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Dopo aver accettato la confessione di Pietro che lo riconosce come Messia, Gesù spiega in che modo sarà Messia, in che modo opererà la salvezza: Cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Mt 16, 21).

Perché “doveva”? Perché questo è il modo che il Padre ha scelto per operare la salvezza. A Pietro questo non piace.

Si fa presto a dire che Pietro (e i discepoli con lui) aveva una concezione “giudaica” secondo la quale il Messia doveva essere un re vittorioso e non un servo sofferente. Povero Pietro, rozzo e ignorante, mentre noi abbiamo capito tutto! Anziché ridere di Pietro, forse dovremmo interrogarci su noi stessi. Forse anche noi abbiamo un’idea del Messia che è secondo gli uomini e non secondo Dio (Mt 16, 23).

Come nasce questa idea? Nasce da una convinzione giusta: l’idea che Dio vuole il nostro bene; a questo, spontaneamente aggiungiamo che il nostro bene include anche il benessere terreno, la prosperità – il che non è sbagliato. Poi però pian piano ci siamo convinti che il bene che Dio desidera per noi consiste nel benessere terreno e nella prosperità. Dunque, che senso ha il sacrificio? Nessuno! Anzi, il sacrificio di Cristo finisce con l’apparirci incomprensibile o persino repellente e spaventoso.

Naturalmente la crocifissione non può essere cancellata dalla storia, ma deve diventare un incidente di percorso, non il punto centrale. Dunque è importante ciò che Gesù insegna – l’amore, il perdono, la giustizia – ma non ciò che Gesù fa – dare la sua vita in riscatto per molti. Così ci siamo fabbricati un cristianesimo senza sacrificio: un cristianesimo impossibile. “Il cristianesimo è inconcepibile senza il sacrificio, senza la possibilità di attribuire un significato positivo alla sofferenza. La crocifissione non può essere liquidata come uno spiacevole contrattempo di una pregevole carriera di insegnamento” (Ch. Taylor).

Dunque non solo Pietro, ma anche noi dobbiamo rivedere qualcosa nell’idea del Messia che ci siamo fatti. Dobbiamo riscoprire che l’opera di Dio va al di là del nostro benessere terreno. Dobbiamo riscoprire il senso dell’azione di Cristo: la salvezza realizzata dal suo sacrificio sulla croce.

Prima di Gesù, il sacrificio di espiazione serviva a placare un Dio irato per il peccato. L’uomo, offrendo a Dio un sacrificio, chiedeva alla divinità la riconciliazione e il perdono. Nel sacrificio di Cristo la prospettiva è rovesciata. Non è l’uomo a esercitare una influenza su Dio perché si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui. “La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio di riconciliarsi con lui” (R. Girard). In questa luce si capisce l’affermazione dell’Apostolo “È Dio che ha riconciliato con sé il mondo in Cristo” (cf. 2 Cor 5, 19) e ancora: “Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo” (Rm 5,10).

Sulla croce Gesù smaschera e spezza il meccanismo della violenza, facendo volontariamente di se stesso la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo – dice la Lettera agli Ebrei (9, 11-14) – non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha fatto vittime, ma si è fatto vittima. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2, 24).

Cominciamo quindi a capire cosa significhi:  «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Significa esattamente ciò che dice San Paolo: Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rm 12, 1).

Il culto spirituale consiste nell’assoluta dedizione di amore. Questa poteva essere realizzata solto da colui nel quale l’amore stesso di Dio si è fatto amore umano: Gesù Cristo. Egli si è offerto per noi, ha garantito per noi: la nostra salvezza sta nel lasciarci prendere da lui, nell’andare dietro a lui. Ma andare dietro a uno che porta la croce, significa prendere la nostra croce e seguirlo, significa offrire la nostra vita insieme alla sua. La croce – ha scritto J. Ratzinger – è “espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è: espressione di una vita che è totalmente essere-per-gli-altri”.

La croce è l’esodo dall’essere-per-se-stessi all’essere-per-gli-altri, è il superamento di sé nell’amore. Questo ci strappa a noi stessi, per questo comporta il dolore, la lacerazione, il rinnegamento di sé, la morte del chicco di grano che solo così può portare frutto.

Deve però essere chiaro che la sofferenza è solo l’elemento secondario che non ha significato in se stesso. La sofferenza ha valore solo quando scaturisce dall’amore: “La croce non è importante in quanto somma di sofferenze fisiche, quasi che il suo valore redentivo stia nella maggior quantità possibile di tormenti. Come potrebbe Dio aver gloria delle pene sofferte da una sua creatura o persino dal suo stesso Figlio, oppure – semmai fosse possibile – vedere in esse addirittura la valuta con cui acquistare da lui la redenzione? La Bibbia e la retta fede cristiana sono lontanissime da idee del genere. Non il dolore in quanto tale conta, bensì l’ampiezza dell’amore, che dilata l’esistenza, al punto da riunire il lontano col vicino, da rimettere in relazione l’uomo abbandonato con Dio. Solo l’amore dà senso e orientamento al dolore”. (J. Ratzinger).

Ma un amore che non giunge fino all’accettazione del dolore – è questo che deve imparare Pietro e noi con lui – non è l’amore di Cristo.

 

 

 

 

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