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Posts Tagged ‘beatitudine’

Gaudete

Siamo giunti alla terza domenica di Avvento, a metà cammino. Proviamo a fare un bilancio del tempo vissuto: nella prima domenica l’avvento ci si è presentato come un tempo di penitenza e di attesa; nella seconda domenica, come un tempo di consolazione; oggi l’avvento ci si presenta come un tempo di gioia. Lo proclama l’antifona d’ingresso: “Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4.5); lo abbiamo ascoltato nelle letture.

Un tempo di gioia… Forse nelle nostre assemblee parliamo poco della gioia e celebriamo con poca gioia. È un tema difficile ed importantissimo, soprattutto nel nostro tempo. È un tema importantissimo perché ogni uomo ricerca spontaneamente la gioia: Che cosa desideri? Essere felice!

Se oggi dilagano le tossicodipendenze, i suicidi, le malattie mentali è perché la gente non è felice, non si gioisce più. Alle radici della disperazione c’è una insoddisfazione continua: ricerchiamo il piacere e ne ricaviamo delusione.

Il fatto è che la nostra sete di gioia è infinita, mentre le cose e le persone in cui cerchiamo la gioia sono limitate. Così ci capita di fare come i bambini che vedono un giocattolo, lo desiderano, fanno mille capricci per ottenerlo, e una volta che ce l’hanno ci giocano per qualche ora e poi se ne dimenticano, passando a desiderarne un altro.

Ci imbattiamo in quella “sproporzione” pascaliana, per cui l’homme surpasse infinitement l’homme: l’animo umano è caratterizzato da una sete di assoluto, tale che non potrà mai essere completamente appagata da alcun bene intramondano, relativo. Solo in Dio l’uomo trova il bene beatificante, il senso e il fine della propria esistenza. Scrive san Tommaso d’Aquino: “Niente può acquietare la volontà dell’uomo se non il bene universale. E questo non si trova in alcun essere creato, ma solo in Dio, perché ogni creatura ha la bontà per partecipazione. E quindi solo Dio può riempire la volontà dell’uomo, come dice il Salmo 102,5 :«Egli sazia di beni il tuo desiderio». Dunque solo in Dio consiste la beatitudine dell’uomo” (STh, I-II, q. 2, a. 8, c).

Questa verità, di cui traboccano le pagine di sant’Agostino e di tanti mistici, è fenomenologicamente nota a chiunque rifletta spassionatamente sull’umano esistere. Persino gli atei o i miscredenti la intravedono. Come non pensare ad un Giacomo Leopardi ed al suo “sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo” (Zibaldone, 165-9)?

Certo, per chi rifiuta il pensiero di Dio o lo confina ai margini della propria esistenza, non resta che l’assurdo, e questo desiderio infinito di felicità viene a costituire una sorta di maledizione, che impedisce di gustare il piacere e getta nell’inquietudine. Ma questa è la sanzione intrinseca ad un atteggiamento ostinato e chiuso alla verità, nella propria orgogliosa autosufficienza. L’uomo è immagine di Dio in quanto capace di conoscere e di volere liberamente: allorché rifiuta la verità, devia non solo dal proprio esemplare, ma anche dal proprio fine, precipitando così nel non senso più oscuro, nel “male di vivere”, nella disperazione.

L’avvento è il tempo della gioia perché ci mostra che possiamo trovare Dio, perché è Dio stesso che, in Cristo, viene a cercarci.

Le parole di Is 61, 1-ss sono ciò che Cristo dice di se stesso: “Mi ha mandato a portare a voi poveri un annuncio di gioia, a fasciare le piaghe dei vostri cuori spezzati dall’angoscia, a liberarvi dalle schiavitù che vi siete costruiti col peccato, a farvi uscire dal carcere della vostra tristezza, ad inaugurare un tempo nuovo, il tempo dell’amore di Dio che perdona”.

Ed ecco la gioia, come risposta all’iniziativa di Cristo: “Io gioisco pienamente nel Signore la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha avvolto con la sua salvezza, mi ha circondato di giustizia, ha messo nel mio cuore un seme di felicità”.

Certo è solo un seme, magari un seme sotto la neve del dolore e della fatica. Ma è un seme che germoglierà e produrrà i suoi frutti. Anzi, fin da ora germoglia: non ve ne accorgete? È già fiorito nel canto di Maria SS. “L’anima mia magnifica il Signore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. Ha ricolmato di beni gli affamati”.

La gioia è un seme piantato nel nostro cuore, un seme da coltivare, un compito.

“Fratelli, state sempre lieti”. Questo è il comando che Paolo consegna in 1 Ts 5, 16 ss. La nostra gioia è insidiata dalla tristezza del mondo: abbiamo il dovere di tutelarla. Come?

Pregando incessantemente, rendendo grazie a Dio in ogni cosa. Un cristiano che non prega tutti i giorni non è cristiano, è destinato a perdere, a soffocare la gioia.

Cooperando con il Dio della pace che vuole santificarci fino alla perfezione. Nella vita cristiana non esiste la sufficienza scarsa, il “6 -”, come non esiste una gioia mediocre. Il cristiano deve arrivare al “10 e lode”, alla perfezione della santità che è perfezione della gioia.

Infine, la gioia è un compito di testimonianza. Noi, come Giovanni Battista siamo chiamati a preparare la via del Signore, a rendere testimonianza alla luce che è Cristo. Vogliamo che le persone che amiamo siano nella gioia? Portiamole a Cristo, non a noi stessi. Con la nostra gioia dobbiamo annunciare che in mezzo a loro sta uno che non conoscono, e che ha il potere di riempire la loro vita come ha riempito la nostra, nella gioia.

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La Solennità di Cristo Re costituisce la sintesi di tutto l’Anno liturgico e di tutto il Vangelo, giacché il Vangelo non è altro che la buona notizia, l’annuncio del Regno di Dio in Cristo.

Basileia, “Regno”, è il termine che ricorre più frequentemente nei vangeli sinottici e che sembra meglio definire l’oggetto proprio e specifico della predicazione di Gesù. Non si tratta semplicemente di un potere che Dio detiene in maniera statica; l’espressione condensa il suo intervento nel mondo, l’azione mediante al quale egli esercita effettivamente la sua sovranità.

Gesù non si limita ad annunciare che il Regno di Dio viene; egli precisa – ed è per questo che il suo messaggio diventa una buona novella – che il Regno di Dio è vicino. I suoi uditori attendevano il Regno e non era necessario informarli che un giorno esso sarebbe giunto. Per essi era invece del tutto nuovo sentir annunciare che il momento era arrivato: l’intervento escatologico di Dio sta per accadere. Ecco una parola inaudita e sconvolgente, che pone gli uomini di fronte a una situazione completamente nuova.

Il messaggio dell’imminente avvento del Regno di Dio non poteva non suscitare riserve, provocare critiche da parte degli uditori di Gesù. Rispondendo alle obiezioni che gli vengono mosse, egli ci permette di cogliere ancora meglio il suo messaggio. Si possono ridurre queste obiezioni a una sola: se fosse vero che il Regno di Dio è imminente, le cose andrebbero attualmente come le vediamo? In altre parole, il tempo presente non dà in alcun modo l’impressione di essere alla vigilia dell’evento formidabile annunciato da Gesù.

A questa difficoltà Gesù risponde in due maniere diverse. Anzitutto egli fa notare che i segni non mancano, ma che i suoi interlocutori non li sanno comprendere (si veda soprattutto Mt 11, 2-6 //). Un altro genere di risposta è quello rappresentato dalle parabole di contrasto, in cui Gesù si pone ancor più dal punto di vista dei suoi interlocutori. Egli ammette che il momento presente, il tempo in cui egli esercita il suo ministero – un ministero tanto umile e pieno di tanti insuccessi – è senza proporzione con gli spettacolari sconvolgimenti che si verificheranno quando il Regno di Dio verrà con tutta la sua gloria e la sua potenza. Però fa notare che anche il seminatore subisce tante perdite quando getta la sua semente; queste perdite, però, non impediscono una splendida messe (Mc 4, 3-8 //). E ricorda che, dopo la semina, il contadino non si occupa più del campo, lasciando che il grano germogli da solo; vi ritorna soltanto quando è giunto il tempo della mietitura (Mc 4, 26-29). Dio non si comporta diversamente: attende la sua ora per intervenire, mentre la messa va maturando da sé. Gesù spiega ancora che un grano di senape, minuscolo, produce il più grande degli ortaggi, simile ad un albero (Mc 4, 30-32 //), che un pizzico di lievito è sufficiente a far fermentare una grande massa di pasta (Mt 13, 33 //). La piccolezza del grano di senape o della manciata di lievito corrisponde bene all’impressione di qualcosa di insignificante che dava il ministero di Gesù. Ma si tratta di un punto di partenza; il seguito sarà grandioso: cioè, l’avvento del Regno di Dio in tutto il suo splendore.

L’annuncio del prossimo avvento del Regno è normalmente seguito da un appello che invita gli uditori a prepararsi: “Convertitevi e credete al vangelo!” (Mc 1, 15). Le raccomandazioni sono molto varie: accanto alla penitenza e alla fede, c’è l’obbedienza alla volontà di Dio, l’osservanza dei suoi comandamenti, la necessità di mostrarsi fedeli e vigilanti, di praticare la carità e di rinunciare ai beni della terra. Tutto ciò per essere pronti al momento in cui il Regno arriverà, per trovarsi nella condizione di potervi entrare e non esserne gettati fuori, per riceverlo in eredità ed essere un grande in questo Regno. La prospettiva generale è quella di una futura presa di possesso. Le beatitudini del discorso della montagna, nel loro insieme, esprimono lo stesso punto di vista: “saranno consolati”, “saranno saziati”, “erediteranno la terra”, “otterranno misericordia”, “vedranno Dio”. La prima beatitudine, invece, non promette che il Regno “sarà” del poveri; essa dice che esso “è” già loro. E Mt 5, 10 ripete la stessa affermazione per coloro che sono perseguitati per la giustizia.

Il Regno di Dio esiste; fin dal momento in cui Gesù comincia a predicare esso “è” di coloro a cui è destinato; esso è donato ed appartiene a essi di pieno diritto. Preparato per essi (Mt 25, 34), il Regno costituisce la loro eredità, sebbene essi debbano attendere ancora un po’ prima di prenderne possesso. Per questo la prima beatitudine li proclama beati fin dal presente. La loro felicità precorre la presa di possesso. Sono beati perché il Regno è sul punto di venire.

Proclamare che i poveri sono beati è semplicemente un’altra maniera per dire che il Regno di Dio è vicino. Rivolto ai peccatori, l’annuncio della imminente venuta del Regno diventa un invito pressante a fare penitenza; rinvolto ai poveri, prende la forma di un invito alla gioia, perché questo Regno, che è sul punto di venire, appartiene ad essi.

La proclamazione delle beatitudini suppone che sia giunto il momento in cui le promesse dei profeti devono avere il loro compimento. Vale a dire che sia giunto il giorno in cui Dio esercita il suo Regno a favore dei poveri.

Ma qual è questo giorno? È il giorno della Pasqua del Signore. La porta del Regno è il Getsemani, il suo trono è la croce, la sua rivelazione è la Risurrezione. I poveri entrano nel Regno nelle acque del battesimo. Gli affamati sono saziati dal corpo stesso del Signore. Il Consolatore è donato agli afflitti.

E se noi ci accorgiamo di non essere poveri, di essere anzi sazi, gaudenti come il ricco epulone… Ci è forse chiusa la porta del Regno? Andremo col ricco tra i tormenti? Come potremmo passare, noi che siamo cammelli, attraverso la cruna di un ago? La strada c’è, ed è Gesù! Egli stesso ci dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, forestiero e mi avete ospitato, ero malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Cristo non si limita ad evangelizzare i poveri, si identifica con loro e ci dice: “Ogni volta che avete fatto questo a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”; “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!” (cf. Mt 25, 31-46).

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L’immagine del Regno di Dio che emerge dal raffronto tra Is 25, 6-10 e Mt 22, 1-14 è quella di una festa magnifica a cui gli uomini tutti sono invitati.

Perché la Parola di Dio sceglie proprio questa immagine della festa? Per trasmetterci un senso profondo e intenso di gioia! Dio vuole la nostra gioia, la nostra allegria, la nostra festa! È un Dio che ci ha creati per condividere con noi la sua beatitudine.

Ora – come sant’Agostino non si stanca di insistere – la beatitudine implica la libertà: nessuno può essere felice se non accoglie liberamente il dono della felicità, nessuno può essere costretto ad essere felice, nessuno può entrare nella beatitudine se non decide di rispondere e si impegna ad accogliere l’invito di Dio.

Ecco il senso della parabola degli invitati alle nozze! Anzitutto ci viene presentato un re che organizza la festa nuziale del suo figlio. Gli ascoltatori di Mt riconoscono subito nel re Dio Padre, nello sposo Gesù e identificano se stessi negli invitati alle nozze (cf. 9, 15).

La parabola è chiaramente divisa in due parti[*]. Entrambe cominciano con la scena del re che manda i suoi servi a invitare gli ospiti per il banchetto nuziale. Nella prima scena l’invito non ha successo, nella seconda invece sì. Tuttavia entrambe le scene finiscono con una catastrofe, che nel primo caso riguarda tutti gli invitati, nel secondo uno soltanto degli ospiti.

La prima scena ci mostra il re che manda i suoi servi per sollecitare, attraverso di loro, come si usa tra nobili, la venuta degli ospiti già precedentemente invitati. Ma costoro non vogliono venire: il che, per ospiti che avevano promesso, in linea di massima, la loro presenza, è, in ogni caso, una vera e propria insolenza; ma quando chi invita è un re e gli ospiti sono suoi sudditi, l’atto di insolenza è una follia. Il re reagisce in maniera addirittura commovente: rimanda i servi a quegli ospiti con l’incarico di chieder loro di intervenire, decantando una ad una le delizie del pasto che, pronto, aspetta solo loro per essere servito a tavola. Ma quelli fanno di peggio. Alcuni piantano in asso i messaggeri e, senza una parola di scusa, se ne vanno: il lavoro nei campi o gli affari in città sono per loro più importanti dell’invito del re. Altri, arrivano addirittura ad insultare ed uccidere i servi del re.

A che cosa dovranno pensare gli uditori del Vangelo? Ricordando la parabola dei vignaioli omicidi ricorderanno i profeti biblici, ma anche i missionari cristiani che non hanno mai cessato di chiamare Israele a Cristo: sanno del rifiuto opposto ai profeti e delle persecuzioni riservate agli evangelizzatori.

A questo punto, la pazienza del re è costretta a trasformarsi in giustizia: gli assassini vengono uccisi e la loro città data alle fiamme. Qui Mt fa evidentemente riferimento alla distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d. C.

Dopo di che, il re cerca nuovi ospiti per la festa nuziale del figlio. Adesso manda i suoi servi fuori della città, ai crocicchi delle strade, per invitare tutti quelli che vi incontrano. Diversamente dal primo, questo nuovo invito ha avuto successo: la sala della festa si riempie di commensali. Ma c’è una nota che spiazza: si dice che questi erano “buoni e cattivi”. Perché?

Per gli ascoltatori di Mt convertiti dal paganesimo, fino a questo punto la parabola suonava esaltante: essa descriveva il loro afflusso in massa, in contrapposizione al rifiuto dei Giudei; diventava forte la tentazione di indentificarsi trionfalisticamente con gli eletti. Gli altri, i Giudei, non sono forse stati esclusi perché increduli? Di qui a concludere che per i credenti viceversa la salvezza sarebbe ormai assicurata, il passo era abbastanza breve. Dalle lettere di san Paolo sappiamo che c’erano alcuni cristiani “libertini”, che ritenevano di poter vivere nella dissolutezza, nelle fornicazioni, nell’indisciplina, perché il fatto di essere diventati credenti e battezzati li poneva al di sopra di ogni legge morale (cf. 1 Cor 5-6). Proprio per questo Mt sottolinea che la sala si è riempita non solo di eletti, ma di “buoni e cattivi” – come nel campo cresce il grano e la zizzania (Mt 13,24-30.36-43), come nella rete gettata nel mare si raccolgono pesci buoni e pesci cattivi (Mt 13, 47-50). Ma ci sarà un giudizio che separerà gli uni dagli altri: le pecore dalle capre, le vergini sagge da quelle stolte, i servi buoni e fedeli da quelli malvagi e pigri (Mt 25)

Infatti li festeggiamenti non hanno inizio subito. A un certo punto il re scende di persona ad ispezionare gli ospiti uno per uno, e chi è sprovvisto dell’abito nuziale viene legato mani e piedi, come un delinquente, e gettato fuori nelle tenebre ove – altroché festa! – ci sono “pianto e stridore di denti” (espressioni che designano chiaramente la dannazione e l’inferno).

Ma cosa significa quel misterioso “abito nuziale” senza il quale non si può partecipare alla festa? Paolo parla della necessità di rivestirsi di Cristo (Gal 3, 27; Rm 13, 14), di rivestire l’uomo nuovo (Col 3, 10), di rivestirsi di sentimenti di misericordia (Col 3, 12). Senza questo rivestimento si è esclusi dal Regno.

Ciò significa che essere chiamati a entrare nella comunità non equivale affatto essere salvati. La misericordia di Dio per i lontani, per i peccatori, non deve essere fraintesa: gli uomini rimangono responsabili delle loro azioni. La misericordia di Dio non è una garanzia di impunità. Credere – accogliere l’invito alle nozze – non significa semplicemente aderire ad una dottrina o a un culto che ci assicurerebbero automaticamente la salvezza; al contrario, significa vivere in coerenza tutte le esigenze del dono ricevuto. L’accettazione dell’invito, il battesimo, l’appartenenza alla comunità sono solo il primo passo; nulla è ancora deciso.

Nella chiesa vivono gomito a gomito buoni e cattivi. I membri della comunità, dunque, non possiedono la salvezza, ma possono perderla di nuovo. Devono conservarla mediante le loro azioni. Un invito non è un certificato di garanzia: perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.

 

[*] Anche qui, per l’esegesi faccio riferimento a U. Luz, Vangelo di Matteo, vol. 3, Brescia 2013, ed a V. Fusco, Oltre la parabola, Roma 1983.

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Gaudete!

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Gioia! Quante parole abbiamo per descrivere questo ideale! Proviamo a contarle: felicità, allegria, contentezza, gratificazione, entusiasmo, consolazione, appagamento, soddisfazione, benessere, realizzazione… Sono tutti termini che hanno a che fare con la nostra facoltà di desiderare. Se ci pensiamo bene, tutto quel che facciamo è motivato dal desiderio.

Ci può accadere di trascinare i nostri giorni in una piatta e banale monotonia, senza nulla che ci coinvolga, senza trovare niente per cui “valga la pena” di impegnarci, semplicemente “lasciandoci vivere”. Trascinando la vita in tal modo, è facile che la nostra volontà sia mossa, di volta in volta, dall’attrattiva del momento, dal piacere immediato. Di fatto c’è chi si contenta solo di soddisfare il più immediatamente possibile ogni impulso. Eppure, alla lunga, questi modi di vivere risultano… insoddisfacenti! I can get no satisfaction, cantavano i Rolling Stones. Si fa strada il pensiero del futuro, ci si chiede: quanto durerà questo mio modo di esistere? Cosa mi aspetta quando sarò vecchio? Perché vivere? Comincia la ricerca di uno scopo, si affacciano alla nostra mente tante speranze.

Dietro a tanti e diversi desideri, al fondo di essi, ce n’è uno che li motiva tutti, che dà senso alla nostra facoltà stessa di “aspirare”: il desiderio di essere felici. Ma il concetto di felicità è uno dei più vaghi ed indeterminati che si affacciano all’orizzonte della nostra mente. Cosa significa essere felici? Per qualcuno significa semplicemente “godere”, andare alla ricerca del “piacere” ovunque si trovi. In questa prospettiva la vita buona sarebbe semplicemente la vita “piacevole”, la “dolce vita”. Søren Kierkegaard ha descritto una vita di questo genere attraverso l’immagine teatrale del Don Giovanni, il seduttore che riesce sempre nelle sue imprese libertine, e che tuttavia è costretto a compierne sempre di nuove, sempre di diverse, perché appena afferra l’oggetto del suo desiderio, esso gli muore tra le mani lasciandogli un vuoto ancora maggiore da riempire. In effetti, il piacere è quanto di più sfuggente ci sia e, quando è ricercato per se stesso, inevitabilmente scompare, lasciandoci un senso profondo di frustrazione che conduce al “male di vivere” e alla malattia mentale – come dimostra anche la psicologia clinica.

Il fatto è che l’oggetto del nostro desiderio non è il piacere, bensì ciò che procura piacere! Certamente vogliamo godere, ma di qualcosa. O meglio, vogliamo “qualcosa”, e – con esso – accogliamo il piacere che ciò comporta. Questo “qualcosa” che viene desiderato possiamo definirlo un “bene”. Ciò che si spera è qualcosa di desiderabile. Ma anche qualcosa di scarsamente desiderabile in sé, può essere considerato attraente in vista di un fine ulteriore. Ad esempio un lungo viaggio in treno può essere noioso in sé, ma può risultare assai desiderabile se mi conduce a riabbracciare una persona a cui voglio bene. Posso affrontare un’esperienza anche spiacevole (cavarmi un dente) o faticosa (alzarmi presto al mattino per studiare) o noiosa (ascoltare certi predicatori…), a patto che rientrino nel fine globale del mio vivere.

In effetti c’è qualcosa che non posso fare a meno di desiderare e di sperare, qualcosa che rappresenta il senso di ogni mio desiderio: voglio essere felice, cioè voglio realizzare in pieno la mia esistenza, sviluppare la mia personalità. E tutto ciò che desidero, tutto ciò che spero, lo desidero e lo spero perché penso (so o immagino) che possa contribuire alla mia vera felicità. E notate bene: anche chi trascina la sua vita “alla giornata” si comporta così perché pensa che quello è il modo di ottenere la felicità: ritiene di realizzare così la propria personalità. Agisce in modo misero, perché ha un misero concetto di sé!

I pensatori di tutti i tempi si sono interrogati su questo tema: la felicità è  qualcosa di possibile, di reale, o è una farfalla variopinta che vola via non appena ci sembra di toccarla? Se è possibile, lo è su questa terra o è riservata a una vita ultraterrena? E, in ogni caso, in cosa consiste?

Nel parlare comune, nella chiacchiera, felicità e gioia vengono a significare uno stato generico di euforia, generalmente connesso ad una soddisfazione psico-fisica, un entusiasmo passeggero destinato ad essere distrutto, prima o poi, dai problemi, dal malessere, dalla noia. Evidentemente la beatitudine evangelica non è questo. La felicità a cui si riferisce è la gioia dell’ev-angelo, dell’annuncio festoso: quella a cui l’angelo Gabriele invita la Vergine: “Gioisci, piena di grazia: il Signore è con te!”; quella che esplode nel canto del Magnificat, che scaturisce costantemente dalle parole e dai gesti di Gesù, quella che Gesù stesso promette “piena” ai suoi discepoli nel cenacolo e che caratterizza in toto la diffusione del vangelo. Come ha notato magnificamente un grande biblista del secolo scorso: “Il cristianesimo è stato un’esplosione di gioia, ed è ancora oggi per ogni anima entusiasmo di vivere… Chi non trasalisce fino in fondo al suo essere, scosso da questa novità, non è cristiano” (L. Cerfaux). Qual è la ragione di questa gioia? La comunione con Dio in Gesù Cristo.

Perché tanta insistenza sul tema della beatitudine, della felicità, della gioia? Perché noi cristiani di vecchia data siamo spesso vittime della tentazione di ridurre la nostra fede all’accettazione dell’autorità di Gesù maestro-legislatore-giudice e all’esigenza di mettere in pratica i suoi “comandamenti”; il tutto in un clima piuttosto imbronciato e talvolta decisamente triste e deprimente. Un terribile filosofo miscredente della fine dell’Ottocento scrisse un giorno:

“Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede” (F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

Tante volte, noi cattolici ci preoccupiamo di studiare tante strategie per portare il Vangelo nel mondo di oggi… Una grande strategia è quella che indica s. Paolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4, 4-s). Solo se gli uomini ci vedranno felici, si apriranno al nostro annuncio.

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