa.
Madre non è un titolo astratto; racchiude dentro di sé tutta una storia; non si diventa madre di colpo, in una sola volta, ma attraversi tanti eventi successivi; perché si abbia un maternità, occorre concepire la vita, portarla in grembo, sentirla crescere, accorgendosi così, a poco a poco, della sua presenza e abituandosi a vivere con essa; poi darla alla luce, poi presentarla in pubblico e darle un nome, e soprattutto, per noi cristiani, battezzarla.
Sappiamo come tutto ciò si realizzò puntualmente nei confronti di Cristo: Maria lo concepì per opera dello Spirito Santo, lo diede alla luce e lo presentò al Tempio.
Ma come e quando si realizza la maternità di Maria rispetto alla Chiesa? Quando e attraverso quali eventi concreti Maria è diventata dunque Madre della Chiesa, cioè Madre del Corpo di Cristo e delle sue membra che siamo noi? Attraverso gli stessi tre momenti in cui è diventata Madre di Gesù!
Nell’incarnazione Maria ha concepito anche la Chiesa. San Paolo ci dice l’essenziale intorno a questo “concepimento della Chiesa” in Maria: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, perché ricevessimo l’adozione a figli.
Noi dunque siamo stati concepiti – la Chiesa è stata concepita – da Maria. Ma non ci basta; sappiamo purtroppo che si può concepire “per sbaglio”, come si dice a volte con una terribile crudeltà che fa soffrire tanti figli. Non così Maria! Come concepì Gesù Maria? Nello Spirito Santo! Come concepì noi? Nello Spirito Santo!
Un primo grazie a Maria lo diciamo già qui: Grazie perché ci hai concepiti per amore e con amore; ci sentiamo davvero pienamente tuoi figli, ti sentiamo veramente madre; non siamo, con te, nella triste e umiliante situazione di figli non voluti, ma in quella di figli beneamati; grazie per il tuo sì a Dio con il quale è cominciata la nostra salvezza.
Ma riflettiamo anche sulla nostra maternità. Anche la Chiesa è resa feconda dallo Spirito Santo, anche la Chiesa concepisce i suoi figli lasciandosi permeare dallo Spirito di Dio, di modo che i figli di Dio – come dice il prologo del IV vangelo – “né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. La maternità spirituale non si fonda su progetti umani, su sentimenti carnali, su appropriazioni psicologiche, ma sullo Spirito e sulla sua imprevedibile libertà.
Dopo averci concepiti ed essersi “accorta” della nostra presenza in lei, Maria partorì nel dolore, sotto la Croce.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. C’era dunque un gruppo di donne, quattro in tutto. Maria non era sola; era una delle donne. Sì, ma era lì come “sua madre” e questo cambia tutto!
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una tentazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato “più di dodici legioni di angeli”. Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa.
Maria però non grida: “Scendi dalla croce; salva te stesso e me!”, o: “Hai salvati tanti altri, perché non salvi ora te stesso, figlio mio?”, anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre. Non chiede nemmeno più a Gesù: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”, come disse quando, dopo averlo smarrito, lo ritrovò nel tempio. Maria tace. “Acconsente amorosamente all’immolazione della vittima da lei generata” (LG 58).
E lì la sua fecondità materna si apre all’infinito. Gesù allora vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. Maria diventa la madre del discepolo amato, il discepolo che non ha nome perché ognuno possa mettere lì il proprio nome.
Maria diventa madre in un parto di dolore. Però attenzione, perché ciò che conta non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. Qui sta tutta la sua forza e la sua fecondità.
E qui sta anche la nostra forza e la nostra fecondità: essa viene dalla fede nella croce di Gesù, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Questo significa rinunciare ad ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo con i suoi stessi mezzi che sono la ricchezza, il potere, l’apparire. Bisogna rinunciare ad una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo.
Consideriamo infine come Maria ci ha tenuti a battesimo nella Pentecoste.
Luca, che all’inizio degli Atti ci presenta Maria perseverante nella preghiera in attesa dello Spirito Santo, all’inizio del Vangelo, ci aveva presentato Maria come colei sulla quale è sceso lo Spirito Santo. Alcuni elementi fanno pensare a uno stretto parallelismo tra la venuta dello Spirito Santo su Maria nell’Annunciazione e la venuta sulla Chiesa a Pentecoste: un parallelismo “voluto” dall’evangelista e “dovuto” alla corrispondenza oggettiva tra le due situazioni.
A Maria, lo Spirito Santo è promesso come potenza dell’Altissimo, che scenderà su di lei (cfr. Lc 1, 35); agli apostoli è promesso ugualmente come potenza che scenderà su di essi dall’alto (cfr. Lc 24, 49; At 2, 8). Ricevuto lo Spirito Santo, Maria si mette a magnificare (megalynei), in un linguaggio ispirato, le grandi opere (megala) compiute in lei dal Signore (cfr. Lc 1, 46.49); ugualmente, gli apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, si mettono a proclamare in varie lingue le grandi opere (megaleia) di Dio (At 2, 11). Anche il Concilio Vaticano II mette in rapporto tra loro i due eventi, quando dice che nel Cenacolo “vediamo Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito, che all’Annunciazione l’aveva presa sotto la sua ombra” (LG 59).
Maria dunque diventa madre della Chiesa e madre nostra nello Spirito Santo. Conosciamo i frutti dello Spirito: sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 25). Questo Maria ci ottiene non solo pregando per noi, ma anche dandoci l’esempio del frutto nella sua persona. Se ci riflettiamo, sono dimensioni spirituali che rifulgono pienamente in una maternità realizzata:
• che ama con gioia, non in modo annoiato, scontroso, burbero,
• che ama portando pace, non accendendo rivalità e gelosie,
• che ama in modo paziente, sopportando e aspettando i tempi dell’altro,
• che ama non cercando il proprio bene ma il bene dell’altro,
• che ama rimanendo fedele alle persone amate, anche quando queste non lo sono,
• che ama con mitezza, ossia in modo dolce, senza aver paura della tenerezza,
• che ama con dominio di sé, frenando il propri impulsi egoistici per donarsi all’altro.

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