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Posts Tagged ‘incarnazione’

disputa coi farisei

«Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini»  (Mc 7, 8).

Dobbiamo rifletterci bene, perché la religiosità dei cattolici devoti è fortemente segnata dalle tradizioni e può accadere che si tratti di tradizioni di uomini che portano a trascurare il comandamento di Dio. Pensiamo alle processioni che in questa estate hanno costellato la vita di tanti paesi – e pensiamo anche agli abusi (persino di carattere mafioso) che talvolta le hanno contrassegnate. E poi novene, suppliche, pellegrinaggi, devozioni varie… Tutte belle cose se ci avvicinano alla Parola di Dio, ma pessime se ce ne allontanano.

La Parola di Dio ci porta anzitutto a fare un discernimento. Vi sono tradizioni umane che prendono lo spunto dalla Parola di Dio, ma poi si assolutizzano e se ne allontanano. Ne sono un esempio le usanze farisaiche delle abluzioni e lavature rituali (Mc 7, 2-4), che potevano richiamarsi al libro del Levitico, in cui i lavaggi venivano prescritti come simboli della purità morale (anche nel rito dell’offertorio durante la Messa, il sacerdote si lava le dita dicendo sottovoce: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”). Nel fariseismo, questi riti venivano regolati da norme minuziose che toglievano libertà al pensiero e al comportamento dell’uomo religioso: tutto è regolato da gesti, numeri e formule predefinite, si perde il senso di ogni cosa, tutto si riduce ad osservanza materiale.

Al fondo di questi atteggiamenti c’è la concentrazione sull’esteriorità, per non mettersi in discussione:

«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7, 6, che cita Is 29, 13).

Gesù chiama “ipocriti” coloro che si comportano così, perché si presentano come adoratori di Dio, ma ciò che cercano non è la sua gloria bensì un rafforzamento del proprio potere: hanno sacrificato il comandamento divino a favore dell’ordinamento umano. Il loro culto è vano.

La questione sta tutta in queste due parole: “esteriorità ed interiorità” o, se volete, “carne e spirito”. In Gv 6, 32 Gesù dice: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla”. Tuttavia noi sappiamo che lo Spirito, se non si incarna, non opera in questo mondo: “è”, ma non “c’è”. I Farisei seguono la carne senza lo spirito, e la carne senza lo spirito è un cadavere. Eppure noi abbiamo bisogno di “carne”, di riti, di regole… Infondo è il perenne conflitto tra materialismo e spiritualismo o, se volete, tra tradizionalismo e progressismo. Il tradizionalismo è tendenzialmente materialista, perché solo ciò che è materiale può essere trasmesso senza alterazioni; il progressismo è invece spiritualista, perché punta sul cambiamento, sulla novità, ma questo finisce con l’alterare il comandamento stesso di Dio, rendendolo malleabile secondo “lo spirito dei tempi”.

Ma il comandamento di Dio non si lascia alienare nel materialismo né si lascia vanificare nello spiritualismo. Non ci viene chiesto dunque di fare a meno delle tradizioni popolari, dei i rosari, le processioni, della via crucis, dei pellegrinaggi: ci viene chiesto di farne un occasione per ascoltare la Parola di Dio.

“Accogliete con docilità la parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”(Gc 1, 21).

Non ti salvi con le tradizioni e i devozionismi, se il ti fermi a onorare Dio con le labbra, mentre il tuo cuore è lontano da lui. Ti salvi se accogli (hai piacere di far entrare dentro di te) con docilità (disposto a lasciarti guidare e ad obbedire) la parola che è stata piantata in te.

Cos’è questa parola? È il Vangelo di Cristo. Che significa che è stata piantata in noi? Significa che è come un seme buono, che se scende nel terreno buono fa frutti buoni. Quando è stata seminata questa parola? Adesso la stiamo seminando: quando ascoltiamo le letture della Messa; ma anche quando preghiamo il rosario e ci fermiamo a “contemplare” – ma veramente! – i misteri dell’infanzia di Gesù, della manifestazione, della passione, della risurrezione; anche quando nella “via crucis” ascoltiamo la Parola di Dio e preghiamo col cuore… In realtà tutte le nostre tradizioni religiose possono diventare un’occasione per ricevere la Parola di Dio. Ma se non lo diventano, non servono a niente: non ci salvano, sono un culto vano, sono precetti di uomini e non di Dio.

Teniamo dunque a mente la parola di Dio che abbiamo ascoltato. Giorno per giorno, in questa settimana, verifichiamo quante occasioni abbiamo di ascoltare la parola di Dio, e sforziamoci di metterla in pratica. E vedremo che la nostra vita cambierà. E anche per noi si realizzerà la profezia di Mosè:

Osserverete i comandi del Signore Dio vostro che io vi prescrivo e li metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi diranno: «Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente». Infatti quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è questa legislazione che io oggi vi propongo? (Dt 4, 6-8).

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Elia nel deserto

Persino i profeti possono andare in depressione. Il Primo libro dei Re (19, 4-8) ci racconta che Elia, mandato ad un popolo idolatra e testardo, perseguitato da un potere politico corrotto e violento, costretto alla fuga, a un certo punto non ce la faceva più: si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino, andò a sedersi leopardianamente sotto una ginestra e, desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.

Elia si percepisce inadeguato, la situazione lo getta nello sconforto, nella tristezza, a un filo dalla disperazione. Ma proprio allora, riceve un cibo che gli dà la forza di camminare per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio.

Quello che nella storia di Elia era solo un segno, per noi discepoli di Gesù è realtà: Gesù è il Pane disceso dal cielo; Gesù è il Pane della vita(Gv 6, 41-51).

Per capire il discorso del Pane di vita – come per capire l’intero vangelo di Giovanni – bisogna partire dal Prologo: il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, il Verbo in cui tutto sussiste, il Verbo che sostiene ogni cosa… si è fatto carne. Ed ora si fa cibo. Gesù è il Pane, cioè il nostro nutrimento, principio di vita, di crescita, di energia.

La Parola si fa carne per salvarci e questa incarnazione non è solamente un atto po­sto a un determinato punto, all’inizio dell’esistenza terrena di Gesù; tutta la storia di Gesù è incarnazione della Parola, in tutta la sua vita Gesù è il pane del cielo, il nutrimento eterno che esce dalla bocca di Dio e si fa carne per noi. Ecco perché si insiste tanto sul fatto che questo pane è disceso dal cielo.

Nella Bibbia troviamo due o tre volte l’immagine di Dio che dà al profeta la sua parola come cibo. Dice il profeta Geremia:Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore(Ger 15, 16). Al profeta Ezechiele Dio tende un libro e gli dice: “Figlio dell’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo” (Ez 2, 9 – 3, 1); ritroviamo la stessa immagine nell’Apocalisse di Giovanni (10, 8-10).

C’è una differenza enorme – come nota P. Raniero Cantalamessa – tra il libro semplicemente letto e il libro mangiato. Nel primo caso il libro resta esterno, il rapporto con la Parola è mediato, distaccato; la Parola è passata solo attraverso gli occhi o il cervello dell’uomo. Nel secondo caso – il libro mangiato – la Parola si “incarna” nell’uomo, diventa “parola di carne”, parola viva ed efficace. Il rapporto tra il discepolo e la Parola è immediato e personale. C’è una sorta di misteriosa immedesimazione che fa pensare, appunto, al fatto dell’incarnazione. Il discepolo che “mangia” la Parola e l’accoglie nelle proprie “viscere”, come fece Maria, permette alla Parola di Dio di “incarnarsi” nuovamente e di “abitare in mezzo agli uomini”. La Parola mangiata è una parola “assimilata” dall’uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell’Eucaristia), cioè di un “essere assimilato” dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.

Evidenziamo i tempi delle affermazioni di Gesù: “Io sono il pane della vita” (presente);“Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (presente); Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (ancora presente). Tutto l’essere, l’agire e il parlare di Gesù sono la sua carne per la vita del mondo, sono pane per noi (cfr. 8,28; 14,24) e noi dobbiamo nutrirci di lui. Ma alla fine Gesù usa il tempo futuro: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Tutta la vita terrena di Gesù è mistero del Verbo fatto carne e della carne fatta pane, fino al giorno in cui, nel più profondo della sua debolezza d’uomo, Gesù accetta, come non aveva potuto ancora fare mai, di dare la sua carne e versare il suo sangue per la vita del mondo. Nella Pasqua di Gesù il mistero dell’incarnazione del Verbo raggiunge il suo culmine: la carne donata, il sangue versato, sono accolti dal Padre, che, risuscitandolo, ricolma il Figlio di ogni pienezza, e noi da questa pienezza riceviamo grazia su grazia (1,16). Gesù è l’Agnello pasquale di Dio, santificato nello Spirito e traboccante di Spirito e perché, nella fede, gli uomini si nutrono di questo Agnello di Dio, di questo «Pane di Dio» (6,33), e diventano figli di Dio nella comunione del Figlio (cfr. 1,12).

Non a caso diciamo che l’Eucaristia è il centro della nostra fede. Il cristianesimo è tutto qui: noi riconosciamo, come Elia, di non essere migliori dei nostri padri, di non essere migliori degli altri, di essere incapaci d’amore… E Cristo ci riempie di sé, cosicché possiamo anche noi – come ha detto s. Paolo – camminare nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

È Cristo che compie il miracolo. Ma anche noi abbiamo un sacrificio da offrire. In questa Eucaristia, offriamo a Dio il riconoscimento della nostra povertà, della nostra debolezza, del nostro peccato. Umiliamoci davanti a Lui. E Lui trasformerà la nostra vita ad immagine della sua.

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“Santa Maria, madre di Dio…”: siamo talmente abituati a questa formula, che la ripetiamo senza nemmeno farci più caso. Fu salutare, per me, molti anni fa’, vedere l’espressione di un giovane intellettuale africano che, con gli occhi sgranati, chiedeva: “Ma come può una donna mortale essere madre del Dio eterno?”.

Chiaramente il problema non riguarda la persona di Maria, ma la persona di Gesù, giacché se Maria è madre di Dio, lo è perché è madre di Gesù. Tutto sta, dunque, a capire chi è Gesù, chi è questo “bambino adagiato nella mangiatoia” che i pastori vedono con tanta gioia.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo si è tentato di dare risposte più o meno semplicistiche a questa questione, cadendo in errori ed eresie che si ripropongono incessantemente fino ai giorni nostri.

La più semplice è quella che vede in Gesù un uomo e basta: in antico era difesa dagli Ebioniti, oggi è la posizione comune dei non-credenti e dei non-cristiani. Più sfumata è la posizione di quelli che considerano Gesù come una creatura “celeste” – una sorta di angelo, magari il più importante degli spiriti creati – che ha preso carne nel grembo di Maria: in antico era questa la convinzione degli Ariani, oggi è quella, ad esempio, dei Testimoni di Geova.

Sul versante opposto, altri affermano la divinità di Gesù negando la sua umanità (in antico i Docetisti insegnavano che il corpo di Gesù era soltanto apparente – oggi nessuno giunge a tali eccessi), o impoverendola al punto da cancellarla (e questo capita purtroppo tra i devoti che, per non attribuire qualche mancanza a Cristo, ritengono che sin nella culla egli parlasse tutte le lingue del mondo, che conoscesse tutte le scienze, che non potesse sentire fatica o paura, ecc.).

Se i primi ritengono che Maria non sia madre di Dio, perché negano che Gesù è Dio, i secondi negano semplicemente che Maria sia madre, perché Dio non può avere una madre. Si tratta, fino a questo punto, di eresie molto rozze, tutte respinte sin dal primo concilio ecumenico (Nicea, 325), che riconosce Gesù come vero Dio e vero uomo. Sorsero però, in seguito, eresie più raffinate, riguardano il legame tra la natura umana e quella divina.

Per qualcuno (Eutiche) queste due nature si fondono, dando origine ad un miscuglio di uomo e Dio, che poi non sarebbe in realtà né propriamente uomo né propriamente Dio, ma una terza cosa. E chiediamoci se quest’eresia non riappaia in alcune interpretazioni moderne dell’incarnazione come “svuotamento” – termine pienamente ortodosso se interpretato nel senso paolino (Fil 2, 7), ma eretico se sottintende una perdita della divinità. Maria sarebbe così non la madre di Dio, ma di una persona che ha rinunciato all’identità divina.

Per qualche altro (Nestorio) le due nature rimangono separate, per cui il Cristo sarebbe non una ma due persone: la persona umana di Gesù Nazareno e la persona divina del Verbo. Questa è una tentazione ricorrente, quando leggiamo i Vangeli attribuendo alcune azioni di Cristo all’uomo  (ebbe fame, pianse, sentì stanchezza, paura e angoscia, patì, morì) ed altre a Dio (faceva miracoli, leggeva i cuori, rimetteva i peccati, risuscitò dai morti), come se la sua fosse una vita su due piani o, meglio ancora, se avesse due vite anziché una. Maria, in questa prospettiva, sarebbe la madre soltanto della persona umana (Gesù) e non certo della persona divina.

A queste eresie “più raffinate” aveva già dato una risposta la pietà cristiana, che si esprimeva in preghiere che riconoscevano Maria come theotokosDei genetrix (per esempio, l’antichissima antifona Sub tuum praesidium: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio…”, ma ci vollero due concilii ecumenici (Efeso, 375, e Calcedonia, 451) per definire pienamente la dottrina: Gesù Cristo ha due nature (umana e divina) che non si mescolano, non mutano nel loro incontrarsi e non sono separabili; le due nature sono unite tra loro nell’unica persona del Verbo, che è Dio ed assume per libero volere la natura umana. Dunque tutto ciò che Cristo opera deve essere inteso come operazione dell’unico e medesimo soggetto, sia le azioni umane sia le azioni divine. Tutto ciò che il Verbo di Dio ha operato in questa terra, l’ha operato servendosi dell’ umanità assunta (corpo e anima, intelligenza e volontà). Maria è dunque realmente madre di Dio, perché la persona che nasce da lei è una sola ed è Dio, anche se – ovviamente – da Maria Egli prende soltanto la natura umana.

Che conseguenze ha questo sulle nostre vite? Tante! Mi limito solamente ad accennarne tre:

– Il nostro Cristianesimo non può essere una “doppia vita”: siamo completamente uomini, la nostra comunità, la Chiesa, è una realtà integralmente umana; eppure questa umanità è assunta dal Verbo: in noi, nella nostra povera carne, risplende la luce di Dio.

– Lo “svuotamento” di sé, di cui Cristo ci ha dato l’esempio, non può essere una rinuncia alla nostra identità di figli di Dio: deve essere il modo in cui questa identità concretamente si incarna nella storia degli uomini, nella strada dell’umiltà e del servizio.

– Essendo Madre di Dio, Maria è madre della Chiesa, che è il corpo di Cristo, e di ciascuno di noi, che siamo sue membra: ricorriamo con amore e con fiducia a lei e camminiamo nella pace.

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holyfami

Facendosi uomo, il Figlio di Dio ha redento e santificato il mondo. Ma la prima cosa che ha redento e santificato è stato, naturalmente, il luogo in cui si è fatto uomo: la famiglia! Per questo la prima domenica dopo Natale si celebra la festa della Santa Famiglia. Ma la nostra celebrazione non è il semplice rievocare qualcosa del passato, o contemplare un’immagine di santità che sta nel cielo, in uno spazio irraggiungibile: la festa della Santa Famiglia deve aiutarci a costruire delle famiglie sante!

La festa di oggi ci invita a scoprire la volontà di Dio riguardo alla famiglia: qual è l’idea di famiglia che aveva in mente Dio, quando in principio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse dicendo: Siate fecondi, moltiplicatevi… L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

La famiglia doveva essere, nel disegno di Dio, la continuazione della creazione. In qualche modo, perciò essa prende il suo significato dalla creazione.

Che cosa è la creazione? È la partecipazione della vita per amore. Dio crea, dà la vita a degli esseri liberi perché è buono, perché è amore, e l’amore tende a diffondersi e a comunicarsi.

In questa luce la famiglia ci appare come la realtà voluta da Dio affinché la vita si diffonda nel tempo per mezzo dell’amore.

È possibile credere oggi e coltivare un’idea della famiglia così alta, senza sembrare degli illusi che vivono fuori del loro tempo? È possibile vedere ancora nella famiglia il nido della vita e la culla dell’amore di Dio, in un epoca di crisi come la nostra, in cui la essa è così spesso sotto accusa, così spesso teatro di fatti terribili? Noi cristiani dobbiamo rispondere: Sì, è possibile, anzi è necessario! È proprio questa la testimonianza di ottimismo che i credenti sono oggi chiamati a dare ai valori della creazione dalla parola di Dio.

Dal momento che il Figlio di Dio è diventato uomo in una famiglia umana, è possibile che le nostre famiglie diventino i santuari dell’amore e della vita: diventino sante.

Ma qual è il prezzo di questa santità (dirà qualcuno)? Non richiede forse un impegno eroico? In un certo senso sì, perché ogni vita cristiana autentica è una chiamata all’eroismo. Ma il segreto è la fede di cui ci ha parlato la seconda lettura: non staccarsi mai da Dio, tenersi saldi al quella radice da cui nacque un giorno la famiglia, cioè l’amore di Dio; mettere al centro Gesù Cristo, l’incarnazione dell’amore di Dio per noi.

Oggi si parla tanto di psicologia familiare, di pedagogia, di diritto di famiglia… Tutte cose buone, ma guai ad attendersi la rinascita della famiglia semplicemente da questi strumenti umani: sarebbe una delusione enorme. La rinascita può venire solo da un rinnovamento nell’amore; l’amore è la realtà che fa nascere e che sola può mantenere in vita una famiglia.

Questo sembra impossibile perché si pensa subito, ma a torto, a un certo tipo di amore che per se stesso è instabile, finito, recessivo – cioè destinato al declino – come ogni cosa e ogni sentimento umano. Ma no è così se tale amore è “rialzato” progressivamente dall’amore di Dio.

Questo è il senso autentico dell’amore di carità, l’amore del prossimo che costituisce il comandamento di Gesù e deve trovare il primo e il principale campo di azione nella famiglia. È strano che per amore del prossimo si intenda l’amore per il poveri del terzo mondo, per il lebbrosi, per i lontani, e non si intenda di solito l’amore del prossimo più prossimo, cioè di quello che sta vicino a noi e al quale noi stiamo più vicini.

Quando la carità viene a completare l’amore umano, allora i frutti sono meravigliosi. Solo questo tipo di amore, che non è più pura attrazione fisica, né sentimentalismo, ma vero dono di se stesso all’altro, è in grado di far superare la contrapposizione che oggi lacera le famiglie, è in grado di perdonare, di dare in silenzio, di dimenticare se stessi per gli altri…

Come si fa ad acquistare questa disposizione? Essa non è soltanto frutto di scelta giusta o di fortuna, anche se la scelta del proprio coniuge è una cosa importantissima. È frutto di generosità: è la vittoria contro l’egoismo, invisibile ma micidiale nemico dell’amore e, quindi, della famiglia. Ma è anche e soprattutto frutto della grazia, dell’aiuto di Dio. C’è un inno tradizionale che dice: “Dov’è carità e amore, qui c’è Dio”. Anche il contrario è profondamente vero: “Dov’è Dio, qui c’è carità e amore”.

Nella famiglia in cui Dio è presente per la fede di genitori, per l’ascolto della sua Parola, per la preghiera fatta in comune, per l’osservanza della sua legge, l’amore non mancherà, o potrà rinascere dopo ogni crisi.

Questa, in definitiva, la ragione del nostro ottimismo. Perciò preghiamo insieme oggi la S. Famiglia di Nazaret, perché Dio sia accolto davvero nelle famiglie ed esse tornino a risplendere come riflessi dell’amore creativo del Padre.

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