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La settimana scorsa stavo confessando in un santuario del centro Italia. Nel pomeriggio si siede di fronte a me un uomo di mezza età. Gli chiedo: “Si vuole confessare?”. Mi risponde: “Forse dovrei, ma non lo farò. Sono venuto a dirle chi è veramente Gesù”. E comincia a spiegarmi – in modo un po’ confuso – la “verità” che aveva trovato (la consueta vulgata teosofica alla new age). Gli chiedo come fa a sapere che quella è la “verità” su Gesù; mi risponde: “Ho letto un libro!”.

Beh, anch’io ho letto qualche libro… Qualcuno mi ha aiutato, qualche altro un po’ meno. Ma per conoscere Gesù c’è bisogno di altro. Chi conosce Gesù?

“Nessuno conosce il Figlio se non il Padre” (Mt 11, 26).

Per questo “la gente” (16, 11) ne dice di tutti i colori su Gesù: perché stanno fermi sul piano “della carne e del sangue” (v. 17), cioè di quello che la fantasia umana, i desideri confusi che ci portiamo dentro, le idee che circolano nel mondo, possono inventarsi a proposito di lui.

Ma c’è una risposta che si colloca su un piano diverso rispetto a quello della “gente”: la risposta dei discepoli: “E voi, chi dite che io sia?” (v. 15).

“Discepoli” sono coloro che imparano (“discere”) da Gesù, ascoltano le sue parole, seguono i suoi gesti, i suoi comportamenti. Così avviene quello che vediamo in Pietro: il Padre stesso gli rivela il Figlio. Questa rivelazione non è un fulmine che cade a ciel sereno: è il frutto della “disciplina”, della frequentazione della scuola di Gesù.

L’interpretazione data da Pietro è autentica, e Gesù la riconosce come tale: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona… ”. Essendo discepolo, Pietro diventa maestro e riceve il ministero tipico del rabbinato: il potere delle chiavi – ossia di aprire e chiudere le questioni dottrinali – il potere di legare e sciogliere – ossia di giudicare, di condannare o assolvere, di dichiarare lecito o proibito (v. 19).

Pietro, il discepolo che ha imparato da Cristo ed ha ricevuto la rivelazione del Padre diventa pietra di fondazione della Chiesa. Una casa fondata sulla roccia non cade (cf. 7, 24). La sua struttura è garantita da Cristo stesso: le porte degli inferi non prevarranno su di essa (v., ossia sarà più forte della morte, resisterà fino alla fine dei tempi e alla risurrezione finale.

Allora se vogliamo sapere chi è veramente Gesù dobbiamo radicarci nella sua Chiesa, fondata su Pietro. Essa è per noi (a) garanzia di insegnamento, (b) garanzia di santificazione, (c) garanzia di governo.

(a) Garanzia di insegnamento, ovviamente, non significa che ogni sbadiglio di un ecclesiastico sia verità di fede (fossero pure gli sbadigli del nostro legittimo superiore o del vescovo o del papa); significa invece che ogni volta che il papa e i vescovi in comunione con lui annunciano una dottrina, essa è magistero autentico e garantito da Cristo stesso.

(b) Garanzia di santificazione non significa che ogni ecclesiastico (fosse pure il nostro superiore legittimo o il vescovo o il papa) sia sempre indefettibilmente santo; significa invece che la sua azione, se è svolta secondo le regole fissate dalla Chiesa e con l’intenzione di fare quello che fa la Chiesa, è santificante per chi le si accosta con le dovute disposizioni.

(c) Garanzia di governo non significa che l’autorità ecclesiastica (fosse pure quella del nostro superiore legittimo o del vescovo o del papa) non commetta mai errori; significa invece che Dio ci guida e ci governa con il suo amore provvidente attraverso la guida di coloro che ha scelto e ha costituito pastori – pur con tutti i loro limiti e difetti.

Di fronte a tutto ciò dovremmo avere una grande gratitudine per il Signore che ci ha fatto dono della Chiesa, dovremmo pregare per coloro che ha posto alla sua guida ed esercitare fino in fondo la nostra corresponsabilità perché la verità di Cristo risplenda.

 

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Il senso della liturgia odierna è espresso sinteticamente nel Prefazio: “Nel mistero della sua incarnazione Cristo si è fatto guida dell’uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della rinascita ha liberato gli schiavi dall’antico peccato per elevarli alla dignità di figli”.

Siamo dunque chiamati a fissare lo sguardo su due aspetti del Vangelo di oggi: la fede e il battesimo. Dopo la domenica della Samaritana e dell’acqua, oggi è la volta di un altro grande simbolismo battesimale: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”.

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L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco.

L’episodio è narrato con una tale abbondanza di particolari che non possiamo commentarlo tutto: ognuno dovrebbe rileggerlo e meditarlo nella sua preghiera personale.

Ma alla fine ci accorgiamo che Giovanni ha voluto dire due cose alla sua comunità:

1. Quel cieco rappresenta ogni cristiano; prima dell´incontro con il Vangelo, volgi gli occhi intorno, ma non vedi niente, non capisci il senso dell´esistenza, di quello che hai e ti viene sempre tolto, delle relazione d´amore che vorresti e non sei capace di realizzare, delle gioie che finiscono sempre, del dolore che ritorna, della vita che finisce sempre con la morte. Poi, se incontri Cristo ed entri in relazione profonda con lui, se vai alla piscina di Siloe – il fonte battesimale – e ti fai lavare, torni che ci vedi.

2. La luce che Cristo ci ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi. Cristo è il senso dell´esistenza, tutto ciò che ti porta disperazione e morte è il peccato che ti allontana da Dio, ma battezzato nella sua morte trovi il perdono, nella sua risurrezione ricevi la vita eterna.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

Così sembrerebbe quando san Paolo, nella 2. lettura, dice: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”.

Ma siamo davvero ora tutti e solo luce? Se così fosse non avrebbe senso quel grido finale, come nella notte, che ci ha rivolto Paolo stesso: “Svegliati o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà”!

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto il dono della fede – che, come ci insegna il catechismo è una virtù teologale – ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio, perché, come abbiamo ascoltato nella 1. lettura, Dio non guarda ciò che guarda l’uomo: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. E noi restiamo uomini, sempre tentati di fermarci all´apparenza.

Questo significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci: come i farisei nel vangelo, che rifiutano Gesù perché non corri­sponde ai loro pregiudizi; come i genitori del cieco, che per paura di essere allontanati dalla sinagoga non riconoscono la salvezza.

Non è così tante volte anche per noi? Rinneghiamo la fede perché non corrisponde alla mentalità del mondo, perché facendoci guidare dal vangelo siamo esclusi dalle logiche di moda, dal successo mondano, dal consenso…

Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati (5, 19-21), Paolo vi accenna: “ fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

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