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Solennità del Corpo e Sangue del Signore – B

Perché la seconda settimana dopo Pentecoste si celebra la Solennità del Corpo e Sangue del Signore?

Dall’Avvento a Pentecoste si ripercorre tutta la storia della salvezza, che è costituita dai grandi interventi di Dio a favore del suo popolo, eventi che – nello stesso tempo – ci fanno conoscere chi è Dio e realizzano nel tempo e nel mondo il mistero eterno della salvezza. Questa storia ha in Cristo il suo compimento decisivo. Ed ha nella Chiesa il suo dispiegamento attuale.

I sacramenti sono le “meraviglie della salvezza” nel tempo presente: sono opere della potenza di Dio che, attraverso la mediazione del simbolo sacramentale, ci fanno partecipare al mistero pasquale di Cristo e al dono del suo Spirito, incorporandoci – ciascuno alla propria maniera – alla comunità degli ultimi tempi, dei tempi escatologici, che è la Chiesa.

L’Eucaristia è il centro e il vertice di questa economia di salvezza: il punto di arrivo che ricapitola la storia della salvezza e rende presente nel simbolismo sacramentale la “meraviglia” decisiva dei questa storia: la Pasqua di Cristo.

La Pasqua è innanzitutto il passaggio di Cristo da questo mondo al Padre; e ciò dopo aver “dato il suo corpo” e “versato il suo sangue” per la redenzione dell’umanità. Il banchetto pasquale che Cristo celebra con i suoi apostoli rappresenta così l’anticipazione sacramentale di questa immolazione cruenta. L’Eucaristia costituisce il memoriale di questo banchetto e di questa immolazione, attraverso cui si attualizza il grande passaggio di Cristo da questo mondo al Padre e l’esodo di salvezza si rinnova in noi e per noi.

Gesù è presentato come in nuovo Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29). Così, quando, al momento di mangiare l’agnello pasquale, Gesù prende il pane e il vino, li benedice e proclama: “Questo è il mio corpo che è dato per voi”, “Questo è il calice del mio sangue versato per voi”, egli mostra con precisa evidenza come la sua morte in croce costituisca l’immolazione del vero agnello che salva l’umanità dalla condizione di peccato e la introduce nella condizione della libertà dei figli di Dio, e come ciò debba essere continuamente attualizzato nella Chiesa quale Pasqua nuova ed eterna della comunità ecclesiale: “Fate questo come mio memoriale”.

Ma nella consacrazione del calice Gesù usa un’espressione fondamentale: dice che quello è il suo sangue, dell’alleanza. Il rito con cui si compie l’alleanza è in genere un rito di sangue. Lo si vede in particolare nell’alleanza del Sinai (1. lett.), dove Mosè, dopo aver offerto sacrifici di comunione, asperge con il sangue l’altare (simbolo del Signore) e il popolo, e proclama: Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con noi sulla base di tutte queste parole! (Es 24, 8). Il gesto assume un particolare rilievo se si ricorda che il sangue – nella cultura biblica – è la vita, e quando esso viene asperso fra due parti che contraggono un’alleanza, crea come una comunione fisica che impegna in modo radicale ad essere fedeli l’una all’altra.

Nell’ultima cena Gesù si riferisce esplicitamente all’alleanza del Sinai per proclamare che la nuova alleanza, promessa dai profeti, si realizza ormai nel sua sangue, nel sangue della sua morte in croce. Gesù anticipa sacramentalmente il suo sacrificio redentivo e mostra come il suo “corpo dato” e il suo “sangue versato” costituiscano ormai i “segni” dell’alleanza nuova compiuta in lui e con lui per l’umanità intera.

Per questo motivo, la fede della Chiesa primitiva commenterà le parole dell’istituzione con il proclama: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26).

Fin dalle origini i cristiani hanno visto nell’Eucaristia il loro sacrificio: “Il giorno del Signore, riunitevi per la frazione del pane e l’Eucaristia, dopo aver prima confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro” (Didachè).

Di quale sacrificio si tratta? Nel cristianesimo ce n’è uno solo, quello di Cristo nella sua morte: Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna, (Eb 9,12). L’Eucaristia non ripete il sacrificio, giacché questo sacrificio è attuale per sempre, ma è la sua apparizione nel nostro mondo: “Ogni volta che si celebra questo sacrificio come memoriale, l’opera della nostra reden­zione si mostra” sulla scena del mondo; viene fuori, allo scoperto. Il sacramento la fa apparire nella Chiesa.

Grandioso è questo sacramento per cui appare nel mondo il mistero della salvezza universale nel suo evento. Mysterium tremendum, dicevano gli antichi, mistero di tremenda grandezza. Nell’umiltà del sacramento, Cristo viene incontro alla Chie­sa in quell’istante di maestà in cui culmina l’azione di Dio creatrice e santificante, in cui muore il mondo del peccato, in cui sorge la salvezza finale e si dispiega il mondo dell’eternità. Del Cristo, in questo punto in cui tutto finisce e comincia, è detto: «Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza» (Col 1,19), e la Chiesa acclama, in tale divina azione, questo Dio e questo Cristo: «Sanctus! Sanctus! Sanctus!».

Il Papa, giovedì scorso, ha rilevato come una certa mentalità secolaristica degli anni ’60 e ’70 ha trascurato – quando non addirittura negato – la dimensione sacrale e sacrificale dell’Eucaristia. Questo è stato un grave danno per la nostra fede, perché Dio “finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti (…) Grazie a Cristo la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente!”. Anche dal punto di vista educativo, quando ci si priva di devozione, di spirito contemplativo, di compostezza, di solennità nella ritualità religiosa, fatalmente il “profilo spirituale” delle nostre comunità e delle nostre città risulta “appiattito”, la nostra coscienza personale e comunitaria resta indebolita, ed inevitabilmente si lascia campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei costumi, ad altri riti ed altri segni che, più facilmente possono diventare idoli.

A questo punto, poniamoci alcune domande: gli spazi, i gesti, i riti con i quali celebriamo questo mistero, esprimono degnamente la sua dimensione di sacrificio, di sacralità, di purezza assoluta…? Certo, la dimensione della gioia, della festa e della semplicità non possono mancare, ma mettiamo sufficientemente in risalto che qui c’è l’immolazione della Vittima divina? Che testimonianza ci ha lasciato Padre Pio in proposito? E che lezione ci ha dato san Francesco nella Lettera a tutti i Chierici sulla riverenza del Corpo del Signore, lui che scrisse: “Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo” (FF 221)?

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