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La nuova Alleanza

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Nella consacrazione del vino, il sacerdote pronuncia le note parole di Gesù: “Questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza”. In esse si compie la profezia di Geremia 31, 31-34:

“Ecco verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova”.

Cosa significa “alleanza” nella Bibbia? Significa un legame mutuo e profondo di solidarietà tra Dio e gli uomini, un impegno solenne che Dio prende nei confronti del popolo e al quale il popolo è chiamato a rispondere: “Io sarò il loro Dio – dice il Signore – ed essi saranno il mio popolo”. “Io il loro – loro il mio”: è un’appartenenza reciproca nell’amore. Perché, vedete, questo è il linguaggio tipico dell’amore autentico. Anche l’egoismo dice: “tu sei mio”; solo l’amore vero può dire: “io sono tuo”.

L’antica alleanza era centrata sula legge, scritta sulle tavole di pietra – cioè una legge esterna, rigida, inflessibile, che necessariamente viene recepita dall’uomo peccatore come un limite alla propria libertà e ai propri desideri. Certo gli uomini possono capire che quella legge è giusta, e che per conservarsi il favore di Dio devono osservarla; ma i loro affetti e i loro desideri restano contrari ed inevitabilmente gli uomini cadono nel peccato che rompe l’alleanza.

Ora Dio promette un’alleanza basata su una la legge scritta nel cuo­re degli uomini stessi – cioè una legge intima, che nasce dal cambiamento interiore degli affetti e dei desideri, che nasce dall’amore ed esprime le esigenze di questo amore.

Nella nuova alleanza tutti conosceranno Dio, perché Dio stesso si comunicherà, cuore a cuore, bocca a bocca, a ciascuno. Il peccato passato sarà perdonato e non sarà più ricordato, perché Dio fa nuove tutte le cose.

Abbiamo detto che questa profezia si è realizzata, che in Gesù Cristo Dio ha stipulato la “nuova ed eterna alleanza” con gli uomini. Ma forse dovremmo chiederci: noi siamo entrati in questa nuova alleanza? Ufficialmente sì: siamo battezzati e cresimati, celebriamo l’Eucaristia… Ma esistenzialmente c’è il rischio di rimanere o ricadere nell’alleanza vecchia. Intendo dire: c’è il rischio di rapportarci a Dio come a un potere estraneo, di offrirgli un culto fatto di osservanze esterne, dallo scopo di tenercelo buono per poter meglio garantire i nostri interessi. La legge di Dio, in questo modo, torna ad essere un insieme di precetti che sopportiamo ob torto collo, con un atteggiamento da schiavi e non da figli, un atteggiamento che ci porta fatalmente a ricadere nel peccato.

Di fatto, pur essendo parte del popolo della nuova alleanza, ciascuno di noi sperimenta di stare costantemente sulla soglia tra la vecchia e la nuova alleanza. Sperimenta che il suo amore per Dio può magari arrivare a dirgli: “tu sei mio”; ma fatica a dirgli sul serio: “io sono tuo”.

La lettera agli Ebrei 5, 7-9 ci dice che Gesù, “reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli ubbidiscono”. A cosa si riferisce quando afferma che egli fu “reso perfetto”? È chiaro che si riferisce alla sua passione: “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Mentre la nostra tendenza naturale è quella di cercare Dio per non patire, per scansare la sofferenza, la passione di Cristo ci insegna che l’amore è perfetto quando accetta di soffrire per la persona amata..

Se noi vogliamo entrare nell’alleanza con Gesù dobbiamo seguirlo, e lui ci dice: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12, 26).

Dove sei, Signore? Sei alla destra del Padre, nella gloria del cielo, e ci prometti che anche noi saremo con te. Ma prima di entrare nella gloria della risurrezione sei stato nel Getsemani a sudare sangue, sei stato insultato, flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto, sepolto.

E se noi ti vogliamo seguire nella gioia della risurrezione, non possiamo rifiutarci di entrare con te nell’amore perfetto, quello che accetta persino obbrobrio della passione.

Gesù ci ha dato oggi un principio generale, valido sempre: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). È così che lui ha portato frutto per noi: si è lasciato uccidere, e dalla morte sua è scaturita la vita per noi. Così anche noi, se vogliamo portare frutto nell’amore, dobbiamo morire a noi stessi e vivere per lui.

Certo, nessuno ci costringe. Possiamo anche tenerci stretta stretta la nostra vita, come un tesoro geloso: nessuno ci obbliga a donarla. Ma Gesù ci avverte: “Chi ama la sua vita la perde… se il chicco non muore, rimane solo”!

Se invece siamo disposti a perderci, a rimetterci su questa terra, per ritrovarci con lui, Gesù ci fa delle promesse meravigliose: produrrai molto frutto; il Padre (il Padre!) ti onorerà.

Tra qualche istante offriremo il pane e il vino sull’altare. Se questa offerta sarà veramente segno dell’offerta della nostra vita, se sapremo perdere la nostra vita, entreremo con Cristo nella nuova ed eterna alleanza, nella gloria del Padre.

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