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Posts Tagged ‘conversione’

mose-serpente

L’antifona d’ingresso segna il clima della celebrazione odierna: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione. (cf. Is 66,10-11)”.

Un messaggio di gioia e di consolazione rivolto a coloro che erano nella tristezza. Il profeta che scrisse queste parole si riferiva alla condizione di schiavitù del popolo ebraico a Babilonia, di cui abbiamo sentito il resoconto nella prosa di 2 Cr 36, 14-16.19-23 e nella poesia del Sal 136. Da quella schiavitù gli Israeliti furono redenti dal Signore per mano di Ciro, re di Persia.

Cose di ventisei o ventisette secoli fa… Che interesse possono avere per noi? Un grande interesse, se riusciamo a cogliere il significato esemplare di quella storia, che ci insegna come accade che diventiamo schiavi del male e della tristezza e in che modo possiamo venirne fuori.

Ci insegna che davanti alle infedeltà degli uomini, Dio manda “premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli”, perché ha compassione di loro. Ma se gli uomini rifiutano i profeti, Dio non può fare altro che lasciarli a se stessi, per cui cadono nelle mani dei nemici e finiscono nella più triste schiavitù. Ma quella schiavitù può essere provvidenziale se consente di recuperare la fede, di riaprire il cuore a Dio e quindi di accogliere la redenzione che il Signore stesso suscita.

In Gv 3, 14-21 Gesù richiama una storia ancora più antica. Num 21, 8-9 racconta che gli Israeliti nel deserto si ribellarono a Dio e caddero vittime di serpenti velenosi. Allora Mosè pregò il Signore di salvarli, e ricevette l’ordine di fare un serpente di metallo e di issarlo su un’asta: coloro che, dopo esser stati morsi, avrebbero guardato a quel segno, si sarebbero salvati. L’insegnamento è chiaro: la ribellione a Dio porta distruzione e morte, ma Dio ha compassione dei peccatori e offre la salvezza a chi la accetta: lo sguardo verso il serpente è segno della conversione, della fede che accoglie Dio come salvatore.

Gesù rivela che egli stesso sarà “innalzato” sulla croce, perché chi guarda a lui sia salvato. “Il Crocifisso è paragonato al serpente di bronzo innalzato: in lui vediamo il male che il serpente ci ha procurato, ma anche il bene che Dio ci vuole. Egli è infatti l’agnello che porta il male del mondo (Gv 1, 29), facendosi lui stesso maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), per manifestarci il suo amore incondizionato. Vedendolo in croce, non possiamo dubitarne”. Dio perdona, Dio salva… Lo sappiamo, l’abbiamo sentito tante volte! Ma dobbiamo sottolineare che “la salvezza di Dio non ignora il male. Sarebbe falsa. Lo assume invece in modo divino, per amore. E lo vince nel perdono” (S. Fausti).

Questo ci consente di non avere un approccio banale e in ultima analisi blasfemo nei confronti del peccato e della redenzione. Il peccato è una realtà terribile, che porta con sé schiavitù, orrore, distruzione, morte. La vera tristezza è il peccato. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe ci ha fatto rivivere in Cristo: per grazia siete stati salvati” (Ef 2, 4). Ma guardare Cristo crocifisso ci fa capire che questa grazia non ci è stata data “a buon mercato” (D. Bonhoeffer), e richiede il nostro impegno.

La salvezza si ottiene credendo in Gesù: “Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3, 18). Credere in lui significa aderire a lui, significa vivere del Figlio di Dio e vivere da figli di Dio. “Ma chi non crede è già stato condannato”: c’è questa tremenda possibilità, di non aderire al Figlio e negare la propria realtà di figli. La condanna ce la facciamo noi da soli, quando preferiamo le tenebre alla luce, la morte alla vita.

“Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate”.

L’occhio abituato alla tenebra è offeso dalla luce, per la quale pure è fatto (S. Fausti):

“Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

La grazia della redenzione è gioia meravigliosa: Paolo dice che siamo risorti, abbiamo la vita eterna, abbiamo un posto in paradiso, sediamo nei cieli in Cristo Gesù. Questo è il motivo della nostra gioia. Ma questa grazia dobbiamo accoglierla con gratitudine nella fede. E la fede è rispetto, sottomissione, obbedienza; la fede ci richiede di compiere “le buone opere che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Ef 2, 10).

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Pescatori

Quando il mondo parla del Vangelo, in genere ritiene che questo sia una sorta di codice morale, un certo modo di vedere le cose, dell’insegnamento che Gesù ci ha dato mettendo al centro l’amore di Dio e del prossimo… Ma è veramente questo il Vangelo?

Il Vangelo, il messaggio di Gesù è l’annuncio di un fatto. Qualcosa che è appena iniziato ed è in pieno svolgimento. Il messaggio di Gesù, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il Regno di Dio!

Perciò si usa questa parola “vangelo”, che significa lieto messaggio, buona notizia.

Per questo Papa Francesco ha dato alla Chiesa un’esortazione apostoliche che si intitola Evangelii gauidium:  la gioia del Vangelo!

La gioia è un’aspirazione radicata profondamente nella natura dell’uomo. Il peccato toglie la gioia, ma Cristo salvatore la fa rinascere. Più precisamente – dice il Papa – il peccato si manifesta nella “tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata” (n. 2). La chiusura individualistica nei propri interessi, il rifiuto degli altri, dei poveri, di Dio, conduce alla perdita della gioia, dell’amore di Dio e dell’entusiasmo nel bene. È dunque l’incontro salvifico con Cristo che riapre la strada alla gioia (nn. 1-7).

Ma precisamente qui si fonda il dovere di rendere partecipe il prossimo di una tale salvezza e di coinvolgerlo nell’esperienza di gioia (n. 9). Gesù chiama Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni… Ma ancora oggi chiama mediante la sua Chiesa, a portare quest’annuncio in tutto il mondo

“Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale” (n. 10).

Il dovere di comunicare il bene è dunque, a sua volta, motivo di realizzazione umana. Potremmo dire che il primo dovere morale è l’annuncio del Vangelo, non l’annuncio di una morale, ma di un incontro.

Questa semplice frase che abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco riassume tutta la predicazione di Gesù: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo.

Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive. Questa è la speranza che lo sostiene.

Dio viene per regnare in modo nuovo e definitivo. Viene per aprire un cammino nuovo per gli uomini.

Gesù non ha bisogno di spiegare a lungo in cosa consista il Regno di Dio che va annunciando: tutti lo aspettavano. E sapevano che si trattava di un’alleanza nuova tra Dio e gli uomini. Di un patto d’amore in cui gli uomini e Dio sono legati insieme e trionfano la giustizia e la pace.

Il popolo di Israele aspettava da secoli e secoli questo avvenimento, ed ora, quando Gesù comincia a parlare, il suo annuncio è che il Regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi, in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose. Vuole attuare una pace perfetta che abbraccia tutto e tutti.

Ma perché questo si realizzi in noi è necessario anzitutto credere all’amore di Dio e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali.

Il vangelo è l’annuncio di un avvenimento che viene a mutare la situazione degli uomini e costringe a prendere decisioni. Non si può restare spettatori, estranei a i fatti. O ci si mette in movimento, o si resta fuori dal Regno!

Lo vediamo espresso con chiarezza nelle figure di questi quattro discepoli. Non stanno facendo niente di male: lavorano, sono pescatori. Ma Gesù interviene con una parola misteriosa nella loro vita: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.

Cosa avranno capito in quel momento i quattro poveri pescatori del lago? Forse poco o niente. Eppure davanti alla parola di Gesù lasciano le reti, lasciano il padre sulla barca coi garzoni, e seguono Gesù.

Dovremmo trarre le conclusioni per noi da questa pagina del Vangelo. Noi ascoltiamo la parola di Gesù, siamo in un certo senso “spettatori” del suo mistero. Bene: Gesù non si accontenta di averci “spettatori”. Non si accontenta di averci qui davanti: vuole che ci mettiamo in movimento, che lo seguiamo. Che siamo pronti a lasciare le cose per andare dietro a lui.

Ovviamente, le prime cose che dobbiamo lasciare sono i nostri peccati e tutto ciò che costituisce “occasione prossima di peccato”. E questa è la prima conversione.

Ma non basta: per amore di Gesù dobbiamo essere pronti a lasciare anche le cose buone (la rete, la barca, il padre…) perché Gesù è più importante di ogni cosa, di ogni persona. Questa è la seconda conversione, forse più difficile, più lenta… Ma se, con l’aiuto di Dio, la compiamo, allora tutta la nostra vita si trasforma in un “Vangelo” vivo, in un lieto annunzio, in un messaggio di gioia.

Concludo pregando con le parole del canto al Vangelo: “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ci conceda lo spirito di sapienza, perché possiamo conoscere qual è la speranza della nostra chiamata”. Amen.

 

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Giunti all’ultima domenica di quaresima – la prossima sarà quella delle Palme – è necessario rivedere il cammino fin qui percorso. La linea quaresimale del ciclo A è una linea fondamentalmente battesimale.
Le prime due domeniche hanno presentato la storia della salvezza: dalla genesi alla trasfigurazione, passando attraverso Abramo, Mosè, Elia e le tentazioni di Cristo. Le tre domeniche successive sono definite «domeniche sacra¬mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Nella terza (la Samaritana) è stato evocato il mistero dell’acqua, nella quarta (il Cieco nato) quello della luce, ed oggi (Lazzaro) quello della risurrezione e della vita.
La risurrezione di Lazzaro – come l’acqua del pozzo della Samaritana, come la guarigione del cieco – è un segno: una realtà materiale che deve portarci a conoscere una realtà spirituale ed eterna.

Duccio da Boninsegna

Duccio di Buoninsegna, Risurrezione di Lazzaro

Fra poco, nel prefazio, pregheremo con queste parole:
“Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.
Dunque quello che avvenne sulla tomba di Lazzaro fu un segno, fu l’inizio di un miracolo che Gesù continua ad operare anche oggi nella Chiesa e nel mondo. Lazzaro morto rappresenta tutta l’umanità morta spiritualmente per il peccato.
Dio è la vita. L’uomo vive perché è in comunione con Dio. Il peccato, rompendo questa comunione, porta con sé la morte. La morte fisica è il segno che questa comunione è stata infranta. Tutta la nostra vita è una lotta contro il male e contro la morte. La morte ci assedia. Non solo la morte fisica, ma anche quella che la Bibbia chiama “la morte seconda”, la morte dello spirito. Morte dello spirito è la superbia, l’invidia, l’ira, la lussuria, l’avarizia, la golosità, la pigrizia.
– La superbia, che ci porta a disprezzare Dio, ci porta farci un dio a nostra immagine, che ci dia comandamenti che piacciano a noi: non quelli veri, ma quelli comodo, quelli alla moda, quelli politicamente corretti… Vogliamo essere noi la misura del bene e del male, come Adamo ed Eva!
– L’invidia, che ci porta a disprezzare il prossimo, se ha un bene o fa un bene che noi non siamo in grado di raggiungere o che abbiamo perso, lo odiamo come Caino odiava Abele. Perché i peccatori provano tanto gusto a trascinare gli altri nel peccato? Per invidia della loro innocenza. E quando non ci riescono, denigrano, disprezzano, scherniscono… perché invidiano.
– L’ira, che ci porta ad aggredire chi minaccia la nostra posizione: ci siamo messi al posto di Dio, pretendiamo di essere assoluti, e quindi distruggiamo chi ci fa capire che non lo siamo.
– L’avarizia, che ci porta ad accumulare avidamente ciò che conferisce potere su questa terra, per darci l’illusione di essere come Dio.
– La lussuria, che fa dei desideri della nostra carne la guida e il criterio del nostro agire, che ci porta a considerare “beatitudine” ciò che è solo piacere di un attimo, che rende impuri, cioè brutti e ingiusti i nostri pensieri, la nostra fantasia, la nostra volontà…
– La gola, che fa del nostro ventre il nostro vero Dio: vi sono persone – anche nei conventi – il cui unico pensiero è come mangiare meglio, come soddisfare il dio al quale sono devoti: il proprio ventre.
– L’accidia, che consiste nel disgusto per le cose vere, buone e belle, e nell’abbandonarsi al male, alla tristezza, alla perversione.
Il peccato e la morte ci assediano all’esterno: nella nostra società neo-pagana, il peccato fa capolino da tutti gli angoli, si insinua in tutti i rapporti umani… Ma il peccato e la morte ci assediano anche dall’interno della nostra casa; i germi più pericolosi sono, anzi, proprio quelli che portiamo in noi stessi, nella nostra carne.
E Gesù ci sta davanti e ci grida come a Lazzaro: “Vieni fuori!” Per risuscitare te mi sottopongo alla morte io: Vieni fuori! Vieni fuori dalla tua superficialità, dal tuo egoismo, dal disordine in cui vivi; vieni fuori dalla tua dissipazione, dalla tua disperazione.
Le parole profetiche della prima lettura, con Cristo diventano realtà: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito, o popolo mio… Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.
Quando tu sei morto per il peccato, quando già mandi odore di putredine, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore non ti abbandona. Gesù fremette di compassione e d’amore anche per te, il giorno che, nel battesimo, ti chiamò dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce.
E ora che ho peccato di nuovo? Ora hai a disposizione la seconda tavola della salvezza: il sacramento della Penitenza che, da qualche Padre, è stata definito come “il battesimo delle lacrime”. Pèntiti del tuo peccato. Lasciati coinvolgere dal fremito di Gesù ed entra anche tu in agitazione contro il tuo peccato: Gesù freme ancora di amore ferito ogni volta che ti lasci vincere dal male. Entra nel pianto di Gesù e impara a piangere con lui, perché lui piange per te. Obbedisci alla sua voce che ti dice: Vieni fuori! e con il suo perdono ti risolleva dalla caduta.
Chiediamo al Signore di sfruttare bene queste due settimane di preparazione immediata alla Pasqua. Chiediamogli il dono di entrare in agitazione con noi stessi, fremere, ribellarci e lottare contro l’invadenza del male presente nel mondo e nella nostra esistenza. Dobbiamo dire, come dice Tommaso nel Vangelo di oggi: Andiamo anche noi a morire con lui, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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Questa è la domenica della gioia quaresimale.
Ma come? La quaresima non è tempo di penitenza e conversione?
Certo, ma il frutto della conversione è la gioia della salvezza ritrovata. Sì, perché il peccato è tristezza, angoscia; la conversione è liberarsi dal peccato! Il peccato è odio, la conversione è amore. E scrive san Tommaso d’Aquino: “Dall’amore di carità consegue necessariamente la gioia. Infatti, chiunque ama gioisce per la presenza dell’amato, e la carità ha sempre presente Dio che è l’amato, come dice Giovanni nella sua Prima Lettera (4, 16): «Chi rimane nella carità, rimane in Dio e Dio in lui». Per cui, conseguenza dell’amore è la gioia” (S. Th., I-II, q. 70, a. 3, c).
Tanta gente immagina il cristianesimo come una religione severa, addirittura sospettosa nei confronti della gioia, dell’allegria, della spontaneità. E invece senza gioia non può esserci cristianesimo vero.
E sarebbe suggestivo rileggere la storia della nostra vita alla luce della storia del “Figliuol prodigo”. Il nostro peccato come allontanamento dalla casa del Padre, il pentimento, la festa del ritorno.
Magari potremo aggiungere che forse anche per noi il punto di partenza della conversione è stato ambiguo, come per il figlio prodigo: il giovane ha fame, perciò ritorna: non per amore ma per calcolo (e tante volte noi torniamo a Dio per calcolo). Eppure il Padre che, non ha smesso di aspettarci, ci accoglie con amore.
E sarebbe bello notare come la sua conversione è sigillata da un pasto in cui è adombrato, in qualche modo il cibo eucaristico pasquale. La prima lettura ci ricorda infatti la pasqua celebrata dal popolo di Dio nella terra promessa. Ed eccoci tutti riconciliati con Dio (2. Lett).
Ma questa riflessione, concentrata sulla figura del “Figliuol prodigo” non rende ragione dell’inizio e della fine della parabola.
Leggiamo il Vangelo: “In quel tempo si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola: Un uomo aveva due figli…” La parabola non è stata detta per i peccatori, ma per i farisei che si sentivano senza peccato e si scandalizzavano perché Gesù accoglieva i peccatori.
Per questo la parabola non termina con la festa per il ritorno del figlio perduto, ma continua presentandoci il figlio maggiore, che si indigna e non vuole entrare a far festa con suo fratello.
Si capisce allora perché alcuni intitolano questo brano del Vangelo non “Il figliuol prodigo”, ma “La parabola dei due figli”. Il figlio maggiore è figura dei farisei, ma anche di noi, allorquando vogliamo instaurare con Dio un rapporto di dare e avere: io ti servo e obbedisco ai tuoi comandi perciò ho diritto alla tua benevolenza, i peccatori no. E quindi se Cristo accoglie i peccatori e fa festa con loro, io non voglio entrare nella festa.
Guardate che questo “non voleva entrare” è fortissimo: significa il rifiuto della salvezza, significa l’inferno. Possibile che un uomo che “non ha mai trasgredito un suo comando” rifiuti Dio fino a questo punto? Purtroppo sì. Succede quando non si serve Dio per amore, ma per paura o per interesse.
Eppure Dio non abbandona il suo amore per noi: il padre esce fuori a pregare il figlio di entrare. Ma ci pensate?! Dio stesso viene a pregarci di entrare a fare festa con lui.
San Paolo gli ha fatto eco nella 2. lett.: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.
Altri intitolano questo brano del Vangelo “La parabola del Padre buono”: e non vi nascondo che questo è il titolo che a me piace di più. Dobbiamo convertirci all’amore di Dio. Possiamo rallegrarci e fare festa per l’amore di Dio.
Tutti ci siamo allontanati da Dio: qualcuno come il figlio minore, andando via dalla sua casa e vivendo da dissoluto; qualche altro come il figlio maggiore, senza mai andarsene di casa, ma servendo Dio per paura o per mercanteggiare favori.
A tutti Dio offre la riconciliazione in Cristo: ci abbraccia, ci prega i entrare alla festa, ci riconcilia con sì, non ci rinfaccia le colpe, ci rende creature nuove.
Se Dio ti da’ ogni bene – e te lo da’ sempre – la tristezza ti viene dal desiderare qualcosa fuori di Dio, cioè dal peccato! La figura della gioia cristiana però, viene a raggiungerti proprio in questa tristezza di peccato: è gioia resa possibile dalla rivelazione dell’amore del Padre per i peccatori. La stessa malinconia della nostra vita dunque, riflesso del nostro peccato, concorre a determinare le condizioni per cui noi possiamo riconoscere e apprezzare il vangelo di Gesù come buona-notizia rivolta proprio a noi.
In tal senso, la fede non comporta la dimenticanza di noi stessi e di tutte quelle esperienze che in precedenza sono state motivo della nostra tristezza. Comporta invece la conversione ad un altro modo di vedere la nostra vita precedente. “Se uno è in Cristo – ci ha detto Paolo – è una creatura nuova: le cose di prima sono passate, ecco ne sono nate di nuove!”.
Apriamo lo spirito a questa rivelazione del Padre ed impariamo a rispondere all’amore con l’amore.

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2. domenica di Quaresima – B

La prima cosa che dovremmo chiederci è come mai in questa 2. dom. di quaresima la liturgia ci fa ascoltare il vangelo della trasfigurazione. Cerchiamo di capire perché.

La quaresima è il tempo della nostra conversione: è il tempo di cambiare vita per seguire Gesù. E domenica scorsa abbiamo visto che la condizione prima della nostra conversione è la Fede: “Convertitevi e credete al vangelo”, ossia “Convertitevi credendo al vangelo”.

Ma com’è difficile mantenere la fede nell’ora della nostra croce – il lutto, la malattia, il dolore! Com’è difficile riconoscere il volto del Figlio di Dio sfigurato dal dolore, sangue, contratto nella morte… Com’è difficile entrare nella logica del sacrificio… Spontaneamente ci ribelliamo!

Gesù lo sa e per questo prepara i suoi discepoli all’ora della croce: li conduce su un alto monte, in disparte, loro soli. Proprio Pietro, Giacomo e Giovanni che saranno i testimoni della sua agonia nell’orto degli Ulivi.

Sul monte l’umanità di Gesù diventa trasparente, e i discepoli possono intravvedere la sua natura divina: è la prefigurazione della gloria della risurrezione. Due uomini appaiono: Mosè ed Elia, la legge e i profeti. Ai discepoli si svela il senso delle scritture: tutto l’AT converge in Cristo e nella sua Pasqua (“dopo che il Figlio dell’Uomo fosse risuscitato dai morti”).

I tre discepoli rimangono abbagliati, frastornati, vorrebbero fermare, immobilizzare quell’attimo di grazia: “facciamo tre tende…”. Ma questo significa non aver capito il senso della trasfigurazione: è una preparazione alla passione, non un bello spettacolo fine a se stesso. Infatti la scena luminosa si copre con una nube, e la voce del Padre viene a svelare il senso di quell’avvenimento: Gesù è il Figlio suo, l’amato. Dobbiamo ascoltarlo.

Ecco: l’ascolto. Dobbiamo convertirci, e il primo passo della conversione consiste nella Fede. Ma il primo passo della Fede consiste nell’ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo”. Chi ascolta e crede, segue le vie del Padre, resiste nell’ora della croce e viene trasfigurato come il Figlio.

La 1. lett. ci ha presentato la fede di Abramo: la sua fede arriva fino all’obbedienza più radicale, fino alla disponibilità da offrire in olocausto ciò che di più prezioso ha al mondo: suo figlio. Da questa fede scaturisce una benedizione cosmica: “Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Ma c’è qualcosa di più: Abramo, il perfetto credente, proprio grazie alla fede è diventato simile a Dio. Abramo non ha rifiutato di sacrificare il suo unico figlio, e da questo sacrificio è scaturita la benedizione per il mondo. Dio – ci ha detto san Paolo nella 2. lett. – “non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi”, e così ci donerà ogni cosa insieme con lui.

L’episodio della trasfigurazione sta ad indicarci chi è che morrà sulla croce, il Venerdì santo, chi è “l’agnello per l’olocausto” nel quale si compie la nuova ed eterna alleanza.

Stiamo celebrando il sacrificio eucaristico: su questo altare tra poco il Figlio di Dio sarà offerto in olocausto, ci donerà il calice del suo sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Cosa ci viene richiesto per rispondere a questa offerta?

Innanzitutto la fede: il riconoscere Cristo, l’abbandono fiducioso al suo amore, anche quando – come dice il salmo – “siamo troppo infelici”: Dio salva, Cristo è morto e risorto, intercede per noi presso Dio, Dio giustifica e ci darà ogni cosa insieme con lui.

Poi ci viene richiesta la disponibilità al sacrificio: nessuno può risorgere se non muore a se stesso. A noi Dio non chiede di sacrificare Isacco, chiede di mettere a morte i nostri peccati, chiede di osservare la legge dell’amore, di offrire in olocausto il nostro orgoglio, la nostra superficialità, il nostro desiderio di piaceri. Dio ha dato il suo Figlio amatissimo. Noi avremo il barbaro coraggio di rifiutargli l’amore?

 

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1. Basileía, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Egli non si spiega mai sulla natura del Regno di Dio, non si preoccupa di definirne la nozione. Evidentemente egli suppone che i suoi ascoltatori sappiano di che cosa parla. Si rivolge a persone che attendono il Regno di Dio. La formula astratta non li inganna. Essi inoltre si rendono conto che non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

2. Gesù parla della Basileía come di una realtà che deve venire. Assicura ai suoi discepoli che alcuni di loro “non gusteranno la morte prima di aver veduto il Regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9, 1 //). Durante la Cena afferma che egli “non berrà più del prodotto della vite fino a quando il Regno di Dio non sia venuto” (Lc 22, 18). Secondo Luca, i Farisei interrogano Gesù “sul momento in cui verrà il Regno di Dio”, ed egli risponde: “Il Regno di Dio non viene in maniera che si possa osservare” (Lc 17, 20). Invita i suoi discepoli a pregare il Padre chiedendogli: “Venga il tuo regno!” (Mt 6, 19 //): si tratta di una venuta che deve verificarsi a un dato momento: al tempo dell’intervento escatologico.

L’uso del verbo “venire” a proposito della Basileía non corrisponde a ciò che sappiamo sul linguaggio del giudaismo; i Giudei attendo che il Regno di Dio “si manifesti”, o “si riveli”: non conosciamo alcun testo giudaico in cui si dica che il Regno di Dio “viene”. Per trovare un equivalente al mondo con cui Gesù parla della “venuta” del Regno di Dio, si deve ricorrere a ciò che i rabbini dicevano dell’ “epoca che viene”.

3. Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli inoltre precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona notizia – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Gesù fa cogliere la portata dei suoi esorcismi dicendo: “Se io caccio i demoni mediate lo Spirito di Dio (Lc: mediante il dito di Dio), significa che per voi è arrivato il Regno di Dio” (Mt 12, 28 //). Gesù invita i suoi interlocutori a riconoscere nei suoi esorcismi un effetto della potenza del Regno di Dio; questo suppone che il Regno sia presente almeno in una certa maniera. Essi sono una prima manifestazione di questo Regno, una anticipazione dello spiegamento di potenza che accompagnerà il suo avvento. Quando Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, trasmette loro anche il potere di cacciare i demoni e di guarire i malati (Mt 10, 1-ss e //). Sono questi i segni che confermano il messaggio dell’imminenza del Regno: esso è così vicino che già si fanno sentire i suoi effetti.

4. Convertirsi significa credere a tutto ciò.  Prima di Gesù, convertirsi significa, di solito, cambiare vita, cambiare condotta, meritare la salvezza o affrettare la salvezza; ha un significato ascetico e morale. Ci si converte soprattutto osservando fedelmente la legge, con il proprio sforzo.

Ora, con Gesù, il rapporto è capovolto; conversione e salvezza si sono scambiate di posto: non c’è prima la conversione e poi la salvezza, ma, al contrario, prima la salvezza e poi la conversione. Convertirsi significa credere nella buona notizia (vangelo!) che la salvezza è offerta all’uomo come dono gratuito di Dio; la conversione è un atto di risposta. Posso convertirmi, perché in Cristo il regno si è fatto vicino. Il vangelo precede la conversione, l’indicativo precede l’imperativo, la donazione di Gesù precede e suscita la nostra donazione.

5. Ci si converte credendo. Facile? Per niente! Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Egli però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). Egli ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

La proclamazione del vangelo suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia imminente il giorno in cui Dio esercita il suo Regno.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. Si realizzano allora le beatitudini (Mt 5), perché poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

In 2 Cor 5, 11, Paolo cita Is 49, 8: Nel tempo della grazia ti ho esaudito; nel giorno della salvezza ti ho soccorso”; ed aggiunge: “Eccolo, ora, il tempo della grazia; eccolo, ora, il giorno della salvezza”. Nel momento in cui Paolo predica il giorno della salvezza è il presente. Ed è in questo presente che noi siamo chiamati ad entrare grazie al cammino quaresimale.

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