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Posts Tagged ‘Gesù Cristo’

Gesù e i dodici

Nelle scorse domeniche abbiamo visto Gesù, in un luogo deserto sul Mare di Galilea, sfamare una folla immensa. Volevano prenderlo per farlo re. L’abbiamo ascoltato, nella sinagoga di Ca­farnao, rivolgere loro il discorso del Pane di Vita e abbiamo costatato che gran parte di quella folla rifiuta il discorso di Gesù. Esaminiamo ora, passo per passo, ciò che accade alla fine del discorso.

“Molti (= non pochi) dei discepoli di Gesù (= non degli estranei), dopo aver ascoltato dissero: Questa parola è dura” (Gv 6, 60)

È vero! E’ proprio una parola dura quella di Gesù. Tanti tentativi di ridurre la sua figura a quella di una specie di filosofo, un saggio, un grande maestro umano (come Socrate o Gandhi), tentativi tanto spesso ripetuti ai giorni nostri, ispirati dalla sapienza “della carne”, fanno naufragio proprio qui, quando Gesù dice: “Io sono il pane disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”.

Abbiamo visto, la scorsa settimana, che queste parole equivalgono a dire: Io sono la Sapienza incarnata, dovete nutrivi della mia parola, che è parola di vita eterna; equivalgono a dire: Io sono il vostro cibo, perché quel che io vi dico è la volontà del Padre. E sono parole che rimandano al sacramento dell’Eucaristia, in cui ci nutriamo di lui e veniamo assimilati a lui.

Molti discepoli si scandalizzano (v. 61): “Scandalo” è il sasso in cui si inciampa e si cade. Perché costoro si scandalizzano davanti al discorso del pane di vita? Perché le pretese di Gesù sembrano eccessive: è un uomo, come può essere la Sapienza di Dio? Un uomo può esprimere un’idea, un opinione, una convinzione, ma – in ultima analisi – è sempre una parola umana: Gesù invece si pone come Parola di Dio.

Ma ora chiediamoci: noi siamo del tutto immuni da questo scandalo? Noi, che partecipiamo all’Eucaristia, noi che frequentiamo la liturgia… siamo veramente certi di non scandalizzarci di Gesù? Vale la pena di chiedercelo.

Per rispondere, potremmo usare come test questa mezza pagina della Lettera agli Efesini(5,21-32), in cui san Paolo ci esorta alla sottomissione reciproca:

“Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”.

L’obbedienza religiosa, l’obbedienza al vescovo, addirittura le mogli sottomesse ai mariti, i mariti chiamati a morire per le mogli come Cristo è morto per la Chiesa… Non è forse vero che questo ci scandalizza? Non è forse vero che in noi si eleva una protesta? Io dovrei sottomettermi?! E i miei diritti?! E le conquiste di emancipazione e di autonomia?! E la mia volontà?! E la mia dignità?!

La Parola di Dio ci scandalizza perché ragioniamo secondo la carne, non secondo lo Spirito. “Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”. La motivazione è il timore di Cristo, ossia il rispetto verso di lui, la paura di disgustarlo… Perché lui ci ha dato l’esempio della sottomissione spogliando se stesso e assumendo la condizione umana (Fil 2, 5-ss); perché è entrato in una famiglia umana in cui lui stava sottomesso ai genitori (Lc 2, 51) e Maria stava sottomessa a Giuseppe, perché nel Vangelo il più grande è colui che sta all’ultimo posto, non è colui che comanda, ma colui che obbedisce.

Certo, tutto ciò si può accettare solo se si crede:

«Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono» (Gv 6, 61-64),

Chi non ha fede non può vedere, senza scandalo, “il Figlio dell’uomo salire dov’era prima”, ossia non può contemplare l’esaltazione di Cristo che si compie nella croce e risurrezione; vedrà solo lo scandalo per eccellenza: la croce, l’obbedienza, la sottomissione.

Solo la fede fa superare lo scandalo, apre gli occhi alla Sapienza dello “Spirito” che dà la vita, non a quella della “carne”, che non giova a nulla. Prestiamo molta attenzione a questi discorsi, perché forse mai come oggi le nostre orecchie e i nostri occhi sono pieni di messaggi “della carne”, di una falsa sapienza che si scandalizza di Gesù e ci conduce alla rovina.

La carne è l’uomo chiuso in se stesso, che pretende di spiegare tutto riducendolo alle sue categorie umane limitate.

Lo Spirito è Dio che fa rinascere l’uomo mediante la fede e lo apre al mistero della salvezza. È il dono del Padre che consente di venire a Cristo:

«Nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre mio» (v, 65)

Il Padre vuole dare a tutti lo Spirito, ma non tutti hanno la disponibilità e l’umiltà per accoglierlo. Tanto che “molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”  (v. 66).

Qual è la reazione di Gesù? Gesù non fa sconti, non scende a compromessi. Si rivolge ai Dodici dicendo: «Volete andarvene anche voi?». (v. 67).

Anche qui dobbiamo fare attenzione: quante volte ci sentiamo tentati di “fare sconti” sul vangelo per essere graditi alla gente! Quanto è più facile ridurre Gesù a un maestro di sapienza umana, invece di affermare la sua divinità! Oppure ridurre i sacramenti a vuote cerimonie (soprattutto quando diventano scomodi, come la confessione o il matrimonio)! O anche attutire le esigenze della giustizia evangelica, magari lodandola a parole e poi negandola nei fatti… Ma Cristo non fa sconti: ricordiamocelo bene! “Volete andarvene anche voi?” Io non vi limito, ma nemmeno ammorbidisco il mio discorso “duro”.

La confessione di Simon Pietro è chiara:

«Signore…» (= Kyrie: è il termine con cui la versione greca della bibbia traduce il nome di Dio: Jahwè. Gesù non è un saggio di questo mondo, non è Socrate o Gandhi, è il Signore!) «… da chi andremo?», chi altri seguiremo? «Tu hai parole di vita eterna»…, le tue parole danno la vita eterna. «… e noi abbiamo creduto e conosciuto…», questa fede ci ha fatto conoscere «…che tu sei il Santo di Dio», la salvezza di Dio che è venuta per noi, il Pane vivo disceso dal cielo per la vita del mondo.

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“Santa Maria, madre di Dio…”: siamo talmente abituati a questa formula, che la ripetiamo senza nemmeno farci più caso. Fu salutare, per me, molti anni fa’, vedere l’espressione di un giovane intellettuale africano che, con gli occhi sgranati, chiedeva: “Ma come può una donna mortale essere madre del Dio eterno?”.

Chiaramente il problema non riguarda la persona di Maria, ma la persona di Gesù, giacché se Maria è madre di Dio, lo è perché è madre di Gesù. Tutto sta, dunque, a capire chi è Gesù, chi è questo “bambino adagiato nella mangiatoia” che i pastori vedono con tanta gioia.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo si è tentato di dare risposte più o meno semplicistiche a questa questione, cadendo in errori ed eresie che si ripropongono incessantemente fino ai giorni nostri.

La più semplice è quella che vede in Gesù un uomo e basta: in antico era difesa dagli Ebioniti, oggi è la posizione comune dei non-credenti e dei non-cristiani. Più sfumata è la posizione di quelli che considerano Gesù come una creatura “celeste” – una sorta di angelo, magari il più importante degli spiriti creati – che ha preso carne nel grembo di Maria: in antico era questa la convinzione degli Ariani, oggi è quella, ad esempio, dei Testimoni di Geova.

Sul versante opposto, altri affermano la divinità di Gesù negando la sua umanità (in antico i Docetisti insegnavano che il corpo di Gesù era soltanto apparente – oggi nessuno giunge a tali eccessi), o impoverendola al punto da cancellarla (e questo capita purtroppo tra i devoti che, per non attribuire qualche mancanza a Cristo, ritengono che sin nella culla egli parlasse tutte le lingue del mondo, che conoscesse tutte le scienze, che non potesse sentire fatica o paura, ecc.).

Se i primi ritengono che Maria non sia madre di Dio, perché negano che Gesù è Dio, i secondi negano semplicemente che Maria sia madre, perché Dio non può avere una madre. Si tratta, fino a questo punto, di eresie molto rozze, tutte respinte sin dal primo concilio ecumenico (Nicea, 325), che riconosce Gesù come vero Dio e vero uomo. Sorsero però, in seguito, eresie più raffinate, riguardano il legame tra la natura umana e quella divina.

Per qualcuno (Eutiche) queste due nature si fondono, dando origine ad un miscuglio di uomo e Dio, che poi non sarebbe in realtà né propriamente uomo né propriamente Dio, ma una terza cosa. E chiediamoci se quest’eresia non riappaia in alcune interpretazioni moderne dell’incarnazione come “svuotamento” – termine pienamente ortodosso se interpretato nel senso paolino (Fil 2, 7), ma eretico se sottintende una perdita della divinità. Maria sarebbe così non la madre di Dio, ma di una persona che ha rinunciato all’identità divina.

Per qualche altro (Nestorio) le due nature rimangono separate, per cui il Cristo sarebbe non una ma due persone: la persona umana di Gesù Nazareno e la persona divina del Verbo. Questa è una tentazione ricorrente, quando leggiamo i Vangeli attribuendo alcune azioni di Cristo all’uomo  (ebbe fame, pianse, sentì stanchezza, paura e angoscia, patì, morì) ed altre a Dio (faceva miracoli, leggeva i cuori, rimetteva i peccati, risuscitò dai morti), come se la sua fosse una vita su due piani o, meglio ancora, se avesse due vite anziché una. Maria, in questa prospettiva, sarebbe la madre soltanto della persona umana (Gesù) e non certo della persona divina.

A queste eresie “più raffinate” aveva già dato una risposta la pietà cristiana, che si esprimeva in preghiere che riconoscevano Maria come theotokosDei genetrix (per esempio, l’antichissima antifona Sub tuum praesidium: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio…”, ma ci vollero due concilii ecumenici (Efeso, 375, e Calcedonia, 451) per definire pienamente la dottrina: Gesù Cristo ha due nature (umana e divina) che non si mescolano, non mutano nel loro incontrarsi e non sono separabili; le due nature sono unite tra loro nell’unica persona del Verbo, che è Dio ed assume per libero volere la natura umana. Dunque tutto ciò che Cristo opera deve essere inteso come operazione dell’unico e medesimo soggetto, sia le azioni umane sia le azioni divine. Tutto ciò che il Verbo di Dio ha operato in questa terra, l’ha operato servendosi dell’ umanità assunta (corpo e anima, intelligenza e volontà). Maria è dunque realmente madre di Dio, perché la persona che nasce da lei è una sola ed è Dio, anche se – ovviamente – da Maria Egli prende soltanto la natura umana.

Che conseguenze ha questo sulle nostre vite? Tante! Mi limito solamente ad accennarne tre:

– Il nostro Cristianesimo non può essere una “doppia vita”: siamo completamente uomini, la nostra comunità, la Chiesa, è una realtà integralmente umana; eppure questa umanità è assunta dal Verbo: in noi, nella nostra povera carne, risplende la luce di Dio.

– Lo “svuotamento” di sé, di cui Cristo ci ha dato l’esempio, non può essere una rinuncia alla nostra identità di figli di Dio: deve essere il modo in cui questa identità concretamente si incarna nella storia degli uomini, nella strada dell’umiltà e del servizio.

– Essendo Madre di Dio, Maria è madre della Chiesa, che è il corpo di Cristo, e di ciascuno di noi, che siamo sue membra: ricorriamo con amore e con fiducia a lei e camminiamo nella pace.

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Perugino, Battesimo di Gesù

Perugino, Battesimo

Se, come abbiamo detto più volte, la Quaresima è un itinerario di preparazione al battesimo, il Tempo di Pasqua può essere visto come un itinerario di riflessione sul dono ricevuto.

In particolare oggi è la seconda lettura che ci mostra la grande dignità che questo sacramento ci ha conferito: “Voi – dice l’apostolo Pietro – siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Non dobbiamo aver paura della grandezza, della bellezza esaltante di queste parole: non possono indurci al trionfalismo o alla presunzione, perché sono dette senza alcun nostro merito. Non siamo eletti, non siamo santi per nostro merito, ma unicamente perché siamo il popolo che Dio si è acquistato: il merito è di Dio, è lui che “ci ha acquistati”, ha pagato lui il prezzo dell’acquisto.  È lui che “ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Se fosse per noi, saremmo ancora nelle tenebre; ma è per lui che siamo in una luce meravigliosa: siamo “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. Ecco: questo è il frutto della Pasqua! Questo è l’effetto del Battesimo! Chi vive in questa condizione, è immerso nella luce, al punto da diventare luce egli stesso, diventa una proclamazione vivente delle opere di Dio.

Tutto questo, però, non si produce come automaticamente in noi. L’azione di Dio è infallibile, ma richiede da parte nostra la fede perché possa compiersi. E in noi c’è una sorta di diffidenza naturale nei confronti della fede, perché aver fede significa fidarsi. E noi abbiamo paura di fidarci.

Anche per gli apostoli era così. L’abbiamo ascoltato nel Vangelo: Tommaso vorrebbe sapere dove se ne va Gesù, Filippo vorrebbe vedere il Padre… Sapere, vedere… Gesù li spiazza: li esorta ad avere fede, a credere: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me; Non credi tu che io sono nel Padre e il Padre è in me?… Se non altro credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che compio io e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.

Basta credere. La fede è innanzi tutto la nostra adesione personale a Dio; al tempo stesso e inseparabilmente è il nostro sì a tutta la verità che Dio ha rivelato. Si tratta cioè di affidarsi completamente a Dio e di credere assolutamente a quel che Dio dice.

Per noi cristiani, credere in Dio significa immediatamente credere in Colui che Dio ha mandato: Gesù Cristo. Chi vede lui vede il Padre: Gesù è nel Padre e il Padre è in Gesù. Solo il Figlio conosce il Padre e quindi ha il potere di rivelarlo.

E non si può credere in Gesù Cristo se non si riceve il suo Spirito. È lo Spirito santo che ci rivela chi è Gesù, e – essendo Dio – ci apre il segreti di Dio. Per cui la nostra fede è credere in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito santo.

La fede è una grazia, è un dono di Dio. Noi la chiamiamo “virtù teologale” (insieme con la speranza e la carità) proprio per significare che è una virtù che supera le nostre possibilità naturali, e quindi ci viene donata dallo Spirito santo che “muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente e dà a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”.

È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito santo. Non di meno, credere è un atto autenticamente umano, in cui la nostra intelligenza e la nostra volontà cooperano con la grazia di Dio.

La fede è un atto della nostra intelligenza, perché è da persone intelligenti fidarsi di Dio e credere a quello che lui ci rivela. E Dio stesso ci ha dato tanti segni che provano la verità della sua parola: i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa… E’ questo che Gesù intende quando dice: “Se non altro credetelo per le opere stesse”. Quindi la fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire.

E la fede dipende dalla nostra libera volontà: nessuno può essere costretto a credere. Gesù ha reso testimonianza alla verità”, ma non la impone con la forza.

Credere in Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza è necessario per essere salvati. Noi abbiamo ricevuto la fede da Dio e, con essa, abbiamo ricevuto una grande responsabilità, perché possiamo perdere questo dono inestimabile. Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla; la nostra fede deve operare per mezzo della carità, essere sostenuta dalla speranza, essere radicata nella vita della Chiesa.

L’Eucaristia è il “mistero della fede”: Cristo ci rende partecipi del suo corpo e del suo sangue, facendoci pregustare il banchetto del cielo. Radichiamoci nella fede e pregusteremo la conoscenza che ci renderà beati nella vita futura.

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Tante difficoltà nella vita spirituale, tanti turbamenti della nostra anima sono generati da un’idea incompleta del peccato, come se questo fosse “solamente” un disordine morale, oppure una colpa che ci può essere imputata nel giudizio, o addirittura una mancanza al punto d’onore. Dobbiamo chiedere al Signore che sia Lui stesso a rivelarci il senso vero del peccato.

Non si giunge a comprendere la portata del peccato e ad acquistarne un esatta cognizione in poco tempo. Eppure è cosa importantissima perché il nostro tempo ha perso il senso della sua gravità.

In molti peccatori che pure riconoscono le loro cattive abitudini, si riscontra un indefinito atteggiamento interiore che può tradursi in questi termini: “Se avessi conservato l’innocenza, mi sforzerei di conservarla anche in seguito, ma dal momento che l’ho persa, perché mi debbo sforzare?”

Una tale espressione è possibile solo se si ha del peccato un concetto sballato, terra-terra. Anzi, sotto-terra: un concetto suggerito dal demonio. Infatti, ragionare in quei termini equivale a dire: “Se non avessi flagellato Gesù Cristo, mi potrei anche impegnare a non flagellarlo mai; ma dato che l’ho colpito una volta, continuerò a colpirlo”.

La rivelazione piena del senso del peccato che il Padre ci ha offerto è suo Figlio Gesù Cristo sofferente.

Antonello da Messina, Ecce homo

Antonello da Messina, Ecce homo

Contempliamolo ed osserviamo l’amore ardente col quale Cristo ci ama, la sua sublime santità, senza ombra di macchia, e su questa santità il segno del dolore: la ferita della lancia, la corona di spine, la croce… Anche se non appare da dove provengono queste ferite, noi ne conosciamo la causa: i nostri peccati

“Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza, né vi fosse inganno sulla sua bocca”. Is 53, 2-9

I nostri peccati sono la causa dei dolori di Gesù, della sua croce. Egli prese su di sé i nostri peccati ben sapendo che erano nostri, di ognuno di noi. Ciascuno può dunque dire: se avessi peccato di meno, Gesù avrebbe sofferto di meno.

I peccati che ancora commettiamo sono ulteriori ingratitudini che continuano a pesare sul suo Cuore: “Crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” Ebr 6, 6.

Chi considera il peccato sotto questo aspetto non ha timore di chiedere al Signore la morte, piuttosto che commettere il peccato; anzi, sente l’aspirazione ad offrire la propria vita al Signore per evitare anche un solo peccato mortale di una qualsiasi anima.

Durante la sua agonia Gesù ebbe a dire: “L’anima mia è triste fino alla morte” (Mc 14, 34; Mt 26,38)

E questa tristezza mortale che si abbatté sull’anima del Cristo fu a causa dei nostri peccati, futuri ma previsti. Tuttavia senza dubbio Gesù fin da allora ha provato qualche consolazione in previsione della nostra riparazione: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22, 43).

“E così anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati” (PIO XI, Enciclica Miserentissimus Redemptor, n. 23).

Cristo ora è risorto, è glorioso, non soffre fisicamente. Tuttavia è in grado di sentire compassione nell’anima sua. Al Cristo risorto si riferisce la Lettera agli Ebrei quando dice: Non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire le nostre infermità (4, 15). E il motivo di questa compassione è l’amore infinito che nutre per noi: vedendoci preferire il nostro ventre al suo Cuore, vendendoci correre verso il baratro della dannazione, non resta indifferente alla nostra sorte. Certo questo non toglie nulla alla sua perfetta beatitudine, e per noi resta un mistero insondabile immagi-nare come Egli possa essere perfettamente felice eppure dispiacersi del nostro peccato, ma le due cose vanno affermate insieme.

Forse tutto questo si comprende meglio se consideriamo che il Corpo mistico di Cristo è la sua Chiesa. I nostri peccati sono un cattivo esempio, sono causa del mancato riconoscimento di Gesù nella sua Chiesa e impediscono che la vera Chiesa appaia in tutta la santità in cui Gesù l’ha costituita.

Ma vi è di più: i nostri peccati, anche quelli più nascosti, causano una vera ferita al Corpo mistico. I miei peccati non distruggono solamente la grazia in me, ma minacciano anche quella di altre anime, perché se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1 Cor 12, 26). E quindi anche i peccati degli altri non possono lasciarci indifferenti: sono ferite al Corpo mistico e noi, quali membra vive, non possiamo non risentirne.

C’era un giovane affetto da una grave forma di tubercolosi. Assieme al figlio, anche la madre deperiva giorno per giorno, pur non presentando alcuna alterazione organica di rilievo. Un giorno il medico volle visitarla più a fondo e le chiese: “Signora, ma cosa vi fa male?”. E la donna: “Mi fanno male il polmoni di mio figlio”.

A Gesù oggi fanno male le mie ferite. E a me fanno male le ferite di Gesù? Mi fanno male le ferite dei miei fratelli che sono Corpo di Gesù come me?

Gesù è il Capo di questo Corpo. Per questo ci ha salvati: perché, essendosi unito a noi, i no-stri peccati sono diventati in un certo senso i suoi, e la sua riparazione è diventata la nostra (“meraviglioso scambio…!”). Ora, se noi siamo strettamente uniti a Cristo siamo salvi. Ma siamo anche strettamente uniti ad altre persone: le persone che amiamo, che ci sono più vicine, che sono “affidate” a noi a qualche titolo (familiari, parrocchiani, alunni, colleghi, condomini…), persone che possono con il nostro contributo accrescere il Corpo mistico di Cristo. Ognuno di noi potrebbe dire di loro “le mie anime”.

Di conseguenza, i peccati di queste anime sono veramente nostri. Non nel senso che siano nostri peccati personali, causa di dannazione o castigo per noi, ma nostri perché ci riguardano in modo speciale. Così se noi soffriamo per essi e ci uniamo alla riparazione di Cristo per loro e per noi, possiamo veramente soddisfare per essi. Nel considerare questi peccati potremo con più verità dire: “Signore, perdonaci”, come, sempre al plurale, ci fa pregare la Chiesa. Potremmo riparare con le nostre penitenze e sacrifici questi peccati delle “mie anime”, peccati che sono vere ferite al Cuore di Gesù.

Un mezzo per incarnare tutto ciò nella nostra vita concreta è la pratica dell’Ora santa: passando un ora in preghiera si implora la divina misericordia; si consola Gesù dell’abbandono in cui di lasciato nel Getsemani, mentre si cerca di compenetrarsi nei sentimenti del suo cuore, di portare con  lui, per quel poco che possiamo, i peccati dell’umanità.

Ma attenzione: la consolazione che noi possiamo dare a Gesù è come una goccia nel mare della consolazione che Gesù dà a noi. Noi possiamo assaggiare una goccia del calice amaro che lui ha bevuto, ma in cambio riceviamo fiumi di latte e miele. Noi possiamo cominciare a patire con Cristo, ma lui che ha patito tutto, non desidera altro che gioire con noi, che accoglierci in un abbraccio beatificante, che ci renda partecipi della sua vittoria sul male e sulla morte, della sua vita di risorto.

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16. domenica “per Annum” – B

Domenica scorsa il Vangelo ci ha presentato la partenza degli apostoli per la missione. Oggi assistiamo al loro rientro.

Essi si riuniscono intorno a Gesù e gli riferiscono sulle azioni compiute e sull’insegnamento impartito.

Questo è molto istruttivo per noi: gli evangelizzato­ri rendono conto solo a Cristo, tramite la sua Chiesa: nessuna compiacenza o approvazione differente dalla sua potràmai avere valore. Da qui il distacco e la libertà del missionario, a cui i successi non premeranno ma che fuggirà dagli applausi  come da tentazioni sottili e pericolose.

La missione è laboriosa e comporta fatica: Cristo lo sa, perciò, con tenerezza e premura invita i suoi discepoli al riposo.

Vale la pena di soffermarsi su questo punto in tempi di ferie estive. Lavorare per il Signore non significa affannarsi fino allo stremo: sarebbe pericoloso per la serenità dello spirito e la lucidità mentale,  si rischia l’esaurimento, la confusione, l’esasperazione. Diceva il beato card. Schuster: “Quando il diavolo vuol rendere inutile qualcuno, lo fa lavorare troppo”.

Ma cosa significa riposare? Cosa significa vivere bene le proprie ferie? Non certo dissiparsi in mille superficialità, o in un ozio futile e noioso. Gesù dice “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”: “Venite”, non “andate”. Il vero riposo è quello vissuto insieme con Cristo. Lui è “la nostra pace”, come ci ha detto san Paolo. Il vero riposo è distensione, preghiera, silenzio, contatto con  la natura, con i fratelli… ma soprattutto con Dio!

Eppure il riposo di Gesù e degli apostoli dura poco, perché la folla li raggiunge. A quella vista Gesù non si fa prendere dal disappunto, ma si commuove per loro “perché erano come pecore senza pastore”. Per questo “si mise a insegnare loro molte cose”.

Se ci guardiamo intorno, nella gente che ci vive accanto, non vediamo forse un gregge senza pastore? Un gregge senza pastore è una cittàche ha dimenticato Gesù Cristo; sono famiglie in cui i padri non annunciano il vangelo ai figli, sono cristiani che non ascoltano la Parola di Dio, comunità indolenti, che  trascurano l’Eucaristia o la celebrano distrattamente…

Il Signore dice a proposito: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” (Ger).

Guai a noi sacerdoti, se siamo cattivi pastori. Ma non siamo gli unici: guai ai genitori, ai catechisti… a tutti quei cristiani che sono cattivi pastori.

Ma subito dopo il Signore dice che sarà lui stesso a prendersi cura del gregge, e che costituirà su di esso pastori  secondo il suo cuore.

Ancora una volta l’invito èquesto: lasciamoci radunare da Cristo, lasciamoci curare e istruire da lui. Cosìdiventeremo, ciascuno al suo posto, veri pastori dei fratelli che il Signore stesso ci affida.

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