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Elia nel deserto

Persino i profeti possono andare in depressione. Il Primo libro dei Re (19, 4-8) ci racconta che Elia, mandato ad un popolo idolatra e testardo, perseguitato da un potere politico corrotto e violento, costretto alla fuga, a un certo punto non ce la faceva più: si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino, andò a sedersi leopardianamente sotto una ginestra e, desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.

Elia si percepisce inadeguato, la situazione lo getta nello sconforto, nella tristezza, a un filo dalla disperazione. Ma proprio allora, riceve un cibo che gli dà la forza di camminare per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio.

Quello che nella storia di Elia era solo un segno, per noi discepoli di Gesù è realtà: Gesù è il Pane disceso dal cielo; Gesù è il Pane della vita(Gv 6, 41-51).

Per capire il discorso del Pane di vita – come per capire l’intero vangelo di Giovanni – bisogna partire dal Prologo: il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, il Verbo in cui tutto sussiste, il Verbo che sostiene ogni cosa… si è fatto carne. Ed ora si fa cibo. Gesù è il Pane, cioè il nostro nutrimento, principio di vita, di crescita, di energia.

La Parola si fa carne per salvarci e questa incarnazione non è solamente un atto po­sto a un determinato punto, all’inizio dell’esistenza terrena di Gesù; tutta la storia di Gesù è incarnazione della Parola, in tutta la sua vita Gesù è il pane del cielo, il nutrimento eterno che esce dalla bocca di Dio e si fa carne per noi. Ecco perché si insiste tanto sul fatto che questo pane è disceso dal cielo.

Nella Bibbia troviamo due o tre volte l’immagine di Dio che dà al profeta la sua parola come cibo. Dice il profeta Geremia:Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore(Ger 15, 16). Al profeta Ezechiele Dio tende un libro e gli dice: “Figlio dell’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo” (Ez 2, 9 – 3, 1); ritroviamo la stessa immagine nell’Apocalisse di Giovanni (10, 8-10).

C’è una differenza enorme – come nota P. Raniero Cantalamessa – tra il libro semplicemente letto e il libro mangiato. Nel primo caso il libro resta esterno, il rapporto con la Parola è mediato, distaccato; la Parola è passata solo attraverso gli occhi o il cervello dell’uomo. Nel secondo caso – il libro mangiato – la Parola si “incarna” nell’uomo, diventa “parola di carne”, parola viva ed efficace. Il rapporto tra il discepolo e la Parola è immediato e personale. C’è una sorta di misteriosa immedesimazione che fa pensare, appunto, al fatto dell’incarnazione. Il discepolo che “mangia” la Parola e l’accoglie nelle proprie “viscere”, come fece Maria, permette alla Parola di Dio di “incarnarsi” nuovamente e di “abitare in mezzo agli uomini”. La Parola mangiata è una parola “assimilata” dall’uomo, sebbene si tratti di una assimilazione passiva (come nel caso dell’Eucaristia), cioè di un “essere assimilato” dalla Parola, soggiogato e vinto da essa, che è il principio vitale più forte.

Evidenziamo i tempi delle affermazioni di Gesù: “Io sono il pane della vita” (presente);“Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia” (presente); Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (ancora presente). Tutto l’essere, l’agire e il parlare di Gesù sono la sua carne per la vita del mondo, sono pane per noi (cfr. 8,28; 14,24) e noi dobbiamo nutrirci di lui. Ma alla fine Gesù usa il tempo futuro: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Tutta la vita terrena di Gesù è mistero del Verbo fatto carne e della carne fatta pane, fino al giorno in cui, nel più profondo della sua debolezza d’uomo, Gesù accetta, come non aveva potuto ancora fare mai, di dare la sua carne e versare il suo sangue per la vita del mondo. Nella Pasqua di Gesù il mistero dell’incarnazione del Verbo raggiunge il suo culmine: la carne donata, il sangue versato, sono accolti dal Padre, che, risuscitandolo, ricolma il Figlio di ogni pienezza, e noi da questa pienezza riceviamo grazia su grazia (1,16). Gesù è l’Agnello pasquale di Dio, santificato nello Spirito e traboccante di Spirito e perché, nella fede, gli uomini si nutrono di questo Agnello di Dio, di questo «Pane di Dio» (6,33), e diventano figli di Dio nella comunione del Figlio (cfr. 1,12).

Non a caso diciamo che l’Eucaristia è il centro della nostra fede. Il cristianesimo è tutto qui: noi riconosciamo, come Elia, di non essere migliori dei nostri padri, di non essere migliori degli altri, di essere incapaci d’amore… E Cristo ci riempie di sé, cosicché possiamo anche noi – come ha detto s. Paolo – camminare nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

È Cristo che compie il miracolo. Ma anche noi abbiamo un sacrificio da offrire. In questa Eucaristia, offriamo a Dio il riconoscimento della nostra povertà, della nostra debolezza, del nostro peccato. Umiliamoci davanti a Lui. E Lui trasformerà la nostra vita ad immagine della sua.

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mose-serpente

L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

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