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Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Questa frase è come un seme che raccoglie in sé tutto l’evento meraviglioso della Pasqua. Gesù ci ha amati sino alla fine! Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per gli amici. Gesù ci ha amati fino alla morte e alla morte di croce.

Domani avremo modo e tempo di riflettere sulla croce. Oggi siamo chiamati a soffermarci sull’ultima cena, in cui il Signore ci lascia i segni di questo amore.

Il primo segno è la lavanda dei piedi.

Lavare i piedi era il servizio dell’ultimo schiavo: era considerato il servizio più umiliante e disonorevole. Si capisce quindi la profonda impressione che il gesto di Gesù ha suscitato nei discepoli! Si capisce la reazione e l’incomprensione di Pietro!

Pietro rappresenta la mentalità del mondo, che non accetta l’umiliazione del Figlio di Dio. Gesù invece “depone le vesti” della sua gloria divina, si cinge di un asciugatoio – che rappresenta la nostra natura umana – e si mette a lavare i nostri piedi, cioè accetta l’umiliazione della croce per togliere il nostro peccato.

Il secondo segno è ancora più  grande.

Non è semplicemente un gesto simbolico: èil mistero dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Per comprenderlo dobbiamo innanzitutto ricordare come si svolgeva la cena Pasquale in cui Gesù compie questo gesto.

Dalla 1. lett. abbiamo ascoltato come gli Ebrei (e quindi anche Gesù e gli apostoli) celebravano la Pasqua: al giorno di Parasceve (il venerdì) c’era l’immolazione dell’agnello. Dopo il tramonto del venerdì, le famiglie si riunivano per mangiare la sua carne. Ciò sta a significare il sacrificio, il nutrimento, la forza per un lungo e difficile cammino: l’indomani si passerà il Mar Rosso. E il sangue dell’agnello viene sparso sulle porte perché l’angelo che stermina i primogeniti dell’Egitto riconosca le case degli israeliti e passi oltre.

“Questo sarà per voi un memoriale”, ossia una riattualizzazione perenne. Ma è solo un segno della vera Pasqua, che è quella di Cristo.

Gesù, come capofamiglia ebreo, prepara la cena pasquale per i suoi discepoli. Ma con qualche differenza:

  1. Innanzitutto Gesù anticipa di un giorno la cena: al giovedì e non al venerdì.
  2. Poi introduce nel rito della cena alcune parole nuove: “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».  Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»”. (2. lett).
  3. Infine non si parla di carni di agnello, ma di pane e vino.

Cosa significa?

Gesù anticipa la cena al giovedì perché l’indomani sarà immolato, proprio mentre vengono uccisi gli agnelli per la Pasqua.

Introduce le parole nuove per “annunziare la sua morte” e renderla presente sacramentalmente nel pane spezzato e nel vino versato: il suo corpo, il suo sangue: in cibo.

Nella veglia pasquale canteremo: “Questa è la vera Pasqua, in cui è ucciso il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli”. E questa notte, nell’Ufficio delle Letture udremo le parole di san Giovanni Crisostomo: “Immolate, dice Mosè, un agnello i un anno e col suo sangue segnate le porte. Cosa dici, Mosè? Quando mai il sangue di un agnello ha salvato l’uomo ragionevole? Certamente, sembra rispondere, non perché è sangue, ma perché è immagine del sangue del Signore. Molto più di allora il nemico passerà oltre se vedrà sui battenti non il sangue dell’antico simbolo, ma quello della nuova realtà, vivo e splendente sulle labbra dei fedeli, sulla porta del tempio di Cristo”.

Capite cosa vuol dire quando il sacerdote presenta l’ostia dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”?

Veramente nessuno ha un amore più grande di questo: Cristo che si offre al Padre in sacrificio per togliere i nostri peccati, e si offre a noi in cibo per metterci in comunione col Padre.

E perché questa offerta potesse essere continua, Gesù istituisce il sacerdozio:

Questo è il terzo segno:

“Fate questo in memoria di me”. Sceglie alcuni e li consacra perché siano ministri del suo sacrificio e rimettano i peccati nel suo nome.

Chi è il sacerdote? E’ un uomo che senza suo merito è stato riempito di un dono infinito ed è nella comunità cristiana il segno dell’amore e del servizio di Cristo. E’ colui che un successore degli apostoli, il vescovo, ha consacrato e mandato nella comunità per essere pastore, segno e strumento della comunione.

Oggi siamo tutti chiamati a pregare perché al gregge non venga meno la sollecitudine dei pastori e perché ai pastori non manchi mai la docilità del gregge.

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