Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘gioia’

GiovanniBattista

Perché la Chiesa vuole che noi celebriamo con tanta solennità la figura e l’opera di Giovanni il Battista, al punto da consacrargli ben due giorni dell’anno liturgico, quello della sua nascita (24 giugno) e quello del suo martirio  (29 agosto), al punto che la celebrazione della nascita di san Giovanni ha la prevalenza persino sulla liturgia domenicale? Chi è Giovanni il Battista?

Per testimonianza di Gesù, Giovanni è un profeta senza pari; anzi, più che un profeta. È il messaggero che precede il Signore, secondo la profezia di Mal 3, 1: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, per prepararti la via”. È il testimone, che ha visto la verità di Cristo e la attesta.

Giovanni inaugura il vangelo. Sant’Agostino dice che Giovanni sembra posto come un confine fra l’Antico e il Nuovo testamento. “Fino a lui furono la legge e i profeti – dichiara Gesù in persona – da allora il Regno di Dio è annunziato” (Lc 16, 16).

Giovanni ci viene mostrato dall’ultimo versetto del Vangelo di oggi come un uomo vissuto nel deserto, fino al giorno della sua manifestazione.

Quando questo giorno arriva, Giovanni appare come un maestro circondato da discepoli, cui insegna a digiunare ed a pregare. La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un’immersione rituale nell’acqua, accompagnata dalla confessione dei peccati, ma che esige uno sforzo di rinnovamento della vita: praticare la giustizia.

Per il suo zelo, Giovanni appare come il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia. Ma gli scribi, i farisei e i capi del popolo non vogliono riconoscerlo. Il suo zelo lo porta a denunciare l’adulterio di Erode e si attira così la prigione e quindi la morte: il suo martirio annuncia e prefigura la passione di Gesù.

Bene; e tutto questo che rilevanza ha per noi, che veniamo dopo Gesù? Qual è per noi l’insegnamento di uno che è venuto prima? L’angelo Gabriele, annunciando la nascita del Battista a suo padre Zaccaria, disse – misteriosamente – che il compito di Giovanni sarebbe stato quello di “Ricondurre il cuore dei padri verso i figli”. È vero che noi “veniamo dopo” Gesù, ma in realtà veniamo anche prima: anche noi siamo messaggeri che il Signore manda davanti a sé per preparargli la via nel cuore degli altri, soprattutto dei “figli”, cioè delle nuove generazioni. Come dobbiamo svolgere questo compito? Seguiamo l’esempio di Giovanni:

La testimonianza di Giovanni con­siste innanzi tutto nel vivere in modo alternativo, eccentrico. Se un padre (o una madre), naturale o spirituale che sia, non è alternativo, non genera, lascia che sia il mondo a fare da padre!

Poi la testimonianza di Giovanni consiste nel proclamarsi semplice precursore. Di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia; ad una in­chiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui». Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito e nel fuoco, è Gesù. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli alla vita solo se si pone come semplice precursore, e non come salvatore!

Poi ancora nell’essere aperto all’imprevedibilità di Cristo: proclamandolo “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui. Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la fi­gura, il battesimo della sua passione; in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia, non ster­minando i peccatori (come, nella mentalità di Giovanni sarebbe stato logico), ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati. Ancor prima della pas­sione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le pro­fezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi. Un padre (o una madre) deve essere capace di cogliere l’imprevedibilità di Cristo nella vita dei suoi figli e di assecondarla, disponibile a rimuovere i propri schemi e la propria ideologia!

Infine, vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si è eclis­sato dinanzi a lui e, con le sue pa­role, ha invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo. Un padre (o una madre) genera davvero i suoi figli se sa eclissarsi, se al momento opportuno li sa lasciare soli con Gesù e gioisce perché Lui è il vero sposo, Lui deve crescere e noi diminuire.

 

Read Full Post »

Disputa_01

Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece Gesù afferma: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 12).

Che cosa ci ha detto? “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore”. La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo le parole di Gesù, si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio si parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: “Rimanete”. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.

San Tommaso d’Aquino scrive: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th.,I-II, q. 70, a. 3, c).

La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola esultanza nello Spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.

Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rimbombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13).

Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esulta nello spirito davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rimbombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.

Muoviamoci in questo campo di fede pura, perché è qui che si fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.

Come possiamo possedere questa gioia? Gesù lo dice: “Osservate i miei comandamenti… Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Possediamo la sua gioia amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare il nostro interesse. Quando, nella fede e in comunione con Gesù, noi ci doniamo, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa missionaria.

La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona gioiosa, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama ”la mia gioia”.

Read Full Post »

mose-serpente

L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

Read Full Post »

Pescatori

Quando il mondo parla del Vangelo, in genere ritiene che questo sia una sorta di codice morale, un certo modo di vedere le cose, dell’insegnamento che Gesù ci ha dato mettendo al centro l’amore di Dio e del prossimo… Ma è veramente questo il Vangelo?

Il Vangelo, il messaggio di Gesù è l’annuncio di un fatto. Qualcosa che è appena iniziato ed è in pieno svolgimento. Il messaggio di Gesù, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il Regno di Dio!

Perciò si usa questa parola “vangelo”, che significa lieto messaggio, buona notizia.

Per questo Papa Francesco ha dato alla Chiesa un’esortazione apostoliche che si intitola Evangelii gauidium:  la gioia del Vangelo!

La gioia è un’aspirazione radicata profondamente nella natura dell’uomo. Il peccato toglie la gioia, ma Cristo salvatore la fa rinascere. Più precisamente – dice il Papa – il peccato si manifesta nella “tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata” (n. 2). La chiusura individualistica nei propri interessi, il rifiuto degli altri, dei poveri, di Dio, conduce alla perdita della gioia, dell’amore di Dio e dell’entusiasmo nel bene. È dunque l’incontro salvifico con Cristo che riapre la strada alla gioia (nn. 1-7).

Ma precisamente qui si fonda il dovere di rendere partecipe il prossimo di una tale salvezza e di coinvolgerlo nell’esperienza di gioia (n. 9). Gesù chiama Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni… Ma ancora oggi chiama mediante la sua Chiesa, a portare quest’annuncio in tutto il mondo

“Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale” (n. 10).

Il dovere di comunicare il bene è dunque, a sua volta, motivo di realizzazione umana. Potremmo dire che il primo dovere morale è l’annuncio del Vangelo, non l’annuncio di una morale, ma di un incontro.

Questa semplice frase che abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco riassume tutta la predicazione di Gesù: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo.

Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive. Questa è la speranza che lo sostiene.

Dio viene per regnare in modo nuovo e definitivo. Viene per aprire un cammino nuovo per gli uomini.

Gesù non ha bisogno di spiegare a lungo in cosa consista il Regno di Dio che va annunciando: tutti lo aspettavano. E sapevano che si trattava di un’alleanza nuova tra Dio e gli uomini. Di un patto d’amore in cui gli uomini e Dio sono legati insieme e trionfano la giustizia e la pace.

Il popolo di Israele aspettava da secoli e secoli questo avvenimento, ed ora, quando Gesù comincia a parlare, il suo annuncio è che il Regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi, in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose. Vuole attuare una pace perfetta che abbraccia tutto e tutti.

Ma perché questo si realizzi in noi è necessario anzitutto credere all’amore di Dio e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali.

Il vangelo è l’annuncio di un avvenimento che viene a mutare la situazione degli uomini e costringe a prendere decisioni. Non si può restare spettatori, estranei a i fatti. O ci si mette in movimento, o si resta fuori dal Regno!

Lo vediamo espresso con chiarezza nelle figure di questi quattro discepoli. Non stanno facendo niente di male: lavorano, sono pescatori. Ma Gesù interviene con una parola misteriosa nella loro vita: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.

Cosa avranno capito in quel momento i quattro poveri pescatori del lago? Forse poco o niente. Eppure davanti alla parola di Gesù lasciano le reti, lasciano il padre sulla barca coi garzoni, e seguono Gesù.

Dovremmo trarre le conclusioni per noi da questa pagina del Vangelo. Noi ascoltiamo la parola di Gesù, siamo in un certo senso “spettatori” del suo mistero. Bene: Gesù non si accontenta di averci “spettatori”. Non si accontenta di averci qui davanti: vuole che ci mettiamo in movimento, che lo seguiamo. Che siamo pronti a lasciare le cose per andare dietro a lui.

Ovviamente, le prime cose che dobbiamo lasciare sono i nostri peccati e tutto ciò che costituisce “occasione prossima di peccato”. E questa è la prima conversione.

Ma non basta: per amore di Gesù dobbiamo essere pronti a lasciare anche le cose buone (la rete, la barca, il padre…) perché Gesù è più importante di ogni cosa, di ogni persona. Questa è la seconda conversione, forse più difficile, più lenta… Ma se, con l’aiuto di Dio, la compiamo, allora tutta la nostra vita si trasforma in un “Vangelo” vivo, in un lieto annunzio, in un messaggio di gioia.

Concludo pregando con le parole del canto al Vangelo: “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ci conceda lo spirito di sapienza, perché possiamo conoscere qual è la speranza della nostra chiamata”. Amen.

 

Read Full Post »

Gaudete

Siamo giunti alla terza domenica di Avvento, a metà cammino. Proviamo a fare un bilancio del tempo vissuto: nella prima domenica l’avvento ci si è presentato come un tempo di penitenza e di attesa; nella seconda domenica, come un tempo di consolazione; oggi l’avvento ci si presenta come un tempo di gioia. Lo proclama l’antifona d’ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5); lo abbiamo ascoltato nelle letture.

Un tempo di gioia… Forse nelle nostre assemblee parliamo poco della gioia e celebriamo con poca gioia. È un tema difficile ed importantissimo, soprattutto nel nostro tempo. È un tema importantissimo perché ogni uomo ricerca spontaneamente la gioia: Che cosa desideri? Essere felice!

Se oggi dilagano le tossicodipendenze, i suicidi, le malattie mentali è perché la gente non è felice, non si gioisce più. Alle radici della disperazione c’è una insoddisfazione continua: ricerchiamo il piacere e ne ricaviamo delusione.

Il fatto è che la nostra sete di gioia è infinita, mentre le cose e le persone in cui cerchiamo la gioia sono limitate. Così ci capita di fare come i bambini che vedono un giocattolo, lo desiderano, fanno mille capricci per ottenerlo, e una volta che ce l’hanno ci giocano per qualche ora e poi se ne dimenticano, passando a desiderarne un altro.

Ci imbattiamo in quella “sproporzione” pascaliana, per cui l’homme surpasse infinitement l’homme: l’animo umano è caratterizzato da una sete di assoluto, tale che non potrà mai essere completamente appagata da alcun bene intramondano, relativo. Solo in Dio l’uomo trova il bene beatificante, il senso e il fine della propria esistenza. Scrive san Tommaso d’Aquino: “Niente può acquietare la volontà dell’uomo se non il bene universale. E questo non si trova in alcun essere creato, ma solo in Dio, perché ogni creatura ha la bontà per partecipazione. E quindi solo Dio può riempire la volontà dell’uomo, come dice il Salmo 102,5 :«Egli sazia di beni il tuo desiderio». Dunque solo in Dio consiste la beatitudine dell’uomo” (STh, I-II, q. 2, a. 8, c).

Questa verità, di cui traboccano le pagine di sant’Agostino e di tanti mistici, è fenomenologicamente nota a chiunque rifletta spassionatamente sull’umano esistere. Persino gli atei o i miscredenti la intravedono. Come non pensare ad un Giacomo Leopardi ed al suo “sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo” (Zibaldone, 165-9)?

Certo, per chi rifiuta il pensiero di Dio o lo confina ai margini della propria esistenza, non resta che l’assurdo, e questo desiderio infinito di felicità viene a costituire una sorta di maledizione, che impedisce di gustare il piacere e getta nell’inquietudine. Ma questa è la sanzione intrinseca ad un atteggiamento ostinato e chiuso alla verità, nella propria orgogliosa autosufficienza. L’uomo è immagine di Dio in quanto capace di conoscere e di volere liberamente: allorché rifiuta la verità, devia non solo dal proprio esemplare, ma anche dal proprio fine, precipitando così nel non senso più oscuro, nel “male di vivere”, nella disperazione.

L’avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, perché è Dio stesso che, in Cristo, viene a cercarci.

Le parole di Is 61, 1-ss sono ciò che Cristo dice di se stesso: “Mi ha mandato a portare a voi poveri un annuncio di gioia, a fasciare le piaghe dei vostri cuori spezzati dall’angoscia, a liberarvi dalle schiavitù che vi siete costruiti col peccato, a farvi uscire dal carcere della vostra tristezza, ad inaugurare un tempo nuovo, il tempo dell’amore di Dio che perdona”.

Ed ecco la gioia, come risposta all’iniziativa di Cristo: “Io gioisco pienamente nel Signore la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha avvolto con la sua salvezza, mi ha circondato di giustizia, ha messo nel mio cuore un seme di felicità”.

Certo è solo un seme, magari un seme sotto la neve del dolore e della fatica. Ma è un seme che germoglierà e produrrà i suoi frutti. Anzi, fin da ora germoglia: non ve ne accorgete? È già fiorito nel canto di Maria SS. “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. Ha ricolmato di beni gli affamati”.

La gioia è un seme piantato nel nostro cuore, un seme da coltivare, un compito.

“Fratelli, state sempre lieti”. Questo è il comando che Paolo consegna in 1 Ts 5, 16 ss. La nostra gioia è insidiata dalla tristezza del mondo: abbiamo il dovere di tutelarla. Come?

Pregando incessantemente, rendendo grazie a Dio in ogni cosa. Un cristiano che non prega tutti i giorni non è cristiano, è destinato a perdere, a soffocare la gioia.

Cooperando con il Dio della pace che vuole santificarci fino alla perfezione. Nella vita cristiana non esiste la sufficienza scarsa, il “6 -”, come non esiste una gioia mediocre. Il cristiano deve arrivare al “10 e lode”, alla perfezione della santità che è perfezione della gioia.

Infine, la gioia è un compito di testimonianza. Noi, come Giovanni Battista siamo chiamati a preparare la via del Signore, a rendere testimonianza alla luce che è Cristo. Vogliamo che le persone che amiamo siano nella gioia? Portiamole a Cristo, non a noi stessi. Con la nostra gioia dobbiamo annunciare che in mezzo a loro sta uno che non conoscono, e che ha il potere di riempire la loro vita come ha riempito la nostra, nella gioia.

Read Full Post »

Visitation-Beato-Angelico-e1430637104685

La modernità ha tutti i mezzi per favorire l’incontro tra le persone: strade, veicoli, infrastrutture… Eppure incontrare gli altri ci risulta sempre più difficile. Forse perché abbiamo gli strumenti tecnici, ma non abbiamo le spinte interiori necessarie.

Certo “desideriamo” la compagnia di qualcuno, ma è un desiderio sentimentale, privatistico, intimista, che spesso ha più a che fare con la fantasia anziché con la volontà. Avremmo, sì, desiderio di entrare in relazione, ma abbiamo paura che la relazione diventi impegnativa, che diventi un vincolo. E vincolarsi significherebbe rinunciare alla nostra autonomia, coinvolgersi nella vita degli altri, rinunciare all’ego a favore del tu e quindi del noi… Troppo impegnativo!

Non sopportando i vincoli, i contemporanei anziché incontrarsi si “connettono”, e le connessioni non hanno alcuna garanzia di durata. Si tratta di link che possono essere costruiti – se e quando ci si riesce – ricorrendo alle proprie doti e capacità, ma tuttavia devono essere legami “allentati”, che sia possibile sciogliere non appena il contesto muta (e tali mutazioni, nella nostra società “liquida”, accadono molto frequentemente).

Questa situazione è prodotta anche dalla cosiddetta “economia di mercato”, che tende a distruggere ogni genere di vita che si riproduce senza passaggi di denaro: la condivisione familiare di beni e servizi, l’aiuto dei propri vicini, la cooperazione degli amici: tutte le strategie, pulsioni e azioni di cui sono intessuti i legami e gli impegni durevoli.

“L’unico personaggio che i professionisti del mercato sono capaci e disposti a riconoscere e accettare è l’homo consumens: il solitario, egoistico ed egocentrico consumatore che ha eletto la ricerca del migliore affare a cura per la solitudine e che non conosce altra terapia; un personaggio per il quale lo sciame di clienti dei centri commerciali è l’unica comunità conosciuta e necessaria; un personaggio il cui mondo è popolato di altri personaggi che condividono con lui tutte queste virtù, ma solo ed esclusivamente queste” (Z. Bauman).

C’è chi sostiene che il risultato sia necessario e, tutto sommato, positivo: “Gli esseri umani non sono mai stati così liberi!”, dicono. All’opposto, c’è chi vede questa situazione in termini di catastrofe: “Gli esseri umani non sono mai stati così soli e angosciati!”, rispondono; la convivenza civile risulta sempre più precaria, e così si cercano soluzioni nel recupero di prospettive del passato. Ma è evidente che le nostalgie non sono in grado di cambiare la storia; eppure non possiamo rassegnarci a che la gente sia “una massa di persone sole” (F. Guccini).

Ebbene, il Vangelo (Lc 1, 39-47) ci fa assistere ad un incontro reale, tra persone in carne ed ossa: l’una si mette in viaggio per incontrare l’altra, questa apre la sua casa e l’accoglie, e tra le due nasce una relazione autentica, un legame profondo che si esprime nella benedizione, nella gratitudine, nella gioia.

La pagina si apre con Maria che “si alza” per “mettersi in cammino”, “in fretta”. Nella Scrittura, le persone si mettono in cammino non appena l’azione di Dio si fa sentire. Maria (come farà poi Gesù) percorre il paese secondo la volontà e il piano di Dio, la fretta è l’espressione del suo zelo, della sua obbedienza e dell’armonia della sua fede con il disegno di Dio. L’evangelista stesso si affretta: non perde tempo a descrivere questo viaggio di circa quattro giorni: tutto è concentrato sull’arrivo.

Il “saluto” che Maria rivolge ad Elisabetta non è una formalità: è espressione del legame, è segno d’amore: come le nascite annunziate, è l’inizio di una vita nuova. “Il saluto non solo augura benessere, ma lo procura” (P. Trummer). Ed ecco che accade qualcosa: nel grembo di Elisabetta il bambino trasale di gioia; questo movimento diventa un segno: Dio si serve non solo delle parole, ma anche del linguaggio del corpo. Elisabetta, dopo questo segno, è ripiena di Spirito santo  e pronuncia una profezia. È l’alba della salvezza. Si riconosce così la benedizione di Dio per le creature nuove, finora dimenticate e marginali in Israele.

Cosa rende possibile quest’incontro? Evidentemente il fatto che “Dio interviene e inaugura la salvezza attraverso i rapporti umani” (F. Bovon).

C’è in questa pagina un insegnamento per noi? Penso proprio di sì, ed è duplice: è l’azione di Dio che rende possibile e gioioso l’incontro tra le persone, ed è solo nell’incontro con le persone che l’azione di Dio si manifesta efficacemente. Auguriamoci che questo Natale ci renda disponibili all’una e all’altro perché la gioia di Cristo sia perfetta in noi.

Read Full Post »

Gaudete!

Magnificat Jouvenet.jpg

Gioia! Quante parole abbiamo per descrivere questo ideale! Proviamo a contarle: felicità, allegria, contentezza, gratificazione, entusiasmo, consolazione, appagamento, soddisfazione, benessere, realizzazione… Sono tutti termini che hanno a che fare con la nostra facoltà di desiderare. Se ci pensiamo bene, tutto quel che facciamo è motivato dal desiderio.

Ci può accadere di trascinare i nostri giorni in una piatta e banale monotonia, senza nulla che ci coinvolga, senza trovare niente per cui “valga la pena” di impegnarci, semplicemente “lasciandoci vivere”. Trascinando la vita in tal modo, è facile che la nostra volontà sia mossa, di volta in volta, dall’attrattiva del momento, dal piacere immediato. Di fatto c’è chi si contenta solo di soddisfare il più immediatamente possibile ogni impulso. Eppure, alla lunga, questi modi di vivere risultano… insoddisfacenti! I can get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones. Si fa strada il pensiero del futuro, ci si chiede: quanto durerà questo mio modo di esistere? Cosa mi aspetta quando sarò vecchio? Perché vivere? Comincia la ricerca di uno scopo, si affacciano alla nostra mente tante speranze.

Dietro a tanti e diversi desideri, al fondo di essi, ce n’è uno che li motiva tutti, che dà senso alla nostra facoltà stessa di “aspirare”: il desiderio di essere felici. Ma il concetto di felicità è uno dei più vaghi ed indeterminati che si affacciano all’orizzonte della nostra mente. Cosa significa essere felici? Per qualcuno significa semplicemente “godere”, andare alla ricerca del “piacere” ovunque si trovi. In questa prospettiva la vita buona sarebbe semplicemente la vita “piacevole”, la “dolce vita”. Søren Kierkegaard ha descritto una vita di questo genere attraverso l’immagine teatrale del Don Giovanni, il seduttore che riesce sempre nelle sue imprese libertine, e che tuttavia è costretto a compierne sempre di nuove, sempre di diverse, perché appena afferra l’oggetto del suo desiderio, esso gli muore tra le mani lasciandogli un vuoto ancora maggiore da riempire. In effetti, il piacere è quanto di più sfuggente ci sia e, quando è ricercato per se stesso, inevitabilmente scompare, lasciandoci un senso profondo di frustrazione che conduce al “male di vivere” e alla malattia mentale – come dimostra anche la psicologia clinica.

Il fatto è che l’oggetto del nostro desiderio non è il piacere, bensì ciò che procura piacere! Certamente vogliamo godere, ma di qualcosa. O meglio, vogliamo “qualcosa”, e – con esso – accogliamo il piacere che ciò comporta. Questo “qualcosa” che viene desiderato possiamo definirlo un “bene”. Ciò che si spera è qualcosa di desiderabile. Ma anche qualcosa di scarsamente desiderabile in sé, può essere considerato attraente in vista di un fine ulteriore. Ad esempio un lungo viaggio in treno può essere noioso in sé, ma può risultare assai desiderabile se mi conduce a riabbracciare una persona a cui voglio bene. Posso affrontare un’esperienza anche spiacevole (cavarmi un dente) o faticosa (alzarmi presto al mattino per studiare) o noiosa (ascoltare certi predicatori…), a patto che rientrino nel fine globale del mio vivere.

In effetti c’è qualcosa che non posso fare a meno di desiderare e di sperare, qualcosa che rappresenta il senso di ogni mio desiderio: voglio essere felice, cioè voglio realizzare in pieno la mia esistenza, sviluppare la mia personalità. E tutto ciò che desidero, tutto ciò che spero, lo desidero e lo spero perché penso (so o immagino) che possa contribuire alla mia vera felicità. E notate bene: anche chi trascina la sua vita “alla giornata” si comporta così perché pensa che quello è il modo di ottenere la felicità: ritiene di realizzare così la propria personalità. Agisce in modo misero, perché ha un misero concetto di sé!

I pensatori di tutti i tempi si sono interrogati su questo tema: la felicità è  qualcosa di possibile, di reale, o è una farfalla variopinta che vola via non appena ci sembra di toccarla? Se è possibile, lo è su questa terra o è riservata a una vita ultraterrena? E, in ogni caso, in cosa consiste?

Nel parlare comune, nella chiacchiera, felicità e gioia vengono a significare uno stato generico di euforia, generalmente connesso ad una soddisfazione psico-fisica, un entusiasmo passeggero destinato ad essere distrutto, prima o poi, dai problemi, dal malessere, dalla noia. Evidentemente la beatitudine evangelica non è questo. La felicità a cui si riferisce è la gioia dell’ev-angelo, dell’annuncio festoso: quella a cui l’angelo Gabriele invita la Vergine: “Gioisci, piena di grazia: il Signore è con te!”; quella che esplode nel canto del Magnificat, che scaturisce costantemente dalle parole e dai gesti di Gesù, quella che Gesù stesso promette “piena” ai suoi discepoli nel cenacolo e che caratterizza in toto la diffusione del vangelo. Come ha notato magnificamente un grande biblista del secolo scorso: “Il cristianesimo è stato un’esplosione di gioia, ed è ancora oggi per ogni anima entusiasmo di vivere… Chi non trasalisce fino in fondo al suo essere, scosso da questa novità, non è cristiano” (L. Cerfaux). Qual è la ragione di questa gioia? La comunione con Dio in Gesù Cristo.

Perché tanta insistenza sul tema della beatitudine, della felicità, della gioia? Perché noi cristiani di vecchia data siamo spesso vittime della tentazione di ridurre la nostra fede all’accettazione dell’autorità di Gesù maestro-legislatore-giudice e all’esigenza di mettere in pratica i suoi “comandamenti”; il tutto in un clima piuttosto imbronciato e talvolta decisamente triste e deprimente. Un terribile filosofo miscredente della fine dell’Ottocento scrisse un giorno:

“Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede” (F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

Tante volte, noi cattolici ci preoccupiamo di studiare tante strategie per portare il Vangelo nel mondo di oggi… Una grande strategia è quella che indica s. Paolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-s). Solo se gli uomini ci vedranno felici, si apriranno al nostro annuncio.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: