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Il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è conosciuto per il discorso sul “Pane di vita”, la grande catechesi eucaristica di cui la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) costituisce l’introduzione narrativa. Ma un’introduzione non è una sezione di importanza minore, che possa essere letta frettolosamente; al contrario: è la porta d’ingresso e solo attraversandola attentamente potremo giungere laddove l’evangelista vuole condurci, cioè alla conoscenza di Gesù Pane di vita.

La narrazione ci mostra tre protagonisti: Gesù, i discepoli – rappresentati da Filippo e Andrea, ma anche dal ragazzo che offre i cinque pani e i tre pesci – e la folla. Quel che Gesù dice e fa, serve essenzialmente ai discepoli per capire chi è Gesù e cosa debbono attendersi da lui.

Prendiamo anzitutto in considerazione la grande folla che lo segue. Seguire Gesù per quei territori, con i mezzi del tempo, non era certamente una cosa semplice: la gente doveva camminare per decine di chilometri, doveva affrontare la fatica e la fame… C’era bisogno di una forte motivazione, di una fiducia eccezionale in lui. Che cosa li spinge? Giovanni ci dice che la folla lo seguiva perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Era cioè impressionata dalle guarigioni compiute da Gesù, le quali certo manifestavano la potenza di Dio: desideravano vedere i miracoli e magari di riceverne anch’essi. E – almeno per il momento – non rimangono delusi: Gesù sazia miracolosamente la loro fame, mandandoli in visibilio. Questi è davvero il profeta che viene nel mondo!Vogliono addirittura venire a prenderlo per farlo re. Certo, un uomo come lui, che si prende cura dei bisogni degli uomini, delle loro malattie, della loro fame… vale la pena di seguirlo!

Ma questo tipo di sequela è destinato a durare poco. Sicuramente, tra tutti i malati che c’erano al mondo, quelli guariti da Gesù non erano che una piccolissima minoranza; e davanti alla fame che attanaglia milioni di persone, le poche migliaia sfamate da Gesù non sono “statisticamente rilevanti”.

Se dunque il nostro impegno a seguire Gesù si fondasse unicamente sul fatto che lui si prende cura dei nostri bisogni, non resisterebbe alle prove della vita. I malati, anche se guariti, prima o poi si ammaleranno di nuovo e la fame, saziata oggi, si ripresenterà inevitabilmente nei giorni seguenti. Ogni morte, ogni carestia, ogni sciagura si ergerebbe come uno scandalo insormontabile che ci farebbe dubitare dell’esistenza di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Per questo l’uomo moderno ha preso ad attendersi la guarigione e il cibo dallo sviluppo scientifico e tecnologico, non dai miracoli, e per questo pensa di poter fare a meno di Dio.

Il fatto è che non abbiamo ancora capito che i miracoli sono segni, sono come un dito che indica il cielo: è il cielo che bisogna guardare, non il dito. Se Gesù guarisce un malato, ridonandolo alla vita terrena, questo è il segno che egli è colui che dona la vita eterna, una vita che è più forte della morte. Se Gesù sazia la fame della folla dando loro pani e pesci da mangiare, questo è il segno che egli offre un cibo che nutre la vita eterna dentro di noi, un cibo che è farmaco d’immortalità e pegno di risurrezione.

E tuttavia i segni che Gesù compie non sono soltanto insegnamenti teorici, sono invece fatti reali: vere guarigioni, vero pane. Egli ci aiuta realmente a vivere su questa terra: se cerchiamo anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, ogni cosa ci sarà data in aggiunta (Mt 6, 33).

Gesù chiede a Filippo: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?Si tratta di una provocazione rivolta al discepolo per dargli la consapevolezza del dono di Dio. E Dio dà agli uomini i sui doni, quando gli uomini imparano a fidarsi di Dio e non di se stessi.

Alle volte, pur seguendo Gesù, ci sentiamo scoraggiati davanti alle difficoltà della vita: come potrò affrontare questo lavoro, questa malattia, questo problema? In quei momenti dovremmo ricordarci le parole di Paolo: “«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (…) Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 7, 9.10). “Dio solo basta”, dice santa Teresa.

Ma c’è una condizione: dobbiamo restituire a Dio tutto ciò che possediamo, come il ragazzo che aveva i cinque pani d’orzo e due pesci, che Gesù accoglie dopo aver reso grazie, grazie perché tutto viene da Dio, tutto è suo dono.

Un utilitarista avrebbe detto: “Una persona sola può mangiare quel cibo e star bene per un paio di giorni, ma che cos’è questo per tanta gente?Allora lascia che quel povero ragazzo mangi il suo pane in pace”. Spesso capita anche a noi di pensarla così a proposito delle nostre cose: ne ho appena in misura sufficiente per me, non ho abbastanza per darne ad altri, ho diritto di tenermele per me. Certo, “in punta di diritto”, il ragionamento è ineccepibile. Ma così facendo rifiutiamo di essere noi stessi un segno che conduce a Cristo, rifiutiamo la “materia” a cui lo Spirito vuole dar forma. Al contrario, se diamo tutto ciò che abbiamo, il Signore fa il miracolo e il nostro poco sarà sovrabbondante anche per una vasta folla.

Nell’eucaristia noi offriamo piccole cose: un pezzo di pane, un po’ di vino… Gesù le prende dalle nostra mani e le trasforma nel suo corpo e sangue. Così, se offriamo tutto quel che abbiamo, il Signore moltiplica la nostra offerta e la rende segno efficace della vita eterna.

 

 

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