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Posts Tagged ‘Giovanni Battista’

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Perché la Chiesa vuole che noi celebriamo con tanta solennità la figura e l’opera di Giovanni il Battista, al punto da consacrargli ben due giorni dell’anno liturgico, quello della sua nascita (24 giugno) e quello del suo martirio  (29 agosto), al punto che la celebrazione della nascita di san Giovanni ha la prevalenza persino sulla liturgia domenicale? Chi è Giovanni il Battista?

Per testimonianza di Gesù, Giovanni è un profeta senza pari; anzi, più che un profeta. È il messaggero che precede il Signore, secondo la profezia di Mal 3, 1: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, per prepararti la via”. È il testimone, che ha visto la verità di Cristo e la attesta.

Giovanni inaugura il vangelo. Sant’Agostino dice che Giovanni sembra posto come un confine fra l’Antico e il Nuovo testamento. “Fino a lui furono la legge e i profeti – dichiara Gesù in persona – da allora il Regno di Dio è annunziato” (Lc 16, 16).

Giovanni ci viene mostrato dall’ultimo versetto del Vangelo di oggi come un uomo vissuto nel deserto, fino al giorno della sua manifestazione.

Quando questo giorno arriva, Giovanni appare come un maestro circondato da discepoli, cui insegna a digiunare ed a pregare. La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un’immersione rituale nell’acqua, accompagnata dalla confessione dei peccati, ma che esige uno sforzo di rinnovamento della vita: praticare la giustizia.

Per il suo zelo, Giovanni appare come il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia. Ma gli scribi, i farisei e i capi del popolo non vogliono riconoscerlo. Il suo zelo lo porta a denunciare l’adulterio di Erode e si attira così la prigione e quindi la morte: il suo martirio annuncia e prefigura la passione di Gesù.

Bene; e tutto questo che rilevanza ha per noi, che veniamo dopo Gesù? Qual è per noi l’insegnamento di uno che è venuto prima? L’angelo Gabriele, annunciando la nascita del Battista a suo padre Zaccaria, disse – misteriosamente – che il compito di Giovanni sarebbe stato quello di “Ricondurre il cuore dei padri verso i figli”. È vero che noi “veniamo dopo” Gesù, ma in realtà veniamo anche prima: anche noi siamo messaggeri che il Signore manda davanti a sé per preparargli la via nel cuore degli altri, soprattutto dei “figli”, cioè delle nuove generazioni. Come dobbiamo svolgere questo compito? Seguiamo l’esempio di Giovanni:

La testimonianza di Giovanni con­siste innanzi tutto nel vivere in modo alternativo, eccentrico. Se un padre (o una madre), naturale o spirituale che sia, non è alternativo, non genera, lascia che sia il mondo a fare da padre!

Poi la testimonianza di Giovanni consiste nel proclamarsi semplice precursore. Di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia; ad una in­chiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui». Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito e nel fuoco, è Gesù. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli alla vita solo se si pone come semplice precursore, e non come salvatore!

Poi ancora nell’essere aperto all’imprevedibilità di Cristo: proclamandolo “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui. Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la fi­gura, il battesimo della sua passione; in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia, non ster­minando i peccatori (come, nella mentalità di Giovanni sarebbe stato logico), ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati. Ancor prima della pas­sione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le pro­fezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi. Un padre (o una madre) deve essere capace di cogliere l’imprevedibilità di Cristo nella vita dei suoi figli e di assecondarla, disponibile a rimuovere i propri schemi e la propria ideologia!

Infine, vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si è eclis­sato dinanzi a lui e, con le sue pa­role, ha invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli se sa eclissarsi, se al momento opportuno li sa lasciare soli con Gesù e gioisce perché Lui è il vero sposo, Lui deve crescere e noi diminuire.

 

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L’Avvento, come tutti sappiamo, è un tempo di attesa e di speranza. Ma attesa e speranza di cosa? Per noi è troppo facile dare risposte “religiose”: attesa di Cristo, del Regno, del Signore che viene; speranza di redenzione, di salvezza, di vita eterna, speranza … Risposte giustissime, che però rischiano di non suscitare nulla negli uomini e nelle donne del nostro tempo, che – a quanto pare – hanno tutt’altre attese.

Attendono la tredicesima, attendono i saldi, attendono che si vedano i segni della ripresa economica; sperano di trovare un lavoro, o di riuscire ad andare in pensione, o di vincere alla lotteria, o di divertirsi…

Così ci accade spesso di portare un annuncio che – come si suol dire – “passa sopra la testa delle persone”: noi parliamo di cose “alte”, ma la gente sta coi piedi per terra (il che è un bene), con lo sguardo in terra (che non sempre è un bene) e col morale a terra (il che è decisamente male!).

Risuonano oggi le parole di Isaia 40, 1-5: “Consolate, consolate il mio popolo e parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù!”.

Chiediamoci se siamo consapevoli della nostra missione di “consolare” il Popolo di Dio. Dovremmo diventare davvero capaci di parlare al cuore della gente, il modo da consolarlo, presentando il Signore che viene come un pastore per noi suo gregge, un pastore che si avvicina a ciascuno, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri. Dovremmo essere in grado di far gustare la parola del salmo 85: il Signore annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, la sua salvezza è vicina a noi. Ci prepara una regno di pace: grande è la consolazione che viene dal Signore!

Eppure vien fatto di chiederci se il nostro annuncio veramente “parla al cuore” delle persone che ci ascoltano, o se non è qualcosa che semplicemente “entra da un orecchio ed esce dall’altro”.

In realtà c’è una riflessione da fare: può essere consolato solo che piangere, può ricevere la liberazione solo chi si rende conto di non essere libero.

Oggi facciamo tanta fatica parlare di Dio, perché pensiamo di non aver bisogno di lui. Cerchiamo consolazione altrove. Ci illudiamo di essere liberi perché abbiamo riempito di cose le nostre vite, perché abbiamo riempito di rumore le nostre orecchie, al punto di non sentire più la sua voce.

Per questo oggi al tema della consolazione si affianca quello del deserto. Sia il profeta Isaia sia Giovanni il Battista gridano nel deserto, ci invitano a preparare la strada del Signore nel deserto.

Dobbiamo entrare nel deserto per preparare la strada del Signore, per raddrizzare i suoi sentieri.

Il deserto e il luogo del silenzio, dove il rumore tace e Dio può parlare ed essere ascoltato.

Il deserto è il luogo dell’essenzialità, in cui ci si libera dal superfluo, dalle inutilità che ingombrano il cuore, lo illudono e non lasciano spazio Dio.

Il deserto è il luogo dell’umiltà come coscienza della nostra piccolezza, che consente a Dio di chinarsi su di noi.

Il deserto è il luogo della fiducia nella promessa del Signore che “è fedele per sempre”

Dobbiamo entrare nel deserto per preparare la strada del Signore, per raddrizzare i suoi sentieri.

Proviamo a crearci nostri deserti nella città, Proviamo a far tacere per qualche ora i televisori le radio I computer e cellulari. Chiediamo la grazia di distaccarci dal rumore con cui riempiamo la nostra anima.

Isaia ci ha detto che dobbiamo abbassare monti e colli, e colmare le valli. Abbassare monti significa svuotarci delle cose inutili, colmare le valli significa riempirci di Dio.

San Paolo esprime chiaramente il segreto della consolazione efficace quando dice che: Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1, 14). Riempiamoci dunque noi per primi della consolazione di Dio, e così avremo una consolazione efficace da portare agli altri, e non soltanto belle parole – che però passano sulla testa delle persone – o solite prediche – che entrano da un orecchio ed escono dall’altro.

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“Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”, cantava Franco Battiato. E sembra davvero di essere giunti al rapido imbrunire di una fredda giornata di fine autunno.

Guardo questa nostra Europa vecchia e stanca, presa d’assalto da genti giovani e battagliere, e mi viene in mente il titolo di un famoso libro del secolo scorso: Il tramonto dell’occidente (Oswald Spengler). L’Occidente è il luogo in cui il sole occidit, cade. In tedesco quel titolo è ancora più impressionante, perché in quella lingua “occidente” si dice Abendland, “terra della sera”. E sembra davvero che per la nostra civiltà occidentale sia giunta ormai la sera. Non facciamo più figli, non produciamo più arte, non abbiamo più un pensiero filosofico o politico… Siamo fatalmente attratti dalla morte: Eagles of Death Metal si chiama il gruppo che si esibiva al Bataclan di Parigi assaltato dai terroristi del Daesh; il giorno dopo è stato annullato un concerto dei Five Fingers Death Punch… E i nostri politici non hanno nulla di meglio da opporre al terrorismo che “continuare a vivere secondo i nostri valori”: ma quali valori? Siamo nell’era del nichilismo compiuto, non c’è più nulla che valga la pena, non diamo importanza a nulla, galleggiamo nel vuoto. Ma galleggeremo ancora per poco. Anzi, stiamo già affondando. “Il giorno ormai scompare, presto la luce muore, presto la notte scenderà”.

È possibile trovare l’alba dentro a questo imbrunire? Solo un profeta potrebbe riuscirci, solo un profeta può guardare la storia e annunciare il disegno divino di salvezza che si sta compiendo proprio mentre tutto volge alla catastrofe. La profezia non è utopia: è la capacità di vedere la storia con lo sguardo di Dio.

Ce ne dà un chiaro esempio il profeta Baruch (5, 1-9) che ha sotto gli occhi una Gerusalemme ammantata nella veste del lutto e dell’afflizione, privata dei suoi figli ridotti in schiavitù. Il loro ritorno sembra impossibile, eppure Dio lo realizzerà, eliminando ogni ostacolo, abbassando le colline e colmando le valli. Il profeta sa che Dio si occupa della storia!

Il grande intellettuale “romano” Don Giuseppe De Luca (1898-1962) invitava a considerare con quale precisione l’evangelista Luca si preoccupa di darci la cronologia comparata degli inizi del vangelo (Lc 3, 1-2). Gesù è venuto nel tempo, fa parte della storia e si possono indicare le sue date. Con Gesù accade il fatto unico, singolarissimo, immenso, che Dio entra, real­mente e visibilmente, come un personaggio, nella nostra storia d’uomini. Giovanni il Battista è vis­suto fra noi come vive un uomo fra gli uomini, reale quanto siamo reali noi. La data dell’evangelista Luca par quasi che ci dica: Ba­date bene, non si tratta di cose per aria; no, no; ma il giorno tale, l’anno tale, nel luogo tale; e se non credete, consultate i documenti. Vi do le date esatte.

Proprio qui sta la profezia! Per molti, la vita di fede resta nel campo dei pii desideri e delle belle idee, e non viene mai sul terreno delle azioni e del fatto quotidiano. Invece allora soltanto è vita  di fede, quando diventa sguardo concreto sulla storia e azione nella storia, quando è vissuta quotidianamente come si vive il resto della vita. La nostra fede deve diventare storia, deve essere una realtà controllabile e databile, e non con­tentarsi di platoniche aspirazioni e di lodevoli sen­timenti.

Per indicare come la missione di Gio­vanni Battista fosse tipicamente pro­fetica, Luca adopera la locuzione specifica nella Sacra Scrittura: La parola di Dio venne su Giovanni. La predicazione particolare affidatagli era quella di annunziare la vicinanza del Regno; di più: l’imminenza del nuovo Regno. Poter mo­strare a dito il Messia, poter dire: «Eccolo, è quello lì». Questo significa mostrare l’alba dentro un imbrunire: mostrare Gesù presente nella notte del mondo.

Ma la preparazione com­piuta da Giovanni non consistette semplicemente nel «parlare». Il parlare era il primo e necessario cómpito della sua missione, ma non era il solo. Così, e non altrimenti, oggi: l’apostolato incomincia con la predicazione, perché la fede viene dall’ascolto, ma non basta il predicare, bisogna fare. Le parole, non seguite dai fatti, sono promesse non mantenute, e quasi menzo­gne.

Giovanni Battista, oggi, è la Chiesa: siamo noi. Noi dobbiamo mantenere accesa la lampada nella notte dell’Occidente, noi dobbiamo essere le sentinelle che annunciano il mattino. Per fare questo dobbiamo certamente parlare di Gesù agli uomini del nostro tempo, ma bisogna anche che essi si accorgano che in noi vive realmente Gesù. La nostra profezia deve diventare storia, nei fatti.

Si tratta, in altri termini, di ricostruire la strada del Signore in mezzo ad un mondo in cui tutti i ponti sono crollati. Sono necessarie tante fatiche, a partire dal nostro cuore: si tratta di abbattere i monti dell’orgoglio e colmare le valli delle mancanze. Non è facile far la via al Signore. Ciò nonostante è necessario. E se gli diamo la nostra disponibilità, egli stesso – come ci ha detto il profeta Baruch – la preparerà con noi. Al lavoro: è l’alba!

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