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L’autore del libro della Sapienza si pone il problema fondamentale, la domanda di tutte le domande: se Dio è il Signore della vita, perché c’è la morte? E prima ancora: cos’è la morte? E, in ultima analisi, cosa c’è “dietro” la morte? E c’è qualcosa “oltre” la morte?

La domanda sulla morte è la domanda sulla vita posta in modo serio: noi tutti “viviamo”, ci muoviamo, lavoriamo, fatichiamo, alle volte ci affanniamo, alle volte soffriamo e stringiamo i denti, altre volte piangiamo lacrime amare ma le ingoiamo più o meno in fretta per riprendere il cammino, per continuare… Ma cosa ci spinge a fare tutto questo? Il desiderio di vivere. Eppure questo desiderio che ci spinge in avanti, questo impulso che ci getta sempre nelle braccia dell’attimo futuro per realizzare la nostra esistenza, questo desiderio di vivere è destinato ad una sconfitta inevitabile: ci scaglia in avanti e davanti a noi c’è un muro inevitabile contro il quale tutti i nostri slanci vitali sono destinati ad infrangersi: la morte.

Nel vangelo (Mc 5, 21-23) ne vediamo due modalità: la fanciulla di dodici anni che mentre sta sbocciando alla vita è stroncata dalla morte, e la donna che da dodici anni è lentamente preda della morte a causa delle emorragie.

Si tratta di un tema importate oggi, proprio perché è un tema accantonato, messo da parte. La gente ha tanta paura della morte da non riuscire nemmeno a sopportarne l’idea. È proibito parlarne, è proibito ricordare. O se ne parla in modo ossessivo, la si rappresenta con necrofilia, per esorcizzarla. Ci fa tanta paura che ci spinge a fare le cose più assurde pur di allontanarla, di respingerla, di evitarla…

Ma questo è impossibile: la morte si erge davanti a noi come un muro invalicabile, o meglio, come un buco nero nel quale per forza di cose ci sembra che saremo risucchiati con tutti i nostri sforzi, tutte le nostre attese, tutte le nostre ansie…

“Maledetta morte!” Quante volte l’abbiamo detto davanti alla bara di una persona amata, o usciti dalla camera di un malato terminale o pensando al futuro più o meno lontano che ci attende tutti, inevitabilmente… Maledetta morte!

Maledetta sul serio, perché – come dice il libro della Sapienza (1,13-15; 2,23-24) – la morte non è una creatura di Dio, è una condizione causata dal diavolo per invidia.

Contro questa maledizione, però, si erge la salvezza: Gesù Cristo, il Signore della vita. In Mc 5, 21-23 viene descritta una marcia trionfale verso la vita[i].

Giàiro, una persona importante, uno dei capi della sinagoga, si getta ai piedi di Gesù e lo supplica: ha una figlia di dodici anni, che sta morendo. Gesù si incammina con lui, e lungo la strada una donna gli tocca appena il mantello, e grazie a quel gesto carico di fede guarisce da una penosa malattia rivelatasi inguaribile. Giunti a casa di Giàiro sembra che la morte abbia vinto: “Tua figlia è morta” vengono a dire al padre, senza un minimo di rispetto per il suo dolore “perché disturbi ancora il maestro?”. Ma Gesù, senza scomporsi, dice a Giàiro: “Non temere, continua solo ad aver fede”. Caccia via tutta la gente che piange e urla, prende per mano la bambina: “Fanciulla, alzati!”, le dice, come aveva detto prima al mare: “Taci, calmati!” (Mc 4, 39). Di nuovo è stupore; dunque non solo il mare gli obbedisce, ma anche la morte!

Oggi noi siamo chiamati a rinnovare la nostra fede in Gesù Signore della vita e della morte; in Gesù che salva. Abbiamo bisogno di essere salvati, di una salvezza che non si limita alla mente, al cuore o all’anima, ma che abbraccia tutto intero l’uomo, la sua carne e il suo spirito. La guarigione della donna inferma e la risurrezione della figlia di Giàiro sono un segno per noi: il segno che Dio fa trionfare la vita. E come? Semplicemente abolendo la malattia e la morte? No: riscattandole. Aprendo in esse un passaggio, un varco verso la vita. Un giorno non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno: tutte queste cose saranno passate. L’ultimo nemico – la morte – sarà annientato. Ci sarà la vita eterna! Ecco la promessa contenuta in quei segni e che fa dei miracoli di Gesù come altrettanti sacramenti della speranza.

Ma chi ci dice che questa è davvero una speranza e non un’illusione? Il fatto che almeno uno ha percorso quel cammino tutto intero: Gesù! Gesù è passato attraverso la morte ed ora – noi lo sappiamo – è il vivente. Il Vangelo di oggi è come un assaggio della Pasqua di Gesù.

Tutto questo non ha senso che nella fede: La tua fede – disse Gesù alla donna – ti ha salvata; e a Giàiro, sconvolto per la notizia della morte della figlia dice: Non temere, continua solo ad aver fede!

 

[i] Riprendo qui alcune idee che mi vengono dal p. Raniero Cantalamessa

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L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

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Tentazione

Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, leggiamo della tentazione di Gesù nel deserto. Siamo abituati ai racconti di Matteo e Luca, che narrano delle tre tentazioni del diavolo che tenta di separare Gesù dal Padre. Quest’anno, invece, la liturgia ci fa ascoltare il testo molto più essenziale di Marco, in cui tutta la vicenda è riassunta in queste parole: “Nel deserto rimase quaranta giorni tentato da Satana” (Mc 1, 13a).

Marco non dice nulla circa il contenuto delle tentazioni. Ci dà, tuttavia, il nome del tentatore, un nome che è tutto un programma: Satan, che in ebraico significa “accusatore”. Satana è certamente “diavolo”, perché vuol dividere, ma il suo nome ci dice anche come egli tenta di operare la divisione: mediante l’accusa!

Satana è una potenza invidiosa della felicità dell’uomo, nemica della natura umana e perciò nemica di Dio e del suo disegno d’amore. La strategia di Satana è tesa a rovinare l’uomo per togliere gloria a Dio, se mai ci riuscisse. E la tattica che usa è racchiusa nel suo nome: l’accusa. Accusa Dio davanti agli uomini, accusa gli uomini davanti a Dio, accusa gli uomini davanti agli altri uomini, accusa l’uomo davanti a se stesso.

Satana accusa Dio davanti agli uomini, insinuando – come ad Eva nell’Eden (Gn 3, 1-5)– il dubbio sulla bontà di Dio, sulla sua giustizia, sulla sua potenza. Quanti peccati commettiamo a causa di questa tentazione! Si tratta di una tentazione di superbia, perché pretendiamo addirittura di farci noi giudici di Dio e così rifiutiamo il suo amore, non ci fidiamo della sua guida, cadiamo nella disperazione. Gesù sulla croce è la vittoria radicale su questa tentazione: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”: tutto è dolore, tenebra, morte, ma io so che tu sei buono, che mi ami, che mi ridarai vita. Gesù si liberò di Satana già nel deserto con un atto di totale adesione alla volontà del Padre, consegnando definitivamente a lui la sua libertà.

Il libro dell’Apocalisse (12, 10) ci dice poi che Satana accusa gli uomini davanti a Dio “giorno e notte”. Mette in luce i nostri peccati, le nostre debolezze, le nostre incoerenze, cercando di trascinarci nella sua stessa condanna; una condanna che – considerando la giustizia in astratto – certamente noi meriteremmo Qui però Satana sperimenta la propria impotenza, perché Dio, ovviamente, non cede alle sue accuse. Non perché non siano vere (è evidente che siamo peccatori!), ma perché la bontà di Dio si manifesta maggiormente proprio nel perdono e nella salvezza offerta ai peccatori.

Allora Satana, visto che lui non c’è più posto nel cielo, se ne va a portare le sue accuse tra gli uomini. È ciò che riscontriamo nel Vangelo quando vediamo i Farisei che si scandalizzano perché Gesù riceve i peccatori e mangia con loro, o gli portano l’adultera per la lapidazione… Si fanno, come Satana, “avvocati della giustizia”, per non ammettere che hanno un cuore privo del primo requisito della giustizia vera e divina, che è l’amore! Anche qui, la tentazione affonda le radici nella superbia umana, che ci porta a disprezzare gli altri per esaltare noi stessi. Gesù – l’unico che poteva realmente giudicare – dice di non essere venuto per condannare, ma per salvare (cf. Gv 12, 44-50).

C’è un altro aspetto dell’azione satanica che va considerato: Satana accusa l’uomo davanti a se stesso: prima ti alletta con il peccato e, dopo che l’hai commesso, ti accusa di essere caduto, ti fa sentire sporco, peggiore degli altri, imperdonabile. È il peccato di Giuda, non quando tradisce Gesù, ma quando va ad impiccarsi. Ed anche qui, la radice sta nella superbia umana che pretende di essere superiore e, non riuscendovi, cade nella disperazione. All’opposto troviamo san Paolo che dice: io non giudico me stesso, perché mio giudice è il Signore (cf. 1 Cor 4, 4). Se lasciamo il giudizio al Signore troveremo misericordia e pace: “qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore” (1 Gv 3, 20).

Gesù nel deserto si libera di Satana, l’accusatore, per liberare gli uomini dalle sue accuse. Dobbiamo accogliere questa liberazione: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15). Quando uno si converte e crede, si consegna totalmente alla volontà del Padre e continua a fidarsi di lui anche nel buio più totale, Satana perde ogni potere su di lui ed egli partecipa, così, della potenza liberatrice di Cristo. La sua parola e la sua vita, nel piccolo o nel grande, a seconda del posto dove il Signore lo ha messo, sono un reale esorcismo, non però un esorcismo a parole ma a fatti. Dove lui o lei arriva, il nemico è snidato e messo in fuga, non dalle capacità umane, s’intende, ma dalla grazia che porta dentro e che lo rende partecipe della santità stessa di Cristo.

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L’immagine del Regno di Dio che emerge dal raffronto tra Is 25, 6-10 e Mt 22, 1-14 è quella di una festa magnifica a cui gli uomini tutti sono invitati.

Perché la Parola di Dio sceglie proprio questa immagine della festa? Per trasmetterci un senso profondo e intenso di gioia! Dio vuole la nostra gioia, la nostra allegria, la nostra festa! È un Dio che ci ha creati per condividere con noi la sua beatitudine.

Ora – come sant’Agostino non si stanca di insistere – la beatitudine implica la libertà: nessuno può essere felice se non accoglie liberamente il dono della felicità, nessuno può essere costretto ad essere felice, nessuno può entrare nella beatitudine se non decide di rispondere e si impegna ad accogliere l’invito di Dio.

Ecco il senso della parabola degli invitati alle nozze! Anzitutto ci viene presentato un re che organizza la festa nuziale del suo figlio. Gli ascoltatori di Mt riconoscono subito nel re Dio Padre, nello sposo Gesù e identificano se stessi negli invitati alle nozze (cf. 9, 15).

La parabola è chiaramente divisa in due parti[*]. Entrambe cominciano con la scena del re che manda i suoi servi a invitare gli ospiti per il banchetto nuziale. Nella prima scena l’invito non ha successo, nella seconda invece sì. Tuttavia entrambe le scene finiscono con una catastrofe, che nel primo caso riguarda tutti gli invitati, nel secondo uno soltanto degli ospiti.

La prima scena ci mostra il re che manda i suoi servi per sollecitare, attraverso di loro, come si usa tra nobili, la venuta degli ospiti già precedentemente invitati. Ma costoro non vogliono venire: il che, per ospiti che avevano promesso, in linea di massima, la loro presenza, è, in ogni caso, una vera e propria insolenza; ma quando chi invita è un re e gli ospiti sono suoi sudditi, l’atto di insolenza è una follia. Il re reagisce in maniera addirittura commovente: rimanda i servi a quegli ospiti con l’incarico di chieder loro di intervenire, decantando una ad una le delizie del pasto che, pronto, aspetta solo loro per essere servito a tavola. Ma quelli fanno di peggio. Alcuni piantano in asso i messaggeri e, senza una parola di scusa, se ne vanno: il lavoro nei campi o gli affari in città sono per loro più importanti dell’invito del re. Altri, arrivano addirittura ad insultare ed uccidere i servi del re.

A che cosa dovranno pensare gli uditori del Vangelo? Ricordando la parabola dei vignaioli omicidi ricorderanno i profeti biblici, ma anche i missionari cristiani che non hanno mai cessato di chiamare Israele a Cristo: sanno del rifiuto opposto ai profeti e delle persecuzioni riservate agli evangelizzatori.

A questo punto, la pazienza del re è costretta a trasformarsi in giustizia: gli assassini vengono uccisi e la loro città data alle fiamme. Qui Mt fa evidentemente riferimento alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d. C.

Dopo di che, il re cerca nuovi ospiti per la festa nuziale del figlio. Adesso manda i suoi servi fuori della città, ai crocicchi delle strade, per invitare tutti quelli che vi incontrano. Diversamente dal primo, questo nuovo invito ha avuto successo: la sala della festa si riempie di commensali. Ma c’è una nota che spiazza: si dice che questi erano “buoni e cattivi”. Perché?

Per gli ascoltatori di Mt convertiti dal paganesimo, fino a questo punto la parabola suonava esaltante: essa descriveva il loro afflusso in massa, in contrapposizione al rifiuto dei Giudei; diventava forte la tentazione di indentificarsi trionfalisticamente con gli eletti. Gli altri, i Giudei, non sono forse stati esclusi perché increduli? Di qui a concludere che per i credenti viceversa la salvezza sarebbe ormai assicurata, il passo era abbastanza breve. Dalle lettere di san Paolo sappiamo che c’erano alcuni cristiani “libertini”, che ritenevano di poter vivere nella dissolutezza, nelle fornicazioni, nell’indisciplina, perché il fatto di essere diventati credenti e battezzati li poneva al di sopra di ogni legge morale (cf. 1 Cor 5-6). Proprio per questo Mt sottolinea che la sala si è riempita non solo di eletti, ma di “buoni e cattivi” – come nel campo cresce il grano e la zizzania (Mt 13,24-30.36-43), come nella rete gettata nel mare si raccolgono pesci buoni e pesci cattivi (Mt 13, 47-50). Ma ci sarà un giudizio che separerà gli uni dagli altri: le pecore dalle capre, le vergini sagge da quelle stolte, i servi buoni e fedeli da quelli malvagi e pigri (Mt 25)

Infatti li festeggiamenti non hanno inizio subito. A un certo punto il re scende di persona ad ispezionare gli ospiti uno per uno, e chi è sprovvisto dell’abito nuziale viene legato mani e piedi, come un delinquente, e gettato fuori nelle tenebre ove – altroché festa! – ci sono “pianto e stridore di denti” (espressioni che designano chiaramente la dannazione e l’inferno).

Ma cosa significa quel misterioso “abito nuziale” senza il quale non si può partecipare alla festa? Paolo parla della necessità di rivestirsi di Cristo (Gal 3, 27; Rm 13, 14), di rivestire l’uomo nuovo (Col 3, 10), di rivestirsi di sentimenti di misericordia (Col 3, 12). Senza questo rivestimento si è esclusi dal Regno.

Ciò significa che essere chiamati a entrare nella comunità non equivale affatto essere salvati. La misericordia di Dio per i lontani, per i peccatori, non deve essere fraintesa: gli uomini rimangono responsabili delle loro azioni. La misericordia di Dio non è una garanzia di impunità. Credere – accogliere l’invito alle nozze – non significa semplicemente aderire ad una dottrina o a un culto che ci assicurerebbero automaticamente la salvezza; al contrario, significa vivere in coerenza tutte le esigenze del dono ricevuto. L’accettazione dell’invito, il battesimo, l’appartenenza alla comunità sono solo il primo passo; nulla è ancora deciso.

Nella chiesa vivono gomito a gomito buoni e cattivi. I membri della comunità, dunque, non possiedono la salvezza, ma possono perderla di nuovo. Devono conservarla mediante le loro azioni. Un invito non è un certificato di garanzia: perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.

 

[*] Anche qui, per l’esegesi faccio riferimento a U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, ed a V. Fusco, Oltre la parabola, Roma 1983.

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Vi sono due timori, perché vi sono due amori.

Gesù rivolge ai suoi parole dolcissime: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. I discepoli sono il “piccolo gregge”, di cui Gesù è il “pastore grande” (Ebr 13, 20; cf. Gv 10, 11.14; 1 Pt 2, 25; 5, 4; Ap 7, 17). Un piccolo gregge è sempre esposto ai pericoli, ma giacché il pastore lo custodisce, non ha da temere. La ragione ultima di questa sicurezza è che Dio è Padre, e se a Lui “è piaciuto” donare il regno al piccolo gregge, questo dono non gli sarà mai tolto.

Ciò che questa pagina di vangelo ci trasmette, è anzitutto il dono dell’amore di Dio, che – come dice san Giovanni – “scaccia il timore”: “Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio (…). Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4, 17.18).

Eppure, in questa stessa pagina, non mancano immagini paurose. C’è un ladro minaccioso, che viene ad un’ora sconosciuta della notte per scassinare la casa. C’è un padrone di casa che arriva inaspettato dal servo malvagio e lo punisce severamente, infliggendogli la sorte che meritano gli infedeli, che dà molte percosse a colui che, conoscendo la sua volontà, non ha disposto o agito secondo quella volontà.

Come vanno insieme queste cose che, a prima vista, sembrano opposte? La chiave di tutto è proprio l’amore. E vediamo come.

Anzitutto Gesù dice: Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. La paura è sempre timore di perdere ciò a cui il nostro cuore si è attaccato, di perdere l’amore nostro. Per questo nell’antichità la sede del timore è il cuore, ed il contrario della paura è chiamato “coraggio”, dal latino medievale coraticum, che significa appunto “cuore”).

Dunque, se hai paura è perché ami il tuo tesoro ed hai paura di perderlo. Se ami il tuo denaro, hai paura dei ladri. Ma se il tuo tesoro è in cielo non hai nulla da temere!

Se il tuo tesoro è il Regno e sai che il Padre te l’ha dato, il tuo cuore è al sicuro insieme al tuo tesoro. Certo, questo grande tesoro, non ce l’abbiamo ancora a disposizione, non lo vediamo. Lo possediamo, sì, ma nella fede. La fede è il fondamento di ciò che si spera e la prova di ciò che non si vede (Ebr 11, 1). Il Regno ci è stato già dato! È un tesoro che già possediamo. Ma lo possediamo al buio: non lo vediamo! Lo possediamo nella notte: è un bene presente, ma in germe e continuamente minacciato. Siamo nell’ultima notte, quella che prelude al ritorno del Signore. È una notte che è cominciata il mattino di Pentecoste e durerà fino al ritorno di Cristo.

Ma è proprio qui che gli animi si dividono, perché il nostro cuore è diviso tra due amori, come dice sant’Agostino: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé e l’amore di sé fino al disprezzo di Dio. (De civ. Dei, XIV, 28).

Quelli che amano Dio fino al disprezzo di sé non hanno paura di niente. Temono una sola cosa: di perdere Dio, ma non ne hanno paura, perché credono alla parola di Gesù e sanno con certezza che a Dio è piaciuto di dar loro il regno. Dunque il loro timore, il santo timore di Dio, li porta ad essere vigilanti, a stare come gli Israeliti nella notte di Pasqua: con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, svegli, pronti per andare incontro al Signore che viene per entrare al banchetto con lui. E siccome egli ci promette che si stringerà – lui stesso! – le vesti ai fianchi e passerà a servirli, vivranno l’attesa servendo i fratelli, sull’esempio del loro Signore.

Quelli che invece non amano Dio fino a questo punto, fatalmente amano se stessi fino al punto di disprezzare Dio; sono come quel servo che perde di vista il ritorno del padrone e spera, in cuor suo, che non tornerà affatto; quindi, invece di servire il prossimo, comincia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi. Ma il Signore ritornerà. Il Vangelo ci insegna che la vita cristiana e la vita ecclesiale sono inconcepibili senza una resa dei conti: quante parabole alludono a questo!

Si dice: “Ma Dio ci ama!”. Certo, ma è proprio il suo amore che richiede la resa dei conti ed, anzi, ne raddoppia l’esigenza, proprio nel senso che l’amore suo ci nobilita, ci affida grandi beni, ci conferisce una dignità immensa – e non tollera di essere deluso: A chi fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Dunque: dobbiamo temere o non dobbiamo temere? Risposta: dobbiamo amare, perché siamo amati da Dio; non dobbiamo temere alcun male, perché Dio è nostro Padre; c’è una sola cosa di cui dobbiamo temere: il nostro egoismo, il rifiuto dell’amore.

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Il terrorismo, nella sua definizione più semplice, è il tentativo di condizionare la vita dei popoli mediante la paura. In preda alla paura le persone – e ancor più le masse – sono prive di lucidità mentale e quindi facilmente condizionabili, praticamente a disposizione del più forte. E noi occidentali del XXI secolo siamo particolarmente condizionabili a causa delle nostre paure. Abbiamo paura di tutto: temiamo per la nostra salute, per la qualità dell’aria e del cibo, per la crisi economica, per la perdita delle relazioni affettive, abbiamo paura degli stranieri, dei poveri, delle malattie, dell’handicap, della morte… Siamo fragili. Fragili come un bambino senza padre, senza qualcuno che lo faccia sentire allo stesso tempo amato e protetto, guidato con mano ferma e sostenuto. Siamo le vittime ideali del terrorismo.

La guerra al terrorismo si combatte su tanti fronti: quello militare, quello investigativo, quello diplomatico… Ma si tratta di fronti “esterni”, rivolti all’altro, all’aggressore o al possibile alleato contro di lui. C’è invece un fronte interno che tendiamo a dimenticare: quello della nostra capacità di resistere alla paura. Se volete, possiamo chiamarlo “fronte culturale”, intendendo per “cultura” la “coltivazione dell’animo”, la cura della propria coscienza e la disciplina delle proprie emozioni, ossia la virtù.

Il vangelo ci mette sotto gli occhi una situazione di terrore cosmico: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti… le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte». Di fronte a ciò, le reazioni sono diverse: da un lato si parla di uomini che «moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra». Dall’altro ci si dice: «Quando incominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21, 25-28).

Cos’è che fa la differenza? Si risponderà anzitutto: la fede, ma in particolare quella declinazione della fede che si apre all’attesa e si chiama propriamente “speranza”.  “Fede” significa relazione vivente con Dio che è nostro Padre ed è onnipotente: si prende cura di noi, non ci lascia perire come pecore senza pastore. “Speranza” significa fiducia nelle parole di Gesù che tornerà dal cielo per liberarci.

Ma noi perché abbiamo paura? Troppo facile rispondere: perché non abbiamo fede e speranza. Fede e speranza sono doni che Dio da a tutti coloro che glieli chiedono. Il problema non sta tanto lì, quanto nelle nostre scelte conseguenti. Abbiamo fede, sì, ma se abbiamo timore e angoscia è perché, come dice Gesù (Lc 21, 34-36), il nostro cuore si appesantisce in dissipazioni (perdiamo il nostro tempo correndo dietro a cose non buone), ubriachezze (teniamo la nostra mente intontita con tante sciocchezze, anziché cercare la saggezza, la giustizia, il coraggio, il dominio su noi stessi), affanni della vita (ci preoccupiamo del denaro, del successo, del potere… e non ci rendiamo conto di perdere la vita). Questi sono i nostri nemici più pericolosi: questo è ciò che ci rende fragili, manipolabili, perdenti.

Se vogliamo realmente sconfiggere il terrorismo, cominciamo dunque a sconfiggere dentro di noi il terrore. Nnon tutti possiamo combattere battaglie militari, investigative o diplomatiche, ma tutti possiamo e dobbiamo vincere la nostra battaglia interiore: costruirci come persone coraggiose, che hanno in Dio la loro forza e in Cristo il loro liberatore.

C’è un aneddoto della vita di san Luigi Gonzaga che viene citato spesso. Una volta egli stava giocando a biliardo con alcuni altri giovani gesuiti; arrivò il bacchettone di turno e gli disse: Luigi, se sapessi che è arrivata la tua ora, cosa faresti? E il santo rispose bel bello: continuerei la partita! E questa è la risposta che, invariabilmente, danno i santi: continuerei a fare quel che sto facendo, perché non ho paura: questo è il mio modo di santificarmi e di rendere gloria a Dio, nella fatica come nel riposo, nello studio e nel gioco, nel lavoro e nella preghiera, nella salute e nella malattia, nella gioia e nella sofferenza. Tutto utilizzo in modo saggio per rispondere a Dio che mi ama, confidando nella sua bontà.

Per chi crede, spera e ama come Gesù ci ha insegnato, ogni momento è un incontro con il Signore che viene, e la sua venuta è tempo di liberazione e di gioia.

Ecco dunque il senso di questo Avvento che cominciamo oggi: prepararci a incontrare il Signore, disporre i nostri cuori perché quando verrà ci trovi pronti.

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Ripropongo qui una catechesi del p. Raniero Cantalamessa, leggermente adatatta.

Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. Il racconto della visitazione è un mezzo per portare alla luce ciò che si era compiuto nel segreto di Nazaret e che solo nel dialogo con un’interlocutrice poteva essere manifestato e assumere un carattere oggettivo e pubblico .
La cosa grande che è avvenuta a Nazaret, dopo il saluto dell’angelo, è che Maria ha creduto ed è diventata così madre del Signore. Non c’è dubbio che questo aver creduto si riferisce alla risposta di Maria all’Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Con queste poche e semplici parole si è consumato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo.
Dalle parole di Elisabetta: Beata colei che ha creduto, si vede come già nel Vangelo, la maternità di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma molto più come maternità spirituale, fondata sulla fede. Su ciò si basa sant’Agostino quando scrive:
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo… Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che ne grembo, rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola»” .
Ad uno sguardo superficiale, quello di Maria potrebbe sembrare un atto di fede facile e persino scontato: diventare la madre di un re che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe, la madre del Messia! Ma questo è un modo di ragionare sciocco. La vera fede non è mai una cosa comoda: è sempre un po’ morire. Così fu per Maria.
Già sul piano puramente umano, Maria viene a trovarsi in una totale solitudine. A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei? Chi le crederà quando dirà che il bimbo che porta nel grembo è “opera dello Spirito Santo”? Noi parliamo oggigiorno volentieri del “rischio della fede”, intendendo con quest’espressione, generalmente, il rischio intellettuale; ma per Maria si trattò di un rischio reale: la lapidazione!
Un filosofo credente, Søren Kierkegaard, ci ha dato delle immagini efficacissime della fede. Credere, dice, è “inoltrarsi per quella strada dove tutti i cartelli indicatori dicono: Indietro, indietro!”; è come “venirsi a trovare in mare aperto là dove ci sono settanta stadi di profondità sotto di te”, è “compiere un atto tale che per esso uno si viene a trovare completamente gettato in braccio all’Assoluto”. Se tutto questo è vero, allora non c’è dubbio che Maria è stata la credente per eccellenza, di cui non ci potrà essere mai l’eguale. Ella si è venuta a trovare davvero gettata completamente in braccio all’Assoluto. Infatti ella è l’unica ad aver creduto “in situazione di contemporaneità”, cioè mentre la cosa accadeva, prima di ogni conferma e di ogni convalida da parte degli eventi e della storia. Ha creduto in totale solitudine. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”: Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto.
La beatitudine proclamata da Elisabetta è quindi la vera beatitudine di Maria, quella confermata da Cristo stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli¬sabetta la proclama invece beata perché ha creduto. La donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto – risponde – coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Gesù aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la vera grandezza di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva” le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore”? (cf Lc 2, 19.51).
Non dovremmo però concludere il nostro sguardo alla fede di Maria con l’impressione che Maria abbia creduto una volta e poi basta nella sua vita; che ci sia stato un solo grande atto di fede nella vita della Madonna. Ci sfuggirebbe così l’essenziale. Le opere di Dio non si impiantano stabilmente in un soggetto libero e sottoposto al divenire e alla fede, in mo¬do meccanico, una volta per sempre, con una promessa iniziale, dopo la quale tutto diventa semplice e chiaro. Quello che era chiaro in un istante all’inizio, perché lo Spirito lo rendeva tale, può non esserlo più in seguito; la fede può essere messa alla prova dal dubbio; non dal dubbio su Dio, ma su di sé: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? E se mi fossi ingannata? E se non fosse stato Dio a parlare?». La misteriosità dell’agire di Dio resta tale e prima di rassegnarci a vivere nel mistero, quanta agonia bisogna passare!
Quante volte, in seguito all’Annunciazione, Maria sarà stata martirizzata dall’apparente contrasto della sua situazione con tutto ciò che era scritto e conosciuto, circa la volontà di Dio, nell’Antico Testamento e circa la figura stessa del Messia!
II Concilio Vaticano II ci ha fatto un grande dono, affermando che anche Maria ha camminato nella fede, anzi che ha “progredito” nella fede, cioè è cresciuta e si è perfezionata in essa (LG 58). Camminare nella fede comporta questo martirio della coscienza di non avere altra difesa contro l’evidenza, che la parola di Dio una volta ascoltata dentro e in seguito risuscitata solo dall’esterno, tramite intermediari umani.
Sant’Agostino, dopo aver affermato, nel testo citato sopra, che Maria “piena di fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo” trae da questo un’applicazione pratica dicendo: “Maria credette e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi” .
Crediamo anche noi! La contemplazione della fede di Maria ci spinge a rinnovare anzitutto il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio.

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