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Tentazione

Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, leggiamo della tentazione di Gesù nel deserto. Siamo abituati ai racconti di Matteo e Luca, che narrano delle tre tentazioni del diavolo che tenta di separare Gesù dal Padre. Quest’anno, invece, la liturgia ci fa ascoltare il testo molto più essenziale di Marco, in cui tutta la vicenda è riassunta in queste parole: “Nel deserto rimase quaranta giorni tentato da Satana” (Mc 1, 13a).

Marco non dice nulla circa il contenuto delle tentazioni. Ci dà, tuttavia, il nome del tentatore, un nome che è tutto un programma: Satan, che in ebraico significa “accusatore”. Satana è certamente “diavolo”, perché vuol dividere, ma il suo nome ci dice anche come egli tenta di operare la divisione: mediante l’accusa!

Satana è una potenza invidiosa della felicità dell’uomo, nemica della natura umana e perciò nemica di Dio e del suo disegno d’amore. La strategia di Satana è tesa a rovinare l’uomo per togliere gloria a Dio, se mai ci riuscisse. E la tattica che usa è racchiusa nel suo nome: l’accusa. Accusa Dio davanti agli uomini, accusa gli uomini davanti a Dio, accusa gli uomini davanti agli altri uomini, accusa l’uomo davanti a se stesso.

Satana accusa Dio davanti agli uomini, insinuando – come ad Eva nell’Eden (Gn 3, 1-5)– il dubbio sulla bontà di Dio, sulla sua giustizia, sulla sua potenza. Quanti peccati commettiamo a causa di questa tentazione! Si tratta di una tentazione di superbia, perché pretendiamo addirittura di farci noi giudici di Dio e così rifiutiamo il suo amore, non ci fidiamo della sua guida, cadiamo nella disperazione. Gesù sulla croce è la vittoria radicale su questa tentazione: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”: tutto è dolore, tenebra, morte, ma io so che tu sei buono, che mi ami, che mi ridarai vita. Gesù si liberò di Satana già nel deserto con un atto di totale adesione alla volontà del Padre, consegnando definitivamente a lui la sua libertà.

Il libro dell’Apocalisse (12, 10) ci dice poi che Satana accusa gli uomini davanti a Dio “giorno e notte”. Mette in luce i nostri peccati, le nostre debolezze, le nostre incoerenze, cercando di trascinarci nella sua stessa condanna; una condanna che – considerando la giustizia in astratto – certamente noi meriteremmo Qui però Satana sperimenta la propria impotenza, perché Dio, ovviamente, non cede alle sue accuse. Non perché non siano vere (è evidente che siamo peccatori!), ma perché la bontà di Dio si manifesta maggiormente proprio nel perdono e nella salvezza offerta ai peccatori.

Allora Satana, visto che lui non c’è più posto nel cielo, se ne va a portare le sue accuse tra gli uomini. È ciò che riscontriamo nel Vangelo quando vediamo i Farisei che si scandalizzano perché Gesù riceve i peccatori e mangia con loro, o gli portano l’adultera per la lapidazione… Si fanno, come Satana, “avvocati della giustizia”, per non ammettere che hanno un cuore privo del primo requisito della giustizia vera e divina, che è l’amore! Anche qui, la tentazione affonda le radici nella superbia umana, che ci porta a disprezzare gli altri per esaltare noi stessi. Gesù – l’unico che poteva realmente giudicare – dice di non essere venuto per condannare, ma per salvare (cf. Gv 12, 44-50).

C’è un altro aspetto dell’azione satanica che va considerato: Satana accusa l’uomo davanti a se stesso: prima ti alletta con il peccato e, dopo che l’hai commesso, ti accusa di essere caduto, ti fa sentire sporco, peggiore degli altri, imperdonabile. È il peccato di Giuda, non quando tradisce Gesù, ma quando va ad impiccarsi. Ed anche qui, la radice sta nella superbia umana che pretende di essere superiore e, non riuscendovi, cade nella disperazione. All’opposto troviamo san Paolo che dice: io non giudico me stesso, perché mio giudice è il Signore (cf. 1 Cor 4, 4). Se lasciamo il giudizio al Signore troveremo misericordia e pace: “qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore” (1 Gv 3, 20).

Gesù nel deserto si libera di Satana, l’accusatore, per liberare gli uomini dalle sue accuse. Dobbiamo accogliere questa liberazione: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15). Quando uno si converte e crede, si consegna totalmente alla volontà del Padre e continua a fidarsi di lui anche nel buio più totale, Satana perde ogni potere su di lui ed egli partecipa, così, della potenza liberatrice di Cristo. La sua parola e la sua vita, nel piccolo o nel grande, a seconda del posto dove il Signore lo ha messo, sono un reale esorcismo, non però un esorcismo a parole ma a fatti. Dove lui o lei arriva, il nemico è snidato e messo in fuga, non dalle capacità umane, s’intende, ma dalla grazia che porta dentro e che lo rende partecipe della santità stessa di Cristo.

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guarigione

Diamo prima di tutto uno sguardo alle tre letture di questa V domenica del Tempo ordinario, anno B[1].

La prima lettura ci ha fatto ascoltare un brano del lamento di Giobbe: quest’uomo pieno di dolori, di lutti, di malattie… Il suo lamento si potrebbe intitolare: la miseria della condizione umana.

La vita dell’uomo – dice – è un duro lavoro, i suoi giorni trascorrono con la velocità di una spola che tesse la tela; la vita è un soffio. “Un soffio”… è qualcosa che appena emesso si disperde senza lasciare traccia… Breve, inconsistente.

Nel vangelo ritroviamo tutto un campionario delle cose che fanno soffrire l’uomo e rendono la sua vita – come diceva Giobbe – simile a quella di uno schiavo.

Si parla della febbre, di ogni sorta di malattie e di quel male oscuro, più terribile di tutti, che è, per il Vangelo, la possessione diabolica.

Ma il brano del vangelo di oggi è il racconto di una giornata come tante di Gesù all’inizio della sua vita pubblica: ogni giorno Gesù curava i malati, pregava e predicava il Regno, annunziava il Vangelo.

La seconda lettura si inserisce a questo punto, come un appello forte all’annunzio del vangelo: “Guai a me se non evangelizzo!” dice san Paolo.

Il punto da cui dobbiamo partire è proprio quello dell’esperien­za della sofferenza, ricordata da Giobbe: la vita dell’uomo sulla terra è un duro lavoro; è una battaglia:

All’esterno, nel nostro corpo, troviamo malattie, dolori, fame, morte. Dentro, nella nostra anima, troviamo lo scoraggiamento, che porta un sofferente come Giobbe a dire perfino: “Maledetto il giorno in cui sono nato!”.

Questa situazione non è voluta da Dio. Dio ha creato l’uomo perché fosse felice: dice un Salmo che l’ha fatto poco inferiore agli angeli, lo ha coronato di gloria e gli ha sottomesso ogni cosa: le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare.

Perché allora questo abisso tra quello che Dio voleva per noi quando ci ha creati e la nostra miseria? La Scrittura risponde: per il peccato!

Certamente, noi cristiani e tutti gli uomini dobbiamo darci da fare perché la condizione dell’uomo su questa terra migliori: dobbiamo dare da mangiare e da bere ai bisognosi, vestire chi non ha da coprirsi, alloggiare i senzatetto, curare gli ammalati, visitare i carcerati… E dobbiamo darci da fare perché la società sia più giusta.

Ma questo non basta! Perché il peccato che è nell’uomo, se non viene sconfitto, porterà sempre nuove ingiustizie e nuove sofferenze!

Certo, Gesù compie anche guarigioni fisiche: l’abbiamo visto nel Vangelo. Come in altre occasioni dà perfino da mangiare alla folla moltiplicando i pani e i pesci.

Ma non è questa la cosa più importante: quando Gesù moltiplicò i pani la gente voleva prenderlo per farlo re, ma lui se ne scappò via. Nel Vangelo di oggi la gente lo cerca come guaritore: avrebbe potuto aprire una specie di ospedale nella casa di Pietro, se la guarigione fisica fosse stato lo scopo principale.

E invece Gesù se ne va a pregare in un luogo deserto la mattina presto: è il Padre l’unica ragione del suo operare.

E quando Pietro lo trova e gli dice: “Tutti ti cercano”, lui se ne va in giro a predicare per tutta la Galilea. E predica “il Vangelo”, ossia la buona notizia che Dio dà la vita agli uomini, che la vita ha un senso in Cristo che salva e ci riempie di gioia.

Se la nostra vita è triste, perché piena di sofferenze, dobbiamo chiedere a Cristo di guarirci con il suo Vangelo. Ma se abbiamo accolto il Vangelo dentro di noi, dobbiamo metterci a servizio del Regno di Dio annunciando il Vangelo a tutti, nello spirito di san Paolo:

“Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Si fa servo di tutti per conquistare qualcuno. Che vantaggio spera di ottenere? Nessun vantaggio: chi ha conosciuto la gioia di Cristo non può tenersela per sé.

 

[1] Riprendo in forma abbreviata alcune riflessioni di R. Cantalamessa.

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Abbiamo tutti negli occhi, nelle orecchie e nel cuore le immagini e le voci dei terribili attentati di venerdì sera a Parigi. Dobbiamo tenerle presenti mentre ascoltiamo le parole del profeta Daniele: “Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo”, e le parole di Gesù: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.

Dobbiamo tenerle presenti per capire cosa significa l’antifona d’ingresso della liturgia di oggi: Dice il Signore: “Io ho progetti di pace e non di sventura; voi mi invocherete e io vi esaudirò, e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”. (Ger 29,11.12.14)

Dobbiamo tenerle presenti perché abbiamo la tentazione di dire: ma Dio dov’è? Ma queste tribolazioni, queste angosce non porteranno tutto allo sfacelo e alla rovina? Non stiamo assistendo forse al trionfo del male e della morte?

Erano tempi di sofferenza anche quelli in cui è stato scritto il libro del profeta Daniele, che abbiamo ascoltato nella 1. lett. E il Signore gli annuncia la liberazione: il santo angelo di Dio, Michele, che veglia sul popolo, sorgeràper fare giustizia.

Eppure l’era della liberazione si apre con un tempo di angoscia come non c’era mai stata dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo. Possiamo dire che l’era della salvezza si annuncia con i dolori del parto.

L’angoscia prepara la risurrezione dei morti, e la risurrezione precede il giudizio: il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere: una risurrezione di vita eterna per i giusti, una risurrezione di vergogna eterna per i malvagi.

Ma l’accento è sulla vita: i saggi (coloro che hanno cercato e vissuto la sapienza di Dio) e i maestri (coloro che hanno insegnato la giustizia) parteciperanno allo splendore di Dio stesso

Il Salmo ci dice perché questi uomini parteciperanno di questo splendore: è Dio che indica il sentiero della vita, quindi i saggi e i mestri di giustizia compiono l’opera di Dio. Per questo la loro vita non è abbandonata nel sepolcroe la loro carne non vede la corruzione.

Il NT ha applicato questo Salmo alla Risurrezione di Cristo: è lui “il santo”, il saggio, il maestro di giustizia. Il Padre non l’ha abbandonato alla morte, lo ha risuscitato.

Però anche per lui la gloria della Risurrezione è giunta attraverso l’angoscia della Croce: il parto di dolore che ha rigenerato il mondo.

Ce lo ha detto con chiarezza la lettera agli Ebrei: l’offerta di Cristo, il sacrificio della Croce gli ha aperto la gloria definitiva: si èassiso alla destra di Dio, e ci ha introdotti nella sua santità.

Ma tutto ciò non ha abolito la tribolazione e la lotta: tutti noi aspettiamo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Il che significa che i suoi nemici sono già vinti, ma non ancora del tutto sottomessi.

Cristo ha già vinto, noi siamo già perdonati e santificati, resi perfetti. Tuttavia lottiamo e triboliamo, portando la morte di Cristo nella nostra carne, per essere partecipi della sua Risurrezione.

Di tribolazioni il mondo ne ha viste tante, e quelle che viviamo oggi sono solo una parte. E il Vangelo ci ha detto che sono ancora nulla di fronte a ciò che dovrà venire:

Tutti i punti di riferimento dell’uomo verranno meno: il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo splendore, gli astri si metteranno a cadere dal cielo.

Coloro che mettono la propria fiducia nei punti di riferimento terreni saranno disorientati, perché passa la scena di questo mondo. Chi dunque si può salvare?

Chi mette la sua fiducia nel Cristo: lui è l’unico che non passa: “Cieli e terra passeranno, le mie parole non passeranno”.

Allora comprendiamo anche il senso delle sofferenze presenti: non sono il segno che Dio si è stancato di noi o che il bene sia sconfitto, tutt’altro: sono la lotta di Cristo contro il male. E sono segni per noi: debbono condurci alla fede, cioè a mettere in Dio e solo in Dio la nostra speranza.

Le tribolazioni e le angoscie presenti sono altrettanti richiami a lottare al fianco di Cristo, a portare con lui la croce di questo mondo, faticando per la liberazione dei poveri e degli oppressi.

Le sofferenze sono inviti ad aquistare la saggezza, a diventare maestri di giustizia, per partecipare con lui alla Risurrezione di vita eterna.

Ma è necessario fare una chiara scelta di campo. Con chi stai?

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Oggi 26 marzo 2015, alle 15:00 nell’aula 40 della Pontificia Università Urbaniana, lezione sulle virtù umane del formatore.

Cliccando qui si scarica il power point della lezione: Le virtù del formatore

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6. domenica del Tempo Ordinario – A

Nella pagina evangelica di questa domenica, Gesù ci parla con insolita durezza. Ci presenta dei rischi gravissimi: essere considerati minimi nel regno dei cieli o addirittura non entrarvi; essere sottoposti al giudizio, al sinedrio, al fuoco della Geenna; essere consegnati al giudice, alla guardia, gettati in prigione finché non si è pagato fino all’ultimo spicciolo. Al punto che è preferibile cavarsi un occhio o tagliarsi una mano pur di evitare castighi peggiori, pur di non essere esclusi dal regno dei cieli.

Il regno dei cieli è aperto per noi, ma dobbiamo entrarvi. E questo spetta a noi, giacché Gesù ci dice che per entrare nel regno dei cieli bisogna che la nostra giustizia superi quella degli scribi e dei farisei.

Gli scribi sono la parte più istruita del popolo, i maestri nella conoscenza delle Scritture. I farisei sono i più impegnati nell’osservanza dei comandamenti. Dunque Gesù ci sta dicendo che se la nostra giustizia non supererà il meglio del meglio, non entreremo nel regno dei cieli. Concretamente cos’è questa giustizia? È la conformità alla volontà di Dio, è l’osservanza dei suoi comandamenti. Se mi amate – dice Gesù – osservate i miei comandamenti (Gv 14, 15). I comandamenti insistono sul fatto che la fede cristiana è un modo di comportarsi nel mondo. Su questo mondo c’è una volontà del Padre che è in vigore. I paletti concreti di questa volontà sono i comandamenti, così come sono formulati in modo durevolmente valido nella Legge e nei Profeti e come sono stati compiuti da Gesù. Essi non possono essere aggirati.

Tanto per essere concreti, nel vangelo di oggi Gesù richiama tre comandamenti fondamentali (nel decalogo sono il V, il VI e l’VIII) che, d’altra parte, costituiscono le delle tre condizioni fondatrici di una civiltà: la proibizione dell’omicidio, dell’adulterio e della menzogna.

Per quanto riguarda il V comandamento, non c’è bisogno di molte parole per spiegare che sarebbe impossibile la vita civile se fosse permesso eliminare l’altro con l’omicidio. Laddove l’omicidio viene legalizzato, la civiltà è prossima al suo crollo, perché vengono meno le basi del dialogo e della solidarietà reciproca. Su questo dovrebbero riflettere tutti coloro che propugnano, come “diritti civili”, l’aborto e l’eutanasia. Lungi dall’essere “diritti”, queste azioni distruggono la tenuta stessa della società.

La proibizione dell’adulterio si colloca sul piano della protezione della famiglia, in quanto struttura fondamentale della civiltà.  Oltre un secolo fa, G. K. Chesterton predisse un tempo in cui fuochi sarebbero stati attizzati per testimoniare che due più due fa quattro e sarebbe stato necessario sguainare le spade per affermare che in estate le foglie sono verdi. Ebbene, il tempo è venuto. Intendiamo qui sostenere che la famiglia è la società naturale che nasce dal matrimonio. E per matrimonio intendiamo l’unione stabile e socialmente riconosciuta di un uomo e una donna, che avviene nell’amore e per l’amore, con un orientamento naturale alla procreazione e all’educazione della prole. Queste affermazioni, che dovrebbero risultare banali, nel nostro tempo finiscono con l’essere sovversive e scandalose. Siamo consapevoli che dal punto di vista sociologico, la famiglia fondata sul matrimonio è una delle molte varianti possibili; quel che intendiamo sostenere è che questa forma di famiglia è l’unica che consente una vita umana e sociale realmente buona e felice. Ed il VI comandamento la protegge.

Badiamo bene: il comandamento non proibisce soltanto il tradimento del coniuge e il divorzio. A partire dagli inizi della predicazione profetica, in Israele risultava impossibile qualsiasi legittimazione del sesso al di fuori del matrimonio, ancor più esplicitamente, il NT è caratterizzato dal deciso rifiuto di qualsiasi rapporto sessuale extra-matrimoniale. Per il messaggio biblico, sessualità e matrimonio sono realtà che si ricoprono (o dovrebbero ricoprirsi) perfettamente, in quanto non si ammette alcuna pratica sessuale se non nel matrimonio. Ogni altra forma di esercizio sessuale (omosessualità, adulterio, onanismo, prostituzione, ecc.) anche se non ignota né assente nell’ambiente biblico, è condannata senza riserve.

La proibizione della menzogna (VIII comandamento) nasce dall’essenza stessa della comunicazione, in modo evidente: comunicare è porsi in relazione veridica; se non posso attribuire valore di verità a quanto l’altro mi dice, a che serve dialogare? D’altra parte, se penso di poter mentire a qualcuno è perché ritengo che egli non meriti la verità; il che significa che sto negando la sua dignità, la sua equivalenza con me. L’acme della menzogna è costituito dall’idolatria: questa consiste nell’abdicare alla propria dignità per costituirsi oggetto di altri (divinizzazione menzognera dell’altro e prostituzione dell’Io), oppure nello strumentalizzare l’altro per renderlo proprio oggetto (divinizzazione menzognera dell’Io e prostituzione dell’altro).

Quando, nelle antitesi che abbiamo ascoltato, Gesù dice: “Avete udito che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…”, egli non chiede qualcosa di meno rispetto ai comandamenti: ne richiede l’osservanza piena, totale, rigorosa e radicale. “Gesù – dice Benedetto XVI – ci sta davanti non come un ribelle né come un liberale, ma come l’interprete profetico della Torah che Egli non abolisce, ma porta a compimento”.

Solo che ora la volontà di Dio, tramandata come Torah (legge), è una realtà vivente: Gesù è il Messia, è il Maestro unico che insegna la volontà di Dio perfettamente, con le sue parole e con la sua vita.

Gesù ci mostra nella sua persona che il centro della legge e dei profeti, il senso della giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei, sta nell’amore: questo è il compimento della legge. Il comandamento dell’amore non cancella i più piccoli comandamenti, perché per chi ama non c’è nulla di troppo piccolo da risultare indifferente: “Mi hai ferito il cuore – canta lo sposo del Cantico – mi hai ferito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana” (Ct 4, 7). E allora capisci che basta uno sguardo adulterino per disgustare lo sposo, basta una parola cattiva verso uno dei suoi figli per causargli dolore, basta un cedimento alla menzogna per ferire amaramente chi ti ama infinitamente e ti richiede una risposta adeguata.

E se ami uno che ha dato la sua vita sulla croce per te, sarai ben disposto a tagliarti una mano o cavarti un occhio pur di stare con lui; pur di non dargli dolore, dirai anche tu, come il giovane san Domenico Savio: “La morte, ma non i peccati”.

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