Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘catecumenato’

Tutti sanno che si tratta di un tempo di quaranta giorni di penitenza che ci preparano alla celebrazione della pasqua. Ma … come ci dobbiamo prepa­rare?

Per capirlo dobbiamo farci un’altra domanda: che significa celebrare la pasqua? Certamente significa ricordare la morte e risurrezione di Gesù; ma non basta: significa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù, significa morire al peccato e risorgere alla vita nuova.

Questa è la nostra pasqua, la pasqua che si realizza in ogni uomo che crede in Cristo e riceve il battesimo.

Sì, è proprio il battesimo che ci fa partecipare alla morte e risurrezione di Gesù. Ed è per questo che, secondo una tradizione antichissima, il battesimo degli adulti si celebra nella notte di Pasqua.

La quaresima, allora, cosa è? È ripercorrere un cammino di preparazione al battesimo, un cammino di catecumenato, in modo che, la notte di pasqua, possiamo davvero rivivere la nostra pasqua. E la liturgia quest’anno ci aiuta proprio in questo.

Il Ciclo A è legato al catecumenato. La linea del ciclo A è una linea fondamentalmente pasquale. Il lezionario di questo ciclo può essere suddiviso in due parti.

Le prime due domeniche presentano, in uno scorcio davvero sorprendente, tutta la storia della salvezza. Le tre domeniche successive potrebbero essere definite «domeniche sacra­mentali», poiché le loro letture sono intimamente legate agli effetti dei sacramenti dell’iniziazione. Volta a volta saranno evocati il mistero dell’acqua, quello della luce, quello della risurrezione e della vita.

I.            Prima domenica

Le letture ci fanno fare il primo passo in questa direzione, mostrandoci lo sfondo oscuro sul quale brilla la luce della pasqua e del battesimo, quello sfondo tenebroso rappresentato dalla notte, nella quale si accende il fuoco nuovo all’inizio della veglia pasquale: il buio del peccato.Da qui cfr CANTALAMESSA La parola e la vita, A, p. 62-ss

Le letture di ci presentano tutte e tre gli stessi perso­naggi: Dio, l’uomo, satana.

La prima lettura e il vangelo si corrispondono perfettamen­te, ma sono l’una l’opposto dell’altra: là un giardino bello, fresco, rigoglioso, in cui tutto parla di felicità e di piacere; qui un deserto sen­z’acqua, senza viveri: uno scenario allucinante.

Là un uomo, Adamo, è messo alla prova e risponde “no” a Dio, dando ascolto al diavolo; qui un altro uomo, Gesù Cristo, è messo alla prova ma resiste a Satana e dice “sì” a Dio.

Nella lettura intermedia, S. Paolo riflette su questi due eventi e ce li spiega: Come per il peccato di uno solo (Adamo) si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo (Cristo) si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedien­za di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Dunque Adamo non è caduto solo per se stesso; Cristo non ha vinto solo per se stesso. La disobbedienza di Adamo ha coinvolto tutti nella colpa, l’obbedienza di Cristo coinvolge tutti nella salvezza.

Noi ci troviamo oggi fra questi due poli di attrazione, ci troviamo a scegliere: o con Adamo o con Cristo; o con il peccato, o con la salvezza.

La vittoria di Gesù comincia nel deserto ma sarà piena nella pasqua. Ed è vittoria per noi, se abbiamo il coraggio di entrare con lui in questi quaranta giorni di purifica­zione, se siamo disposti a mettere l’ascolto della parola di Dio al di sopra del pane. Allora la pasqua sarà la nostra pasqua, il nostro battesimo rivivrà e godremo della libertà dei figli di Dio.

L’uomo è vinto dalla tentazione; di qui la distruzione dell’unità del creato, in sé e con Dio (prima lettura: Gn 2, 7-9.3, 1-7). Ma a questa rovina catastrofica si oppone la vittoria di Cristo contro la potenza del male, durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto (vangelo: Mt 4, 1-11). Sì che per noi, oggi, dove è abbondato il peccato sovrabbonda la grazia (seconda lettura: Rm 5, 12 -19) .

II.          Seconda domenica

Ci fa intravedere fin d’ora, con la trasfigurazione del Signore, ciò che ci attende alla fine del nostro cammino verso l’ultimo giorno. Gesù mostra ai suoi discepoli qual è il termine, la meta del cammino. Andiamo verso la Pasqua di Cristo che è la nostra Pasqua. Come Gesù si è trasfigurato, così anche noi ci trasfiguriamo in lui. L’oscurità del nostro peccato si trasforma in luce di santità, la miseria della nostra condizione umana si trasforma nella gloria di Dio, la tristezza della nostra vita si trasforma in gioia senza fine.

Ma non possiamo fermarci a contemplare la meta: dobbiamo metterci in cammino, altrimenti siamo come Pietro che vuole fare le tende e fermarsi sul monte. Qual è la strada per arrivare alla Pasqua? Il Vangelo di oggi ce lo fa intuire, dicendo che Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli che saranno con lui nell’agonia dell’orto degli ulivi. La strada per la Pasqua è la strada della croce.

E come la Pasqua si realizza nella nostra vita, così la croce si realizza nella nostra vita. Direi che si realizza nella vita di ogni uomo, anche di chi non crede: la sofferenza, la solitudine, il fallimento, la delusione, l’angoscia… Tutti le sperimenta­no, prima o poi. Solo che chi non crede si ferma alla oscurità e alla morte. Mentre chi crede si apre alla trasfigurazione e alla risurrezione. Perché accoglie la parola del Padre: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo.

Prepararsi alla Pasqua, rivivere il proprio Battesimo, significa dunque ascoltare Gesù Cristo, lasciarsi rivelare la bellezza della meta, ed abbracciare la croce del cammino confidando nella potenza della risurrezione.

III.        Terza domenica

Con la terza domenica comincia la preparazione sacramentale più diretta, infatti si riflette sul tema dell’acqua.

Noi siamo abituati a pensare all’acqua del Battesimo come a qualcosa che purifica, che scioglie le incrostazioni del peccato, che ridona freschezza e pulizia: è l’acqua del perdono di Dio!

Ma l’acqua ha un’altra proprietà: disseta. Nel Vangelo tutto inizia con la sete di Gesù e della Samaritana. Il punto d’avvio è la sete naturale, la sete del corpo che ha bisogno di acqua di pozzo. Ma il punto di arrivo è la sete dello spirito, che ha bisogno dell’Acqua Viva.

Di che sete si tratta? È la sete di felicità, di gioia piena, di beatitudine. Chi di noi non desidera essere felice? Tutti ci diamo da fare, corriamo a destra e a manca per fare, disfare, cercare, vedere… Ma perché? Per essere felici! E, magari, riusciamo anche ad intuire una verità: solo l’amore può appagare questa sete. Ma quale amore?

Ci sono due modi per tentare di estinguere la sete. Il primo è bere all’acqua delle creature, ricercare cioè disperata­mente la gioia nelle cose – i beni, la roba, la fama, il prestigio – o ricercarla in un’altra creatura. Dentro i limiti stabiliti dalla legge di Dio, ciò non è peccato: è la natura. Gesù però ci mette sull’avviso: questa è un’acqua che estingue la sete solo provvisoriamente, spesso in modo ingannevole e illusorio. E in ogni caso verrà il momento in cui non se ne potrà più bere. Guai a puntare tutto su queste cose!

Gesù, invece, ci offre la sua acqua che placa ogni arsura e ogni bisogno del cuore dell’uomo.

Ma cosa è quest’acqua? È lo Spirito Santo che riceviamo nel Battesimo. San Paolo ci ha detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. È questo amore che fa la nostra felicità piena.

E subito s. Paolo ci ricorda che questo dono ci viene dalla morte di Cristo. La roccia dell’Esodo, percossa dal bastone, ha fatto scaturire la sorgente d’acqua per la sete del popolo. Cristo crocifisso, percosso dalla lancia, ha effuso sangue ed acqua per la nostra sete, simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia.

Non stupisce allora che i primi cristiani parlassero dell’acqua con vette di poesia altissima, come se fosse il loro elemento vitale. Essi amavano rappresentarsi e definirsi “pesciolini”, perché sapevano di essere nati nell’acqua e di non poter vivere se non rimanendo nell’acqua, cioè rimanendo nel battesimo, nella grazia, nella fedeltà allo Spirito d’Amore.

IV.       Quarta domenica

È poi la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce.

Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Io sono la luce della vita”. L’evangelista Giovanni ci annuncia questa verità raccontandoci un fatto: Gesù ridona la vista a un cieco. Con questo vuole dire fondamentalmente due cose:

1. Quel cieco era ogni cristiano; anche gli uditori di Giovanni erano andati un giorno alla piscina di Siloe – il fonte battesimale -, si erano lavati ed erano tornati che ci vedevamo.

2. La luce che Cristo ha dato è la fede. Quel cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi.

Ma a questo punto ci sorge un dubbio: tutto si è compiuto il giorno del nostro battesimo? Non c’è altro da fare per la nostra esistenza di adesso, per le nostre scelte di oggi?

La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo sì ricevuto la virtù teologale della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà.

Questo significa che dobbiamo allenarci ogni giorno a guardare con gli occhi di Dio. Significa che dobbiamo lottare ogni giorno contro l’incredulità, che rende cieco chi crede di vederci. Questo significa che dobbiamo convertirci e ritornare agli impegni del nostro battesimo.

In quel giorno ci è stato chiesto: “Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?” “Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?” “Rinunziate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. E tre volte abbiamo risposto “Rinuncio. Rinun­cio. Rinuncio”.

Cosa ne è stato di queste rinunce? Dobbiamo riconoscere che la nostra umanità ha ricevuto la luce, ma porta in sé ancora delle zone d’ombra: sono le spinte tenebrose che s. Paolo ha chiamato “le opere infruttuose delle tenebre”. Quello che si agita in questa zona d’ombra è vergognoso perfino a parlarne; scrivendo ai Galati, Paolo vi accenna: “fornica­zione, idolatria, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, invidie, ubriachezze”.

Si tratta allora di lasciarsi guidare dalla luce di Cristo, fuori dalle tenebre. E conosciamo la strada.

V.         Quinta domenica

Nella quinta domenica ci viene presentato il miracolo della risurrezione di Lazzaro. La chiave di lettura di quella liturgia è espressa nel Prefazio: “Vero uomo come noi, Gesù pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi egli estende a tutta l’umanità la sua misericordia e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”. Il messaggio è chiaro: dobbiamo comprendere il senso della risurrezione per noi, il passaggio “dalla morte alla vita” che si attua nei sacramenti, in modo particolare nel battesimo.

Per comprendere il senso di questa pagina di vangelo, dobbiamo cercare di entrare nella mentalità delle prime comunità cristiane. Esse vivevano della fede nella risurrezione del Signore e attendevano la sua venuta nella gloria. Ma questa venuta tardava a venire. Alcuni, che pure avevano creduto in lui, erano stati battezzati, avevano mangiato il Pane di vita, avevano ricevuto lo Spirito di vita, non ostante ciò erano morti. E allora questa promessa di vita eterna che il Signore aveva fatto, che senso aveva? Forse quelli che erano morti non erano graditi al Signore?

Noi oggi crediamo di avere una teologia più sofisticata. In realtà siamo forse regrediti allo stadio della fede di Marta: sappiamo che la risurrezione avverrà nell’ultimo giorno, ed intanto affrontiamo le nostre morti con rassegnazione e rimpianto, quasi rimproverando Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

Badate, non soltanto davanti alla morte, che è “il nemico ultimo ad essere annientato” – come dice Paolo (1 Cor 15, 26); anche davanti alle tante difficoltà e sofferenze e limiti che viviamo quotidianamente. Quante volte diciamo: Signore, perché non mi liberi da questo male? Perché non hai impedito quella sofferenza? Perché hai permesso che io cadessi in quel peccato? Che io mi umiliassi in quel modo? Se tu fossi stato qui…! Forse è perché non mi ami?

Il Vangelo ci preserva anzitutto da un’idea sbagliata circa l’amore: Gesù – ci dice fin dall’inizio – amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Davanti alla sua tomba, vedendo il dolore dei suoi cari, scoppia in un pianto dirotto, tanto che gli astanti esclamano: “Vedi come gli voleva bene!”. Eppure, anche lì si insinua la stessa perplessità di Marta: “Ma costui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che questi non morisse?”

Gesù invece aveva detto ai suoi discepoli: “Lazzaro è morto, e io sono contento per voi che non eravamo là, perché crediate”. Gesù non ci salva “dalla” morte ci salva “nella” morte. Non ci toglie il limite.

La morte è frutto del peccato, e siccome siamo peccatori dobbiamo morire. Parliamo qui della morte fisica, l’ultimo atto della nostra esistenza terrena; ma parliamo anche di quegli anticipi di morte che sono tutte le nostre sofferenze, fisiche e spirituali: la malattia, la vecchiaia, le umiliazioni, i tradimenti, la solitudine, i fallimenti… Gesù non ci salva “da” queste cose. Ci salva “in” queste cose, diventando solidale con noi – lui, l’unico innocente – prendendo su di sé la nostra morte per farci partecipi della sua vita.

Cosa ci viene chiesto in cambio? Di credere in Cristo, di fidarci di lui anche quando le speranze umane sono esaurite – come davanti alla tomba di uno che è morto da quattro giorni e già manda cattivo odore. Di lasciare che ci salvi a modo suo: non togliendoci quel limite che ci è necessario per esistere, né la dignità di esserne coscienti, ma trasformando il nostro limite in apertura, la nostra morte in vita.

Pure noi, in questo sacro tempo di Quaresima, dobbiamo dire, come dice Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui”, a morire ai nostri peccati, a convertirci per risorgere con lui come creature nuove, purificati dal suo sangue e dal perdono che ci dà mediante la Chiesa.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: