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La Solennità di Cristo Re costituisce la sintesi di tutto l’Anno liturgico e di tutto il Vangelo, giacché il Vangelo non è altro che la buona notizia, l’annuncio del Regno di Dio in Cristo.

Basileia, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona novella – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). E ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

L’annuncio del prossimo avvento del Regno è normalmente seguito da un appello che invita gli uditori a prepararsi: “Convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1, 15). Le raccomandazioni sono molto varie: accanto alla penitenza e alla fede, c’è l’obbedienza alla volontà di Dio, l’osservanza dei suoi comandamenti, la necessità di mostrarsi fedeli e vigilanti, di praticare la carità e di rinunciare ai beni della terra. Tutto ciò per essere pronti al momento in cui il Regno arriverà, per trovarsi nella condizione di potervi entrare e non esserne gettati fuori, per riceverlo in eredità ed essere un grande in questo Regno. La prospettiva generale è quella di una futura presa di possesso. Le beatitudini del discorso della montagna, nel loro insieme, esprimono lo stesso punto di vista: “saranno consolati”, “saranno saziati”, “erediteranno la terra”, “otterranno misericordia”, “vedranno Dio”. La prima beatitudine, invece, non promette che il Regno “sarà” del poveri; essa dice che esso “è” già loro. E Mt 5, 10 ripete la stessa affermazione per coloro che sono perseguitati per la giustizia.

Il Regno di Dio esiste; fin dal momento in cui Gesù comincia a predicare esso “è” di coloro a cui è destinato; esso è donato ed appartiene a essi di pieno diritto. Preparato per essi (Mt 25, 34), il Regno costituisce la loro eredità, sebbene essi debbano attendere ancora un po’ prima di prenderne possesso. Per questo la prima beatitudine li proclama beati fin dal presente. La loro felicità precorre la presa di possesso. Sono beati perché il Regno è sul punto di venire.

Proclamare che i poveri sono beati è semplicemente un’altra maniera per dire che il Regno di Dio è vicino. Rivolto ai peccatori, l’annuncio della imminente venuta del Regno diventa un invito pressante a fare penitenza; rinvolto ai poveri, prende la forma di un invito alla gioia, perché questo Regno, che è sul punto di venire, appartiene ad essi.

La proclamazione delle beatitudini suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia giunto il giorno in cui Dio esercita il suo Regno a favore dei poveri.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. I poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

E se noi ci accorgiamo di non essere poveri, di essere anzi sazi, gaudenti come il ricco epulone… Ci è forse chiusa la porta del Regno? Andremo col ricco tra i tormenti? Come potremmo passare, noi che siamo cammelli, attraverso la cruna di un ago? La strada c’è, ed è Gesù! Egli stesso ci dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, forestiero e mi avete ospitato, ero malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Cristo non si limita ad evangelizzare i poveri, si identifica con loro e ci dice: “Ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”; “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!” (cf. Mt 25, 31-46).

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Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Mi sento un po’ a disagio. Ho davanti agli occhi la dissoluzione del mondo contemporaneo, il terrore, l’ingiustizia, la miseria, la morte. Ma veramente Cristo regna? E se la fede mi grida: “Sì”, la ragione si interroga e chiede: “E come?”. Cosa significa che in mezzo a questa disfatta, tra tanto dolore, nel cupo di questa dissoluzione, “Cristo regna”?

Forse dovrei anzitutto chiedermi cosa significa regnare. Il dizionario mi dà come sinonimi “dominare“, “comandare e prevalere sugli altri“, “avere potere“. Peggio mi sento! Il dominio su questo mondo, chi ce l’ha? Chi è che comanda e prevale? Chi detiene il potere? Gesù Cristo? Beh, amici miei, non sembra proprio!

Già: non sembra. Come non sembra il re dei Giudei quel Nazareno male in arnese condotto in catene davanti a Pilato. Mi pare di vederlo, il procuratore romano, con tutta l’ironia e la sufficienza del funzionario imperiale, guardare quel poveretto e chiedergli, alzando un po’ le sopracciglia, “Tu sei il re dei Giudei? “. Non sembra proprio! E infatti la risposta del Nazareno, una volta tanto, è a tono: “Il mio regno non è di questo mondo “.

Il Cristo che sta davanti al procuratore è simile a quello che si mostra ai nostri occhi nel mondo di oggi: un uomo umiliato e impotente, consegnato nelle mani del nemico del suo popolo, destinato a soccombere sul patibolo più infamante. Questa è la sua condizione in questo mondo, ancora oggi. Gesù, nelle sue membra pellegrinanti sulla terra, agli occhi del mondo è lo sconfitto, non il re.

Eppure parla di un regno che gli appartiene, anche se specifica che “non è di questo mondo “. “Dunque – incalza freddo il procuratore – tu sei re “. E proprio nella sua condizione di uomo umiliato, rinnegato, tradito, impotente, Gesù dice “Io sono re “.

Tu, Pilato, non capisci, perché pensi ai re di questo mondo e ti aspetteresti che il Messia, il Figlio di Davide, pretendesse di regnare a quel modo. Tu, Aldo, non capisci, perché pure tu vorresti che Cristo regnasse alla maniera del mondo, magari come un buon re giusto e pacifico, che esercita il suo potere a fin di bene… E invece Gesù regna alla maniera sua: il suo regno non è di questo mondo.

In che cosa consiste dunque la sua regalità? Se non è una regalità mondana, che razza di regalità è? È la regalità divina del Figlio dell’Uomo di cui parla Daniele (7, 13-14). È la regalità di Dio, e Dio è amore. Gesù regna perché ama fino in fondo, sempre, anche nel dolore più nero, anche nel baratro dell’abbandono: ama il Padre con tutto se stesso, ama gli uomini che lo tradiscono, fino a donare la sua vita per loro. Vince perché continua ad amare. Può continuare ad amare perché sa che il Padre suo è onnipotente, e confida nella sua promessa di risuscitarlo dalla morte.

Perciò, non è che Gesùdica: il mio regno non è in questo mondo; ma dice: “Il mio regno non è di questo mondo “. Cristo è re in mezzo a noi, per le nostre strade, nelle nostre case, nei posti di lavoro: Cristo è re, ma è un re pellegrino, insultato, crocifisso, che regna perché crede, spera e ama.

E noi? Siamo pronti ad amare come lui, a credere in lui, a sperare con lui?

La fede e la speranza ci portano alla carità, all’amore che ha il potere di cambiare il mondo. Proprio questo mondo pieno di ingiustizie, di violenze e di disperazione, che è il nostro campo di lavoro, nel quale dobbiamo porta re il frutto del regno di Cristo.

Vorrei concludere con alcune parole di un testimone di Cristo, il rev. Martin Luther King:

“Il tempo risuona del fragore della rovina di comunità che si abbandonarono all’odio e alla violenza. Per la salvezza della nostra nazione e per la salvezza dell’umanità, noi dobbiamo seguire un’altra via. […] Non dobbiamo rinunziare al nostro privilegio ed al nostro dovere di amare.

Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: “Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi.

Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora.

Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. […]

L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo. Questa forza creativa, così splendidamente esemplificata nella vita del nostro Signore Gesù Cristo, e il più potente strumento disponibile nell’umana ricerca della pace e della sicurezza.

Napoleone Bonaparte, il grande genio militare, si dice che abbia detto, guardando indietro ai suoi anni di conquista: “Alessandro, Cesare, Carlo Magno ed io abbiamo costruito grandi imperi, ma appoggiati su che cosa? Appoggiati sulla forza. Ma tanti secoli fa Gesù diede inizio ad un impero che fu costruito sull’amore, e anche al giorno d’oggi vi sono milioni di uomini pronti a morire per lui “

Chi può dubitare della veracità di queste parole? I grandi capi militari del passato sono scomparsi, i loro imperi sono crollati e ridotti in cenere: ma l’impero di Gesù, costruito solidamente e maestosamente sul fondamento dell’amore, cresce ancora. Cominciò con un piccolo gruppo di uomini devoti che, per ispirazione del loro Signore, furono capaci di scuotere le fondamenta dell’impero romano e di portare il Vangelo in tutto il mondo.

Oggi l’immenso regno terreno del Cristo conta più di novecento milioni di uomini e si estende ad ogni paese e ad ogni nazione.

Oggi noi udiamo di nuovo la promessa della vittoria. ‘Gesù regnerà dovunque il sole si volge nei suoi viaggi regolari; il suo regno si stende da mare a mare finché la luna crescerà per non calare più’. E un altro coro gioiosamente risponde: ‘In Cristo non vi è né Oriente né Occidente; in Lui non vi è né Settentrione né Meridione, ma una grande comunione d’amore attraverso l’intero orbe terrestre’.

Gesù ha eternamente ragione. La storia è piena delle ossa imbiancate dei popoli che rifiutarono di ascoltarlo. Possiamo noi di questo secolo ascoltare e seguire le sue parole, prima che sia troppo tardi. Possiamo noi solennemente renderci conto che non saremo mai veri figli del nostro Padre celeste finché non ameremo i nostri nemici e non pregheremo per coloro che ci perseguitano”.

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