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Guarigione del sordomuto

Quante volte ci sentiamo smarriti di cuore! Quante volte percepiamo di essere come in esilio dalla vita vera e schiavi di tanti poteri nascosti, fuori e dentro di noi, che non riusciamo a identificare! E quante volte noi uomini e donne di Chiesa (sacerdoti, ma anche genitori, catechisti, ma anche operatori sociali) ci accorgiamo di non capire ciò che accade intorno a noi, di non essere in grado di parlare alle persone…! Ed allora ci illudiamo che un po’ più di “aggiornamento”, il ricorso a qualche metodo psicologico o altri mezzi umani possano guarirci e ridarci l’efficacia che ci manca.

La Parola di Dio viene oggi ad illuminare questa nostra situazione.

Il profeta Isaia (35, 4-7) annuncia che Dio viene a salvare un popolo di smarriti di cuore. I destinatari diretti di questa profezia sono i Giudei esiliati a Babilonia. La “salvezza” di cui si parla è la liberazione, il ritorno dall’esilio. Cosa c’entrano dunque i miracoli di guarigione che vengono promessi dopo: “Si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”?

È evidente che il profeta usa un linguaggio figurato. I suoi interlocutori non erano materialmente ciechi, sordi, zoppi e muti, o almeno non erano di questo genere i problemi che dovevano affrontare in quel momento: erano esuli e schiavi in terra straniera. Ma il profeta va all’origine del loro problema: siete schiavi, siete “smarriti di cuore” perché siete diventati come gli idoli delle genti, che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono… hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono” (Sal 115, 5-7). Chi abbandona il Signore e pone la sua fiducia negli idoli, diventa come loro.

La salvezza non può dunque limitarsi a un rientro in patria, se permangono le condizioni che hanno determinato la schiavitù e l’esilio: sarebbe un ritorno effimero e questo popolo si troverebbe presto a ricadere nell’oppressione. C’è bisogno di una guarigione! Si devono aprire spiritualmente i loro occhi e devono diventare capaci di vedere le opere del Signore, i loro orecchi sordi devono schiudersi alla Parola di Dio, i loro piedi che zoppicano sulla via dei suoi comandamenti devono essere sanati, la loro lingua muta deve sciogliersi per gridare l’annuncio della salvezza.

Il Vangelo dichiara che questa profezia di salvezza si è realizzata in Cristo Gesù: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”  (Mc 7, 37).

Notiamo che l’azione di Gesù a cui queste parole si riferiscono si svolge in un territorio pagano, segnato dall’idolatria. Il sordomuto che Gesù guarisce è dunque icona dell’idolatra che è diventato come i suoi idoli.

Gesù viene pregato di imporgli la mano, ma egli non si limita a questo gesto generico di benedizione e di simpatia: lo porta in disparte, lontano dalla folla, perché la vera guarigione è il frutto di un incontro profondo, personale con lui, che viene impedito dalla dispersone e dalla superficialità che regna in mezzo alla folla.

Gesù compie dapprima dei gesti di alto valore simbolico: gli pose le dita negli orecchi– il “dito di Dio” è lo Spirito Santo (cf. Lc 11, 20) – e con la saliva gli toccò la lingua – la saliva, nel mondo semitico, rappresentava lo spirito solidificato (cf. anche Gv 9, 6). Volge quindi lo sguardo verso il cielo– gesto di preghiera, rivolto al Padre, fonte della salvezza che Gesù realizza – ed emette un sospiro, che ricorda la creazione di Adamo (Gn 2, 7). Pronuncia infine la parola della guarigione: “«Effatà», cioè «Apriti!», e l’uomo, chiuso nella sordità e nel mutismo della sua idolatria, si apre all’ascolto della Parola di Dio e all’annuncio.

Davvero Gesù ha fatto bene ogni cosa. Queste parole fanno riferimento alla conclusione del racconto della creazione (Gn 1, 31, LXX): la salvezza operata è una nuova creazione, l’uomo guarito è una creatura nuova.

La Parola di Dio, per tornare a noi, ci svela che l’oppressione che sperimentiamo, che la schiavitù che ci tiene, è una conseguenza dell’idolatria, del fatto che abbandoniamo il Signore e poniamo la nostra fiducia in cose che non possono salvare. Anche noi abbiamo bisogno di essere guariti!

Lasciamo quindi che il Signore ci conduca con sé in disparte dalla folla! Se viviamo nel rumore, immersi nel caos dei social, frastornati dai suoni e dalle parole dei media, ci sottraiamo all’incontro con lui, gli impediamo di guarirci. Poi magari andiamo in chiesa, magari ci accostiamo anche ai sacramenti, come se fosse sufficiente farci mettere una mano in testa dal Signore per ottenere la pace; ma sufficiente non è. Dobbiamo entrare in una relazione profonda con lui, dargli modo di toccarci le orecchie e la lingua col suo Spirito, recuperare l’intimità col Signore e lasciarci guarire da lui. Allora si realizzerà anche per noi la profezia: Coraggio, non temete! Egli viene a salvarvi.

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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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Mosè e Gesù

Sia il libro del Levitico (13, 1-2. 45-46) sia  il vangelo di Marco (1, 40-45)  ci parlano di lebbrosi, ma con grande contrasto.

Nel primo testo vediamo come si comportava la legge di Mosè davanti a uno sventurato colpito dalla lebbra. Sono prescrizioni che spaventano: l’infelice deve allontanarsi dalla società, vivere fuori dall’accampamento; deve portare vesti strappate, avere i capelli disciolti e gridare: Impuro! Impuro!, perché nessuno si accosti a lui. La società si difende dal lebbroso, anziché aiutare il lebbroso.

Al tempo di Gesù la segregazione era regolata in modo tale che i lebbrosi non potevano mettere piede in Gerusalemme e nelle città che fin dai tempi più remoti erano circondate da mura. Potevano fermarsi nelle altre località, ma dovevano vivere per conto proprio. L’incontro con un lebbroso rendeva impuri.

La legge di Mosè era spietata? Si può dire che era ispirata dalla preoccupazione della santità di Dio e del suo popolo; nulla di impuro e di corrotto deve contaminare questa santità; tutto quello che ha attinenza con la morte deve essere tenuto lontano dal Dio della vita. E la lebbra è il simbolo della corruzione, dell’impurità: è il principio della corruzione e della morte. D’altra parte, la teologia rabbinica considerava la lebbra una punizione di Dio per i peccati commessi e, di conseguenza, vedeva nel lebbroso un peccatore.

Nel vangelo vediamo come si comporta Gesù davanti al lebbroso. Gesù si commuove, stende la mano, lo tocca e lo guarisce. E questo in un tempo in cui si credeva che toccare un lebbroso significava contagiarsi, diventare immondo ed escludersi anche dal culto di Dio. Ma il tocco di Gesù guarisce.

Potremmo concludere la nostra riflessione limitandoci ad osservare che Gesù, con grande potenza e con tanto amore salva questo povero lebbroso. Ma servirebbe a poco, se non considerassimo che vi sono lebbrosi anche nel nostro tempo e che, anzi, i primi lebbrosi siamo noi stessi!

Gesù e Francesco

San Francesco scrive, nel suo Testamento:

“Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo” (FF 110).

Francesco, quando – com’egli stesso scrive – era nei peccati, non era meno misero dei lebbrosi di cui aveva orrore. Condotto dal Signore in mezzo ad essi, non ci viene detto che i lebbrosi guarirono, ma che guarì il suo cuore: usò con essi misericordia e ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.

Francesco comincia a guarire dalla lebbra del suo peccato quando è condotto dal Signore sulla via della misericordia, quando comincia ad avere verso i miseri gli stessi sentimenti di Gesù; quando cessa di fuggirne la vista, quando accoglie dentro di sé l’amarezza che gli causano.

E noi?

Ci sono, intorno a noi, persone la cui vista ci appare “cosa troppo amara”? Persone che la nostra società nasconde, che il nostro subcosciente rimuove, come faceva la legge di Mosè, un po’ per paura del contagio, un po’ per non doversene far carico?

Anziani e disabili, malati, soprattutto malati di mente, alcolizzati, drogati… C’è tutta un’umanità che abbiamo relegato ai margini, perché ci sembra cosa troppo amara vederli. Noi forse ne abbiamo paura, perché i miseri ci ricordano la sofferenza e la morte. E spesso mascheriamo la nostra paura con il moralismo, giudicandoli peccatori.

Non che questo sia sempre sbagliato: ogni miseria, ogni sofferenza è, in modo spesso imperscrutabile, una conseguenza del peccato che c’è nel mondo. Ma Gesù guarisce la lebbra, cioè rimette i peccati e risana l’uomo. Prende su di sé tutte le nostre sofferenze. Salva, talvolta, anche dal male fisico e dalla morte, ma perché sappiamo che egli è in grado di salvarci da quel male più profondo e più radicale di tutti che è il peccato.

E ricordiamoci che il peccato più grande è quello di non aver misericordia; la lebbra più grave è quella di un cuore che non si commuove della sofferenza altrui. Anche da questo – anzi, leggendo la testimonianza di san Francesco dobbiamo dire: soprattutto da questo – il Signore ci guarisce.

Il Signore ci guarisce

Ma c’è una parte essenziale di questa pagina del Vangelo che è rimasta finora fuori dalla nostra attenzione. Quel lebbroso andò da Gesù, gli si getto in ginocchio dinanzi, gli gridò: Se vuoi, puoi guarirmi!

C’erano, forse, tanti altri lebbrosi nascosti nei dintorni; ma si vergognano di mostrarsi. Quest’uomo, invece, vince la vergogna e la paura: viene riconosciuto da tutti come immondo e peccatore, ma confessa pubblicamente di essere tale, chiede la salvezza a Gesù.

Il Vangelo di oggi ci chiede di riconoscerci peccatori, confessare i nostri peccati, soprattutto il peccato più grave che è quello di non avere un cuore misericordioso, e di chiedere a Gesù di guarirci e purificarci.

E allora faremo anche noi l’esperienza scioccante fatta dal giovane Francesco quando era ancora nei peccati: il Signore ci condurrà proprio verso ciò che ci appare troppo amaro, proprio verso chi ha una miseria diversa dalla nostra e per noi più ripugnante, ma grazie alla misericordia tutto questo ci si cambierà in dolcezza e cominceremo sul serio a convertirci.

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