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Posts Tagged ‘compassione’

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Il profeta Geremia (23, 1-6) lancia una tremenda invettiva nei confronti dei “pastori che fanno perire e disperdono il gregge” del pascolo del Signore, che scacciano le pecore e non se ne preoccupano.
Chi sono questi pastori? Al tempo del profeta erano i capi del popolo, gli scribi e gli anziani; ma si tratta di figure che ritornano ad ogni generazione, più o meno numerose, nel popolo di Dio. Oggi le troviamo tra i vescovi e i preti, ma anche tra gli insegnanti, i genitori e chiunque abbia una responsabilità su altre persone. Quando il Signore ci affida una responsabilità di questo tipo, ci fa partecipi della sua cura per gli uomini: il Signore è il pastore del suo popolo, noi siamo il gregge del suo pascolo; avere responsabilità su una diocesi, su una parrocchia, su una classe di alunni, su un gruppo di lavoro, su una famiglia… significa partecipare all’azione pastorale del Signore. È un compito importante e bellissimo; è un onore meraviglioso che il Signore ci fa.
Purtroppo, però, questa responsabilità può essere gestita anche male e i pastori, anziché collaborare con il Signore per il bene delle sue pecorelle, possono essere coloro che fanno perire e disperdono il gregge. Perché accade ciò? Perché siamo vittime dell’egoisimo, del narcisismo e dell’egocentrismo.
L’egoisimo si annida nella nostra carne. È il risultato dei nostri desideri disordinati. È l’affetto che portiamo ai nostri comodi e al nostro tornaconto. La responsabilità pastorale richiede che siamo pronti a sacrificare il nostro vantaggio per il bene delle persone che ci sono affidate – e l’egoismo le si oppone.
All’egoismo si affianca, oggi più che mai, il narcisismo: la ricerca di se stessi, del proprio successo, dei “like” sulle nostre pagine social, dell’applauso del pubblico. È il grimaldello del mondo per scardinare ogni cura pastorale seria: così il pastore che pasce se stesso e usa il gregge come specchio della propria vanità.
Il risultato dell’accoppiata di egoismo e narcisismo è l’egocentrismo: una pastorale che ha al centro non le pecore ma il pastore; non il bene comune, ma il nostro protagonismo; non l’interesse delle persone a noi affidate (ripeto: siano esse i cristiani di una diocesi o di una parrocchia, gli allievi di una scuola, i dipendenti, i figli, il coniuge…) non il loro interesse, ma il nostro.
Con la sua fine ironia, il card. Giacomo Biffi scrisse una parafrasi della parabola del buon pastore “secondo il mondo”. Mentre il vero vangelo ci presenta un pastore che parte alla ricerca della pecorella smarrita e non si dà pace finché non l’abbia trovata (cf. Mt 18, 12-13), il vangelo che non esiste ma che il mondo vorrebbe dice: “Il Regno dei cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di pastorizia”.
Grazie a Dio, conosciamo l’insegnamento di Gesù. Conosciamo non solo le sue parole, ma anche i gesti concreti e gli esempi che ci ha lasciato. Vediamo Gesù prendersi cura paternamente della stanchezza dei suoi discepoli (cf. Mc 6, 30). Questi sono appena rientrati dalla missione, sono affaticatii, e tra tanta gente che va e viene non hanno neppure il tempo di mangiare. Gesù si fa carico di loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Come è bello quando chi ha la responsabilità di un certo lavoro non si preoccupa soltanto della produzione, ma anche dell’equilibrio, della pace, della serenità delle persone a lui affidate!
Ma, allo stesso tempo, Gesù ci insegna a non fare del nostro riposo un idolo: vedendo le folle che accorrono a lui, anche nel luogo deserto scelto per riposare, egli prova compassione, amore per quel “gregge senza pastore”; cosicché mette da parte le proprie legittime esigenze e si dedica alla gente che ha bisogno della sua parola.
Dovremmo renderci conto che noi siamo oggetto di questa tenera e premurosa cura pastorale di Gesù. Ciascuno di noi personalmente è importante davanti a lui. Per ciascuno di noi, Gesù ha compassione, sollecitudine, attenzione. Ebbene, il nostro dovere è di amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi! Sant’Agostino l’ha esplicitato chiaramente: “Pascere il gregge del Signore deve essere un servizio d’amore – Sit amoris officium pascere dominicum gregem”.
Chiediamo al Signore che ci riempia della sua carità pastorale perché tutti – vescovi, preti, genitori, insegnanti, responsabili ad ogni livello – tutti ci impegniamo nella cura delle persone a noi affidate con la stessa carità con cui Cristo Signore si prende cura di noi.

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Mosè e Gesù

Sia il libro del Levitico (13, 1-2. 45-46) sia  il vangelo di Marco (1, 40-45)  ci parlano di lebbrosi, ma con grande contrasto.

Nel primo testo vediamo come si comportava la legge di Mosè davanti a uno sventurato colpito dalla lebbra. Sono prescrizioni che spaventano: l’infelice deve allontanarsi dalla società, vivere fuori dall’accampamento; deve portare vesti strappate, avere i capelli disciolti e gridare: Impuro! Impuro!, perché nessuno si accosti a lui. La società si difende dal lebbroso, anziché aiutare il lebbroso.

Al tempo di Gesù la segregazione era regolata in modo tale che i lebbrosi non potevano mettere piede in Gerusalemme e nelle città che fin dai tempi più remoti erano circondate da mura. Potevano fermarsi nelle altre località, ma dovevano vivere per conto proprio. L’incontro con un lebbroso rendeva impuri.

La legge di Mosè era spietata? Si può dire che era ispirata dalla preoccupazione della santità di Dio e del suo popolo; nulla di impuro e di corrotto deve contaminare questa santità; tutto quello che ha attinenza con la morte deve essere tenuto lontano dal Dio della vita. E la lebbra è il simbolo della corruzione, dell’impurità: è il principio della corruzione e della morte. D’altra parte, la teologia rabbinica considerava la lebbra una punizione di Dio per i peccati commessi e, di conseguenza, vedeva nel lebbroso un peccatore.

Nel vangelo vediamo come si comporta Gesù davanti al lebbroso. Gesù si commuove, stende la mano, lo tocca e lo guarisce. E questo in un tempo in cui si credeva che toccare un lebbroso significava contagiarsi, diventare immondo ed escludersi anche dal culto di Dio. Ma il tocco di Gesù guarisce.

Potremmo concludere la nostra riflessione limitandoci ad osservare che Gesù, con grande potenza e con tanto amore salva questo povero lebbroso. Ma servirebbe a poco, se non considerassimo che vi sono lebbrosi anche nel nostro tempo e che, anzi, i primi lebbrosi siamo noi stessi!

Gesù e Francesco

San Francesco scrive, nel suo Testamento:

“Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo” (FF 110).

Francesco, quando – com’egli stesso scrive – era nei peccati, non era meno misero dei lebbrosi di cui aveva orrore. Condotto dal Signore in mezzo ad essi, non ci viene detto che i lebbrosi guarirono, ma che guarì il suo cuore: usò con essi misericordia e ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.

Francesco comincia a guarire dalla lebbra del suo peccato quando è condotto dal Signore sulla via della misericordia, quando comincia ad avere verso i miseri gli stessi sentimenti di Gesù; quando cessa di fuggirne la vista, quando accoglie dentro di sé l’amarezza che gli causano.

E noi?

Ci sono, intorno a noi, persone la cui vista ci appare “cosa troppo amara”? Persone che la nostra società nasconde, che il nostro subcosciente rimuove, come faceva la legge di Mosè, un po’ per paura del contagio, un po’ per non doversene far carico?

Anziani e disabili, malati, soprattutto malati di mente, alcolizzati, drogati… C’è tutta un’umanità che abbiamo relegato ai margini, perché ci sembra cosa troppo amara vederli. Noi forse ne abbiamo paura, perché i miseri ci ricordano la sofferenza e la morte. E spesso mascheriamo la nostra paura con il moralismo, giudicandoli peccatori.

Non che questo sia sempre sbagliato: ogni miseria, ogni sofferenza è, in modo spesso imperscrutabile, una conseguenza del peccato che c’è nel mondo. Ma Gesù guarisce la lebbra, cioè rimette i peccati e risana l’uomo. Prende su di sé tutte le nostre sofferenze. Salva, talvolta, anche dal male fisico e dalla morte, ma perché sappiamo che egli è in grado di salvarci da quel male più profondo e più radicale di tutti che è il peccato.

E ricordiamoci che il peccato più grande è quello di non aver misericordia; la lebbra più grave è quella di un cuore che non si commuove della sofferenza altrui. Anche da questo – anzi, leggendo la testimonianza di san Francesco dobbiamo dire: soprattutto da questo – il Signore ci guarisce.

Il Signore ci guarisce

Ma c’è una parte essenziale di questa pagina del Vangelo che è rimasta finora fuori dalla nostra attenzione. Quel lebbroso andò da Gesù, gli si getto in ginocchio dinanzi, gli gridò: Se vuoi, puoi guarirmi!

C’erano, forse, tanti altri lebbrosi nascosti nei dintorni; ma si vergognano di mostrarsi. Quest’uomo, invece, vince la vergogna e la paura: viene riconosciuto da tutti come immondo e peccatore, ma confessa pubblicamente di essere tale, chiede la salvezza a Gesù.

Il Vangelo di oggi ci chiede di riconoscerci peccatori, confessare i nostri peccati, soprattutto il peccato più grave che è quello di non avere un cuore misericordioso, e di chiedere a Gesù di guarirci e purificarci.

E allora faremo anche noi l’esperienza scioccante fatta dal giovane Francesco quando era ancora nei peccati: il Signore ci condurrà proprio verso ciò che ci appare troppo amaro, proprio verso chi ha una miseria diversa dalla nostra e per noi più ripugnante, ma grazie alla misericordia tutto questo ci si cambierà in dolcezza e cominceremo sul serio a convertirci.

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Tante difficoltà nella vita spirituale, tanti turbamenti della nostra anima sono generati da un’idea incompleta del peccato, come se questo fosse “solamente” un disordine morale, oppure una colpa che ci può essere imputata nel giudizio, o addirittura una mancanza al punto d’onore. Dobbiamo chiedere al Signore che sia Lui stesso a rivelarci il senso vero del peccato.

Non si giunge a comprendere la portata del peccato e ad acquistarne un esatta cognizione in poco tempo. Eppure è cosa importantissima perché il nostro tempo ha perso il senso della sua gravità.

In molti peccatori che pure riconoscono le loro cattive abitudini, si riscontra un indefinito atteggiamento interiore che può tradursi in questi termini: “Se avessi conservato l’innocenza, mi sforzerei di conservarla anche in seguito, ma dal momento che l’ho persa, perché mi debbo sforzare?”

Una tale espressione è possibile solo se si ha del peccato un concetto sballato, terra-terra. Anzi, sotto-terra: un concetto suggerito dal demonio. Infatti, ragionare in quei termini equivale a dire: “Se non avessi flagellato Gesù Cristo, mi potrei anche impegnare a non flagellarlo mai; ma dato che l’ho colpito una volta, continuerò a colpirlo”.

La rivelazione piena del senso del peccato che il Padre ci ha offerto è suo Figlio Gesù Cristo sofferente.

Antonello da Messina, Ecce homo

Antonello da Messina, Ecce homo

Contempliamolo ed osserviamo l’amore ardente col quale Cristo ci ama, la sua sublime santità, senza ombra di macchia, e su questa santità il segno del dolore: la ferita della lancia, la corona di spine, la croce… Anche se non appare da dove provengono queste ferite, noi ne conosciamo la causa: i nostri peccati

“Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza, né vi fosse inganno sulla sua bocca”. Is 53, 2-9

I nostri peccati sono la causa dei dolori di Gesù, della sua croce. Egli prese su di sé i nostri peccati ben sapendo che erano nostri, di ognuno di noi. Ciascuno può dunque dire: se avessi peccato di meno, Gesù avrebbe sofferto di meno.

I peccati che ancora commettiamo sono ulteriori ingratitudini che continuano a pesare sul suo Cuore: “Crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” Ebr 6, 6.

Chi considera il peccato sotto questo aspetto non ha timore di chiedere al Signore la morte, piuttosto che commettere il peccato; anzi, sente l’aspirazione ad offrire la propria vita al Signore per evitare anche un solo peccato mortale di una qualsiasi anima.

Durante la sua agonia Gesù ebbe a dire: “L’anima mia è triste fino alla morte” (Mc 14, 34; Mt 26,38)

E questa tristezza mortale che si abbatté sull’anima del Cristo fu a causa dei nostri peccati, futuri ma previsti. Tuttavia senza dubbio Gesù fin da allora ha provato qualche consolazione in previsione della nostra riparazione: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22, 43).

“E così anche ora in modo mirabile, ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati” (PIO XI, Enciclica Miserentissimus Redemptor, n. 23).

Cristo ora è risorto, è glorioso, non soffre fisicamente. Tuttavia è in grado di sentire compassione nell’anima sua. Al Cristo risorto si riferisce la Lettera agli Ebrei quando dice: Non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire le nostre infermità (4, 15). E il motivo di questa compassione è l’amore infinito che nutre per noi: vedendoci preferire il nostro ventre al suo Cuore, vendendoci correre verso il baratro della dannazione, non resta indifferente alla nostra sorte. Certo questo non toglie nulla alla sua perfetta beatitudine, e per noi resta un mistero insondabile immagi-nare come Egli possa essere perfettamente felice eppure dispiacersi del nostro peccato, ma le due cose vanno affermate insieme.

Forse tutto questo si comprende meglio se consideriamo che il Corpo mistico di Cristo è la sua Chiesa. I nostri peccati sono un cattivo esempio, sono causa del mancato riconoscimento di Gesù nella sua Chiesa e impediscono che la vera Chiesa appaia in tutta la santità in cui Gesù l’ha costituita.

Ma vi è di più: i nostri peccati, anche quelli più nascosti, causano una vera ferita al Corpo mistico. I miei peccati non distruggono solamente la grazia in me, ma minacciano anche quella di altre anime, perché se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme (1 Cor 12, 26). E quindi anche i peccati degli altri non possono lasciarci indifferenti: sono ferite al Corpo mistico e noi, quali membra vive, non possiamo non risentirne.

C’era un giovane affetto da una grave forma di tubercolosi. Assieme al figlio, anche la madre deperiva giorno per giorno, pur non presentando alcuna alterazione organica di rilievo. Un giorno il medico volle visitarla più a fondo e le chiese: “Signora, ma cosa vi fa male?”. E la donna: “Mi fanno male il polmoni di mio figlio”.

A Gesù oggi fanno male le mie ferite. E a me fanno male le ferite di Gesù? Mi fanno male le ferite dei miei fratelli che sono Corpo di Gesù come me?

Gesù è il Capo di questo Corpo. Per questo ci ha salvati: perché, essendosi unito a noi, i no-stri peccati sono diventati in un certo senso i suoi, e la sua riparazione è diventata la nostra (“meraviglioso scambio…!”). Ora, se noi siamo strettamente uniti a Cristo siamo salvi. Ma siamo anche strettamente uniti ad altre persone: le persone che amiamo, che ci sono più vicine, che sono “affidate” a noi a qualche titolo (familiari, parrocchiani, alunni, colleghi, condomini…), persone che possono con il nostro contributo accrescere il Corpo mistico di Cristo. Ognuno di noi potrebbe dire di loro “le mie anime”.

Di conseguenza, i peccati di queste anime sono veramente nostri. Non nel senso che siano nostri peccati personali, causa di dannazione o castigo per noi, ma nostri perché ci riguardano in modo speciale. Così se noi soffriamo per essi e ci uniamo alla riparazione di Cristo per loro e per noi, possiamo veramente soddisfare per essi. Nel considerare questi peccati potremo con più verità dire: “Signore, perdonaci”, come, sempre al plurale, ci fa pregare la Chiesa. Potremmo riparare con le nostre penitenze e sacrifici questi peccati delle “mie anime”, peccati che sono vere ferite al Cuore di Gesù.

Un mezzo per incarnare tutto ciò nella nostra vita concreta è la pratica dell’Ora santa: passando un ora in preghiera si implora la divina misericordia; si consola Gesù dell’abbandono in cui di lasciato nel Getsemani, mentre si cerca di compenetrarsi nei sentimenti del suo cuore, di portare con  lui, per quel poco che possiamo, i peccati dell’umanità.

Ma attenzione: la consolazione che noi possiamo dare a Gesù è come una goccia nel mare della consolazione che Gesù dà a noi. Noi possiamo assaggiare una goccia del calice amaro che lui ha bevuto, ma in cambio riceviamo fiumi di latte e miele. Noi possiamo cominciare a patire con Cristo, ma lui che ha patito tutto, non desidera altro che gioire con noi, che accoglierci in un abbraccio beatificante, che ci renda partecipi della sua vittoria sul male e sulla morte, della sua vita di risorto.

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Giunti all’ultima domenica di quaresima – la prossima sarà quella delle Palme – è necessario rivedere il cammino fin qui percorso. La linea quaresimale del ciclo A è una linea fondamentalmente battesimale.
Le prime due domeniche hanno presentato la storia della salvezza: dalla genesi alla trasfigurazione, passando attraverso Abramo, Mosè, Elia e le tentazioni di Cristo. Le tre domeniche successive sono definite «domeniche sacra¬mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Nella terza (la Samaritana) è stato evocato il mistero dell’acqua, nella quarta (il Cieco nato) quello della luce, ed oggi (Lazzaro) quello della risurrezione e della vita.
La risurrezione di Lazzaro – come l’acqua del pozzo della Samaritana, come la guarigione del cieco – è un segno: una realtà materiale che deve portarci a conoscere una realtà spirituale ed eterna.

Duccio da Boninsegna

Duccio di Buoninsegna, Risurrezione di Lazzaro

Fra poco, nel prefazio, pregheremo con queste parole:
“Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.
Dunque quello che avvenne sulla tomba di Lazzaro fu un segno, fu l’inizio di un miracolo che Gesù continua ad operare anche oggi nella Chiesa e nel mondo. Lazzaro morto rappresenta tutta l’umanità morta spiritualmente per il peccato.
Dio è la vita. L’uomo vive perché è in comunione con Dio. Il peccato, rompendo questa comunione, porta con sé la morte. La morte fisica è il segno che questa comunione è stata infranta. Tutta la nostra vita è una lotta contro il male e contro la morte. La morte ci assedia. Non solo la morte fisica, ma anche quella che la Bibbia chiama “la morte seconda”, la morte dello spirito. Morte dello spirito è la superbia, l’invidia, l’ira, la lussuria, l’avarizia, la golosità, la pigrizia.
– La superbia, che ci porta a disprezzare Dio, ci porta farci un dio a nostra immagine, che ci dia comandamenti che piacciano a noi: non quelli veri, ma quelli comodo, quelli alla moda, quelli politicamente corretti… Vogliamo essere noi la misura del bene e del male, come Adamo ed Eva!
– L’invidia, che ci porta a disprezzare il prossimo, se ha un bene o fa un bene che noi non siamo in grado di raggiungere o che abbiamo perso, lo odiamo come Caino odiava Abele. Perché i peccatori provano tanto gusto a trascinare gli altri nel peccato? Per invidia della loro innocenza. E quando non ci riescono, denigrano, disprezzano, scherniscono… perché invidiano.
– L’ira, che ci porta ad aggredire chi minaccia la nostra posizione: ci siamo messi al posto di Dio, pretendiamo di essere assoluti, e quindi distruggiamo chi ci fa capire che non lo siamo.
– L’avarizia, che ci porta ad accumulare avidamente ciò che conferisce potere su questa terra, per darci l’illusione di essere come Dio.
– La lussuria, che fa dei desideri della nostra carne la guida e il criterio del nostro agire, che ci porta a considerare “beatitudine” ciò che è solo piacere di un attimo, che rende impuri, cioè brutti e ingiusti i nostri pensieri, la nostra fantasia, la nostra volontà…
– La gola, che fa del nostro ventre il nostro vero Dio: vi sono persone – anche nei conventi – il cui unico pensiero è come mangiare meglio, come soddisfare il dio al quale sono devoti: il proprio ventre.
– L’accidia, che consiste nel disgusto per le cose vere, buone e belle, e nell’abbandonarsi al male, alla tristezza, alla perversione.
Il peccato e la morte ci assediano all’esterno: nella nostra società neo-pagana, il peccato fa capolino da tutti gli angoli, si insinua in tutti i rapporti umani… Ma il peccato e la morte ci assediano anche dall’interno della nostra casa; i germi più pericolosi sono, anzi, proprio quelli che portiamo in noi stessi, nella nostra carne.
E Gesù ci sta davanti e ci grida come a Lazzaro: “Vieni fuori!” Per risuscitare te mi sottopongo alla morte io: Vieni fuori! Vieni fuori dalla tua superficialità, dal tuo egoismo, dal disordine in cui vivi; vieni fuori dalla tua dissipazione, dalla tua disperazione.
Le parole profetiche della prima lettura, con Cristo diventano realtà: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito, o popolo mio… Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.
Quando tu sei morto per il peccato, quando già mandi odore di putredine, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore non ti abbandona. Gesù fremette di compassione e d’amore anche per te, il giorno che, nel battesimo, ti chiamò dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce.
E ora che ho peccato di nuovo? Ora hai a disposizione la seconda tavola della salvezza: il sacramento della Penitenza che, da qualche Padre, è stata definito come “il battesimo delle lacrime”. Pèntiti del tuo peccato. Lasciati coinvolgere dal fremito di Gesù ed entra anche tu in agitazione contro il tuo peccato: Gesù freme ancora di amore ferito ogni volta che ti lasci vincere dal male. Entra nel pianto di Gesù e impara a piangere con lui, perché lui piange per te. Obbedisci alla sua voce che ti dice: Vieni fuori! e con il suo perdono ti risolleva dalla caduta.
Chiediamo al Signore di sfruttare bene queste due settimane di preparazione immediata alla Pasqua. Chiediamogli il dono di entrare in agitazione con noi stessi, fremere, ribellarci e lottare contro l’invadenza del male presente nel mondo e nella nostra esistenza. Dobbiamo dire, come dice Tommaso nel Vangelo di oggi: Andiamo anche noi a morire con lui, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

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