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Posts Tagged ‘cristianesimo’

Disputa_01

Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece Gesù afferma: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 12).

Che cosa ci ha detto? “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi: rimanete nel mio amore”. La gioia, anche quella semplicemente umana, nasce dall’amore. Secondo le parole di Gesù, si tratta di un “amore diffusivo”: dal Padre al Figlio, dal Figlio ai discepoli e da ogni discepolo agli altri discepoli. Dell’amore del Padre e del Figlio si parla al passato, perché davanti alla comunità c’è oramai il Cristo risorto; la sua risurrezione è il segno tangibile di una vita spesa nell’amore del Padre e del prossimo. Dell’amore dei discepoli, invece, si parla al presente: “Rimanete”. Il presente dice continuità: rimanete, perseverate nel mio amore che è già in voi, perché è l’amore che rende bello e possibile il mutuo “rimanere in”, è l’amore che crea l’atmosfera della comunità cristiana che potremmo definire come un entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione totale degli uni agli altri. Di qui l’inevitabile gioia, una gioia che deve farsi piena.

San Tommaso d’Aquino scrive: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th.,I-II, q. 70, a. 3, c).

La vera gioia non può essere racchiusa in noi come in un cassetto. Se è vera e profonda, è anche diffusiva e non può restare nascosta. Traspare dagli occhi, dal volto e viene intuita da chi ci è vicino. La vogliamo definire meglio? Chiamiamola esultanza nello Spirito. Solo così la possiamo distinguere dalle gioie passeggere e false, dalle gioie che non fondano la comunione. È falsa la gioia di chi si rallegra del male altrui (Sal 35,15), di chi giudica felicità il piacere di un giorno (2 Pt 2,13); è passeggera ogni gioia puramente umana (Ger 25,10). Più bella e profonda è la gioia della festa, soprattutto quella in cui, nel culto, si esprime in forma di giubilo il nostro rapporto con Dio.

Ascoltiamo un testo meraviglioso: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, rimbombi il mare e quanto contiene, esplodano di gioia tutti gli alberi della foresta davanti al Signore che viene…” (Sal 96,11-13).

Non è una gioia isolata questa; è il popolo che esulta nello spirito davanti al suo Dio e vuole coinvolgere nella gioia la creazione intera. È una gioia cosmica, pura, festosa, una gioia che si fa “rimbombo”, cioè esultanza rumorosa; è l’esplosione di tutto l’essere in una danza cosmica, è l’esplosione di una gioia pura e totale, un inno di giubilo che sale da tutto l’essere a Dio. Quando si prega e si loda Dio, tutto il mondo appare sotto un aspetto meraviglioso e ogni cosa mi dice che esiste solo per l’uomo e testimonia così l’amore di Dio per me. C’è gioia perché il Signore viene, perché Dio entra solennemente nella storia con lo scopo di ricostruire un nuovo cielo e una nuova terra. È una gioia che dice la speranza della totale salvezza.

Muoviamoci in questo campo di fede pura, perché è qui che si fa esperienza di vera gioia, di una gioia che può farsi piena. Per ottenerla bisogna vivere il “martirio della speranza”. Se guardiamo la storia umana, ci accorgiamo che bisogna sempre andare contro corrente per avere il coraggio di una gioia vera, per vivere una vita serena, malgrado ogni difficoltà.

Come possiamo possedere questa gioia? Gesù lo dice: “Osservate i miei comandamenti… Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Possediamo la sua gioia amando gli altri come Gesù ci ha amati, vivendo in una totale donazione agli altri senza cercare il nostro interesse. Quando, nella fede e in comunione con Gesù, noi ci doniamo, da questo amore nasce la vera gioia e la nostra vita, anche nei momenti difficili, sprigiona quel senso di serenità che coinvolge tutti e la gioia, dono del Signore, diventa missionaria.

La gioia che emana dall’amore, non si impone, si comunica insensibilmente. Non posso presentarmi a uno che soffre scoppiando di gioia e parlando con entusiasmo della mia felicità. Tutto questo non ha senso per chi soffre. Se voglio comunicargli la mia serenità debbo prima condividere la sua sofferenza, lasciare che si sfoghi, stringergli a lungo e in silenzio la mano, fargli sentire che gli voglio bene. Allora, se io sono davvero una persona gioiosa, il sofferente sentirà la dolcezza di essersi incontrato con me nel Signore e sperimenterà un senso di sollievo e serenità e lo percepirà come dono del Signore, come presenza del Signore. Debbo infatti comunicargli quella gioia che Gesù chiama ”la mia gioia”.

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Predica di Pietro

“Di questo voi siete testimoni”, dice Gesù risorto ai suoi discepoli (Lc 24, 48). “Noi ne siamo testimoni”, dice Pietro parlando al popolo nel tempio di Gerusalemme (At 3, 15).

La testimonianza cristiana è raccontare come si è incontrato Gesù risorto. Era questo per i discepoli che erano ritornati da Emmaus per raccontare agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane (Lc 24, 35). È questo anche per noi.

Vedete che, parlando di testimonianza, mi riferisco al racconto della propria esperienza di incontro col risorto. Lo ribadisco perché da qualche decennio a questa parte, anche negli ambienti ecclesiali, è emersa una concezione moralistica della testimonianza: testimoni della risurrezione sarebbero coloro che si comportano bene, che si danno da fare per gli altri, che lottano per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità…

Un’indagine sociologica molto accurata, già alcuni anni fa[i], faceva notare che per gli italiani il compito della religione consisterebbe in primo luogo nel “liberare l’uomo da ogni schiavitù e sopruso su questa terra”. Particolarmente significativo è il fatto che questa posizione era condivisa in egual misura da coloro che si dichiaravano non-religiosi e da quelli che si presentavano come “cattolici vicini alla Chiesa”. Mi pare che questo sia il frutto maturo del secolarismo, per come è penetrato nella “religiosità” stessa degli Italiani. La religione è spogliata del suo carattere “religioso” e trascendente, e ridotta a un mezzo per mettere un po’ di ordine in questo mondo.

Per inciso, un altro dato significativo che emergeva da quella indagine è che, anche tra i cattolici praticanti, non pochi ritengono che una religione vale l’altra. Da questo punto di vista va rilevato che quasi un italiano su tre gradirebbe che vi fosse una religione basata su poche credenze fondamentali, che unisca cristiani, musulmani, buddisti e altri credenti e questo è un auspicio che fa proprio anche la maggioranza dei cattolici appartenenti all’area più vicina alla Chiesa.

Evidentemente la liberazione dell’uomo dalla schiavitù e dai soprusi è un bene, è un obiettivo che come persone e come cristiani non possiamo non porci. Tutte cose buone, evidentemente, ma tutte cose che possono e debbono fare anche coloro che non credono in Gesù Cristo risorto. Con una concezione della testimonianza ristretta a questo, la risurrezione diventerebbe irrilevante, e Cristo sarebbe morto invano!

Ma cosa ci insegna il Vangelo? Ci insegna che schiavitù e soprusi sono dimensioni del peccato, e che dal peccato l’uomo non può liberarsi con le proprie forze. Perché il male sia tolto di mezzo, è necessario che sia tolto di mezzo il peccato, e questo può farlo solo Gesù Cristo, che è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2, 2).

L’espiazione è stata compiuta perfettamente nella Pasqua di Cristo, ma per diventare efficace nella nostra vita è necessaria la nostra conversione: “Convertitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (At 3, 19). “Convertirsi” significa rivolgersi a Cristo, guardare verso di lui, relazionarsi con lui, accettarlo come Signore della propria vita, fare esperienza della sua risurrezione.

Il momento della testimonianza di alcuni è il momento dell’esperienza di tutti. Questo accade nel cenacolo al racconto dei discepoli di Emmaus, questo accade nel tempio di Gerusalemme al racconto di Pietro. Senza testimoni, il mondo non può convertirsi; ma se non si converte, il suo peccato rimane e, pertanto, rimangono la schiavitù e i soprusi. Il compito della Chiesa, il compito dei cristiani, non può essere altro che questo: testimoniare che Gesù è risorto, fuori di lui non c’è salvezza!

Ogni sera, la preghiera liturgica della Chiesa ci mette sulle labbra le parole del santo vecchio Simeone: “I miei occhi han visto la tua salvezza” (Lc 2, 30), perché ogni giorno avviene l’incontro col risorto, anche se non sempre siamo disposti a riconoscerlo – e quindi a testimoniarlo.

Il Signore risorto è lì, è qui! Preghiamo perché i nostri occhi si aprano ogni giorno al suo incontro e perché la nostra testimonianza sia efficace.

 

[i] V. Cesareo, R. Cipriani, F. Garelli, C. Lanzetti e G. Rovati, La religiosità in Italia, Mondadori, Milano 1995.

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risurrezione

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo” (1 Cor 15, 14). Il cristianesimo sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Il cristianesimo si fonda su un fatto: se togli il fatto, cioè la risurrezione di Cristo, togli il cristianesimo: esso – dice san Paolo – verrebbe a trasformarsi in una religione “contro Dio”.

Questo a molti sembra eccessivo: dicono che anche chi non crede alla risurrezione di Gesù come fatto storico, può comunque raccogliere dalla tradizione cristiana una serie di idee buone e giuste su Dio e sull’uomo, sulla morale: insomma, una concezione religiosa che del mondo che aiuta a vivere bene. Ma questa religione è qualcosa di morto. Si è disposti ad ascoltare quel che Gesù ha detto, ma lo si accoglie solo nella misura in cui ci convince: non gli riconosciamo autorità, è la nostra valutazione personale che decide se e in qual misura aderire. Questo però significa che la nostra valutazione personale è il criterio ultimo, e quindi che siamo lasciati a noi stessi, che non abbiamo una parola che sia realmente capace di salvarci.

Invece, se Cristo è risorto, egli diventa il criterio definitivo, di lui ci possiamo fidare totalmente, perché in lui Dio si è veramente manifestato. E il cristianesimo diventa qualcosa di vivo: non si ferma a dire che Gesù è esistito nel passato, ma afferma che Gesù esiste anche nel presente.

Certo, per comprendere questo dobbiamo renderci conto del fatto che la risurrezione di Gesù è qualcosa di totalmente inaudito. Tra i Giudei del tempo di Gesù, alcuni credevano nella risurrezione dei morti, ma l’aspettavano nell’ultimo giorno, alla fine dei tempi (cf. Gv 11, 24) in un mondo totalmente rinnovato.

Nel giudaismo si conoscevano miracoli di risurrezione di morti compiuti dai profeti (cf. 1 Re 17, 17-24; 2 Re 4, 8-37), Gesù stesso aveva risuscitato il figlio della vedova di Nain (Lc 7, 11-17), la figlia di Giàiro (Mc 5, 22-43), Lazzaro (Gv 11, 1-44). Ma nella risurrezione di Cristo si tratta di qualcosa di assolutamente differente. Risorgendo, Gesù non riprende la sua vita precedente – come invece accade nel caso dei miracoli che abbiamo menzionato. La risurrezione di Cristo non è un “rientrare” nella vita terrena, bensì un “uscire” verso una vita nuova, diversa: Gesù risorto è entrato nella condizione definitiva e differente, ma – anche qui – non come Elia che fu assunto in cielo, lasciando questo mondo (2 Re 2): Gesù è entrato nella vastità di Dio e, partendo da lì, si manifesta ai suoi. La sua risurrezione segna l’inizio del mondo nuovo, eppure resta nel bel mezzo di questo mondo vecchio che continua ad esistere.

Siamo di fronte a qualcosa di indescrivibile. Questo è il motivo per cui, quando Gesù risorto appare ai suoi discepoli, in un primo momento non lo riconoscono: Egli appare diverso, perché non è un cadavere rianimato, bensì uno che in virtù di Dio vive in maniera del tutto nuova e definitiva; non appartiene più al nostro mondo, eppure è presente proprio nel nostro mondo, proprio lui, nella sua vera identità.

“Solo quando egli stesso si dà a vedere, viene davvero visto: solo quando egli apre gli occhi e il cuore, può essere riconoscibile in mezzo al nostro mondo di morte il volto dell’amore eterno che vince la morte, e in esso il mondo nuovo, diverso: il mondo di Colui che viene” (Ratzinger).

Ma questo cosa significa per noi? Significa che possiamo incontrare realmente Gesù risorto! Qui, su questa terra, e non soltanto dopo la morte. Possiamo incontrare proprio Lui, e non soltanto le sue idee o i suoi precetti. La liturgia pasquale è questo: è l’incontro con lui che accompagna la nostra vita, che ci fa vivere in questo mondo “vecchio” in modo “nuovo”, in modo rinnovato dall’amore.

Non sei più solo! Il tuo amore piccolo e fragile, può essere assunto dal suo amore che va fino alla morte e oltre la morte: puoi vivere della sua risurrezione, puoi perdere con lui la tua vita, per ritrovarla con lui in eterno.

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Le prime parole di Gesù registrate dal Vangelo di Giovanni sono una domanda: Che cosa cercate?

È la domanda che chiunque si avvicina a Gesù si sente porre. E chi si è formato all’ascolto della Bibbia sa anche qual è la risposta giusta: “Una cosa sola io cerco: abitare nella casa del Signore” (Sal 27, 4). Per questo i discepoli rispondono, a loro volta, con una domanda: “Rabbi, dove abiti?”.

Gesù non dà una risposta teorica: indica un percorso concreto: Venite e vedrete. E i discepoli andarono, videro e rimasero. Ecco cosa significa diventare discepoli di Gesù. Non è un fatto burocratico o scolastico. È un incontro di persone; è lo stabilirsi di una conoscenza, amicizia e familiarità, destinate a durare una vita, anzi, un’eternità. Gesù li invita semplicemente a stare con lui.

Ed ecco come da un incontro personale nascono subito altri incontri personali, e chi ha conosciuto Gesù lo fa conoscere ad altri, come fa Andrea con Pietro.

Questo significa essere discepoli di Gesù: non si tratta primariamente di seguire una dottrina, ma di stare con una persona! Quindi l’annuncio di questa persona, Gesù Cristo, ed il rapporto con lui, è l’unico fondamento, l’essenza stessa del cristianesimo. Quando si mettono le dottrine e gli obblighi, anche quelli del vangelo, prima della scoperta di Gesù, si mettono i vagoni davanti alla locomotiva che dovrebbe trascinarle. È la persona di Gesù che apre la strada all’accettazione di tutto il resto. Chi ha conosciuto una volta il Gesù vivente non ha più bisogno di essere spinto; è lui stesso che arde dal desiderio di conoscere il suo pensiero, la sua volontà, la sua parola, e di realizzarla con la propria vita.

A questo riguardo, esiste un problema assai serio nel mondo di oggi: mentre le grandi istituzioni religiose registrano un preoccupante calo di fedeli, si assiste ad un proliferare di piccole comunità di risveglio, talvolta addirittura gruppi e sette. Se si prova ad osservare un po’ da vicino il fenomeno, si nota che, in genere, lì i fedeli sono attratti da una predicazione più semplice e immediata che fa leva tutta quanta sull’accettazione di Gesù come Signore e salvatore della propria vita. Il fascino di questo tipo di predicazione sulla gente è notevole e non si può dire che sia sempre un fascino superficiale ed effimero, perché cambia spesso la vita delle persone.

Noi continuiamo a presentare la nostra grande ricchezza e complessità di riti, di devozioni, di dottrina e di impegno morale, ma abbiamo di fronte una società che ha smarrito in gran parte la propria fede cristiana e che ha bisogno, perciò, di ricominciare da capo, cioè dalla riscoperta di Gesù Cristo.

È come se mancasse ancora lo strumento adeguato per questa nuova situazione, in atto in diversi paesi cristiani. Anche noi preti siamo più preparati a fare i “pastori”, che non a fare i “pescatori” di uomini; cioè più preparati ad assistere le persone che sono rimaste fedeli alla Chiesa, che non a portare ad essa nuove persone o a “ripescare” quelle che se ne sono allontanate. E quando proviamo a “pescare” l’esca che usiamo non è adatta, perché facciamo affidamento su mezzi umani che lasciano il tempo che trovano.

Questo fa vedere il bisogno urgente che abbiamo di un’evangelizzazione che, pur essendo “cattolica”, cioè aperta a tutta la pienezza della verità cristiana, sia anche semplice ed essenziale, il che si ottiene facendo di Gesù Cristo il punto iniziale e focale di tutto, colui dal quale sempre si parte e al quale sempre si ritorna.

Bisogna scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente, con la quale abitare! Questo solo può cambiare la nostra vita e la vita del mondo.

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Dopo aver accettato la confessione di Pietro che lo riconosce come Messia, Gesù spiega in che modo sarà Messia, in che modo opererà la salvezza: Cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Mt 16, 21).

Perché “doveva”? Perché questo è il modo che il Padre ha scelto per operare la salvezza. A Pietro questo non piace.

Si fa presto a dire che Pietro (e i discepoli con lui) aveva una concezione “giudaica” secondo la quale il Messia doveva essere un re vittorioso e non un servo sofferente. Povero Pietro, rozzo e ignorante, mentre noi abbiamo capito tutto! Anziché ridere di Pietro, forse dovremmo interrogarci su noi stessi. Forse anche noi abbiamo un’idea del Messia che è secondo gli uomini e non secondo Dio (Mt 16, 23).

Come nasce questa idea? Nasce da una convinzione giusta: l’idea che Dio vuole il nostro bene; a questo, spontaneamente aggiungiamo che il nostro bene include anche il benessere terreno, la prosperità – il che non è sbagliato. Poi però pian piano ci siamo convinti che il bene che Dio desidera per noi consiste nel benessere terreno e nella prosperità. Dunque, che senso ha il sacrificio? Nessuno! Anzi, il sacrificio di Cristo finisce con l’apparirci incomprensibile o persino repellente e spaventoso.

Naturalmente la crocifissione non può essere cancellata dalla storia, ma deve diventare un incidente di percorso, non il punto centrale. Dunque è importante ciò che Gesù insegna – l’amore, il perdono, la giustizia – ma non ciò che Gesù fa – dare la sua vita in riscatto per molti. Così ci siamo fabbricati un cristianesimo senza sacrificio: un cristianesimo impossibile. “Il cristianesimo è inconcepibile senza il sacrificio, senza la possibilità di attribuire un significato positivo alla sofferenza. La crocifissione non può essere liquidata come uno spiacevole contrattempo di una pregevole carriera di insegnamento” (Ch. Taylor).

Dunque non solo Pietro, ma anche noi dobbiamo rivedere qualcosa nell’idea del Messia che ci siamo fatti. Dobbiamo riscoprire che l’opera di Dio va al di là del nostro benessere terreno. Dobbiamo riscoprire il senso dell’azione di Cristo: la salvezza realizzata dal suo sacrificio sulla croce.

Prima di Gesù, il sacrificio di espiazione serviva a placare un Dio irato per il peccato. L’uomo, offrendo a Dio un sacrificio, chiedeva alla divinità la riconciliazione e il perdono. Nel sacrificio di Cristo la prospettiva è rovesciata. Non è l’uomo a esercitare una influenza su Dio perché si plachi. Piuttosto è Dio ad agire affinché l’uomo desista dalla propria inimicizia contro di lui. “La salvezza non inizia con la richiesta di riconciliazione da parte dell’uomo, bensì con la richiesta di Dio di riconciliarsi con lui” (R. Girard). In questa luce si capisce l’affermazione dell’Apostolo “È Dio che ha riconciliato con sé il mondo in Cristo” (cf. 2 Cor 5, 19) e ancora: “Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo” (Rm 5,10).

Sulla croce Gesù smaschera e spezza il meccanismo della violenza, facendo volontariamente di se stesso la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo – dice la Lettera agli Ebrei (9, 11-14) – non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha fatto vittime, ma si è fatto vittima. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2, 24).

Cominciamo quindi a capire cosa significhi:  «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Significa esattamente ciò che dice San Paolo: Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rm 12, 1).

Il culto spirituale consiste nell’assoluta dedizione di amore. Questa poteva essere realizzata solto da colui nel quale l’amore stesso di Dio si è fatto amore umano: Gesù Cristo. Egli si è offerto per noi, ha garantito per noi: la nostra salvezza sta nel lasciarci prendere da lui, nell’andare dietro a lui. Ma andare dietro a uno che porta la croce, significa prendere la nostra croce e seguirlo, significa offrire la nostra vita insieme alla sua. La croce – ha scritto J. Ratzinger – è “espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è: espressione di una vita che è totalmente essere-per-gli-altri”.

La croce è l’esodo dall’essere-per-se-stessi all’essere-per-gli-altri, è il superamento di sé nell’amore. Questo ci strappa a noi stessi, per questo comporta il dolore, la lacerazione, il rinnegamento di sé, la morte del chicco di grano che solo così può portare frutto.

Deve però essere chiaro che la sofferenza è solo l’elemento secondario che non ha significato in se stesso. La sofferenza ha valore solo quando scaturisce dall’amore: “La croce non è importante in quanto somma di sofferenze fisiche, quasi che il suo valore redentivo stia nella maggior quantità possibile di tormenti. Come potrebbe Dio aver gloria delle pene sofferte da una sua creatura o persino dal suo stesso Figlio, oppure – semmai fosse possibile – vedere in esse addirittura la valuta con cui acquistare da lui la redenzione? La Bibbia e la retta fede cristiana sono lontanissime da idee del genere. Non il dolore in quanto tale conta, bensì l’ampiezza dell’amore, che dilata l’esistenza, al punto da riunire il lontano col vicino, da rimettere in relazione l’uomo abbandonato con Dio. Solo l’amore dà senso e orientamento al dolore”. (J. Ratzinger).

Ma un amore che non giunge fino all’accettazione del dolore – è questo che deve imparare Pietro e noi con lui – non è l’amore di Cristo.

 

 

 

 

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